12 ott 2021

Le due selvatiche cime del Pezovico (Gruppo del Pomagagnon)

Pilastro angolare del crinale dolomitico del Pomagagnon, disertato e severo angolo dei monti d'Ampezzo, il Pezovico – dal nome tanto antico quanto indecifrabile - domina dall'alto della modesta quota di 1933 m. la spianata di Fiames e l'ex sede della ferrovia Cortina-Dobbiaco.
Fiancheggiato da un risalto tondeggiante che curiosamente non ha ancora un oronimo personale, supera l'altro in altezza di 81 m. e non sarebbe difficile da raggiungere da Forcella Alta se questa, incisione di cresta senza importanza, non fosse complicata da avvicinare, per il generale decadimento del sentiero di guerra che vi sale, durante la 1^ guerra mondiale il Pezovico fu rinforzato con opere difensive dai soldati italiani, e poi scavato alla base da due gallerie ferroviarie.
Ignorato da Antonio Berti nella guida "Dolomiti Orientali" e liquidato come poco importante nella guidina Rother sul Cristallo-Pomagagnon dei coniugi J. e A. Schmidt (1981), il Pezovico è stato brevemente considerato nel libro sul gruppo del Cristallo di Luca Visentini (1996); l'autore però, pur preciso nelle sue descrizioni, non fornì alcun dettaglio della salita, che non aveva compiuto, e si fondò su quanto riferitogli dallo scrivente, che sulla cima salì due volte.
​Rileggendo oggi la simpatica, in parte utile, guida Rother nel 40° anniversario dalla pubblicazione, e confrontandola con alcune immagini del Pezovico, scattate nello scorso settembre dai pressi della stazioncina di Fiames, ci ha incuriosito il paragrafo 43. Citando la parete S.E. del monte, che origina da Forcella Bassa, esso le dedicava poche righe, calcolandone l’altezza in 350 m. e affermando che, all’epoca, non risultava ancora salita.
Le due cime del Pezovico (foto I.D.F.)
​Dev’essere una delle poche pareti a Cortina di una certa prestanza a non vantare, almeno fino a quarant’anni fa, alcuna via, ma certamente una ragione ci sarà stata! L'unica via aperta fino ad oggi sul Pezovico risale la parete S.O., che si affaccia sulla Statale d'Alemagna. Tentata da Casara negli anni '40 e poi da due giovani Scoiattoli di Cortina, fu infine salita nel febbraio 1992 da Pozza e Petillo, che dormirono presso la cima e calarono quindi a valle verso nord. Per ora, sul versante di cui scriviamo, abbiamo soltanto la notizia privata di una risalita dell'ostico canalone che divide Quota 1933 da quella innominata, che da tempo abbiamo battezzato privatamente Quota 2014, opera in solitaria del giovane Albert Brizio, compiuta l’ultimo giorno d’estate del 1986.

30 set 2021

Autunno sul Col Rotondo dei Canopi

La cima che suggeriamo oggi, il Col Rotondo dei Canopi (Knollkopf in tedesco, in Comune di Dobbiaco, 2204 m), fu descritta da Paul Grohmann nella sua guida alle escursioni dolomitiche, già nel 1877: “Il Col Rotondo si innalza fra le valli dei Canopi e di Specie. Non è molto alto, ma poiché si trova isolato, offre una ottima vista circolare. La strada è buona”. Sicuramente qualcuno lo saliva però molto prima: la cima è un crestone allungato e coperto di mughi, che non si eleva di molto dall'altopiano di Pratopiazza, forse in passato ospitava anche greggi ed è accessibile senza difficoltà. Il Col riveste interesse per la salita non troppo faticosa, e per il panorama che apre su numerosi monti dolomitici: in primis sul Cristallo e la Croda Rossa, ma anche su gran parte delle cime d'Ampezzo e della Pusteria.
La miglior soluzione (per i pigri!) per salirlo è giungere a Pratopiazza in macchina o navetta, riducendo la salita a soli 250 m di dislivello. Se si ama camminare, invece, si parte dall'ex cantoniera a 1 km dal Passo Cimabanche, verso Dobbiaco. Qui inizia il sentiero 18, che all´imbocco della Val dei Canopi-Knappenfusstal confluisce in un altro proveniente dal Passo. Casomai possiamo seguire anche questo sentiero-stradina, che inizia sul valico di fronte allo Chalet. Ci inoltriamo quindi nella valle ai piedi dei dirupi del Col Rotondo, e subito c'immergiamo nella storia; stiamo ricalcando la via usata fin dal Medioevo dai minatori pusteresi, per scendere in Ampezzo e recarsi al lavoro nelle miniere del Col Piombin e del Fursil.
Circa a metà valle, in vista di una cascata, valichiamo il rio, deviamo a destra e con alcune serpentine risaliamo un costone. Se il sentiero fosse innevato o gelato, occorre fare attenzione, perché per un tratto si passa a picco sul torrente. Finita la salita, il sentiero diviene una stradina pianeggiante. La cima sta proprio sopra di noi, sulla destra: ad un ponte, pieghiamo a destra e oltre un prato traversiamo un po' al meglio nel bosco e su ghiaie, incrociando una mulattiera di guerra austriaca, marcata ma non segnalata e senza numero.
In cima, in una fresca domenica d'autunno (foto E.M.)
Seguendola, risaliamo con un largo giro il costone verso Pratopiazza, uscendo sul punto più elevato della cresta, dove c'è un ometto, una croce e resti di postazioni. Per tornare a valle, dal punto più a nord della cresta, che si raggiunge per tracce, si potrebbe scendere più avventurosamente su terreno ripido, tenendoci lungo una recinzione che divide i pascoli di Dobbiaco da quelli di Braies e giungendo sulla stradina toccata in salita.
Il Col Rotondo offre una gita semplice, in un bell'ambiente silvo-pastorale. Pur non essendo molto lontano da due frequentati rifugi e una malga, non è eccessivamente noto e battuto. Lassù c'è spazio per riposare, curiosare, fotografare scorci più o meno famosi: si tratta, insomma, di una gita inedita, remunerativa specialmente in autunno.

19 set 2021

Cima d'Ambrizzola, il fascino della storia

La salita nel luglio scorso, da parte di tre amici, di una vetta dolomitica tra le meno battute, la Cima d’Ambrizzola (Pónta d'Anbrizòra, nel nome ampezzano), dà lo spunto per queste note storico-geografiche, con cui desidero rivisitare la montagna.
La Cima è la sommità più elevata del piccolo gruppo della Croda da Lago-Cernera; toccando la quota di 2715 metri, surclassa di soli 6 metri la Croda da Lago vera e propria, la vetta più famosa del gruppo, che fu conquistata soltanto per terza dopo il Becco di Mezzodì e la nostra, nel 1884. Presenta due punte, la Nord e la Sud, unite da una piccola cresta, e la sua storia si è concentrata nell’arco di circa novant’anni. Primi a scalarla dal lato est, il 23.8.1878, furono i cugini e giovani guide Arcangelo e Pietro Dimai Deo, che accompagnavano P. Fröschels e F. Silberstein; i secondi salitori dell'itinerario, il 4.8.1881, furono le guide Santo Siorpaes Salvador e Giuseppe Ghedina Tomasc, con il cliente J. Stafford Anderson.
Becco di Mezzodì, Cima d'Ambrizzola e Croda da Lago,
dalla Rocchetta di Prendera (foto E.M.)

La cima fu poi visitata da ovest, prima da Leone Sinigaglia e Orazio de Falkner con Zaccaria Pompanin de Radeschi e Giuseppe Colli Pàor (Punta Nord, 1895) e poi da Berti e Rossi (Punta Sud, 1904); seguì R. Scheid, che nel 1905 superò in solitaria la gola sud-est. Nell’estate 1913 Tarra e Cappellari giunsero in vetta dalla spaccatura che separa la Cima dalla prospiciente Punta Adi; pochi giorni dopo la guida Bortolo Barbaria Zuchin portò l'Accademico Lusy sulla parete sud, dove fu toccato il V grado. Nel 1930 l’austriaco Peterka salì da solo da sud-ovest; due anni dopo Ghelli, Armani, Terschak, Degregorio e Ghiglione scalarono l’impegnativa parete nord-ovest della Punta Nord; nel 1933 Brunhuber e Coletti tornarono sulla sud, dove trovarono passaggi di VI. L’11 settembre 1966, infine, gli Scoiattoli Franz Dallago e Armando Menardi, ripetendo la via di Ghelli e compagni, aprirono una variante fino al VI grado, che ha messo praticamente la parola fine alla storia alpinistica della Cima, oggi quasi dimenticata e salita molto di rado. Una nota curiosa: la guida di Cortina Enrico Maioni, tuttora in attività, ricorda che la normale della Cima fu la prima via compiuta da professionista, col cliente iberico Manuel Bultó. Era l’estate del 1984.

8 set 2021

Torre Lagazuoi, 75 anni fa

Penso, con un po' di soddisfazione, di essere stato uno dei non moltissimi salitori di una cima che, all’epoca, trovai molto gratificante.
Sto parlando della Torre Lagazuoi, sui monti di Fanes, sulla quale mi portò Enrico in un pomeriggio di luglio del lontano 1981, per la via degli Scoiattoli. La via, aperta da Ettore Costantini, Luigi Ghedina, Ugo Samaja e Mario Astaldi esattamente tre quarti di secolo fa, l’8.9.1946, si sviluppa per quattro lunghezze di roccia solida, anche se sporca.
Foto S. Caldini
Ricordo che sull’itinerario, lungo una parete e un marcato spigolo che ci offrirono una giornata divertente, trovammo pochi, ma buoni chiodi, sicuramente risalenti ai primi salitori. La via ci piacque, ma soprattutto non ci lasciò indifferenti l’aver toccato la sommità di quella guglia, evidente per chi frequenta la zona del Lagazuoi, eppure non troppo calpestata.
Sulla cima ci accolse una piccola piramide di sassi coperta di licheni ed “antica”, allora, di trentacinque anni: per la discesa, ignorando le raccomandazioni generiche della guida “Berti”, attrezzammo alcune calate a corda doppia, infilandoci in un canalone scosceso e giungendo sani e salvi a casa quasi al buio.
Mi pare anche di ricordare che, dopo gli Scoiattoli, qualcun altro abbia tracciato una variante alla loro via, o una via nuova sullo stesso versante, dove peraltro mi pare ci sia poco spazio per scoperte. La Torre Lagazuoi rimane una delle cime che avemmo la ventura di conoscere e dove trascorremmo una bella giornata, animati dall’entusiasmo, dallo stupore e dalla voglia di fare dei nostri vent’anni.
Mi conforta rivivere quell’avventura, che fu una delle tante scoperte dei miei anni ‘80. Se anche l'avessi risalita ancora, sono certo che non avrebbe avuto lo stesso sapore.

4 set 2021

150° della prima ascnsione del Becco di Mezzodì

C’è ancora un po' di tempo, ma vale la pena anticipare che il 5 luglio 2022 cadrà una ricorrenza interessante per la storia d’Ampezzo: i 150 anni da quando due uomini salirono per primi l’inaccesso Becco di Mezzodì (Sasso di Mezzodì, nei verbali confinari di un secolo prima).
Il Becco fu la prima sommità del suggestivo gruppo della Croda da Lago, posto a sud-est della conca di Cortina, a suscitare l’interesse di qualcuno: il Capitano scozzese W.E. Utterson Kelso e Santo Siorpaés Salvadór, ardita guida alpina quarantenne che da anni andava aggiungendo al suo carnet le cime più ostiche del suo paese e non solo.
Al tempo della prima ascensione il Becco, che raggiunge i 2602 m. sul livello del mare, era 
Il Becco di Mezzodì
dal pascolo della Prensèra da Lago (foto E.M.)

condiviso senza problemi tra l’Austria-Ungheria a nord ed il Regno d’Italia a sud: da questa parte, dopo un’accurata ispezione, la guida stabilì di salire col Capitano, infilando due camini che daranno del filo da torcere ad alcuni suoi seguaci e ancora oggi costituiscono una barriera degna di rispetto.
Il punto d’appoggio per salire sul Becco, meta molto trendy almeno nel primo cinquantennio dell’alpinismo dolomitico ma oggi messa un po' in disparte perché di accesso non proprio breve, difficoltà ridotta, dolomia friabile, fu inaugurato il 2 settembre 1901, accanto all’incantevole Lago di Federa, per volontà dell’estrosa guida Giovanni Barbaria. Sul Becco si salì soltanto dal lato «italiano» fino al 1908, quando Bortolo Barbaria e Giuseppe Menardi affrontarono con due clienti e vinsero dopo un tentativo il difficile e muschioso camino che guarda il rifugio e da allora porta il nome dell'ostinato Bortolo, «Camino Barbaria».
Il centenario della conquista della cima, che fu per secoli la meridiana degli ampezzani, fu ricordato dalla Sezione del CAI con una sobria celebrazione il 30 luglio 1972. Quel giorno all’ingresso del rifugio, allora gestito dalla famiglia di Renato Siorpaés, pronipote di Santo, fu scoperta una targa in memoria del duo che si era spinto per primo su quella punta. Ci fu la Messa, poi alcuni Scoiattoli salirono la variante Costantini-Ghedina al Camino Barbaria, aperta nel 1942, e risultò una bella festa.
La ricorda un tredicenne che vi partecipò con il padre, e fin da allora era interessato alle montagne di casa e alle loro storie. Chissà se quel lontano festeggiamento si potesse rievocare?

17 ago 2021

Luigi Apollonio, guida alpina, a 43 anni dalla scomparsa

Luigi Apollonio «Longo» fu l'ultima guida alpina di Cortina a vedere la luce nel XIX secolo. Ragazzo del '99, carpentiere, soldato del Genio nella Grande Guerra, a ventisei anni ottenne dal Cai la licenza per portare turisti in montagna, che conservò poi fino agli anni ‘60.
Fratello di Pietro, guida dal 1934, fu spesso in cordata con Angelo Dibona e nel 1926 ottenne una medaglia d'argento al valor civile per uno dei primi soccorsi alpini compiuti a Cortina. 
Apollonio partecipò ad almeno cinque prime ascensioni. Nel luglio 1927 salì con il cliente Edward de Trafford l'inviolata Cima SO di Marcoira; nella stessa estate affrontò con Dibona ed Angelo Verzi la Torre Trephor, la più piccola guglia d'Averau, raggiungendola in traversata da uno spuntone vicino.
Nel luglio 1930, con Dibona e i fratelli Rinaldo ed Olga Zardini, contribuì alla prima salita assoluta della Cima Cason de Formin; il 3 settembre, con Dibona e l'americano  Paul Leroy Edwards, superò lo spigolo sud-sud-ovest della Tofana de Rozes ed infine, nel 1933, con i giovani colleghi Ignazio Dibona e Giovanni Barbaria salì lo spigolo sud-est della Croda Marcora.
Luigi Apollonio a sin,,
in Tofana de Rozes, settembre 1927

Apollonio, che era stato la guida, fra i tanti, anche dello scrittore Dino Buzzati, si spense all’improvviso il 17 agosto 1978. Abitava di fronte alla Chiesa della Difesa e di lui conservo un piccolo ricordo, risalente a due anni prima.
Per il programma radiofonico in ladino che allora conducevo, stavo raccogliendo le storie delle guide anziane ancora viventi: per questo mi ero rivolto a Celso Degasper, che in famiglia conoscevamo. Una sera d’autunno, con l'amico Cesare, registrammo l’intervista al disinvolto Degasper: le due domande iniziali però riempirono l’intera cassettina, esaurendone lo spazio e lasciando senza risposta le altre dieci che avevo preparato.
L'intervista fu piuttosto apprezzata dagli ascoltatori, e qualche giorno dopo, però, incontrai i coniugi Apollonio. La consorte di Luigi, Adelina Zangiacomi «Spazacamìna», si dimostrò un po' seccata nei miei riguardi e, mentre lui ci guardava sornione, disse «Anche il mio Ijùco (Luigino, n.d.a.) era una buona guida: mi ha portato pure sul Gran Paradiso!», sottintendendo quasi certamente «Perché non hai scelto di intervistare (anche) lui?»
Lì per lì, non seppi come motivare la mia scelta, ed arrossii come un gambero.

19 lug 2021

«I pionieri dell’alpinismo a San Vito di Cadore. Da Matteo “Pierossi” a Tita “Valier”» di Ernesto Majoni

Sarà presentato a San Vito, in Sala Polifunzionale, il prossimo 26 agosto alle 18.30, «I pionieri dell’alpinismo a San Vito di Cadore. Da Matteo “Pierossi” a Tita “Valier”» di chi scrive, promosso dal Consiglio direttivo della Sezione sanvitese del Cai, curato insieme all’ex Presidente sezionale Sabrina Menegus ed edito per i tipi di Grafica Sanvitese.
Con 64 pagine ricche d’immagini in bianco e nero, l’autore conclude il percorso avviato nel 2007 con le ricerche condotte per la stesura di «Da John Ball al 7° grado», uscito nel centocinquantesimo della conquista ufficiale del Pelmo, e per la successiva mostra fotografica «150 anni di alpinismo», curata da Aldo Menegus, Alberto Bonafede (guida alpina, caduto sul Pelmo nel 2011) col sottoscritto, e presentata a San Vito nell'estate 2008.
Il lavoro tratteggia succintamente e in modo scorrevole le biografie di diciotto valligiani che animarono l’alpinismo a San Vito, dall’800 alla 2^ guerra mondiale. Due di loro, Battista Belli Vecio ed Angelo Del Favero Auzel, non furono arrampicatori, ma un infallibile cacciatore ed esploratore del misterioso «Valon» del Pelmo l’uno, il primo custode del rifugio San Marco sul Col de chi da Òs, l’altro. Gli altri si distinsero come guide e portatori alpini, talvolta occupano la cronaca dolomitica – come Matteo Ossi, Giobatta Giacin, Luigi Cesaletti, Giobatta Zanucco, Giuseppe ed Arcangelo Pordon - talaltra restando più defilati, ma apportando comunque un valido contributo all’alpinismo d'esplorazione sulle cime della Valle del Boite.
La copertina  del volume
Il libro si chiude con alcune note sulla storia alpinistica di San Vito posteriore al secondo conflitto mondiale, dalla nascita (1947) della locale Sezione del Cai e del Gruppo Rocciatori Caprioli, nelle cui file crebbero ottimi alpinisti come Gianni Palatini, Giulio De Lucia, Emilio e Natale Menegus, Gianni, Marcello e Alberto Bonafede. E così via, fino ad oggi, con altri giovani che tengono viva la tradizione alpinistica del paese, in cui già nel 1860 si registravano le visite di pionieri d'Oltralpe come John Ball, William Utterson Kelso e Paul Grohmann, decisi a lasciare la loro impronta sulle cime che contornano il paese cadorino.
Con questo lavoro il Cai di San Vito vuole ricordare e onorare un gruppo di alpinisti determinati ma un po’ meno in vista rispetto ai colleghi della vicina Cortina, separati fino al 1918 da un confine politico, non linguistico né tecnico né ideale, che si frequentarono spesso nel comune proposito di far conoscere le Dolomiti.

Le due selvatiche cime del Pezovico (Gruppo del Pomagagnon)

Pilastro angolare del crinale dolomitico del Pomagagnon, disertato e severo angolo dei monti d'Ampezzo, il Pezovico – dal nome tanto ant...