30 lug 2018

Pensando alle vie di tanti grandi alpinisti

Saranno forse constatazioni solo intime e immeritevoli di un post; ma avendo visitato negli anni tante montagne, oggi trovo un motivo di orgoglio nel ripensare agli itinerari percorsi su di esse che recano il nome di grandi personaggi dell’alpinismo remoto, prossimo e presente.
Due cime ampezzane, due vie normali
di grandi alpinisti che non mancano nel mio carnet

Seguendo questo pensiero, che non vuole scadere nell'auto-celebrazione, perché riguarda cose normali di una persona normale, e certamente non “giorni grandi” alla Bonatti, Casarotto o Maestri, ho radunato alcuni dati per ricordare. In oltre trent'anni di galoppate, mi è occorso di ricalcare con corda e moschettoni, ma anche senza, le orme di numerosi alpinisti che hanno lasciato un segno nella storia: penso a itinerari aperti da John Ball e Antonio Berti, Severino Casara ed Ettore Castiglioni, Emilio Comici e Marino Dall'Oglio, Sandro Del Torso e i Dibona, i Dimai, Hans Dulfer e Paul Grohmann, gli Innerkofler e Gustav Jahn, Julius Kugy e Piero Mazzorana, Reinhold Messner (anche una via del re degli 8000!) e Tita Piaz, e poi Santo Siorpaes, Luis Trenker, Wolf Von Glanvell...
Per non parlare di vie realizzate da Scoiattoli e guide di Cortina, dal Vecio a Strobel, o da capicordata meno noti alla massa, ma protagonisti di molte scoperte, come Otto Ampferer e Paolo Bonetti, Marcello Bulfoni e i cacciatori ertani, Andrea Colbertaldo e Piero Dallamano, Michele Happacher e Ingenuin Hechenbleikner, Hans Klug e Severino Lussato, Heinrich Noë, Gianni Orsoni e Fred Wiegele... Dall'elenco mancano comunque tanti autori di vie rinomate e acquisite al patrimonio collettivo ma spesso troppo dure, come Riccardo Cassin, Luigi Micheluzzi, Alziro Molin, Gino Soldà, Hans Steger e decine di altri...
Ora che ho messo sulla carta l'elenco (l'idea mi è venuta sfogliando la recente biografia, di Alfredo Paluselli che riguarda Tita Piaz, del quale a fine luglio 1985 con Paolo salii la via Maria sul Sas Pordoi), penso di avere onorato il debito con una schiera di alpinisti di cui sono lieto di aver calcato le orme. Un giorno, ad uso solo statistico e intimistico, alla sfilza di nomi citati potrei collegare quelli delle vie su cui mi è occorso di mettere mani e piedi, e delle quali conservo emozioni e ricordi nella mente e nel cuore.

27 lug 2018

27.7.1978-27.7.2018: ricordo di Severino Casara, poeta delle Dolomiti

14.8.1976: durante una gita alle Tre Cime con mio padre e mio fratello, un temporale ci obbligò a ripararci al rifugio Lavaredo dove, tra la folla, riconoscemmo Severino Casara. L’alpinista era a Cortina in occasione del 20° della scomparsa di Angelo Dibona, per presentare il suo film "Cavalieri della Montagna", girato trent’anni prima proprio in Lavaredo. La guida ampezzana era uno degli interpreti dell'opera, riproposta qualche anno fa ad Auronzo in una rassegna di film di montagna organizzata dal Cai.
Avevo diciott'anni e iniziavo ad appassionarmi di libri di alpinismo; di Casara avevo letto "Il vero arrampicatore" e "Preuss l'alpinista leggendario", sapevo vita, morte e miracoli di rocciatori, cime e scalate, e con grande emozione entrai in confidenza con l'avvocato vicentino, figura significativa e ingiustamente criticata dell’alpinismo del ‘900. Lo portammo a percorrere la facile ferrata “Giovanni Barbara” allo Sbarco de Fanes; d’inverno ci sentimmo al telefono e l’anno dopo, quando Casara tornò a Cortina col compagno di cordata Cavallini, visitammo con lui il cimiterino di San Vito di Braies nel quale, ai piedi della Torre del Signore, voleva essere sepolto. 
L'anno dopo, Enrico e io salimmo il camino N della Torre Toblin dietro il Rifugio Locatelli, per una via sinceramente bruttina aperta da Casara nel 1923; scattammo alcune fotografie e le spedimmo all'avvocato, che le gradì molto. Prima di iniziare l'Università, con un amico fui suo ospite a Vicenza e passammo insieme una bella giornata, parlando solo di montagne. Uomo semplice, dimesso e cordiale, Casara era già molto malato, ma non lo sapevamo; si spense il 27 luglio 1978, e a quel ventenne entusiasta che ero allora dispiacque molto, come se avessi perduto un amico d'infanzia.
Spigolo NO del Pelmetto da Staulanza: cartolina inviata
da Casara a Majoni il 17.12.77
Per conservare qualcosa della sua vita alpina, oltre alla cartolina del Rifugio Staulanza che m’inviò nel 1977 con gli auguri di Natale, iniziai a raccogliere i suoi libri, partendo da quello che giudico il più suggestivo, "Al sole delle Dolomiti". Trovai a caro prezzo "Arrampicate libere nelle Dolomiti", poi “Il libro d’oro delle Dolomiti”, “Fole e folletti delle Dolomiti” e altri, che oggi conservo in biblioteca.
Una volta, a chi gli chiese un parere su Casara, un alpinista che passa per uno dei più forti del mondo rispose che lui si occupava soltanto di grandi personaggi, non di “mezze figure”.
La “mezza figura” sarebbe stato lui, Severino Casara, nato a Vicenza il 26.4.1903. Di famiglia numerosa, crebbe in una casa serena e religiosa. Iniziò ad arrampicare già da bambino sul castello di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore, col nonno che lo guardava terrorizzato, lo aiutò a scendere e come regalo gli affibbiò ... un ceffone. Il 3.11.1918 Severino sale a Trento in bicicletta per assistere alla liberazione della città dagli austriaci. Nel '19 pedala fino a Cortina, Dobbiaco, Brunico, Bolzano, Trento e torna a casa per la Valsugana. L'impresa non è da poco: aveva solo sedici anni, e le strade e i mezzi non erano quelli di oggi...! Frequenta le tendopoli della Sucai e si avvicina alla montagna, iniziando nel 1920 con la prima salita italiana della Punta Frida in Lavaredo. 
Nel 1921 apre sui monti di casa la prima via nuova; l’anno dopo giunge in Dolomiti, dove ne scopre altre. Nel 1924 gli itinerari nuovi sono 10; nel 1925 12, compresa la contestata salita sul Campanile di Val Montanaia. Seguono 9 vie nel 1926, anno in cui inaugura sul Popena Basso una palestra di roccia per Misurina; il 19 settembre di quell'anno risale sul "campanile più bello del mondo” per l'inaugurazione della campana di vetta. Nel 1927 festeggia la laurea con una via sulla parete SE della Croda Marcora, e apre 9 nuovi tracciati; 10 nel 1928, 14 nel 1929, di cui uno con Comici, 4 nel 1931. Poi l'irruenza giovanile diminuisce, subentrano impegni e difficoltà e sulle Dolomiti torna meno frequentemente. 
Nel 1936, con Walter Visentin, sale lo spigolo NO del Pelmetto, nel 1938 tenta con Comici la parete E del Montanaia, ritirandosi per il maltempo. Apre altre tre vie nel 1940 e nel 1942 scappa in Cadore; è antifascista e in pianura per lui tira una pessima aria. Si rifugia in Val d'Ansiei e su quelle crode apre 5 vie nel 1942, 3 nel 1943, 11 nel 1944 (fra cui una molto dura sul Mescol e una sulla Punta Michele, con l'ultrasessantenne guida e amico Angelo Dibona), 7 nel 1945, con la prima salita della torre dedicata a Comici in Lavaredo.
Tornata la pace, risale sulle Dolomiti: sono 4 le vie nuove del 1947 e 2 quelle del 1949. Si sposta quindi in Oltrepiave, dove ne apre 6 nel 1950, 3 nel 1951, 2 nel 1954 e 2 nel 1961. Ha sessant'anni quando, con due bellunesi, apre l'ultima via dolomitica, una variante diretta alla Preuss sulla Piccolissima di Lavaredo; ma l’ultimissima scoperta è del 1972, un 3° grado sulla Bottiglia delle Grime nelle Piccole Dolomiti.
Autografo sdi Severino Casara
Casara aprì tutte le sue vie in libera e solo due in artificiale, sulla Cima d’Auronzo (1937) e sul Salame del Sassolungo (1940): in entrambe era con Comici, che poco dopo il Salame morì in falesia in Val Gardena. In totale le prime assolute di Casara dovrebbero essere oltre 150, un numero importante per la storia delle Dolomiti. 
Il palmarès del vicentino conta poi salite classiche, invernali e sciistiche, e basta per dimostrare che fu un ottimo alpinista, anche se da capocordata non si spinse oltre il 5° grado. Non era solo un entusiasta e un fantasioso, un romantico malato di roccia; era un idealista puro, un uomo schietto.
Lasciata l’avvocatura, iniziò a scrivere, pubblicando nel 1944 “Arrampicate libere nelle Dolomiti” (II ed., 1950), sulle sue amate montagne. Seguirono “Al sole delle Dolomiti” (1947); “Cantico delle Dolomiti” (1955); “L’arte di arrampicare di Emilio Comici” (1957, II ed. 2010) e “Le meraviglie delle Alpi”; “Fole e folletti nelle Dolomiti” (1966); “Le Dolomiti di Feltre” (1969); “Preuss l’alpinista leggendario” (1970). Postumi usciranno “L'incanto delle Dolomiti” e “Il libro d’oro delle Dolomiti”. A nome suo ci sono altri due libri senza anno d’edizione, “Arrampicare come Comici” e “Rapsodia africana”, e un inedito, “Sulle Dolomiti del Piave”, stampato pochi anni fa per completare la trilogia dedicata alle valli del Boite, dell'Ansiei e del Piave. 
Casara voleva scrivere anche il saggio “Processo ad un alpinista”, per raccontare la sua verità sugli strapiombi N del Montanaia e sulla linciatura morale che derivò da quella salita, secondo taluni inventata per farsi un nome. Il saggio non uscì mai; forse non fu mai scritto, anche perché nel suo archivio non se n’è trovata traccia. La questione degli strapiombi è stata riesumata nel 2008 da Dalla Porta Xydias e poco dopo da Gogna e Zandonella Callegher in “La verità obliqua di Severino Casara”. 
L’opera del vicentino annovera dunque 14 titoli letterari. Oltre che alpinista e scrittore, però, Casara fu anche regista cinematografico. Iniziò nel 1947 con “Cavalieri della Montagna”, girato d’inverno con lui stesso nella parte di Comici, Cavallini in quella di Preuss e Angelo Dibona in quella del custode del rifugio Longeres, e terminò l'esperienza nel 1967 con ”Gioventù sul Brenta”, in cui alcuni giovani salgono in Brenta per far festa ma poi, calamitati dalla montagna, rimangono ad ammirare il trentino Diego Baratieri, da solo sul Campanile Basso. In un ventennio, tra corti e lungometraggi, Casara girò 27 lavori, spesso permeati dalla stridente retorica di metà '900, ma tutti nati da sentimenti genuini, privi di finzioni e pieni d’amore per la montagna. 
Questo fu Severino Casara, la “mezza figura” secondo l'infelice definizione di un “grande”. Il Casara delle vie nuove sulle Dolomiti Orientali; dei libri che gli valsero l'ammissione al GISM, dei film, delle conferenze, delle foto, delle amicizie. L’uomo che per la Montagna subì la gogna, solo perché avrebbe raccontato una prima salita ritenuta impossibile per uno come lui. Non si è mai saputo se salì davvero gli strapiombi del Montanaia, perché non ci sono testimoni, ma processarlo non serve. L’inflessibile opinione pubblica e il “puro” mondo degli alpinisti lo inchiodarono crudelmente, e così per mezzo secolo Casara si portò addosso un macigno e rimase un bravo alpinista, ma un emarginato. Ne valeva la pena?
Quello che poteva diventare il Torrione Casara,
dalla Val Orita (foto E.M., luglio 2008)
Nel 1978 avevo pensato di onorare l’amico scomparso: non con una via, ma addirittura intestandogli un torrione senza nome ai piedi della Croda Rotta sul Sorapis. Ero convinto che fosse (e forse è ancora) inviolato: ha una struttura possente ma non ho mai capito se sia una cima indipendente o non piuttosto solo una piramide  di dolomia in bilico sulle ghiaie della Val Orita. 
Pensavamo di provare a salirlo, e in caso dedicarlo al vicentino che si era consacrato alle Dolomiti, inviando relazioni, schizzi e fotografie alle riviste in cambio di un po’ di gloria. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; forse il torrione era troppo difficile, forse la roccia non meritava di rischiare, forse non eravamo motivati o poco organizzati. Non se ne fece nulla e fu un peccato; ancora oggi, quando lo vedo, quello per me è sempre il Torrione Severino Casara!

24 lug 2018

1993-2018, nozze d'argento con l'Aiàrnola

Un quarto di secolo fa, il 25 luglio 1993, con mio fratello e l'amico Carlo decidemmo di far visita a un monte un po' "lontano" dal nostro solito raggio d'azione: l'Aiàrnola, tra Auronzo e Padola. 
immagine da: abcdolomiti.com

Tre domeniche prima eravamo saliti sulla vetta, poco distante e assai remunerativa, del Monte Rinaldo, e ci stuzzicava tornare da quelle parti, che al tempo non conoscevamo. Negli anni ci furono altre occasioni di frequentare i monti tra le Dolomiti Orientali e le Alpi Carniche, e oggi ritengo di aver conosciuto a sufficienza molte delle cime che incorniciano il Comelico.
Della traversata dell'Aiàrnola però mi resta solo qualche impressione, non credo di aver scattato neppure fotografie. Partimmo dal Passo Sant'Antonio di buon'ora, e della gita mi sono rimasti impressi alcuni momenti topici: l'accesso alle rocce tra prati e abetaie umide di rugiada; la traccia di salita sempre più erta, fino all'incrocio col sentiero che giunge dal lontano fondo della Val d'Ansiei; alcuni passaggi di roccia. nonostante l'età e l'allenamento, assolutamente non banali e infine, oltre gli impegnativi mille metri di dislivello, la visuale che si aprì dalla cima immersa nella solitudine.
Alla merenda e al riposino sotto il sole di luglio, seguì la discesa, su rocce friabili e delicate, a Forcella Valdarìn, in un'atmosfera fattasi di colpo nebbiosa e fredda, che aggiunse un po' di pepe alla traversata. Nel primo pomeriggio eravamo di nuovo al Passo, soddisfatti della nuova salita ma senza neppure una birra, poiché era tutto chiuso e abbandonato.
Quel 25 luglio, sui 2456 m della “fosca Aiarnola” di carducciana memoria, un mondo che mi parve quantomai remoto e isolato, non eravamo solo in tre. Accanto a noi vedevo i cacciatori, i pastori, i topografi cadorini e comelicesi e poi Franceschini e Bareggi, Mazzorana e Zandegiacomo, Sacco e De Zolt, Martini e Zambelli, i De Martin Pinter: tutti coloro che su quella cima hanno lasciato tracce di storia, contribuendo a far conoscere e apprezzare l'”avamposto del Popèra”, un angolo di mondo che purtroppo non abbiamo più toccato.

20 lug 2018

Giulio Apollonio: alpinista, progettista e protagonista del turismo ampezzano

La storia turistica, soprattutto impiantistica, di Cortina non può dimenticare Giulio Apollonio, deus ex machina della Freccia nel Cielo, una delle funivie più importanti d'Italia che permette di guadagnare senza fatica la Tofana Seconda o di Mezzo – cima più alta d'Ampezzo, simbolo alpinistico dal quale il 29.8.1863 Paul Grohmann schiuse con Francesco Lacedelli "da Melères" le porte alla conquista dei monti della valle - e godere da lassù di un colpo d'occhio senza pari.
Giulio - classe 1896 - si laureò nel primo dopoguerra in ingegneria. Buon rocciatore, il 9.9.1920 compì con Angelo Dibona, Isidoro Siorpaes Péar e Fritz Terschak la prima salita "in Ampezzo italiana" della via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes. Il 3.8.1922, con Dibona, Enrico Gaspari e Agostino Cancider, fu tra i secondi salitori, a tredici anni dall'apertura, dello spigolo Jori della Punta Fiames, una delle più severe scalate dolomitiche dell'epoca.
Apollonio tra Dibona e Siorpaes, sulla parete S 
della Tofana de Rozes, 1920 (foto Terschak)
Seguendo la tradizione familiare, che vide lo zio Annibale tra i fondatori della Società Alpinisti Tridentini (di cui fu consigliere nel decennio 1881-90) e il progettista dei primi singolari rifugi “a cubo” del Trentino, Giulio Apollonio presiedette la SAT nel 1942-44 e 1949 e ne fu consigliere nel 1934-41, 1948 e nel triennio 1950-1952. Gran parte della sua attività professionale fu rivolta alla progettazione e al restauro dei rifugi alpini, e il suo impegno confluì nello studio “Come costruire i nostri rifugi”, presentato al LXX Congresso del Club Alpino Italiano, svoltosi a Lucca nell'estate 1958.
Il nome dell'ingegnere è legato soprattutto a un fortunato modello di bivacco in legno e lamiera per il ricovero di alpinisti ed escursionisti. Apollonio lo ideò durante la seconda guerra mondiale e lo attuò a Cortina nel 1954, inaugurando il bivacco fisso a Forcella Grande, tra le crode di Fanes: dedicato a Gianni Della Chiesa, il manufatto fu poi demolito per vetustà e utilizzo inappropriato nel 2013. Il ricovero modello Apollonio, dell'ampiezza media di 6 mq, non era a semibotte come quelli installati nelle Alpi Occidentali fin dagli anni Venti del '900, ma a parallelepipedo con tetto arcuato e 9 brande che, rovesciate, diventano ripiani e tavolini; una novità era il sistema di areazione, assicurato da una presa d’aria sulla porta e uno sfiatatoio sul tetto.
Comproprietario del Grand Hotel Savoia, in esercizio nel 1923, e presente a Cortina anche in ambito amministrativo, negli anni Sessanta Giulio promosse il progetto della funivia in tre campate dallo Stadio Olimpico del Ghiaccio a 3195 m, sotto la vetta della Tofana. Lo seguì e poté vederlo terminato nell'estate 1971. 
Morì il 9 agosto 1981, lasciando all'alpinismo e alla valle nativa una cospicua eredità tecnica, culturale e di accoglienza in campo turistico.

13 lug 2018

Curiosità di storia: la prima guida turistica di "Cortina italiana", 1923

Nonostante ostinate ricerche, fino a un anno fa supponevo che l'attività pubblicistica di promozione del turismo a Cortina svolta per decenni da Federico Terschak, alpinista, dirigente sportivo e scrittore di chiara fama, avesse esordito nel 1929.
È quello, infatti, l'anno cui risale la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, pubblicata dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per almeno quindici volte (fino al 1970) sia in italiano che in tedesco, con titoli e presso  editori diversi. 
Grazie a un incontro con un amico, anch'egli appassionato dell'editoria  su Cortina, però, ho dovuto rivedere le mie nozioni in materia. Terschak aveva esordito come autore di pubblicazioni turistiche a 24 anni, editando col padre Emil - allo scoppio della Grande Guerra - la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”. La guida, interessante pezzo d'antiquariato ristampato con accrescimenti e miglioramenti da S. Hirzel a Lipsia già nello stesso anno della prima edizione, contiene molte immagini, tra le quali alcune di scalate e rifugi alpini scattate da Federico, buon alpinista con e senza guide ed eccellente fotografo.
Passata Cortina all'Italia, nel 1923 la Tipografia Ronzon di Longarone licenziò subito la prima opera di Terschak in italiano, intitolata semplicemente “Guida di Cortina”; il giovane Federico ne risultava editore, mentre le sorelle Apollonio, titolari di un “negozio di chincaglieria” sul Corso Vittorio Emanuele, ne detenevano la proprietà riservata.
Munita di una carta stradale automobilistica curata dall'ufficio viaggi di Albino Dandrea con le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso”, gli orari degli autoservizi e alcuni box pubblicitari, in una quarantina di pagine la Guida contiene gli argomenti essenziali per conoscere Cortina: cenni storici sulla valle, descrizione del paese, passeggiate, gite, attività invernali e cenni pratici, terminando con l'elenco di alberghi, ville e case private, esercizi e servizi turistici. 
Nel piccolo volume, privo di immagini e sicuramente non comune, c'è tutto il germe dell'entusiasmo di Terschak, un germanico che - dopo la baraonda della 1^ Guerra Mondiale e l'aggregazione di Cortina alla Provincia di Belluno – s'impegnava per far continuare l'ascesa del paese nel firmamento turistico internazionale: un progetto meritevole di plauso, di una persona che non va dimenticata.

9 lug 2018

La pace alpina dei Śuoghe

Chi conosce e frequenta quei luoghi estranei al tempo e allo spazio, li denomina “I Śuoghe”, ma la toponomastica ampezzana identifica il punto più strategico della dorsale, in prevalenza boscosa, che scende a est della Croda de r’Ancona fino allo sbocco della Val di Gotres, come “Ra Ciadénes”. 
Un secolo fa, sui Śuoghe i combattenti di entrambi gli schieramenti furono costretti a passare per attaccare e difendere la sottostante posizione di Son Pòuses, e contro la dorsale fallirono senza rimedio i tentativi di assalto portati dal Regio Esercito fin dal giugno 1915. 
La quota 2053, coperta di conifere e distinta da un segnale trigonometrico, e quella - 50 m più bassa e su terreno aperto - dove la traccia di sentiero aperta dai soldati (già segnata e numerata, ma dismessa da decenni per problemi di manutenzione), giungendo lassù dalla SS 51 incontra quella che sale dalla Val di Gotres, offrono uno scenario solitario e struggente, e la possibilità di osservare sia opere belliche che fauna selvatica in un contesto di autentica pace. 
La zona, per fortuna poco reclamizzata, è un'ottima meta primaverile per misurare i garretti in vista di ben altri impegni, e di escursioni autunnali per sfidare la neve, che lassù pare arrivi spesso in ritardo rispetto ad altrove. 
Del resto, il pendio alberato e percorso da più tracce, che s'inerpica da Ospitale per 563 m di dislivello fino alla sommità della dorsale, è ben esposto al sole e al vento, tanto che è capitato di salirci d'inverno su terreno quasi asciutto. 
L'ultima salita in vetta, 26.11.2006
(foto I.D.F.)
Oggi non onoro più l'appuntamento che per anni avevo instaurato coi Śuoghe, ma resta dolce e indelebile il ricordo dell'ultima occasione in cui traversammo da Ospitale a Gotres in condizioni tardo-estive: era un'irripetibile domenica di fine novembre, vissuta fino agli ultimi istanti di cammino. 
Vale sempre l'auspicio di non sapere né vedere se anche lassù dovessero prendere piede le valorizzazioni, talvolta aberranti, di "promotori turistici" di ogni provenienza, che infrangerebbero definitivamente l’atmosfera di quel magnifico mondo. 
Anche da grande ho visitato i Śuoghe o Ra Ciadenes, fondamentali in guerra e quasi dimenticati in pace, sempre con la stessa curiosità e la gioia dello studente che salì per la prima volta lassù coi genitori, firmando a matita la trave di colmo della casamatta sommitale quasi cinquant'anni fa, il 1° maggio 1972. 

5 lug 2018

Punta Nera, cresta sud: una sola ripetizione?

Credo sia noto che, nelle indagini che mi diverto a svolgere sull'alpinismo a Cortina, sulla sua storia più che centenaria e su molti suoi personaggi, compare spesso un uomo dalla vita lunga e movimentata: Federico "Fritz" Terschak, alpinista, scialpinista, dirigente sportivo e scrittore germanico accasato in Ampezzo, che dagli anni '10 fin quasi ai '70 del secolo scorso fornì importanti contributi alla storia locale.
Per decenni Terschak esplorò a fondo - con la corda come con gli sci - la conca dov'era giunto bambino e dove si spense nel 1977, quasi novantenne, lasciando sui monti ampezzani molti percorsi inediti e oggi in massima parte snobbati dalle mode. 
Uno di questi riveste per me una certa curiosità: la cresta sud della Punta Nera, salita il 10 agosto di novantanove anni fa da Terschak e Isidoro Siorpaes, al tempo referente delle guide per la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco (ribattezzata nel 1920 Sezione di Cortina d'Ampezzo del Cai). L'interesse della via, più che nelle sue caratteristiche tecniche, sta nella cornice storica: fu infatti la prima via di roccia - e unica del 1919 - aperta sulle Dolomiti divenute da pochi mesi italiane.
Da S. Vito verso la Punta Nera (cartolina
austriaca del 1910, raccolta E.M.)
La via Terschak, di sviluppo chilometrico e con peculiarità esplorative in un contesto selvaggio, che inizia poco lontano dal trio di case di Dogana Vecchia, per quattro secoli confine di Stato, si conclude a 2847 metri sulla sommità martoriata dai fulmini della Punta Nera. Essa ha avuto almeno una ripetizione: quella di Antonella Fornari, cadorina d'adozione, scrittrice prolifica e cultrice delle vicende della Grande Guerra in Dolomiti.
Non ho i dati che, da "cronista di paese", servirebbero a contestualizzare meglio il fatto (data della ripetizione, nome dei compagni di cordata, ore impiegate, difficoltà riscontrate, eventuali curiosità), né immagini specifiche della cresta, ma sono riuscito a convincere Antonella a fissare qualche flash della sua lontana avventura in un pezzo, apparso nel numero Estate 2018 della rivista “Le Dolomiti Bellunesi” col titolo di “Sulla Punta Nera per la cresta sud”. 
Tanto può bastare, per integrare la storia e la memoria di Terschak, della Punta Nera, dell'alpinismo del primo '900 sulle Dolomiti a cavallo del confine, di una via che mi piacerebbe aver conosciuto.

3 novembre: sulla via Adler al Monte Popena

In una giornata veramente "da urlo", con l'amico Carlo - oggi docente universitario a Trieste - salii per la prima volta la v...