12 set 2019

Punta Marietta, una cima misteriosa

Una cima in vista, in un punto fra i più visitati delle Dolomiti: nonostante questo, di essa non si conosce molto e riserva ancora interrogativi storico-alpinistici. Mi riferisco alla Punta Marietta, il torrione diviso in due guglie che si alza sul versante est della Tofana di Rozes, dalla schiena detritica lungo cui sale la via normale.
Sembra che la Punta celi qualche stranezza, dicevamo. Prima: la cima, quotata 2973 m, ha un nome italiano, pur essendo stata salita in epoca austro-ungarica (4/7/1894), da sudditi tirolesi (cliente J. Müller, guide Angelo Zangiacomi "Pizenin 'Sachèo" ampezzano e Luigi Bernard, fassano di Campitello). Come era frequente nel periodo pionieristico, le due guide erano già salite in vetta, per proporre poi al cliente una primizia.
Punta Marietta: sullo sfondo, la Tofana di Rozes
(foto D.D.V., 3.9.2019)
Seconda stranezza. La cima fu occupata a scopo tattico-strategico il 2/8/1915 da una pattuglia di Alpini: si potrebbe così supporre che l'avessero battezzata i soldati, forse col nome di qualche giovane della zona. Si è riscontrato però che il nome identificava la Punta assai prima della Grande Guerra (vedi Von Glanvell, Dolomitenführer - 1898); quindi la cima si chiamava così fin dalla conquista.
Dopo il conflitto, raggiunse la Punta per una nuova via il 29/8/1923 Oliviero Olivo - di origini cadorine - che in quegli anni sfiorò in solitaria il VI sulle Marmarole. C'è infine notizia di una terza via, opera di Bruno Menardi Gim, guida che fino al 1972 gestì il sottostante rifugio Cantore.
Due cordate, di cui una capeggiata da una guida ampezzana, su quella cima però persero un po' l'orientamento: non riuscirono a trovare la via originaria, e tanto meno la Olivo. Delle tre, l'una: o in un secolo (un po' di più, visto che il primo dei tentativi, quello senza guida, fu ideato nel luglio 1994 per ricordare il 100° della conquista), la geomorfologia della Marietta si è così modificata da sconvolgerne i versanti; oppure le relazioni seguite erano errate o ancora i salitori non ci capirono niente.
Resta il fatto che la Punta non la raggiunsero e uno dei quattro ogni tanto pensa ancora a chi abbia dato il nome alla cima, che si vede fin dal Cadore ed è tanto massiccia quanto ignorata dall'alpinismo.

6 set 2019

Punta Giovannina, oceano giallo-nero

Nel cuore delle Tofane, sul versante sud-ovest della Tofana di Mezzo, c'è una punta, separata da essa dalla Forcella del Valon, l'alta insellatura che tocca chi traversa dalla Tofana Terza o dalla Seconda al rifugio Camillo Giussani. 
La punta, quotata 2936 m, domina Forcella Fontananegra con una parete giallo-nera perlopiù verticale e strapiombante alta circa 350 m, e si chiama Punta Giovannina. 
Punta Giovannina, col rifugio Camillo Giussani
(foto D.D.V., settembre 2019)
Dubito siano in molti a conoscere l'origine di questo oronimo, legato a una donna. Il nome della Punta fu suggerito dalla guida Celso Degasper (1903-84) che il 5 ottobre del 1933, in cordata con il collega e coetaneo Giuseppe Dimai Deo (1903-46), salì per primo la Punta dal versante sud. 
Per festeggiare la salita, la Punta innominata fu dedicata a Giovanna Apollonio, consorte di Degasper. La via delle guide ampezzane sulla Giovannina, ripercorsa  per la prima, e con una certa probabilità anche unica volta, il 16 luglio 1951 in meno di tre ore dagli Scoiattoli Ettore Costantini (1921-98) e Bruno Alberti Rodela (1925-2002), oggi non si salirebbe più a causa di un franamento che la sconvolse qualche decennio fa. 
In compenso, sulla parete che guarda il rifugio Giussani, dal 1960 in poi sono stati tracciati altri itinerari. Iniziarono, in quattro giorni di scalata, Albino Michielli, Lino Lacedelli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel, che per la loro via impiegarono tre giorni; nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego e infine, nel 1996, Davide Alberti e Paolo Tassi hanno concluso, almeno fino a ora, la cronologia alpinistica della Punta.
Sulla sommità suppongo sia possibile arrivare con difficoltà moderate, in traversata da Forcella del Valon, ma non mi sento di confermarlo, non avendola mai raggiunta e mancando di notizie in merito.

22 ago 2019

Un paradiso da salvaguardare: la Sella dell'ex rifugio Popena

Nel 1938, sull'ampia sella tra il Corno d’Angolo e le Pale di Misurina, dove le Torri di Popena dividono la testata della Val Popena Alta in due conche e a pochi passi dal confine fra Auronzo e Ampezzo, il trentino Lino Conti aprì - a prezzo di grandi fatiche - un piccolo e grazioso rifugio. 
L'iniziativa mirava a fornire la zona di una base per salire e conoscere le cime dei dintorni (il severo Piz Popena proprio di fronte, il facile e malsicuro Corno d’Angolo dove salì anche Comici, il Cristallino di Misurina celebre in guerra, la Croda di Pousa Marza dominio di Michl Innerkofler, le guglie di Val Popena Alta testimoni dei quinti gradi di Dibona e Dulfer, le mansuete Pale di Misurina, la Punta Michele di Eckerth e poi di Casara), e anche per una frequentazione invernale della valle, da decenni meta scialpinistica. 
... e i ruderi stanno a guardare ...
(foto I.D.F.)
Il rifugio ebbe vita breve, poiché fu distrutto da un incendio nel secondo dopoguerra, e non più ricostruito. La questione del rifacimento è tornata di nuovo alla ribalta, sostenuta da un noto scrittore, ed ogni stagione potrebbe essere quella buona per avviare la "valorizzazione turistica" di quei sassi ultra settuagenari che occhieggiano malinconici sulla sella, un paradiso tra crode semi deserte. 
Il valico funge da snodo per escursioni e salite molto interessanti, e secondo molti la struttura sarebbe indispensabile, pur trovandosi solo a un’ora di cammino dal traffico di Misurina e in un contesto ambientale ben preservato. Il sottoscritto, dovendo scegliere, preferirebbe senz'altro che la sella – anziché l'ennesimo ristorantino d'alta quota con menù gourmet o una finta malga – ospitasse al limite solo un rustico ricovero per il maltempo. Sarebbe un “affare” per l'alpinismo, la storia e la natura, non certamente per l'economia. Però così la franosa Val Popena Alta non rischierebbe di ricadere nella banalizzazione, magari riempiendosi di “quad”, motoslitte e quant’altro, e si sottrarrebbe ai successi ed  eccessi di un turismo spesso cafone ed improvvido. Si attendono sviluppi: se non ne verranno, ci riterremo ugualmente soddisfatti e anche di più.

16 ago 2019

Giovanni, un rifugio e tre torri

Il 25 novembre 1939 morì in tarda età un ampezzano noto per intraprendenza, irrequietezza e originalità: Giovanni Barbaria detto Zuchìn. 
Falegname, divenne guida nel 1875 e fu la prima della seconda generazione. Andava in montagna anche perché - seppur molto giovane - aveva già famiglia (il primo figlio Bortolo, destinato anch'egli alla carriera di guida, era nato nel 1873). Forse qualcosa non girò per il verso giusto e così di punto in bianco l'estroso Giovanni se ne andò in America, senza preoccuparsi di avvisare i parenti. Dieci anni dopo fece ritorno e riprese tranquillamente la vita di sempre.
Il Tridente Cantore, dal rifugio omonimo
(cartolina anni '40, raccolta E.M.)
Al suo nome si contano alcune prime salite sulle cime della Croda da Lago, delle Marmarole e in Tofana. In quel gruppo, di fronte alla Tofanahütte inaugurata 133 anni fa (il 16 agosto 1886), col figlio e due austriaci il sessantenne Barbaria salì le guglie chiamate dapprima Wienertürme-Torri Viennesi e nel dopoguerra Tridente Cantore, in omaggio al Generale caduto lassù il 20 luglio 1915.
Intuendo lo sviluppo turistico dell'area del lago di Federa, dominata dal Becco di Mezzodì e dalla Croda da Lago e nota a turisti e alpinisti fin dal 1872, all’inizio del secolo Giovanni aveva voluto dotarla del primo rifugio del gruppo. Il terreno e il legname da opera glieli aveva donati la Magnifica Comunità d'Ampezzo, che nel contratto di concessione inserì anche una clausola curiosa: “... non abusare nel somministrare bevande ai pastori” della vicina malga di Federa. Non si sa la guida se l'abbia rispettata in pieno.
Il rifugio aprì il 2 settembre 1901, ma non ebbe vita facile; quattro anni dopo Barbaria si stufò e lo vendette, trovando l'acquirente nella Sektion Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco. Nonostante la zona richiamasse già molti alpinisti, i guadagni non corrispondevano alle aspettative del proprietario: si diceva però che Giovanni non negasse mai da bere ai visitatori amici, ovviamente gratis!
Conclusa la parentesi da rifugista, il Zuchin continuò come guida ancora per qualche tempo; con la Grande Guerra, come altri colleghi, si pose a riposo e passò il resto della sua esistenza ricordando il passato e trasmettendo le sue esperienze ai giovani, tra i quali il nipote Giovanni, guida dal 1931 ed ultimo del ramo familiare, cessato con lui nel 1982.

7 ago 2019

Amedeo Girardi e le "sue" vie nuove

Sulla lapide posta nel cimitero di Cortina a ricordo dei cittadini benemeriti, appare il nome di Amedeo Girardi "de Amadio" (1877-1933). Conduttore dell’Hotel Vittoria, alla fine del 19° secolo - quando studiava legge a Innsbruck – s’impegnò politicamente a favore dell’irredentismo, cosa che nel suo paese, per ovvi motivi, non poteva essere apprezzata. 
Torre Grande d'Averau, parete nord
della Cima Nord (foto E.M.)
Di Girardi e della sua militanza filo-italiana, però, si è dato conto in altre sedi. Qui l'uomo interessa perché, tra le varie attività, trovò anche il tempo di fare dell'alpinismo. Nelle cronache del primo '900, infatti, lo si trova citato più volte. La prima il 17 agosto 1910 quando, col farmacista Leopoldo Paolazzi e le guide Angelo Dibona "Pilato" e Celestino de Zanna "de Bèpe de Pòulo" (coetaneo di Amedeo, disperso in Russia nel 1915), Girardi fece parte dei conquistatori dell'arcigno Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Posto di fronte all'omonimo Col, il campanile - un centinaio di metri di buona dolomia - fu salito in quattro ore con l’uso, insolito per il capocordata Dibona, anche di alcuni chiodi. Nell'ottobre successivo, con le stesse due guide l’albergatore partecipò alla prima salita della parete nord della Torre Grande d’Averau - Cima Nord: nella cordata iniziale, verticale ed esposta, i tre incontrarono difficoltà di V, che superarono senza usare mezzi artificiali. 
Nel mese di settembre 1911 Amedeo tornò sulle torri d'Averau dove, sempre con Dibona, firmò la prima ascensione di ambedue le guglie (la Bassa e la Alta) che formano la Torre Quarta. Gli ampezzani tracciarono due itinerari di difficoltà media, molto frequentati ancora oggi. 
Altre informazioni sull’alpinista Girardi, per ora, non ne ho trovate: penso comunque che nel periodo antecedente la Grande Guerra, ricco di successi per l’alpinismo ampezzano, abbia vissuto sicuramente altre avventure. Queste contribuirono ad arricchire la storia locale e a far sì che il suo nome resti ancora presente su ben quattro cime attorno a Cortina.

25 lug 2019

Chi scoprì la variante al "Camin de Frasto" sulla Punta Fiames? Piccolo mistero dell'alpinismo ampezzano

Conosco bene la via Dimai-Heath-Verzi sulla Punta Fiames del Pomagagnon e la sua storia. Pur avendo consultato varie fonti bibliografiche però, non sono ancora riuscito a rispondere a uno di quei micro-enigmi che solleticano la curiosità e arricchiscono la storia dei nostri monti.
Chi scoprì, e quando lo fece, la risolutiva variante al passaggio chiave della via sulla parete sud-est della Punta, classica intramontabile aperta nel 1901?
La variante, lunga forse 30 metri e abbastanza tosta, aggira lo scuro camino, scivoloso se bagnato dall'acqua che cola dall’alto, che ha preso il nome di «Camin de Frasto» dopo una tragicomica avventura accaduta lassù al corpulento Teofrasto Dandrea «Jàibar».
Lungo il "Camin de Frasto" (foto F.G.)
Per evitare il camino quando non era in buone condizioni, per tradizione si usciva alla base, si traversava sul labbro sinistro e, stando attenti alla trazione della corda sullo spigolo intermedio, si rimontava l'espostissima parete parallela al camino; su di essa, almeno ai nostri bei tempi, faceva mostra di sé un chiodo, che dava la giusta sicurezza per mirare in alto senza guardare in basso.
Nelle descrizioni e schizzi delle guide d'arrampicata, anche di quelle recenti e più analitiche, non ho trovato traccia della furba scappatoia che, allo scrivente come a molti altri, consentì di eludere più volte lo scabroso anfratto, salito per la prima volta dalla guida Antonio Dimai e oggi valutato 4b. Il camino ha affidato all’aneddotica l'immagine di «Frasto» (1862-1944), insegnante, oste e albergatore che nel triennio 1898-1901 resse la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco e si rese benemerito in vari ambiti. Proprio in quel camino, il 13 settembre 1905 Dimai «Tone Deo» e Verzi «Tino Sceco» riuscirono a mettere bonariamente un freno all’abituale arroganza del loro compaesano. Ma della variante nessuno sa alcunché.

22 lug 2019

Il poco noto "Troi dei milezinche"

Lungo la Strada Statale 51 d’Alemagna, poco prima di Carbonin-Schluderbach e accanto alla tabella che precisa la quota altimetrica, un piccolo slargo a bordo strada ospita spesso veicoli in sosta. Quando ve ne sono, solitamente appartengono ai battitori di un sentiero che nessuna pubblicazione o cartina considera, ma esiste ed è noto sia nella valle d'Ampezzo sia in Cadore e in Pusteria. 
Il sentiero si chiama “Troi dei milezinche” (“sentiero dei millecinquecento”), “Troi de Mariano” o (secondo una recente testimonianza) "Sentiero blu". Anzitutto, qual è l’etimologia del nome? Il primo, più diffuso significato nasce dal fatto che il sentiero inizia proprio a quota 1500 m. Il secondo ricorda Mariano Gaspari "Baldo", falegname ampezzano deceduto nel 1990, che lo percorreva spesso, decantandolo a paesani e amici; il terzo, più banale, deriva dal fatto che la traccia è segnata con pochi bolli di colore blu. 
Ma dove si trova, e a cosa serve? Col "Troi" si può salire all’altopiano di Pratopiazza-Plätzwiese tenendosi lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, nel pieno della fascia boschiva che sovrasta la Strada Statale 51, ed esso è meno lungo e più piacevole della carrareccia che sale da Carbonin al rifugio Vallandro. 
Il “Troi” inizia sulla strada, s’inerpica piuttosto ripido per un tratto, percorre una terrazza boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una recinzione di pascolo tra i territori di Dobbiaco e di Braies, a 1900 m circa e presso alcune sorgenti si unisce alla carrareccia che percorre la Val di Specie, di recente dedicata a Paul Grohmann.
Il Col Rotondo dei Canopi,
dal termine del "Troi dei milezinche" (foto I.D.F.)
Facile da smarrire in un paio di punti, qualche anno fa fu segnalato con qualche bollo, poi cancellato forse da cacciatori, decisi a difendere la "privacy" venatoria della zona. Pur trovandosi in Pusteria è conosciuto anche da diversi appassionati della nostra provincia e non, e pure chi scrive l’ha percorso più volte, d'estate come d’inverno. 
È singolare, ma non ci turba per nulla, che la traccia non sia universalmente pubblicizzata, e venga praticata - in alternativa alla lunga e monotona strada bianca - solo da pochi buongustai, che accedono per un paio d’ore a una zona solitaria, certamente più calpestata da animali che da esseri umani.

Punta Marietta, una cima misteriosa

Una cima in vista, in un punto fra i più visitati delle Dolomiti: nonostante questo, di essa non si conosce molto e riserva ancora interrog...