10 ago 2020

101 anni dello spigolo più lungo d'Ampezzo

Un secolo fa, anche a Cortina d'Ampezzo gli appassionati di montagna avevano altro da pensare, che non “andare in croda”.

C'erano baracche, trincee, camminamenti da sistemare, salme da recuperare, e aggirandosi fra le montagne era normale imbattersi in gallerie franate, ordigni inesplosi, reticolati rugginosi e chissà che altro.

Più che gli scalatori, in quegli anni fra le crode si aggiravano i "recuperanti", alla ricerca di legno, piombo, rame ed altri materiali per arrotondare le misere condizioni di anni disgraziati. Eppure c'era anche chi, più fortunato, ricominciava a mettere le mani sulla dolomia. 

La Punta Nera col suo spigolo, dal vecchio confine

Il giovane fotografo Fritz Terschak,che dal 1910 scalava su buone difficoltà ed era segretario della Sektion Ampezzo dell'Alpenverein, e Isidoro Siorpaes, un valligiano che aveva dimostrato buone doti di arrampicatore, il 10 agosto 1919 decisero di tentare insieme l'interminabile spigolo sud della Punta Nera del Sorapis, che scende per oltre un chilometro con quinte rocciose, mughi e detriti dai 2847 m. della cima fino al piede della parete, raggiungibile per ghiaioni dal confine appena dismesso fra il Tirolo e l'Italia. 

La salita richiese sette ore di fatica, su difficoltà medie: non passò di certo alla storia come un'impresa memorabile, ma fu il primo tentativo di riprendere la familiarità con le montagne, dopo un lustro in cui le Dolomiti avevano visto solo assalti all'arma bianca, cannonate, bombe, morti, feriti e distruzione. 

In un certo senso, il 10 agosto di 101 anni fa Fritz e "Doro Pear" fecero la pace con le crode ampezzane martoriate dall'immane sciagura.

25 lug 2020

Scalando il Campanile

Poiché le scale lignee che salgono all'interno della torre campanaria di Cortina non rispettano le attuali norme di sicurezza, sul ballatoio del nostro campanile, inaugurato il 24.12.1858 e che raggiunge l'altezza di 70,17 m., escluse la croce e la sfera dorata sommitale, non è possibile salire.
Turisticamente forse è un peccato, poiché secondo qualcuno il campanile ampezzano poteva essere una proposta d'interesse panoramico e storico. 
Il panorama dall'alto, infatti, è suggestivo, ed è spiegato da 47 targhette metalliche fissate lungo la balaustra, che indicano i nomi delle montagne visibili, nella conca e oltre. 
Chi ha potuto visitare il campanile quando era permesso, seppure non di frequente, ricorderà certamente le visite: chi scrive non dimentica il giorno d'inverno in cui con alcuni ragazzi, sfruttando la coltre bianca posatasi sulla balaustra, si divertì a lanciare palle di neve da settanta metri d'altezza, centrando anche l'ombrello di un malcapitato passante... 
Un tempo, in occasione di ricorrenze particolari, qualche temerario scalava il campanile, per farvi sventolare bandiere e stendardi. Già intorno al 1882 l'alpinista tedesco Emil Zsigmondy aveva sfidato la forza di gravità percorrendo in piedi tutta la balaustra. Nel 1925 e 1927, in occasione della visita del Principe ereditario Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari Becheréto salì sulla croce a fissare la bandiera del Regno.
Il campanile in un inverno nevoso
(foto I.D.F.)
A metà '900, poi, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bocia e Luigi Ghedina Bibi risalirono per collocare stendardi: si ricorda anche la salita del 1954, per festeggiare il ritorno dal K2 di Lino Lacedelli. Nella primavera 1945, anche la guida Marino Bianchi aveva raggiunto la croce in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo, collocandovi una bandiera.
Non tutte le scalate del campanile sono state fortunate: il 26 aprile di dieci anni fa, infatti, Marco Da Pozzo, guida che con il collega Luca Dapoz stava lavorando sul ripido culmine, scivolò sulla lamiera; cercando senza successo di afferrare l'asta del parafulmine, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto decedendo sul colpo.
L'episodio suscitò molta commozione e preoccupazione, allontanando per chissà quanto tempo la prospettiva di ulteriori scalate del campanile.

16 lug 2020

Nuova falesia d’arrampicata sotto l'Averau

Nelle Dolomiti d'Ampezzo è nata una nuova falesia per l’arrampicata, alla base della parete S dell'Averau, cima frequentata per una piacevole via ferrata e diverse vie alpinistiche, tra cui quella sulla parete SO scalata nel 1945 dagli Scoiattoli A. Alverà, U. Pompanin, U. Illing e A. Apollonio. 
La palestra, attrezzata nel maggio scorso dalle guide alpine Maurizio Venzo, Valerio Scarpa e Giorgio Peretti, si trova tra Cortina e Colle Santa Lucia, lungo il sentiero Cai 441 che collega Forcella Nuvolau al Passo Falzarego. 
Lungo la fascia che sovrasta il sentiero, le guide hanno individuato 15 vie, su una favolosa dolomia scura. Le vie, attrezzate con spit inox e catene con moschettoni, si sviluppano per 15-18 m. ognuna e presentano difficoltà dal 4c al 6a+. I loro nomi, in parte riportati agli attacchi, sono stati presi da espressioni tipiche veneziane: «testa da batipai», «el gato de piombo», «el petacòche». 
La parete si trova a 2400 m. circa e il sole vi arriva intorno a mezzogiorno, per cui ai frequentatori – che ovviamente godranno di un arco stagionale limitato - le guide raccomandano vestiario adeguato, oltre a casco, corda da 50 m. e dieci rinvii.
La nuova palestra dedicata a Renato De Pol
 (foto G, Peretti)

La palestra porta il nome di Renato De Pol (1927-1973), salito per lavoro da Venezia a Cortina, dove visse e fu amico e compagno di cordata di molti Scoiattoli e guide locali, tra cui anche Giorgio Peretti. 
Protagonista di alcune prime salite sulle cime della conca, «Renè» cadde l'1 maggio 1973 dallo spigolo Jori della Punta Fiames, che stava salendo con Lino Lacedelli e Marisa Zangiacomi. Una targa in bronzo realizzata dalla Fonderia Michielli lo ricorda ai piedi della parete. 
La falesia si raggiunge in due modi. Si può partire dal rifugio Fedare (sulla SP 638, a 2,8 km dal Passo Giau) e salire in seggiovia al rifugio Averau; oppure da Bain de Dones (sulla strada del Falzarego, a 14 km da Cortina) si sale in seggiovia al rifugio Scoiattoli e poi all'Averau. Dal rifugio, seguendo il sentiero Cai 441, si giunge alla palestra in dieci minuti.

10 lug 2020

Corno d'Angolo, breve ma intenso

Se ne è scritto già molto: del resto, le esperienze coinvolgenti non si scordano facilmente, e tornano spesso alla memoria.
Riproponiamo quindi la gita sul Corno d’Angolo, ricordando che nell'estate 2008 il Cai Cortina decise di far conoscere la cima anche ai propri soci, e la propose con successo a una ventina di amici, giunti anche da fuori provincia.
Il Corno si riconosce da lontano per la sagoma slanciata, che spicca originale dalla strada fra il Passo Tre Croci e Misurina. Mentre però lo spalto esterno, che cade verticale per 200 metri su uno zoccolo detritico, nel 1933 offrì a Comici e Del Torso lo spunto per un itinerario arduo e poco ripetuto, verso l’interno il Corno si eleva di poco da una solitaria conca di massi e ghiaie che s’insinua fin sotto l’adiacente Croda di Pousa Marza.
Proprio da quel versante si svela, con passi pressoché elementari, la via più semplice per raggiungere la cima.
Dall'insellatura su cui campeggiano gli ultimi resti del rifugio Popena, ci si porta su una cresta fra le cime. La si asseconda piegando verso sinistra su ghiaie e rocce e, con difficoltà contenute ma sempre con un po' di attenzione, ci si spinge sugli esposti blocchi della vetta, dove da un paio di stagioni un nuovo libretto accoglie firme e pensieri di chi sale.
Il Corno d'Angolo (foto C.B.)
Considerata la brevità e la relativa facilità d’accesso, non si sa chi sia giunto sul Corno per la prima volta, e quando; è probabile che fosse noto ai cacciatori cadorini e pusteresi anche prima del fondamentale studio sull'area tra Cristallo e Popena, edito da Wenzel Eckerth a Praga nel 1891.
A chi visita il Corno, sapere chi lo salì per primo non cambia la vita; basta uscire dalle tracce battute e toccare un'elevazione di impegno contenuto, silenziosa e fortunatamente poco usurata, sulla quale oggi ci accoglie soltanto un bastone infisso fra due blocchi.
Al cospetto di tanta grandezza, riesce più facile pensare, rievocare ricordi, ideare nuovi progetti.

23 giu 2020

Nuovo libretto di vetta sulla Pala Perosego

Fatti i conti, se l’è cavata benino il libro di vetta della Pala Perosego, sulla dorsale del Pomagagnon: considerata la collocazione sulla cima alla mercé delle intemperie, ha comunque resistito per 13 stagioni.
Il libretto, posato il 20.5.2007 da chi scrive sulla lama terminale della Pala, un mese fa è stato prelevato «bagnato, inzuppato e inservibile» per essere sostituito con uno nuovo da Roberto e Clara, che lo hanno sistemato per riporlo nella raccolta della Sezione del Cai di Cortina. 
Prima però, lo ha visionato il sottoscritto. Constatato che purtroppo il documento in parte non si legge più, sono emerse le tracce di circa 40 passaggi, di persone note e sconosciute, viventi e scomparse (una di esse è l'amico udinese Luca Beltrame, salito nel 2010 e caduto sulle Alpi Giulie il 25.4.2013); sono passati tedeschi, ungheresi e veneti, tra cui due alpinisti di 86 e 72 anni; si sono visti alcuni amici di Cortina, saliti anche più volte.
E forse non sono tutti, poiché risultano anche altre visite nel periodo in questione; magari qualcuno, sotto l'ometto, non avrà neppure trovato il libretto, che il vento aveva sbalzato su una cengia sotto la cima. 
Il libretto di vetta della Pala Perosego,
2007-2020
Tutto questo rappresenta un frammento di storia che, se conta poco nel complesso dei problemi del mondo, serve perlomeno a quantificare le presenze in un angolo minore e disertato, non alla moda e consegnato ad un inevitabile oblio, ma anch’esso ricco di qualcosa da dire. 
Sulla Pala ci sono ancora varie tracce di soldati in guerra; lungo il versante rivolto a Cortina salgono quattro vie, due delle quali molto dure; il pubblico sulla cima è scarso, ma chi sale dimostra di riconoscere il valore del contesto, del panorama e della solitudine della zona. 
Da quest'anno la Pala Perosego ha così il terzo libretto di vetta della sua storia escursionistica, documentata dal 2000. D’ora in avanti, esso potrà vivacizzarsi coi nomi e i pensieri di apprezzamento di coloro che, sfuggendo al consueto e usurato carosello dolomitico, lassù possono senz'altro cercare qualcosa di diverso.

17 giu 2020

Il “piccolo” Monte Popena o Popena Basso

Nel gruppo del Cristallo, cuore delle crode ampezzane, l'oronimo ladino Popena - nato dall'unione di "pó-", "dietro", e "péna", "pendio roccioso coperto da magra vegetazione" - distingue 12 luoghi diversi tra Cortina e Auronzo. 
Iniziamo a contarli. Ci sono due valli, la Popena Alta e la Popena Bassa, percorsa dalla strada Misurina-Carbonin; c'è poi una cima severa e tra le meno battute della zona, il Piz Popena; abbiamo un Passo, oggi invalicabile per le frane da cui è tormentato, che separa l'impluvio detritico verso il Rudavoi dalla Val Popena Alta.
Proseguendo, c'è la sella di magro pascolo, occupata dai resti di una casetta, che in stagioni ormai lontane fu ospitale rifugio per alpinisti e sciatori impegnati lassù. Abbiamo due torri, una delle quali salita dalla guida pusterese Michele Innerkofler il 29.7.1884, poche ore dopo aver scalato con la cliente Mitzl Eckerth la vicina e inaccessa Croda di Pousa Marza; tre torrioni, su uno dei quali già nel 1908 il giovane Angelo Dibona affrontò da solo le più alte difficoltà del tempo; al penultimo posto si piazza la grossa torre visibile da Misurina che nel 1893, dopo la salita di un colonnello e fotografo germanico con due guide, da Popena Pìciol cambiò il nome in Torre Wundt. C'è infine un monte dalle forme bonarie, bazzicato già in tempi remoti da pastori e cacciatori. 
Quest'ultimo è noto anche perché nell'agosto 1926 lo studente vicentino Severino Casara lo battezzò come comoda "palestra di roccia" di Misurina, che ebbe negli anni un grande successo; oggi sulle sue pareti ci sono molte vie di varia difficoltà, che portano i nomi di Mazzorana, dei lecchesi del gruppo di Cassin, del triestino Zanutti, degli Scoiattoli di Cortina Alverà, Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, di Alziro e Nicola Molin, di Cipriani. 
Il monte è una cupola di 2225 m., coperta da campi di mughi in cui si avventurano i camosci, sul lato che scoscende verso la Val Popena Alta, e strapiombante invece verso Misurina con una larga parete di dolomie colorate.
Ad accrescere la confusione toponomastica, il monte ha due nomi: qualcuno lo chiama Monte Popena, altri Popena Basso, altri ancora lo scambiano persino col fratello maggiore, il Piz Popena, che gli sta alle spalle, è alto 3152 m. e ha un aspetto molto diverso. 
Il Monte Popena o Popena Basso,
dal lago di Misurina (foto I.D.F.)
Il “piccolo” Monte Popena / Popena Basso, oltre che teatro di belle salite - fra le quali due classiche, aperte dalla guida Mazzorana negli anni '30 - è il traguardo di un'escursione che prende avvio dal lago di Misurina e consente una fuga originale nella natura, molto proficua se compiuta con le atmosfere dell'autunno. Il Monte per la via più logica, un'ex mulattiera militare abbastanza ben conservata e su cui si procede in modo facile e intuitivo, è godibile soprattutto quando più in alto non si sale. Ci si muove in un bosco antico e silenzioso, si passa ai piedi di una guglia dedicata a una ragazza caduta lassù nel 1944, si rimonta un piccolo "mare" di mughi e si esce su un morbido prato, dal quale si dominano le valli, le cime, le torri, le guglie cui si accennava all'inizio. 
Da giovani, per noi Popena Basso significava "vie Mazzorana"; giunti al limite della parete, senza degnare la cima di uno sguardo si arrotolava la corda e ci si avviava veloci a valle, presi dalla fame e dalla sete.
L'ultima volta in cui siamo giunti lassù, in una nebbiosa giornata di settembre, non avevamo più corde e salimmo con calma sul culmine, dove un grande ometto di sassi resiste al tempo e alle bufere. Ci accolse la solitudine di una vetta che gli scalatori non visitano e i camminatori conoscono poco.
Superfluo constatare che, tra la nebbia rischiarata da un pallido sole, sul Popena quel giorno eravamo soltanto in due.

13 giu 2020

Sul Becco di Mezzodì, tra storia e memoria

Del Becco di Mezzodì, una cima di piccole dimensioni ma rilevante per la storia dell’alpinismo, che caratterizza il panorama sulla destra orografica della valle d'Ampezzo, mi piace scrivere.
Per vari motivi: ogni giorno lo scorgo dalle finestre di casa; fu la prima cima dolomitica che scalai, a poco più di sedici anni e con quattro amici inesperti e temerari come me; dopo diverse altre salite, è stata l’ultima ascensione in cordata, a trent’anni dalla prima; più volte ho consultato con piacere il libro posato in vetta dalla Sektion Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco nel 1901 e rimasto lassù sino al 1917 a testimoniare nomi e pensieri curiosi ed interessanti. 
M'incuriosisce anche il nome con cui i nostri antenati indicavano il Becco, e del quale non so il perché: «ra Ziéta», la civetta, forse legato all’omonimo rapace? Al riguardo, nel vocabolario ampezzano, novant'anni fa il medico Angelo Majoni riportava un bel detto  meteorologico: «Canche ra Zieta bete su ra bareta, in poco tenpo ra peta», cioè «Quando il Becco si copre di nuvole, in breve tempo grandinerà». 
Il Becco di Mezzodì da sud, dal Monte Fertazza
(foto E .M.)
Credo che chi mastica un po’ di storia dei nostri monti, sappia che i primi due uomini a mettere piede sul Becco, il 5 luglio 1872, furono la guida Santo Siorpaes Salvadór con il cliente scozzese William Edward Utterson Kelso; il fatto, che segnò l’avvio della conoscenza delle cime che circondano il Lago di Fedèra, è ricordato dal 30 luglio 1972 con una targa all'ingresso del rifugio Croda da Lago. 
Una chicca storica legata al Becco, che ho scoperto da poco, è questa. Per trentasei anni, cioè fino al 19 agosto 1908, quando le guide Bortolo Barbaria Zuchìn e Giuseppe Menardi Berto salirono con i clienti veneti Francesco Berti e Ludovico Miari il camino nord-ovest che fronteggia il rifugio sul versante ampezzano, detto «Camino Barbaria», la scalata del Becco da Cortina - che allora faceva parte dell'Impero austro-ungarico - si poteva fare soltanto espatriando, cioè valicando, anche se per un breve tratto, il confine con il Regno d’Italia posto presso la Forcella Ambrizzola. 
La via normale che ancora si percorre, infatti, si svolge tutta sul lato sud-ovest, che ricade nel territorio di San Vito di Cadore.

101 anni dello spigolo più lungo d'Ampezzo

Un secolo fa, anche a Cortina d'Ampezzo gli appassionati di montagna avevano altro da pensare, che non “andare in croda”. C'erano ba...