1 apr 2020

Una proposta per l'estate che verrà: la malga Tessenbergeralm

La Tessenbergeralm (che non va confusa con la quasi omonima Tesselbergeralm - Malga Montassilone, posta a 2127 m. fra Percha-Perca e Uttenheim-Villa Ottone in Val Pusteria), è una rustica malga che sorge a 1950 m. poco lontano dal confine italo-austriaco: purtroppo però, svolge servizio di apertura soltanto d'estate.
Si raggiunge da Tessenberg, frazione di Heinfels nella porzione austriaca della Val Pusteria, mediante una comoda strada forestale lunga circa 5 km e usata d'inverno come pista di slittino, ed è una meta escursionistica d'oltre confine facile e interessante.
Quando la frequentavamo, era condotta da un simpatico sudtirolese che, stanco di gestire un "pista-bar" nel caotico comprensorio sciistico di Plan de Corones, era riuscito ad acquistarla nei primi anni '90.
La Tessenbergeralm, nella Val Pusteria austriaca
La Tessenbergeralm sorge oltre il limite del bosco, seicento metri sopra il paesino che le ha dato il nome; da esso si raggiunge, in 90 minuti di cammino.
Alla malga e alla zona circostante è legata una escursione della Sezione del Cai di Cortina, organizzata proprio un 1° di aprile di qualche anno fa, in un momento in cui - nella prima metà della salita - la neve lasciava già spazio ai crochi.
Ad essa parteciparono ben 30 nostri soci, fra i quali Lino Lacedelli, le sue due sorelle e altri amici oggi scomparsi. L'escursione al ristoro, che quasi nessuno dei gitanti aveva mai sentito nominare, fu molto apprezzata e qualcuno fece anche il proposito di tornarvi con lo slittino; a causa della chiusura invernale, però non è più occorso di pensarla come una meta a se stante, dove sgranchirsi con la neve.
Sopra la malga, in occasione dell'escursione del Cai, come "aperitivo" salimmo in quattro o cinque anche un'elevazione con una croce, che poi dalla cartina seppi chiamarsi Glinzzipf (2126 m.): una cima senz'altro minore, ma silenziosa e con un panorama mozzafiato sulle Dolomiti di Lienz e su quelle di Sesto. La consiglio come proposta per l'estate che verrà.

29 mar 2020

Il Piz Checco e la memoria di un grande pioniere

È possibile che il pioniere dell’esplorazione dolomitica Francesco Lacedelli, noto come «Chéco da Meleres», nella sua valle non abbia ancora neppure un angolo che lo onori? 
Ci sono, bisogna pur dirlo, la targa marmorea in cimitero sulla quale il suo nome è inciso al terzo posto, e quella all’inizio di Via Grohmann, che lo ricorda assieme al suo primo e affezionato cliente: ma null'altro. 
Ovvero: qualcosa c’è, ma non si sa esattamente dove sia e se esista ancora! Sfogliando il volume di Grohmann «Wanderungen in den Dolomiten» (1877), che centocinque anni dopo Toni e Giuseppina Sanmarchi resero finalmente accessibile a chi non sa il tedesco, traducendolo in «La scoperta delle Dolomiti. 1862», è emerso un riferimento. 
Nella precisa e partecipata cronaca della conquista del Sorapis, Grohmann propose un oronimo con il quale intendeva battezzare «un sottile rilievo, una guglia che Checco salì ad esplorare» durante la prima ascensione del grande "3000" ampezzano, compiuta il 16 settembre 1864 con Lacedelli e il guardaboschi Angelo Dimai Deo. 
Chéco da Melères, 1865
Secondo l'austriaco, la guglia, posta a cavallo della «Forcelletta Pian della Foppa, la più alta del gruppo del Sorapiss», dalla quale «scendevano ripide le rocce nell’imponente Fond de Rusecco» non aveva un nome per i cadorini: il versante sud del Sorapis ricade, infatti, nel territorio di San Vito, allora parte del Regno d’Italia. Fu così che Grohmann pensò di denominarla Piz Checco, «in onore dell’uomo al quale tanto devo per la mia attività nelle Dolomiti». 
156 anni dopo l’incredibile tour de force del trio, che per salire sul Sorapis, scendere e tornare a Cortina camminò quasi senza sosta per 22 ore (notare che Chéco aveva quasi settant'anni), il Piz non è semplice da individuare sul terreno e nei documenti posteriori.
Nonostante anche il nome si sia perso, rimane però l’unico omaggio fatto a Lacedelli, che non fu solo un cacciatore e un alpinista, ma anche un abile orologiaio e un combattente per la libertà. Chéco morì novantenne il 30 agosto 1886, pochi giorni dopo l’apertura a Forcella Fontananégra del secondo rifugio della conca ampezzana, tra due delle cime che aveva conquistato: la Tofana di Mezzo e quella di Rozes.

22 mar 2020

Torrione Guido Lorenzi, una cima da conoscere

Poiché non sappiamo quando si potrà avvicinare di nuovo, o anche solo fotografarla dal basso senza una giustificazione opportuna, facciamo un volo pindarico verso una cima sicuramente poco nota della valle d'Ampezzo: il Torrione Guido Lorenzi. 
L’occasione viene dalla recente scomparsa di Candido Bellodis, uno dei cinque che lo scalarono per primi sessantun anni fa: deceduti Bruno Menardi, Beniamino Franceschi e Claudio Zardini, del quintetto è ancora tra noi soltanto Carlo Gandini. 
Dove ci troviamo? Al cospetto di un «pronunciato spuntone che, a foggia di prora, si stacca sul versante meridionale della Costa del Pin», «intitolato dai primi salitori alla memoria dello Scoiattolo cortinese Guido Lorenzi»
Il Torrione, per chi lo volesse localizzare, è evidente dalla sella di Cimabanche, e ci si passa sotto traversando da Pratopiazza per la forcellina «della Quaira del Pin»; probabilmente poche persone lo fanno d’estate, forse qualcuna di più d’inverno con gli sci. 
Indubbiamente fuori dal mondo, il luogo non ha grande rilevanza confronto ad obiettivi più gettonati; può attrarre più che altro dal punto di vista della storia e della memoria. 
Guido Lorenzi, lo Scoiattolo e guida morto giovanissimo nel 1956 a seguito di un incidente sul lavoro, oltre che dal Torrione è ricordato dal rifugio a Forcella Staunies (attualmente chiuso), dedicatogli dal collega «Mescolin», che lo costruì e lo gestì per decenni con la moglie Antonia. 
Da Valfonda verso la Croda Rossa d'Ampezzo.
Il Torrione Lorenzi è in basso a destra (foto E.M., 2011)
Gli Scoiattoli che s’inventarono di salire la cima il 17.6.1959, formavano due cordate: in una c'erano Bellodis e Zardini e nell'altra Franceschi, Menardi e Gandini. Essi giunsero in vetta rispettivamente per la parete e lo spigolo S (V grado) e per il camino S (IV) dopo tre ore di salita. 
Del Torrione oltre a quelle che ci dà la guida Berti, ci sono poche attestazioni: ma  la cosa non è importante. Per gli appassionati di storia alpinistica conta il ricordo dell’avventura di quei giovani (Bellodis e Franceschi, avevano 27 anni, Zardini 26, Menardi e Gandini, solo 20); conta il fatto che lo sfortunato Lorenzi sia ancora presente tra le sue montagne, e soprattutto conta il ricordo di chi non c’è più. 

14 mar 2020

In ricordo di Candido Bellodis, Scoiattolo e guida

Ieri se n'è andata la seconda guida ampezzana in ordine di età, tra quelle ancora in vita: Candido Bellodis, il "Fantorìn". Valente artigiano lattoniere, Bellodis era nato nel 1932; divenne guida autorizzata nel 1956 e fu anche maestro di sci. Scoiattolo dai primi anni ‘50, si mise in luce a vent'anni iniziando con il coetaneo Beniamino Franceschi Mescolin (deceduto nel 2001) una serie di scalate di grande rilievo. 
Il 23 gennaio 1953 esordì con la prima salita invernale della via Dallamano-Ghirardini sulla parete O del Cristallo, con il Mescolin ed Elio Valleferro. Il 26 luglio con Lino Lacedelli, il Mescolin e Claudio Zardini partecipò alla sua prima nuova salita, la parete S del Cernera, visibile da Selva in Val Fiorentina; un sesto grado che si dice non sia mai stato ripetuto. 
Nel giugno 1954 toccò a un altro sesto grado dolomitico: il "Gran Diedro" SE della Croda dei Rondoi in Val Pusteria, salito in giornata con Franceschi, Zardini e Bibi Ghedina; l’anno seguente a Ferragosto Candido superò, in venti ore con un bivacco in parete e con l’inseparabile Mescolin, l’ambita parete NO della Torre d'Alleghe, nel gruppo della Civetta. Un mese prima, sempre con Franceschi, aveva salito in diciotto ore consecutive il Torrione S del Pelmo, difficile pilastro che domina il sottostante rifugio Venezia-Alba Maria De Luca. 
1956. Scoiattoli di Cortina allo Stadio Olimpico
del Ghiaccio. Candido Bellodis è il 2° da sinistra
Nel 1959, ancora una volta col Mescolìn, Candido fu al centro della polemica con gli svizzeri Albin Schelbert e Hugo Weber, per la conquista della Direttissima sulla parete N della Cima Ovest di Lavaredo. Dopo la pacificazione delle due cordate la via, conclusa il 6 luglio, fu battezzata «Via Italo- Svizzera». Nel corso della sua attività, il Fantorin aprì anche altri itinerari nei gruppi del Cridola, Cristallo, Spalti di Toro, Tofana e Tre Cime; nel settembre 1970, con Luciano Da Pozzo, si cimentò in un'ultima via nuova di sesto grado, la parete S della Cima Formenton, ai piedi della Tofana Terza. 
Con Candido scompare uno degli ultimi tra gli Scoiattoli e guide ampezzane attive soprattutto negli anni Cinquanta del ‘900; un alpinista tenace e parco di parole, che ricordiamo con riconoscenza.

1 mar 2020

Prima invernale sulla Croda Rossa d'Ampezzo

Il 9 marzo di sessantasette anni or sono fu realizzata l’impresa che qui ricordo. Ne fu sede la Croda Rossa d'Ampezzo, importante cima dolomitica tentata per la prima volta nel 1865, da Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo e Angelo Dimai Pizo. Poco sotto la vetta, i tre commisero un errore di valutazione che fece fallire la salita, e il successo toccò poi a Whitwell, Christian Lauener e Santo Siorpaes il 20 giugno 1870. Durante la guerra, l’esercito austro-ungarico installò sul culmine un osservatorio, destinato forse a funzionare tutto l’anno, ma non è noto se fu mai usato. 
Per la prima salita della Croda d'inverno occorsero 83 anni. Riuscirono a compierla infatti il 9 marzo 1953 tre guide, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin e Guido Lorenzi, e Angelo Menardi Milar, all'epoca segretario del CAI Cortina. 
Dopo aver dormito al Cason dei Cazadore di Ra Stua, i quattro partirono prima dell’alba, in una giornata radiosa, e per la via Wachtler uscirono in vetta insieme al sole. Prescindendo dalla difficoltà della via, che con neve e ghiaccio sicuramente oppose qualche ostacolo, la prima della Croda Rossa d’inverno fu anzitutto un'avventura tra amici, allora tutti poco più che ventenni. 
La Croda Rossa d'Ampezzo (foto C.B.)
Durante una gita a Malga Federa mezzo secolo dopo, Lino confidò che per il quartetto, molto allenato, l’invernale fu soltanto una bella gita, portata a termine con il preciso intento di «soffiarla» al gruppo di alpinisti romani che in quei decenni batteva a tappeto le Dolomiti. 
In seguito la Croda, forse l’ultimo grande 3000 dolomitico ad essere salito d’inverno, è stata raggiunta altre volte. La seconda salita, nel 1967, spettò a uno dei romani, Marino Dall’Oglio, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, che salì con la moglie e la guida Bruno Menardi Gim. Secondo Dall’Oglio, la salita fu meno difficile di quella estiva, poiché il freddo aveva saldato le pietre mobili rendendo più sicura la roccia della Croda, tristemente nota per la sua consistenza inquietante. 
Oggi la cima è poco visitata anche d’estate; per questo, è bello ricordare gli autori della scalata del 1953 (dei quali rimane soltanto Ugo Pompanin, inossidabile novantatreenne), evocando una «bella gita» che chiuse il periodo pionieristico dei nostri monti. 

17 feb 2020

Scalatori inglesi sulle Dolomiti

Ah, gli inglesi! Se dalle isole britanniche non fossero sbarcati loro intorno al 1860 per visitare le Dolomiti, senza dubbio sarebbe venuto qualcun altro. Ma furono praticamente i primi, e così il merito dell’apertura al mondo dei Monti Pallidi, delle valli e dei paesi che li popolano, va attribuito a gallesi, inglesi, irlandesi e scozzesi. 
Una delle prime turiste a varcare la Manica per vedere i nostri monti fu Amelia Edwards, che camminò molto, ma non scalò grandi cime. Nel settembre 1857 arrivò John Ball da Dublino e, grazie una guida cadorina, salì il Pelmo; poi, via via, comparvero Tuckett, Freshfield, Phillimore e Raynor, Wall, Wyatt, Heath, Broome e Corning, solo per citare alcuni che hanno lasciato il nome nelle fonti. Questo fino alla Grande  Guerra: poi tutto cambiò e lo spirito della conquista si affievolì, cedendo il posto ad altri alpinismi. 
Con la loro presenza e metodicità, gli inglesi esplorarono le Dolomiti dal Brenta alle Pale di San Martino; anche a Cortina e nel Cadore frequentarono quasi tutti i gruppi montuosi. Nell'agosto del 1890 Sidney Jones e poi E.M. Cockburn furono i primi a salire, guidati da Antonio Constantini, la Croda Longes e la Croda del Pomagagnon nella valle d'Ampezzo. 
Dal 1896 al 1900, grandi cose fece la coppia John S. Phillimore - Arthur G.S. Raynor, con nuove vie sul Catinaccio, Tofana, Croda da Lago, Cristallo, Pomagagnon, Antelao, Tre Cime, Paterno. I due lasciarono la sigla su diverse vie: si ricorda l’ardito Ago Inglese, lungo l’accesso alla via normale della Croda da Lago (forse salito da Phillimore con Antonio Dimai e Agostino Verzi nell'estate 1899, di rientro dall'ascensione del Campanile Federa). 
Piz Popena sulla ds., con la cresta S
della via Inglese (foto E.M., 2003)
Poi la quinta delle Cinque Torri, detta proprio Torre Inglese, salita da G.W. Wyatt con Sigismondo Menardi e Angelo Maioni nel 1901; due Vie Inglesi in Tofana, di cui la più nota è quella sulla parete SO della Tofana II (Phillimore e Raynor con Dimai e Giuseppe Colli, agosto 1897); il Passo Phillimore, punto più ostico della prima via sulla parete S della Costa del Bartoldo del Pomagagnon, dove salirono  Phillimore e Raynor con Dimai, nel 1899. Infine, anche il Piz Popena ha la sua via Inglese sulla cresta S, salita da Phillimore, Raynor, Dimai, Michl Innerkofler, Zaccaria Pompanin nel 1898. Sugli alpinisti, e sulle alpiniste inglesi si è già scritto a profusione e approfonditamente: qui ci limitiamo a constatare che, soprattutto per la conoscenza delle crode d'Ampezzo, le cordate d'oltre Manica furono fondamentali, e la storia non le ha dimenticate. 

30 gen 2020

Il sentiero attrezzato più breve delle Dolomiti

Ai lettori pongo un curioso interrogativo: qual era il sentiero attrezzato più breve - e anche semplice - delle Dolomiti, forse anche delle Alpi?
Dico "era", perché da tempo - con l’avvio degli scavi archeologici sulla rocca - è stato sostituito da una robusta scala metallica, e rispondo: il sentiero creato dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo per giungere più agevolmente al ripiano dove sorgeva la torre del castello di Podestagno.
Fino agli anni '80 tutta la zona - che culmina a 1513 m. di quota, a strapiombo sulla Strada d'Alemagna - non era battutissima. Per salire sul luogo del castello, fortilizio risalente al 1100 che durò otto secoli, fu abbandonato a metà '800 e raso al suolo durante la Grande Guerra, per lasciare spazio ad un osservatorio italiano atto a sorvegliare la 1a linea, oltre alla curiosità occorreva un po' di piede fermo.
Il "sentiero attrezzato" sulla rocca di Podestagno, 
oggi scomparso (foto E.M. del 3.04.2011) 
Nel 1990 il neonato Parco intraprese i primi lavori di miglioria intorno all’ingresso all'area protetta. A scanso di incidenti, si ritenne opportuno sistemare subito la traccia per l’accesso alla rocca dalla SS51, alcuni cunicoli e i resti del muro originario del castello. 
Così, per giungere sulla rocca di Podestagno si usufruì per un periodo abbastanza lungo di un cavo metallico di una decina di metri, ancorato ai resti di muratura con alcuni spit. Fu senz'altro il sentiero attrezzato più breve dei monti d’Ampezzo, sui quali - tra gli anni '50 e '70 del Novecento, ma poi di nuovo in questo secolo - chiodi, corde, scale e scalini ne sono stati posti a iosa.
Sul culmine magramente erboso e con qualche pianta, sul quale si spingevano anche i camosci, era bello fermarsi a guardare il mondo. Visitando il luogo in ogni stagione, per dodici volte negli ultimi sette anni prima che iniziassero gli scavi, lassù ci trovammo spesso da soli; il sito era l'optimum per chi, dopo una gita piacevole e non lunga, desiderava godere in silenzio del profumo della natura e della storia.
La ferratina di Podestagno non ha fatto in tempo a essere inserita nelle guide escursionistiche e sulle carte topografiche; ma è esistita ed è stata usata con profitto, per rendere sicuri gli ultimi passi verso un luogo che testimonia fatti cruciali del nostro passato.

14 gen 2020

Pala de Marco: una prima sci alpinistica?

Dopo una lunga sofferenza, il 20 dicembre scorso è scomparso Marco Schiavon di Cortina, classe 1960. Lo ricordo con amicizia, soprattutto per un episodio.
Come alpinista, credo non avesse all'attivo più di quanto si faceva durante il servizio di leva in Cadore; ma negli anni giovanili, fu un valente sciatore. Un inverno, la sua curiosità fu attratta da una pala di roccia e detriti, quasi un diedro-canale che dalla cresta del Mondeciasadió - noto dagli anni Trenta come (Monte) Faloria - scende verso Cortina sulla destra orografica della funivia. Sicuramente il luogo è popolato soltanto dai camosci: qualche decennio fa, però, fu testimone anche di una piccola "impresa" invernale.
Schiavon aveva solo sedici anni quando scese con gli sci lungo la pala, che ha un dislivello di circa 400 m. e da tempo ho battezzato di mia iniziativa "Pala de Marco". Proprio in quel periodo Don Claudio Sacco, "prete volante" precursore dello sci ripido, stava disegnando nuove linee su tanti canali e pareti dolomitiche (rilevante fu la prima discesa della parete est della Tofana III, nel 1976-1977), e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che gli sci li padroneggio piuttosto bene?
La Pala de Marco a sin., con il Rifugio Faloria in alto
(foto I.D.F., dicembre 2019)
Così un giorno si cimentò con la pala, evidente già dal centro di Cortina: non una, ma due volte di seguito, in una delle quali era solo, data la rinuncia del suo "socio". La discesa non è riconosciuta dalla storia, ma fu una probabile prima, una delle tante palestre di sci ripido a Cortina, oggi nota tra i free riders con un altro nome. Una sciata certamente avventurosa per l'epoca, realizzata sia a neve fresca che con neve dura e crostosa, incontrando un gradone scoperto, superato con una derapata e un salto di 5-6 m.: e fu tutto.
Con l'amico Marco in questi anni ci si vedeva abbastanza spesso e l'ultima volta che ne parlammo, ricordò un altro particolare: quando gli addetti alla funivia lo avevano visto puntare da solo all'obiettivo, avevano cercato di dissuaderlo: ma lui era deciso. "A sedici anni – aggiunse sorridendo - si faceva questo e altro, senza tanto pensarci su!"
Ciao Marco, che la terra ti sia leggera: per me d'ora in poi la pala del Mondeciasadió conserverà, almeno ufficiosamente, il tuo nome.

7 gen 2020

La croce di vetta del Pomagagnon compie 70 anni

La croce del Pomagagnon, che da settant'anni svetta a 2435 m. sulla Costa del Bartoldo, la sommità più nota della dorsale che fa da sfondo verso nord-est a Cortina, assunse notorietà nel 1999, grazie a uno scritto pubblicato da "Le Dolomiti Bellunesi" e arricchito da fotografie inedite degli archivi P. Polato e D. Dandrea.
Abbattuta dal maltempo nell'inverno 1999-2000, nella primavera seguente - su iniziativa del Cai di Cortina, in special modo di Luciano Bernardi - si rimediò alla mancanza, sostituendo la vecchia croce con una nuova d'acciaio, benedetta e inaugurata con una Messa e una festa in Val Padeon, alla presenza dell'anziano prof. Giuseppe Richebuono, cappellano d'Ampezzo negli anni '50 e promotore della croce, e di molti dei giovani saliti a posarla mezzo secolo prima.
La croce sulla Costa del Bartoldo,
ripristinata nell'agosto 2014
Nell’estate 2019, in occasione di alcuni lavori nel precario Cason dei Casonàte in Val Padeon (ai piedi della Costa), gli operai delle Regole ampezzane si sono imbattuti in un reperto cartaceo dimenticato. Il foglio conteneva l'elenco delle persone che, per l’Anno Santo 1950, sotto la regia del cappellano contribuirono al trasporto e al montaggio della prima croce, di legno ricoperto d'alluminio.
Mentore dell'iniziativa, come detto, fu Giuseppe Richebuono; al primo trasporto dei materiali alla base il 30.6.1950, portò con sé 9 ragazzi, di cui oggi ne restano ancora quattro. Per la posa del manufatto, il 6.7.1950, erano presenti 40 persone; metà di esse è ancora in vita e di alcune non si hanno notizie.
Per non elencare tutti i giovani, allora tra i 10 e i 17 anni (il più grande era Pierluigi Polato, classe 1933), che salirono e scesero varie volte, con entusiasmo e senza tanti timori, le ripide placche a nord della Costa, portando in spalla i segmenti della croce, voglio ricordare le maestranze che contribuirono ad un’opera che ha sfidato il tempo per mezzo secolo esatto: Don Alberto Palla; il Comune di Cortina d'Ampezzo e Isidoro Menardi, fornitori del legname; Silvestro Zangiacomi, che donò il rivestimento metallico; Attilio Cazzetta, che lo modellò; Silvio Bernardi, che con la sua mitica Campagnola portò più volte persone e materiali al "campo base".
Dopo vent'anni dalla festa del 2000, il foglio ritrovato nel Cason dei Casonàte dà modo di accennare all’avventura di tanti anni prima, che sono rimasti ormai in pochi a ricordare.

Una proposta per l'estate che verrà: la malga Tessenbergeralm

La Tessenbergeralm (che non va confusa con la quasi omonima Tesselbergeralm - Malga Montassilone, posta a 2127 m. fra Percha-Perca e Uttenh...