1 ago 2022

83° anniversario dello spigolo del Sas de Stria

Quest’anno non mi sfugge il compleanno: l’83°, dello spigolo sud-est del Sas de Stria, salito per la prima volta da Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza il 1° agosto 1939, ripetuto d'inverno nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni ed ancora molto frequentato.
Negli anni ’70-’80 la via, che segue lo spigolo sul lato sinistro -  guardando da Falzarego - della cima slanciata e solitaria che incornicia il Passo, per noi era un classico. L'itinerario segue l’elegante e ripido spigolo e sotto il bianco strapiombo finale nasconde due opzioni: l'originale è la più bella, la più semplice ricalca un itinerario di alpinisti austriaci del 1908.
Ben chiodata già negli anni ‘60, la Colbertaldo-Pezzotti è una via amata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da corsi di roccia e per allenamento. Accesso e rientro sono quasi da palestra: alla base dello spigolo si giunge in meno di mezz'ora per ripida traccia dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la normale del Sas, che non ha difficoltà di rilievo, anche se un po' di attenzione non è superfluo, visto che di incidenti ne succedono molto spesso.
Sas de Stria, Passo Falzarego e Lagazuoi Piccolo,
anni '60
Dal 23 ottobre 1977 (quando lassù mio cugino mi fece un regalo per il compleanno n° 19) al 5 giugno 1993, quando rifeci lo spigolo per l’ultima volta Claudio, penso di averlo salito in una quindicina di occasioni, gustandomi sempre una salita non troppo lunga, varia e divertente, ricca di bei passaggi e sicura. Tra tutte, non dimentico quella del 1987 con Nicola, quando - su un tratto delicato - un misterioso mancamento mi fece fare un voletto che poteva avere gravi risvolti, ma per fortuna mi costò solo un livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare.
L’ultima volta condussi lassù un amico di pianura, che penso non avesse mai arrampicato. Usciti in cima, convinto che - data la bella giornata tardo-primaverile, e la salita che avevamo compiuto in solitudine e tranquillità - il mio compagno di cordata fosse soddisfatto, aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da tempo.
Con aria un po' scocciata, invece l’amico brontolò che una salita che finisce su una cima raggiungibile da turisti, dove ci si ferma a schiamazzare allegramente e non mancano i rifiuti (ma quante ce ne sono, di cime così...), per lui non aveva tanto senso.
Forse anche un po’ amareggiato da questa risposta, da allora non salii più lo spigolo del Sas de Stria.

1 lug 2022

83° anniversario della fondazione del Gruppo Scoiattoli di Cortina

Se fossero ancora tra noi, avrebbero 101 anni.
Sto parlando dei tre ragazzi ampezzani dai quali, il 1° luglio 1939, scaturì l’idea di fondare la “Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo”, nota come “Scoiattoli di Cortina”.
I ragazzi del 1921 che nell’ultima estate d’anteguerra, sfidando la diffidenza delle vecchie guide locali, ruppero gli schemi e si unirono in un nuovo gruppo, erano Angelo Bernardi Agnèl, detto Alo; Ettore Costantini Cùzo, detto Vecio, e Mario Zardini Zésta.
Alo, che chi scrive ricorda con piacere di avere intervistato per RAI 3 nell’autunno 1998, lasciò presto la roccia per dedicarsi all’hockey, al lavoro e alla famiglia: è scomparso, ultimo della cordata, nel settembre 2000. Il Vecio continuò con successo la carriera alpinistica, divenendo guida nel 1946 ed esercitando la professione fino agli anni Settanta. Non ha fatto purtroppo in tempo a festeggiare il sessantesimo della Società, essendo scomparso nel giugno 1998.
Lo aveva preceduto di tre anni Mario Zésta, attivo nella Società per un breve periodo e compagno di Luigi Ghedina Bibi ed Eugenio Monti in una via nuova sul Castelletto in Tofana nel settembre 1947.
Alo, il Zésta e il Vecio a Pocol, 1939
Naturalmente, ai tre fondatori si aggiunsero subito numerosi amici delle classi 1920-1924, tanto che nel primo periodo la Società arrivò ad oltre tre dozzine di soci, che si dedicarono alla meticolosa esplorazione dei monti di casa e non solo, risolvendo una copiosa messe di problemi alpinistici.
Simbolo e monumento del primo decennio del sodalizio è senz’altro il Pilastro della Tofana di Ròzes, salito per la parete sud-est dal Vècio con Romano Apollonio Nàno il 14-15 luglio 1944: ventun ore d’arrampicata, oltre cento chiodi piantati per superare cinquecento metri di 6° superiore, che hanno costituito, e costituiscono ancora un banco di prova per diverse generazioni di arrampicatori.
Mi è gradito in questa sede, accomunandoli con tutti gli altri compagni, ricordare nell'83° dalla costituzione i tre “Scoiattoli” fondatori. Immagino che gradirebbero senz’altro festeggiare la ricorrenza tutti insieme, magari sulla terrazza del rifugio a loro intitolato nel 1970, ammirando il tramonto sulle Cinque Torri, che li videro nascere e poi spiccare il volo verso le grandi montagne.

20 giu 2022

80 anni della Via Scoiattoli sul Popena - Gruppo del Cristallo

«Boni», all'anagrafe Albino Alverà (Pazifico), aveva diciannove anni il 29 giugno 1942, quando con «Nano» Romano Apollonio (Varentìn), di poco più grande, si avventurò sulla lavagna grigio-gialla del Monte Popena, il placido rilievo della catena del Cristallo «a picco verso il Lago di Misurina con parete oscillante nei vari punti tra 200 e 150 m. di altezza, barancioso negli altri versanti» (sono parole di Antonio Berti).
Sul largo versante est del monte, che all'epoca contava sei itinerari tracciati a partire dal 1926 da Casara, Mazzorana, alpinisti lecchesi e triestini, i membri della Società Scoiattoli (il gruppo di scalatori e sciatori non professionisti fondato a Cortina il 1° luglio 1939) avevano individuato una settima linea, lunga meno di cento metri ma verticale e sempre esposta, che prometteva notevole impegno.
Per venire a capo della via occorsero sei ore e 22 chiodi; nonostante le magre risorse di cui disponevano i giovani, in parete ne furono lasciati sei. Posta sul lato destro della muraglia guardando dal basso, la via degli Scoiattoli fu la prima delle decine di tracciati di VI aperti dagli ampezzani in otto decenni di attività.
La stampa non riportò, almeno fino all'uscita della guida Berti del 1950, notizie precise dell’itinerario. Il 13 settembre 1949, i primi a ricalcare le orme degli Scoiattoli erano state due  guide auronzane, Francesco Corte Colò «Mazzetta», classe 1926, e Valerio Quinz, ventunenne. Nell’estate 1952, il primo a cimentarsi sulla parete da solo fu invece il loro paesano Alziro Molin, un ragazzo avviato ad un fulgido avvenire alpinistico.
La parete del Monte Popena (foto E.M.)
La parete del Monte noto anche come Popena Basso, scoperta quasi per caso dal vicentino Severino Casara, che con Lorenzo Granzotto vi inaugurò una «scuola di roccia per Misurina» destinata nei decenni ad un crescente sviluppo, è molto apprezzata ancora oggi per salite di ogni livello. L’ultima nuova creazione, dell’auronzano Simone «Scossa» Corte Pause ed Eleonora Colli Dantogna di Cortina, è datata autunno 2021. Ottant’anni fa, proprio dal piccolo Popena partì la lunga avventura degli Scoiattoli nel mondo verticale, con un itinerario breve ma intenso, che tramanda il nome del gruppo di giovani scanzonati tra i quali «Nano» e «Boni» si fecero particolarmente valere.

20 mag 2022

La campana del Campanile Toro compie 70 anni

Tra i monti del Cadore, uno in particolare «si leva, meravigliosam. ardito, meravigliosam. bello, dritto come un obelisco, tra Forcella Le Corde e Forcella Cadin. La cima non è più ampia di un comune tavolo da salotto. Salito dall’O, per quanto interessante, non è così difficile come potrebbe far supporre la vertiginosità della sua forma…»
Queste ammirate considerazioni le scrisse Antonio Berti, in «Dolomiti Orientali–Volume II» del 1961. Si riferivano al Campanile Toro (2345 m.), nel gruppo degli Spalti omonimi, presso Domegge di Cadore.
Vi sembra che simili parole non avrebbero potuto indurci ad una nuova avventura, vicina a casa e d’impegno senz’altro alla nostra portata?
Nell’estate del 1993 ci convincemmo a provare il Campanile, e fu un successo. L’avvicinamento erto e faticoso, su ghiaioni infiniti da guadagnare passo per passo, la salita varia e divertente, la discesa aerea, appagarono molto le nostre cordate. E poi, il Toro ha una storia movimentata: dopo la conquista di due austriaci nel 1903, vi si sono cimentati fior d’alpinisti: da Piaz a Stősser, da Molin e Pais ai Ragni di Pieve, e tutti su percorsi duretti.
In vetta, dove si sta solo in due, la sorpresa: una campana lucente, che ovviamente – una volta lassù - non potevamo non far risuonare anche noi, nel magico silenzio che avvolge il Campanile.
Ernesto, Roberto e la campana, 1994 (Foto O.M.)

Il ricordo della campana e del suo allegro tintinnio mi torna in mente oggi, visto che tra poco il bronzo compie 70 anni! Scriveva infatti nel 1952 il sanvitese Enrico De Lotto: «Il 10 agosto gli sportivi di Domegge hanno posto sulla vetta di questo Campanile una campana con la seguente scritta: «Gli sportivi di Domegge a ricordo di tutti gli alpinisti caduti sulle Dolomiti». Sulla campana vi è riprodotta una figura di S. Giorgio, protettore di Domegge; una figura di S. Michele è per ricordare la chiesa antichissima di Folcegno nella valle Talagona; una testa di toro, simbolo del dio Thor e lo stemma del Cadore.»
Forse per il 70° non ci saranno feste solenni; ma l'anniversario merita comunque il ricordo come un bel frammento di storia cadorina, vista la bellezza della cima, su cui vivemmo due intense avventure, immersi tra gli Spalti di Toro alle prese con un alpinismo antico.
La fotografia scattata in vetta durante la seconda visita, nel giugno del 1994, ha ridestato in chi scrive il grande piacere di quei momenti.

21 apr 2022

Per i 90 anni di Enzo Croatto, dialettologo e alpinista

Il 9 aprile,  Enzo Croatto è giunto ai novant'anni d'età. Dialettologo e studioso di origini friulano-venete e cresciuto a Belluno, il professore si è sempre occupato di lingua e toponomastica ladina, ed ha all'attivo - in primo luogo - il lavoro di coordinazione del «Vocabolario Ampezzano» delle Regole (1986) e nel 2004 la pubblicazione del «Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo (Belluno)»: 635 pagine, in cui ha condensato anni di ricerche nella valle che gli è stata molto cara.
L’8/9/2007 gli fu intitolata la biblioteca specialistica dell’Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore, giunta a raccogliere oltre 2500 volumi, periodici, audiovisivi, carte topografiche, atlanti e tesi di laurea di notevole interesse, sulla Ladinia bellunese e non soltanto; l'1 dicembre 2020 l’istituzione è stata inopinatamente chiusa, la biblioteca ha perso il suo nome e dopo un anno e mezzo pare consegnata ad un destino infausto.
Oltre ad aver seguito e arricchito la Biblioteca con generose e cospicue donazioni, Croatto ha collaborato con fervore a pubblicazioni linguistiche, affrontando con entusiasmo scoperte, analisi e comparazioni dialettologiche e toponomastiche, culminate in 110 pubblicazioni. Per festeggiare il suo 85° anniversario, nel 2019 Pietro Monego, Marco Moretta ed Ernesto Majoni lo omaggiarono con «Enzo Croatto. Biografia e bibliografia degli scritti linguistici in occasione dell’85°compleanno», un opuscolo con l’elenco di tutti gli scritti d'argomento linguistico redatti in quarant’anni.
Ernesto Majoni, il professor Croatto e Daniela Larese Filon
Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore
Dedicazione della Biblioteca, 8/9/2007

Croatto non è soltanto un valido esperto di ladino, lingua tra le cui varianti si muove con agilità. Per tre decenni ha insegnato in Istituti superiori provinciali; ha vissuto la perdita di studenti e amici nella sciagura del Vajont; ha collaborato molto col Dipartimento di Linguistica dell'Università di Padova, affiancando soprattutto i docenti G.B. Pellegrini, A. Zamboni e M. T. Vigolo. È stato un alpinista, cresciuto alla scuola dei bellunesi, ha scalato varie cime e scritto di montagna; ha vissuto, insomma, un'esistenza dinamica e dedicata alla famiglia, alla cultura, all’impegno e allo studio.
Forse a Cortina - dopo la scomparsa di gran parte di coloro che, fin dagli anni '70 del Novecento, parteciparono alle ricerche linguistiche sull'idioma locale - la sua figura e il massiccio lavoro svolto per la parlata sono un po' accantonati, specie da alcuni puristi dell'ampezzanità, ed è un peccato.
Per questo, amici e sostenitori - che comunque conta numerosi - lo ricordano e gli porgono un fervido e sincero augurio: aggiungere vita agli anni, continuando le analisi sui temi coltivati per anni e non facendo mancare la sua voce e la sua competenza nell’ambito della cultura ladina.
«Ad multos annos», caro professor Croatto!

4 apr 2022

Torre Lusy, 4 aprile 1976

Ho già scritto della mia prima salita su roccia, il Becco di Mezzodì il 14 luglio 1975. Ho scritto un po’ meno invece della seconda, che fu la prima realizzata effettivamente in cordata: la Torre Lusy, una delle Cinque Torri d’Averau.
Dopo aver scoperto che l'alpinista al quale nel 1913 fu intitolata la guglia appena salita, Marino Lusy (un ricco triestino di origini greche, appassionato d'arte orientale), fu anche un benefattore e lasciò alla sua città un grande palazzo sull'angolo del centrale Corso Italia, ho realizzato quasi per caso che, nella mia prima salita della Lusy, ricorse per quattro volte il numero 4. 
Era il 4 aprile, del 1976; eravamo in 4; il nostro fedele compagno “Berti” classifica, forse abbondando un po', la salita di 4° grado. Con gli amici Ivo (scomparso nel 2021), Carlo e Luciano, dopo aver raggiunto con mezzi di fortuna Bai de Dones e aver risalito la pista di sci ancora coperta di neve (la seggiovia era ormai chiusa, e comunque non avremmo avuto di che pagarla), con l’assistenza di Giacomo che stette alla base a guardarci, salimmo i centoventi metri della Lusy, che in seguito avrei frequentato diverse altre volte.
La Torre Lusy, da nord

Finita questa, mentre Ivo e Carlo – i più ardimentosi - affrontavano con baldanza la vicina parete nord della Torre del Barancio (quella sì di 4° e anche un po’ di più, che io dovetti attendere due anni per salire), Luciano e io ci cimentammo sulle torri Quarta Bassa (un altro 4!) e Inglese, più facili.
Eravamo scesi da quest’ultima, ma gli altri due amici erano ancora appesi alle rocce ed il pomeriggio avanzava rapidamente: cosa potevamo fare, per evitare il buio?
Ben poco! Accoccolati sui massi liberi dalla neve sotto le guglie, dopo esserci assicurati che tutto procedeva per il meglio, aspettammo nervosamente finché Ivo e Carlo rimisero piede sulla terraferma, e poi giù di corsa nella neve fradicia, fino a Bai de Dones.
Nel parcheggio c'era una sola macchina: quella del padre di Luciano, che dapprima appioppò un sonoro manrovescio al figlio, poi ammonì noi altri e infine ci riportò tutti a casa.
Il tutto accadeva quarantasei anni fa (che però non è un multiplo di 4...)

22 mar 2022

Col Siro, o Crepo de ra Ola, cima verde

È certamente più intrigante l'antico nome di «Crepo de ra Óla», di cui mi parlò per la prima volta Alberto Zangiacomi, già guardiacaccia e profondo conoscitore del territorio di Cortina, rispetto a quello corrente di «Col Siro», che sa un po’ di dedica a qualche persona per chissà quali ragioni o meriti.
Il Col in questione è un rilievo fatto a cupola e quotato 2300 metri, che si eleva isolato sull’Alpe di Faloria; verde di magro pascolo sul versante che guarda le cime del Sorapìs, sul lato opposto presenta invece timidi affioramenti rocciosi.
Il rilievo è una meta poco nota, apprezzata da pochissimi nonostante lo si sfiori traversando da Faloria verso il lago del Sorapis e si possa salire in cima con una semplice quanto piacevole deviazione, anche sci alpinistica, che prende avvio da Forcella Faloria, soprastante la Capanna Tondi.
La cupola del Col Siro o Crepo de ra Ola (foto E.M.)

Non varrà forse la pena partire da lontano con l’unico scopo di salire il Col, sicuramente esplorato già in tempi remoti da cacciatori, pastori, topografi; fatti i conti, però, la cima ha una simpatica individualità che merita la visita. Fra diverse occasioni di salita, l’ultima con Mirco – arrivato apposta da Treviso per "spuntare" il Col Siro dal suo carnet dolomitico –, ricordo quella di 14 anni or sono. In una domenica di luglio guidammo lassù quattro amici appassionati, stimolati dall'aver udito quell'oronimo particolare, ed in cima ritrovai intatta la rustica croce di rami di mugo, che Iside ed io avevamo eretto nella nostra precedente ascensione.
Saliti e scesi dal rilievo, chiudemmo la giornata rientrando per la familiare Val Orita. Ma prima, nel riprendere la via di Faloria avevamo incrociato una famiglia di gitanti (sentendoli parlare, mi feci l'idea che fossero catalani), che ci osservava incuriosita. Dietro di noi, anche i quattro si presero la briga di salire sul Col, per godersi la magnifica vista che esso offre sul circondario dolomitico.
Così, in una giornata d'estate l'umile montagna ampezzana fu percorsa da dieci paia di scarponi: a suo modo, un primato che potrebbe essere difficilmente eguagliato, per un culmine secondario e ignorato da tutte le pubblicazioni. Ma non da chi scrive, secondo cui il Col Siro, o meglio il Crepo de ra Ola, ha anche lui qualche cosa da dire.

83° anniversario dello spigolo del Sas de Stria

Quest’anno non mi sfugge il compleanno: l’83°, dello spigolo sud-est del Sas de Stria, salito per la prima volta da Andrea Colbertaldo e Lor...