31 ott 2019

Sulla Punta della Croce, cercando la solitudine

Elevazione centrale delle tre che caratterizzano la porzione a occidente della dorsale del Pomagagnon, già nota ab antiquo a cacciatori e pastori, fino al tardo '800 la Punta della Croce non aveva né un nome né una quota precisi.
Il nome glielo diede una croce, probabilmente di legno, piantata sulla cima da Giuseppe Ghedina Tomasc, la guida morta in circostanze poco chiare sul Nuvolau il giorno dell'apertura del rifugio omonimo, l'11 agosto 1883. La quota che la contraddistingue è quella di 2297 metri sul livello del mare.
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai (da Brite, foto E.M.) 
Non si sa perché Ghedina volle segnalare con una croce quel risalto di cresta, d'importanza tutto sommato relativa. Poco marcato, però, soltanto se lo si guarda dal lato nord, sul quale cala con un pendio di rocce e ciuffi d'erba verso i Prati del Pomagagnon, antica sede di pascolo di pecore. 
Sul lato di Cortina, invece, dalla Punta scende una parete solcata da un'evidente fessurazione; parete che – per quanto sia soltanto in parte verticale – supera i 600 metri d'altezza. 
Pur essendo stata scalata già all'alba del 20° secolo dal germanico Felix Pott con le guide Giovanni Siorpaes e Agostino Verzi, la Punta della Croce non gode della fama delle sue vicine, la Punta Fiames e il Campanile Dimai. Nemmeno la via più agevole per la cima, che richiede circa mezz'ora da Forcella Pomagagnon e presenta difficoltà nel complesso ridotte, suscita eccessivi entusiasmi, anche se fino agli anni '70 la Punta era una delle mete previste nelle gite estive delle guide ampezzane. 
Domenica 31 ottobre 1999, giusto vent'anni fa, era una giornata di sole e di cielo, proprio rubata all'estate; intorno a mezzogiorno giungevo di nuovo, con gli amici Claudia e Alessandro, sulla cima, dove passammo un'oretta di beata contemplazione. Perché mi piaceva la Punta (ma tutta la dorsale del Pomagagnon mi è sempre piaciuta), e perché la salii più volte, fino a quel giorno d'autunno, dopo il quale mi sono sfuggite le occasioni di tornarci? 
Perché una volta sulla sommità, dove non c'è più traccia della croce e ti accoglie soltanto un ometto di sassi, basta spingere lo sguardo - viene quasi spontaneo - sulla dirimpettaia Punta Fiames, cima alla moda e animata per vari mesi all'anno da ferratisti e scalatori. Ci si renderà conto che la Punta della Croce è sì una montagna di minore rilevanza, ma anche un'oasi di solitudine, che merita di essere cercata.

20 ott 2019

Marino Bianchi, il "Signore delle Montagne", a 50 anni dalla scomparsa

Marino Bianchi non è più tra noi. Era un uomo che adorava la montagna. Un uomo che per «andare in montagna» non era mai stanco. Era un uomo tranquillo, aperto, dedito alla famiglia, libero da preconcetti, desideroso di riuscire in qualunque cosa nella vita. Era legato ad un lavoro silenzioso a contatto con la natura, nato perciò per fare la guida alpina. Marino ha tratto in salvo molte persone che si erano ferite in montagna, senza prendere nessuna ricompensa, era perciò un uomo di buon cuore. Scalò tutte le vette delle Dolomiti ed il Kilimangiaro. Dopo ogni impresa descriveva con grande signorilità le sue impressioni sulle scalate. Morì la sera del 23 ottobre 1969 cadendo dalla Torre del Lago. Il giorno prima della tragedia disse: «Sono vecchio, ma la montagna mi vuole molto bene.»” (E.M.)
È il testo, comprensivo di un paio di piccoli errori, del componimento scritto da me undicenne, sotto la guida della docente Betty Menardi, nell'anno scolastico 1969-70 per “La nostra valle” (numero unico dedicato a Cortina d'Ampezzo dalla classe 1a D della Scuola Media Statale), in ricordo della guida Marino Bianchi. Il giornalista in erba che esordiva con quel breve scritto quasi mezzo secolo fa, per il quarantennale dalla morte dedicò poi a Bianchi la biografia “Il Signore delle Montagne” e oggi vuole ricordarlo ancora una volta a cinquant'anni esatti dalla fatale caduta del 21 ottobre 1969 sui monti di Fanes.
Marino Bianchi (1918-1969)
Nella valle d'Ampezzo e non solo, la memoria di Marino “Fouzìgora” è ben viva: nei congiunti e negli amici, in chi lo conobbe, gli fu compagno nel lavoro e in montagna. Il ricordo rimane nelle vie aperte sulle rocce dolomitiche e africane, nella ferrata da Forcella Staunìes alla cima del Cristallo di Mezzo, nel documentario dedicatogli dal regista Giuseppe Taffarel nel 1962, in tante fotografie, nel libro del 2009 e nella guglia della Croda da Lago che porta il suo nome. 
In quest'occasione, vada ancora un pensiero a quella figura di uomo sempre disponibile, di sportivo e alpinista impegnato sulle montagne e nel paese, dagli anni '30 fino all'ultimo giorno. Ad una persona che ha lasciato una traccia luminosa nella storia di Cortina del ventesimo secolo.

15 ott 2019

Angelo Colle, guida alpina d'altri tempi

Ripercorrere la vita di qualcuno attraverso immagini non è sempre agevole, ma utile comunque per scoprire cosa ci sia dietro ambienti, situazioni, volti. Una vecchia foto, inerente all’alpinismo e utile per questa prova, risale al 1913 e ritrae 19 guide alpine di Cortina d'Ampezzo.
Dovrebbe essere l'ultima fotografia ufficiale di un gruppo di guide di Cortina prima della Grande Guerra, che stravolse senza rimedio le usanze antiche e aprì mondi nuovi. Lo sfondo del ritratto, che ne segue altri risalenti al 1893, 1897 e 1901 e non include comunque tutte le guide in servizio, dovrebbe essere l’Albergo, poi Rifugio Cinque Torri, amato punto di ritrovo fin da inizio secolo. 
Tra i signori con tanto di barba, cappello e mustacchi come d'uso si vedono Antonio Dimai (1866-1948, 4° da sinistra seduto), e Angelo Dibona (1879-1956, seduto davanti nel mezzo). Una delle guide in posa non tornò dal fronte (Celestino de Zanna, 1877-1915, 4° da sinistra in seconda fila); un’altra, Agostino Verzi (1869-1958, 1° da destra davanti), risulta aver calcato montagne fin quasi alla 2a guerra mondiale.
Non mancano personaggi passati nella storia senza clamori; ad esempio Angelo Colle (3° da sinistra seduto), nato esattamente centocinquant'anni fa, dall'aspetto quasi pingue e dallo sguardo bonario e sornione. La Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., fondata nel 1882, gli aveva permesso di svolgere la professione di “Bergführer” all’età, ormai quasi veneranda per l’epoca, di 36 anni, dopo aver respinto più volte le sue domande di ottenere la licenza. Nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” del 1905, Colle è registrato ancora come “aspirante”, accanto ai giovani Arcangelo Colli, Celestino de Zanna, Florindo Pompanin e Baldassare Verzi.
Ottenuta l’agognata autorizzazione, Colle se la tenne stretta e la rinnovò sino al 1932, gestendo nel contempo per un periodo il rifugio Antonio Cantore, ricavato dalla caserma di Forcella Fontananégra, tra le Tofane di Rozes e di Mezzo e nei pressi della storica Tofanahütte. 
La guida vantava un'unica prima ascensione, la Cima V di Furcia Rossa nel gruppo di Fanes. Su di essa, il 6 agosto 1909 il Nèno scortò i tedeschi Thiel, Jung e Kleyensteuber, lungo un tragitto poi agevolato in guerra da cospicui lavori, poiché tutta la linea di cresta fu saldamente in mano agli austriaci.
Di Colle, spentosi nel 1960, non rimane la memoria di ardite imprese alpinistiche, ma più quella di un esponente della Belle Époque ampezzana a cavallo tra Otto e Novecento. Leggendo tra le righe, nel ritratto di gruppo del 1913 pare di scorgere, più che una rude guida, quasi un dandy brillante e loquace, disposto a intrattenere il pubblico durante le sue avventure alpine con battute e storie, e magari anche a spararle grosse.

4 ott 2019

Quelli della Fessura Dimai in Cinque Torri

Angelo e Giuseppe Dimai "Déo" furono due grandi alpinisti ampezzani. Nipoti di uno dei primi a far conoscere le cime della valle ai pionieri venuti da lontano, il guardaboschi Angelo Dimai, erano figli di uno degli esponenti più significativi dell'esplorazione dolomitica tra fine '800 e la Grande Guerra, Antonio, "Tone" Dimai. Seguendo la tradizione della famiglia, che nel suo ambito contò ben sette guide, lo divennero anche loro, Angelo nel 1922 e Giuseppe nel 1925.
Saliti subito alla ribalta con ascensioni di rilievo sui monti di casa, il 29 giugno 1927 i fratelli salirono la Torre Grande d'Averau da sud con l'amico Arturo Gaspari, aprendo una via (la "Miriam") che divenne presto famosa e dopo tredici anni toccò la 100a ripetizione.
Il 31 agosto 1932, in una mattina piovosa, Angelo, Giuseppe e il collega Celso Degasper superarono in sole due ore la fessura sottile e diritta come un fuso che taglia la parete est della Torre Grande. La via Dimai-Degasper, nota a Cortina come "El Ris", un mese e mezzo dopo l'apertura era già stata salita dieci volte e nel tempo fu apprezzata da molti personaggi famosi, sia italiani che stranieri.
La Torre Grande,: sulla sinistra
 la Fessura Dimai-Degasper   (foto E. Maioni)
Angelo e Giuseppe continuarono poi la loro attività con importanti ascensioni, rendendosi celebri soprattutto con la prima della Nord della Cima Grande di Lavaredo, scalata in tre giorni con Emilio Comici. Era l'estate 1933, e l'impresa rimane una pietra miliare nella storia dolomitica.
Dopo la prima salita, Giuseppe ripeté la “sua” fessura per altre tre volte; nel 1934 aprì con tre colleghi la "Diretta Dimai", ancor più dura della vicina fessura, e fece la guida fino al 1943; poco più che quarantenne, fu purtroppo stroncato da una malattia. Secondo la testimonianza raccolta dallo scrivente in una escursione con lui, il fratello Angelo arrampicò invece fino ai primi anni '50, assumendo nel contempo cariche amministrative di rilievo in società locali.
Angelo conservò fino alla fine una grande passione per le crode. Il 14 agosto 1983 chi scrive lo trovò ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, dov'era salito con alcuni parenti nel giorno esatto del 50° dell'ascensione della Nord della Grande, che consacrò sì il nome del triestino Emilio Comici, ma anche quello dei due fratelli di Cortina.

In memoria di Lino Lacedelli (1925-2009)

Caro "babo" (zio) Lino! Oggi sono giusto dieci anni da quando te ne sei andato. Tante persone ti hanno conosciuto, ti hanno fre...