29 ott 2018

Il Camino Pompanin sulla Croda da Lago

Fino a oggi la guida alpina di Cortina deceduta in età più avanzata è Zaccaria Pompanin, Şàcar de Radéšchi, nato a Zuel il 26 agosto 1861 e scomparso il 22 marzo 1955, sulla soglia del novantaquattresimo anno. 
Şàcar fece parte del periodo aureo dell’esplorazione dolomitica: ottenuta l'autorizzazione a fare la guida nel 1892, lavorò senza interruzioni per più di un trentennio, ritirandosi a 65 anni quando ormai si parlava di direttissime e di sesto grado.
Sfiorare il secolo di vita pare sia un genotipo familiare, se è vero che tre figlie della guida superarono i novant'anni: Maria, vedova Fontana (classe 1892) si spense novantaseienne; Oliva "Lia" (classe 1894), coniugata con Francesco Bernardi "Cuto Agnèl", giunse a novantacinque; Zita (classe 1905), coniugata con Luigi Michielli Pelèle, al momento della scomparsa di anni ne aveva centotré. 
La più celebre impresa ideata e condotta da Zaccaria, che lasciò la sua firma su una quindicina di nuovi itinerari, è il "Camino Pompanin", che risale la parete nord-ovest della Croda da Lago, in vista dell'alta Val Formin. 
1913. Le guide di Cortina:  Zaccaria Pompanin
è il 2° da sinistra, seduto
L'itinerario, percorso il 28 agosto 1895 col musicista Leone Sinigaglia (1868-1944) e la guida Angelo Zangiacomi "Şachèo" (1861-1937), offre ai visitatori un camino verticale di settanta metri che richiede una arrampicata tecnica e fu di moda tra '800 e '900.
Oggi gran parte degli alpinisti non sarà più neppure in grado di localizzare il camino, che tra i due secoli portò alpinisti da tutta Europa al Rifugio Barbaria, poi Reichenbergerhutte e infine rifugio Croda da Lago-Gianni Palmieri sul lago di Federa. 
Forse su un paio delle vie del “Zacca”, che si dice salisse nei camini come un felino, qualche nostalgico si gratterà ancora le dita nelle belle stagioni: è il destino dell’alpinismo antico, che - a prescindere dal cambio dei gusti e dai mutamenti morfologici di tanti itinerari - il più delle volte ormai richiede troppa fatica e sacrificio per essere gustato.

19 ott 2018

Roberto Pappacena, "ampezzano d'Abruzzo"

Roberto Pappacena, abruzzese di Lanciano classe 1923, spentosi a Bologna il 16 ottobre alla bella età di 95 anni, se non un alpinista, è stato sicuramente un uomo della nostra montagna.
da Il Notiziario di Cortina.com, 15.01.2013
Stimato docente di lettere come la consorte Gianna scomparsa qualche anno fa, negli anni '70 fu preside della Scuola Media Statale di Cortina; animò il Circolo Artistico nel periodo del suo fulgore; fu un fine critico d’arte; fondatore e vivace collaboratore di alcuni periodici e non da ultimo scrittore di storie paesane e delicato poeta di spessore  nazionale (l’ultimo suo lavoro, la raccolta “Tu” dedicata alla moglie, è del 2012). 
Sono davvero molte le qualità che hanno caratterizzato il professore, presente da decenni tra le Dolomiti, che amò e frequentò spesso; al proposito, citava più volte la disgrazia accaduta il 2 settembre 1967 sulla ferrata Merlone della Cima Cadin Nord Est, in cui morirono Armando Benozzi di Mestre e Silvio Pastrello di Mirano, saliti in comitiva con Pappacena, Augusto Menardi e la guida Marino Bianchi.
Cittadino di rilievo di Cortina, Pappacena ha sfiorato il secolo di vita in salute e freschezza d’intelletto. Chi lo ha conosciuto un po' di più saprà che non era certamente propenso a celebrazioni, citazioni, medaglie al merito; ma nel “dies obitus” non gli dispiacerà che la notizia della sua dipartita appaia anche su questo blog di montagna, in ricordo della sua attività, dei suoi meriti, del lungo e appassionato impegno per la cultura locale, portati avanti con energia, entusiasmo e bontà d'animo. 
Caro “Pappa” (il diminutivo affettuoso col quale in molti lo conoscevamo e non c'entra nulla col Papa, come qualche malevolo ha supposto): anche da qui le giunga un pensiero, colmo di stima e di riconoscenza.

13 ott 2018

Nuovo libro per il 50° del rifugio Staulanza

Domenica 23 settembre, la famiglia Sala “Tuze” ha voluto ricordare con un raduno raccolto ma festosamente animato, il cinquantesimo compleanno del rifugio aperto il 1° luglio 1968 ai 1783 metri del Passo Staulanza, tra Pelmo e Civetta.
Il rifugio, ideato da Olivo e Luigia Sala di Borca, all'inizio aveva sede in un prefabbricato ligneo, consolidato e ampliato nel tempo fino a conseguire l'aspetto e le dimensioni attuali e offrire gli agi di un albergo pluristellato; da oltre vent'anni è gestito da Marco, figlio di Olivo, con la moglie Cristina e i figli Giulia e Luca.
Il raduno, tenutosi in un luminoso pomeriggio sulla terrazza esterna del rifugio - sul quale troneggiano imponenti il Pelmo e il Pelmetto - ha visto l'afflusso di autorità, amici e conoscenti dal Cadore, da Cortina, dalla Val Fiorentina e da Zoldo. Hanno portato il proprio saluto e apprezzamento per la tenacia imprenditoriale della famiglia, i Sindaci Bortolo Sala di Borca, Silvia Cestaro di Selva e Camillo De Pellegrin di Val di Zoldo, Comune in cui ricade il rifugio. Poiché il territorio di Staulanza appartiene al censuario della ricostituita Regola di Borca, era presente anche il Presidente di quest'ultima, Omero De Luca.
Ernesto Majoni (Socio Accademico di Cortina del Gism - Gruppo Italiano Scrittori di Montagna), in omaggio all'amicizia con la famiglia ha scritto il volume in ricordo del cinquantenario, “Staulanza 1968-2018. Un rifugio e la sua storia”, 72 pagine ben illustrate, reperibile al rifugio o presso i proprietari. Durante il raduno, Majoni ha preso la parola per illustrare la genesi e il contenuto del lavoro, soffermandosi sulla constatazione che la storia dei rifugi alpini non è solo quella di fabbricati in quota, ma prima di tutto quella di chi li ha ideati, condotti e amati, come i “Tuze” che dal 1968 offrono la loro ospitalità montanara tra la Val Fiorentina e quella di Zoldo.
Una gustosa merenda, rallegrata dalla musica suonata da un gruppo locale e da qualche giro di valzer degli intervenuti, ha abbellito l’incontro, concluso nel tardo pomeriggio con l’auspicio di ritrovarsi in futuro; chi potrà, è invitato fin d'ora al prossimo compleanno del rifugio Staulanza!

5 ott 2018

Un incidente "grottesco" sulla Torre Wundt

Mi sono stupito, leggendo delle circostanze del recupero - avvenuto il 21 settembre - di due spagnoli sui Cadini di Misurina. 
Dopo aver superato la fessura Mazzorana-del Torso sulla Torre Wundt, non trovando la via di discesa, i due hanno tentato di tornare per quella di salita, bivaccando “senza particolari difficoltà” (penso nella grotta del quarto tiro), “fortunati nel riparo su una sosta con anello cementato” come riporta la stampa. 
Le corde non potevano non incastrarsi; così si sono bloccati e alle sette del mattino hanno dovuto essere prelevati dal Cnsas, con l'intervento dell'elicottero e l'uso di un verricello di 65 metri.
Un incidente può sempre capitare, ci mancherebbe altro, e per fortuna si è risolto in breve senza “bisogno di cure mediche”, ma le modalità della disavventura sfiorano, è il caso di dirlo, il "grottesco".
La via Mazzorana (200 metri di 4° grado) sale a SE, quindi perlopiù al sole e in vista del rifugio Fonda Savio, da cui dista solo 10 minuti. Il "neo", evidenziato alla stampa dal gestore del rifugio - lo stesso che nel 1986 cementò i chiodi di sosta lungo la salita e parte della discesa - è che si deve scendere “seguendo un altro itinerario”, la via normale a N: nonostante la tecnologia, “molti questo non lo sanno, e tornano indietro trovandosi poi in difficoltà” perché la fessura è contorta e le corde non scorrono, come è accaduto agli spagnoli.
Sulla Fessura Mazzorana, 27.8.1984
La via sale di fronte al rifugio, quasi a tiro di voce: e nessuno ha visto o sentito niente? Il gestore, che penso collabori ancora col Cnsas, non poteva salire o far salire qualcuno a "salvare" i due iberici, senza dover chiamare l'elicottero da Bressanone? Con le raccolte di scalate scelte che ci sono in libreria, gli smartphone e il Gps che ci insegue ovunque, nel 2018 ci si può perdere su una cima così trafficata?
Salii per la prima volta la Mazzorana molti anni fa, il 12 agosto 1981: usavo ancora il Berti, non conoscevo la discesa, non c'erano chiodi cementati e non avevamo né telefonino né attrezzature sofisticate, ma in montagna ci vuole anche un po' d'ingegno. Dala cima vedemmo tracce nelle ghiaie e un chiodo con cordini poco sotto, e da lì scendemmo. 
L’accaduto è quasi incredibile, e colpisce la “mia” Torre, che ho salito e disceso quasi venti volte, con le mie forze; per fortuna, o semplicemente perché ci si informava e si guardava bene dove si andava.

2 ott 2018

Col Jarinei, una "via normale" lunga 5 minuti

In una frizzante giornata d'ottobre, ci è capitato di conoscere un punto panoramico ignorato dalla folla e senz’altro particolare: la sommità più elevata del  crinale boscoso del Col Jarinéi, che si dirama da Forcella Sonforcia (detta anche de Col Jarinéi) verso nord, dominando il sottostante pascolo e la baita dei cacciatori. 
Col Jarinei, a un passo dalla cima
(foto I.D.F.)
La cima, costituita da affioramenti rocciosi ricoperti di vegetazione e quotata 2102 m, ha un pregio: si raggiunge in soli cinque minuti di cammino dalla citata Forcella, solitario valico prativo a 2069 m sulla displuviale che dalla Rocheta de Prendera si allunga verso nord a separare le testate della Val Federa e della Val d’Ortié. 
Una traccia di passaggio, opera di bestiame e sottolineata da un bollo di vernice su di un masso, immette sul culmine della dorsale, interessante da completare scendendo fin dove si esaurisce sui pascoli bassi verso Federa. 
La zona, sede ab antiquo dell’alpeggio della Regola di Ambrizzola e di battute di caccia, è riservato ad un escursionismo tranquillo e selezionato (quel giorno lassù trovammo soltanto altre due persone, di Cortina): l’atmosfera è malinconica, davvero raccomandabile. 
Non ci fu possibile intravvedere le “jarines” (pernici di monte) che hanno dato il nome alla cresta, e fu un peccato: in compenso gustammo la pace di un angolino fra i meglio conservati dei nostri monti, che auspichiamo si conservi così anche in avvenire.

3 novembre: sulla via Adler al Monte Popena

In una giornata veramente "da urlo", con l'amico Carlo - oggi docente universitario a Trieste - salii per la prima volta la v...