10 apr 2012

Il Col Rosà, una cima simpatica e remunerativa

Il 26, o forse il 30 giugno 1899, l'inglese Robert Corry salì con le guide Antonio Dimai e Zaccaria Pompanin la parete SE del Col Rosà. La cima chiude a N il gruppo delle Tofane; mentre a settentrione scende sulla Val di Fanes con salti coperti di mughi, a meridione guarda la piana di Fiames con un’alta parete.
Così a fine secolo il Col Rosà ebbe anch'esso la sua via (difficoltà intorno al IV, roccia non sempre ottima), che attirò molti pretendenti. Le guide Angelo Gaspari, Antonio Constantini, Giuseppe Menardi e, dopo la 1^ Guerra Mondiale, anche Celso Degasper corressero con alcune varianti il percorso, in origine un po' complicato.
La via Corry divenne di moda se non altro per l'agevole accesso e rientro, il quale ultimo sfrutta l'antico sentiero di cacciatori che inizia sul Pian de ra Spines, fatto sistemare dalla proprietaria della Villa Sant'Hubertus a Podestagno, Anna Powers Potts, per poter salire in vetta a cavallo.
Il Col Rosà a metà ottobre,
dall'ex aeroporto di Fiames (foto I.D.F.)
Tra il 1943 e il 1966 Scoiattoli e guide aprirono sul Col Rosà altre vie, ma oggi pare che nessuna susciti più le brame dei rocciatori. La cima, peraltro, è assai gettonata dai "ferratisti", che spesso affollano la breve, esposta via attrezzata “Ettore Bovero” sul fianco SO, inaugurata nel 1965.
Chi scrive, dopo aver percorso la "Bovero" più volte anche in solitaria, oggi  ama rifare al contrario il percorso normalmente utilizzato per la discesa.
Il sentiero, numerato col 447, è ripido, un po' faticoso (dislivello 900 m) e non breve, ma dopo la sistemazione curata dal Parco d’Ampezzo non presenta problemi, se non la copiosa sudata che può far fare a chi lo salga durante l'estate.
Anche se Grohmann non se la sentiva di consigliare la cima, perché a suo parere a Cortina ce n'erano “altre … che con minor fatica offrono maggiori attrattive”, ci piace avvicinarci al Col Rosà soprattutto in autunno e, potendo, fino alle soglie dell'inverno, per gustare i silenzi e i colori dell’ambiente circostante. Così questa cima si propone senz'altro come una meta simpatica e remunerativa.

6 apr 2012

Gli anniversari alpinistici vanno celebrati o no?

Ricordare anniversari legati a persone o a determinati fatti può essere una forma di omaggio alla memoria, un fatto di cultura o anche, più prosaicamente, un'operazione di business.
Gli anniversari possono essere noti o del tutto ignoti ai più, riscuotere risonanza mediatica o sparire nel bailamme dei fatti della vita; ad esempio, proprio oggi ricorrono 100 anni dalla morte del grande poeta Giovanni Pascoli, un autore che ogni italiano dovrebbe conoscere; e guarda caso, anche il 6/4/1912 era Venerdì Santo. Eppure di questo anniversario non ho trovato neppure una riga, da nessuna parte: forse non fa abbastanza audience ...
Per quanto riguarda la Montagna, com'è logico, tra alpinisti, bivacchi, ferrate, rifugi e vie si potrebbe trovare un anniversario al giorno o quasi, per l'anno intero. Ad esempio: fra cinque mesi esatti, il 6 settembre, saranno 100 anni dalla morte di Luigi Cesaletti "Colòto", una delle prime guide alpine del Cadore, l'uomo che nel 1877 osò scalare da solo per una via più difficile di quelle note fino ad allora nel circondario, la Torre dei Sabbioni, sconosciuta cima delle Marmarole.
A San Vito, paese natale di Cesaletti, era balenata l'idea di ricordare il centenario del pioniere, oltre che con un'eventuale targa da apporre a Forcella Grande presso l'attacco della "sua" via, con la ristampa aggiornata di un prezioso libro, "La conquista del 3° grado", scritto nel 1977 dal giornalista e storico sanvitese Mario Ferruccio Belli con l'aiuto di Tarcisio De Lotto e da molti anni esaurito e irreperibile.
Luigi Cesaletti "Colòto" (1840-1912)
pioniere del 3° grado
L'iniziativa pareva avviarsi sul binario giusto, quando la Sezione del Cai competente ha cambiato parere; così la ristampa, almeno per ora, non si farà e forse quel giorno si faciliterà la salita di appassionati e curiosi sulla Torre con corde fisse, come già si fece nell'agosto 1977, per il 100° della salita.
Nel 2013, fra l'altro, si ricorderà il 150° della fondazione a Torino del Club Alpino Italiano, che coinvolge le Sezioni di tutta Italia; Cortina invece avrà il 150° della conquista della cima dove nacque l'alpinismo nella valle: la Tofana di Mezzo, scalata da Paul Grohmann col cacciatore ampezzano Francesco Lacedelli da Meleres il 29/8/1863.
A Selva di Cadore, infine, è balenata l'idea di ricordare con una targa, e forse anche con una piccola pubblicazione, il 150° della prima salita "alpinistica" del Pelmo da parte di Grohmann con Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, che cadrà  - come l'anniversario di Cesaletti - il 6 settembre. Per il piccolo paese di Selva, dove non c'è nemmeno la Sezione del Cai, ci sembra una bella idea.

4 apr 2012

Sulla Preuss, estate 1981

Marina la padovana, Cinzia (meno alta e infilata nel bagagliaio della 127 per risparmiare il pedaggio …), Enrico, Ernesto.
Cima Piccolissima con la Fessura Preuss-Relly
 da Forcella Lavaredo (foto Enrico Maioni)
Questo quartetto, l'ultimo giorno di luglio del 1981, arrivò al Rifugio Auronzo con l’intento (riservato ai due E, amici e compagni di croda da tempo), di salire la via Preuss della Piccolissima, nel 70° della prima scalata: a vent'anni, però, il genetliaco ci diceva ben poco!
Salimmo veloci a Forcella Lavaredo, e lì lasciammo le ragazze ad ammirare le nostre evoluzioni. Attaccammo quindi con emozione la variante Casara, e ci volle poco per picchiare il muso sulla famigerata Parete Preuss.
“Achtung, Tiger!” Così aveva detto Paul al compagno Relly, superandola di slancio senza chiodi, e così avranno urlato i primi ripetitori, quando la via, purtroppo, registrava quasi più disgrazie che salite.
Su quel muro ricordo non chiodi né cunei, ma una cosa simile al manico di una manèra, con un cordone come appiglio, come appoggio, come elemento tranquillizzante per un tratto di dolomia gialla diritto fino alle ghiaie.
Da secondo stavo da papa, e tale rimasi per l’intera salita, che Enrico condusse come sempre con calma olimpica (pochi anni dopo divenne guida). Oggi non so più scandire singoli fotogrammi della via; mi pare comunque di sentire ancora nelle gambe le spaccate in camino, che al tempo mi costavano meno fatica giacché pesavo una settantina di chili; ho negli occhi l'aguzza punta della Piccolissima, lanciata nel cielo 250 metri sopra la baraonda di Forcella Lavaredo, sulla quale entrambi gustammo in silenzio il piacere della salita appena conclusa; ricordo anche il mio orgoglio di ventenne - accresciuto dal fatto che in basso avevamo ben due ammiratrici - che poteva fregiarsi di una delle vie dolomitiche più note, un exploit del grande Preuss che morì prima di poter apprezzare, o condannare, i progressi dell’arrampicata dopo la Prima Guerra Mondiale.
In quel periodo avevo già qualcosa in carniere, dal Sas de Stria al Becco di Mezzodì e alla semi-sconosciuta Torre Lagazuoi; altro avrei fatto fino all'autunno, dalla Torre Wundt alla Piccola di Lavaredo, Punta Fiames, Torre del Lago, Popena Basso, Campanile di Val Montanaia, Cristallo.
Per quanto riguarda le crode, l'estate fu intensa: se non di capacità atletiche, ero ricco di entusiasmo, conoscevo a menadito la guida Berti, mi piaceva il contatto con la dolomia e sulle difficoltà classiche non me la cavavo male!
La discesa nel canale che guarda il Rifugio Lavaredo, fatale a tanti per la propensione a convogliare ogni pietra che si stacca dalla vetta, si svolse in un lampo. Alla base della Piccolissima, mentre il "robot" friggeva dallo sforzo, ritrovammo le amiche e scendemmo subito al rifugio per la birra, che in quei frangenti non poteva mancare.
È trascorso un secolo dalla salita di Preuss e tre decenni dalla nostra; pur avendo frequentato altre cime in Lavaredo, sulla Piccolissima non ho avuto più occasione di tornare. Con queste righe, mi è parso di essere ancora lassù e ho rivissuto l’emozione di aver “conosciuto” Preuss, accarezzando le rocce dove egli salì e scese da primo di cordata, senza mezzi artificiali, il 5-6 settembre 1911.

2 apr 2012

Alcuni dei personaggi illustri ricordati sulle nostre montagne

Nel corso degli anni, numerose cime di Cortina e dintorni sono state dedicate a personaggi scomparsi, locali e non.
Prendendo in esame a campione alcuni gruppi, inizio con quello della Croda da Lago, dove troviamo la Cima Marino Bianchi, dedicata nel 1973 alla guida alpina di padre cibianese, caduto quattro anni prima sulla Torre del Lago.
Cresta della Croda da Lago:
in centro, il Campanile Dino Buzzati
Nelle vicinanze emerge il Torrione Dino Buzzati, il quale ricorda lo scrittore che amò la Croda più d’ogni altra montagna e nel 1966 vi compì la sua ultima scalata con Lino Lacedelli e Rolly Marchi,  e la Punta Raffaele, dedicata a Raffaele Zardini Laresc, Scoiattolo e guida caduto nel 1975 col deltaplano. Queste ultime due cime sono "scoperte" di Franz Dallago, guida che solo nel gruppo della Croda da Lago ha trovato oltre 30 vie nuove.
Sotto il Nuvolao c’è la Torre Anna: ritengo sia un omaggio di Franz ad una gentile, a me ignota fanciulla. Sempre Dallago ha salito per primo due torri della Tofana, dedicandone una a Franco De Zordo di Cibiana, caduto sulle Tre Cime nel 1965 e l’altra ad Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida attivo negli anni 1950-1960.
Spigolando qua e là, sul Pomagagnon c'è il Campanile Dimai (dedicato ad Antonio Dimai, la guida che nel 1905 ne superò la parete S), e la Punta Armando, intitolata allo Scoiattolo Armando Apollonio, scomparso nel 1950.
Nel Cristallo, poi, il Campanile Dibona è stato intitolato al simbolo delle guide ampezzane, che lo salì in solitaria nel 1908 e con Luigi Rizzi e i fratelli Mayer l’anno dopo. 
Cambiando per un attimo zona, non mancano all'appello neppure gli amici Alberto Bonafede  (1968-2011) e Aldo Giustina (1969-2011), caduti il 31 agosto scorso durante un soccorso sulla parete N del Pelmo; il 2 novembre dello scorso anno Paolo Michielini ha scalato e dedicato loro una torre senza nome ai piedi del Pelmo, nei pressi della Torre dei Bellunesi.
Mi piacerebbe andare avanti, ma per ora sorvolo sulle altre montagne, per non trasformare questo contributo in un arido elenco telefonico.
A Cortina manca comunque un ricordo di molti benemeriti della montagna; nessun luogo, ad esempio, fa memoria di Federico Terschak, accademico del CAI e scrittore (1890-1977), che sulle nostre montagne aprì una ventina di vie nuove e scrisse alcuni libri interessanti e importanti per Cortina.
Neppure Francesco Lacedelli "Chéco da Melères" (1796-1886), prima storica guida locale, è ricordo sulle nostre Dolomiti, e nemmeno del pioniere di queste crode, Paul Grohmann (1838-1908) qui sulle nostre montagne ci si è ricordati ...
Le cime vergini, però, oggi non si trovano quasi più,  e le vie nuove sono sempre meno e vengono battezzate con nomi di tutt'altro genere. Quindi ai personaggi esclusi dobbiamo riservare altre forme d’omaggio alla memoria.

27 mar 2012

Popena Basso d'autunno

Nell'autunno 2008 tornammo in un luogo dove, nonostante tutto, non penso che bazzichino in molti.
E' il Monte Popena o Popena Basso, palestra di roccia di Misurina scoperta da Severino Casara e oggi  ricca d’itinerari d'arrampicata d’ogni grado, alcuni sempre molto apprezzati.
La "via normale" è una bella camminata, lungo una mulattiera militare abbastanza ben conservata; 479 m di dislivello che richiedono un’oretta abbondante, in un ambiente suggestivo.
Dal Grand Hotel Misurina si sale a tornanti fra alberi e mughi sino ad un ghiaione. In quel punto il sentiero si fa un po' erto e franoso, sfiora la parete (bella a sinistra l'aguzza Guglia Giuliana, salita da Comici) e per un canale erboso esce sul costone che degrada dalla sommità.
In cima
21/09/2008
Qualche strategico ometto aiuta a orientarsi fra i mughi e a giungere sulla cima, che sovrasta il lago e la Val Popena Alta, in vista di numerose montagne. Sopra tutte s'impone possente il Cristallino di Misurina.
La cima del Popena Basso non viene raggiunta da tutti, poiché le vie di roccia (le  due più note sono la "Mazzorana" e la "Mazzorana-Adler", bei ricordi di gioventù) finiscono sull’orlo della parete, e a chi è salito interessa "far su" le corde e tornare a casa, piuttosto che perdere tempo a pestare la cima.
Per chi sale lassù c’è solo un grosso ometto e una sommità ben esposta al sole che si allarga in un gran tappeto verde, sospeso fra cielo e crode. 
Lungo la dorsale del Popena salivano sicuramente i cacciatori e i pastori valligiani, in epoche remote: sorprende che il versante roccioso che guarda Misurina sia stato affrontato solo nel 1926 dal vulcanico Casara, che superò il camino all’estrema sinistra.
Dal 1930 in poi, sulla vasta parete si sono sbizzarriti Piero Mazzorana, Renato Zanutti e i lecchesi, Albino Alverà e Romano Apollonio, Lino Lacedelli e Guido Lorenzi, Alziro Molin e  alcuni altri. Negli anni '90, infine, i climbers hanno praticamente azzerato lo spazio per altre iniziative
Quando calcammo il Popena Basso in quella domenica di fine settembre, complice la giornata grigia e incline alla bufera più che al tiepido sole tardo-estivo, lassù non c’era anima viva; così per mezz’oretta la cima fu tutta per noi.

25 mar 2012

Finalmente terreno asciutto!

Il Rifugio Eremo dei Romiti sul Monte Froppa (Gruppo del Cridola) in Centro Cadore, è una struttura recente, essendo stato aperto il 3/10/2009.
Oggi vi siamo saliti per la terza volta, compiendo la prima gita di quest'anno su terreno asciutto a pochi giorni dall'avvio - che speriamo propizio - della primavera.
Nonostante a Cortina la data richiami ancora le discese sugli sci, ai piedi del Cridola, vista la quota, il terreno è già privo di neve e ghiaccio e l'escursione si è svolta con una temperatura più che gradevole.
Il Rifugio Romiti è stato ricavato dalla sistemazione di un piccolo eremo eretto nel 1720 sulla boscosa sommità del Monte Froppa, che per un certo periodo ospitò una comunità di 8 eremiti dediti all’agricoltura e all’apicoltura.
Il capitello dedicato a S. Giovanni Battista
poco sotto la sommità del Monte Froppa
L'ideale per salire al Rifugio è la "Via Crucis" che si innalza a ripidi tornanti nel fitto bosco; per scendere non consiglio la strada forestale aperta da poco, assai ripida e dura per le ginocchia, ma piuttosto l'antico, comunque ripido ma più breve "Troi de Maricona", che conduce a Casera Malauce, dove alpeggia un gregge di capre.
La singolarità del Monte Froppa, che domina il lago del Centro Cadore e fino a qualche tempo fa era frequentato solo dai locali per venerare S. Giovanni Battista; la cordialità dei gestori; la soddisfazione per la "conquista" di un monte che tocca solo i 1167 m di quota ma è al centro di un angolo dolomitico decisamente romito,  ci hanno indotto a tornarci senza neve, avendo tabbandonato l'idea di salire  in pieno inverno, quando la Via Crucis è accessibile soltanto con ciaspe o ramponcini.
Come accade spesso con le novità, da tre stagioni le visite all'Eremo di escursionisti provenienti da Cortina, come afferma il gestore, sono piuttosto frequenti. 
Da Cortina, segnalo anch'io con piacere questo rifugio cadorino, che non costituisce la base per grandi scalate o per alte vie, ma è un ottimo punto d’incontro per amanti della montagna, della storia, della tavola e, perché no, un esempio da imitare se e dove fosse possibile.

23 mar 2012

Nomi illustri e curiosità in vetta al Piz Popena

Piz Popena dalla Sella dell'ex Rifugio
19/10/2008
Nel settembre 1981 alcuni soci del CAI Cortina salirono sul Piz Popena per recuperare il libretto presente in vetta dall'estate 1910 (un autentico primato di longevità in questo campo!), che conteneva autografi di alpinisti illustri, da Angelo Dibona a Emilio Comici, da Ettore Castiglioni a Enzo Cozzolino e altri.
Oggi il documento è depositato nell'archivio della Sezione ampezzana: oltre al libretto, i soci portarono a valle una serie di biglietti da visita, lasciati sulla cima fra i due secoli da alpinisti in prevalenza stranieri.
A quell'epoca ebbi modo di consultare i biglietti, in parte purtroppo rovinati dalle intemperie e leggibili a stento, e ne ricordo diversi di guide locali.
Uno, scritto in francese, fu lasciato nel 1906 da “Ange Gaspari, guide du Club Alpin”, Angelo Gaspari Moroto, caduto sulla via normale del Cristallo nel tentativo di arrestare la caduta del cliente il 26/8/1911.
Bortolo Barbaria Zuchin (1873-1953), che salì sul Popena almeno fino al 1939, “speaks English”; Angelo Colle Neno (1869-1960) si dichiara “guida del CAI” (quindi il biglietto fu lasciato dopo il 1918).
Un altro apparteneva a Florindo Pompanin de Checo (1875-1947), guida dal 1905 al 1914, mentre uno interessante fu lasciato il 26/8/1899 da “Bruno Wolf cand. Iur.” (laureando in giurisprudenza), condotto sul Popena da Alessandro Lacedelli da Meleres (1836-1918), al tempo l’unico ancora attivo tra le guide alpine che avevano operato al servizio dei pionieri dolomitici.
Nel 1899 "Sandro da Meleres" aveva oltre sessant'anni ma evidentemente versava in buona salute ed era ancora richiesto per salite in montagna.
Dai biglietti, oltre a interessanti nomi di guide e clienti, si evince che tra '800 e '900, il Piz Popena - una vetta severa, la cui salita è piuttosto lunga e non semplice  era abbastanza frequentato, a differenza di  oggi.
Le vie seguite comunque erano soltanto due: quella tracciata da Whitwell con Santo Siorpaes Salvador e Christian Lauener nel 1870, e la “Via Inglese”, aperta nel 1898 da Phillimore e Raynor con Antonio Dimai Deo, Zaccaria Pompanin de Radeschi e Michael Innerkofler jr. di Sesto Pusteria.

20 mar 2012

Il Busc de r'Ancona e il diavolo in fuga

Che si voglia giungervi dall'alto mediante la rudimentale "ferrata" che agevola l'esposta cresta degradante dalla Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo su tracce militari segnalate con bollini l'erto pendio di mughi e detriti che fiancheggia la Val di Gotres in direzione di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane un luogo ricco di suggestione.
La Croda de r'Ancona dalla Val di Gotres.
A sin. lungo la cresta si intuisce il Busc
Il foro naturale, alto una ventina di metri e incavato nella dolomia rossastra e friabile della cresta che congiunge la Croda de r'Ancona con le Ciadenes, è ben visibile dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre il grande Tornichè di Podestagno, ed è un luogo importante.
Perché è oggetto di una leggenda, citata anche da Karl Felix Wolff, in cui si afferma che fu scavato a cornate dal diavolo, messo dal Parroco in fuga precipitosa da Cortina che aveva tentato invano di convertire; perché durante il 1° conflitto mondiale ebbe grande valenza strategica e sulla dorsale s'infransero pesantemente i tentativi italiani di sfondare e assaltare Son Pouses; perché è al centro di una bella gita dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la Croda de r'Ancona; anche perché nell'inverno 1984 Nina lo scelse per traversarlo con gli sci da sola, scendendo per prima lo stretto e ripido canale che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, comunque, è un luogo che mi è sempre piaciuto e al quale, dopo ben 35 anni dalla prima volta in cui vi passai e dopo qualche stagione dall'ultima, ripenso sempre volentieri.

18 mar 2012

Verso il Rifugio Tre Scarperi

Domenica scorsa eravamo convinti che le nostre passeggiate invernali o meglio "sulla neve", vista la stagione pazza, fossero arrivate al capolinea.
Non è stato così, e oggi ci siamo rimessi in marcia, tornando dopo due stagioni in un luogo noto ma sempre gradito: il Rifugio Tre Scarperi  in Val Campodidentro.
Verso il Rifugio, 18/3/2012
Un tempo al Rifugio, posto in un ampio slargo prativo alla testata della valle che s'interna fra la Rocca dei Baranci e la Punta dei Tre Scarperi e culmina con la piramide del Monte Mattina, salivamo solo d'estate, come base per robuste escursioni e salite sui monti che lo circondano (la traversata a Landro per il Passo Grande dei Rondoi, la Cima Piatta Alta per due vie diverse, la Croda dei Baranci, la Rocca dei Baranci, il Monte Mattina).
La Val Campodidentro si risale per strada asfaltata sino ad una radura dominata dalla Punta dei Tre Scarperi, intrigante 3000 dolomitico che alla mia collezione purtroppo manca. Qui d'estate si è obbligati a scendere dagli automezzi e a mettersi le gambe in spalla.
Senonché, dopo una mezz'oretta di camminata, agevolata da una scorciatoia nel bosco, si è già sulla spianata terminale della valle, animata da cavalli e base per un alpinismo di discreta rilevanza e impegno.
Una decina d'anni fa, l'Alpenverein Südtirol decise saggiamente di aprire il suo rifugio anche d'inverno, sfruttando il fatto che 4 km della strada, una volta innevati e battuti, si possono utilizzare come apprezzata pista di slittino.
Così, anche noi abbiamo cominciato a frequentare il Tre Scarperi con la neve, più o meno una volta l'anno. Per "allungare" la gita, partivamo dalla strada fra San Candido e Sesto, percorrendo un primo tratto sull'asfalto, comunque fastidioso perché sempre gelato, e ci univamo ai gitanti diretti al Rifugio all'altezza del parcheggio a metà valle.
Oggi era superfluo farlo, visto che la strada ormai è sgombra fino al parcheggio superiore, e così ci siamo concessi il "lusso" di partire un po' più avanti del solito.
Di questa camminata, in giornate serene e soleggiate, mi colpisce sempre l'arrivo al Rifugio, grande e normalmente affollato ma rimasto ancora "Rifugio": circondato da alte cime, abbellito dal contrasto fra rocce, boschi e neve, la sua visione rinfranca.
Comunque, ai Tre Scarperi ci piace arrivare anche se il tempo non è ideale (era il caso odierno), e anche quando è chiuso e la chiusura a valle non è stata segnalata, come ci è capitato un paio di volte.

17 mar 2012

Quante saranno le montagne ancora senza un nome, intorno a Cortina?

Quante saranno le montagne ancora senza un nome, intorno a Cortina? Non lo so, ma ne conosco almeno una che, pur mostrandosi con netta evidenza dalla spianata di Fiames, fino a prova contraria possiede solo una quota altimetrica, ed esattamente la 2014.  
Q. 1933, Forc. Bassa, Q. 2014
Forc. Alta (da Fiames, 14/10/2011, foto I.D.F.)
 Si tratta dell’elevazione coperta di mughi che, con la quota 1933 – da cui la separa il profondo intaglio di  Forcella Bassa - forma il Pezovico, trincerato dagli Italiani nel 1915-18 e rimasto uno fra gli angoli più misteriosi della vasta conca d'Ampezzo.
Verso Forcella Bassa, che la separa dall’antistante q. 1933, la q. 2014 presenta una parete rocciosa abbastanza inclinata e solcata da ciò che resta di un sentiero militare tagliato nella roccia. Verso Forcella Alta presenta invece un pendio di detriti e mughi, che si può percorrere in breve e senza gravi ostacoli.
Su quelle cime dimenticate ho realizzato per due volte un bellissimo giro, iniziando con la salita sulla q. 1933 per la cosiddetta “via normale”, che prende avvio dall'ex ponte ferroviario sul Felizon e supera per tracce di animali una dorsale rocciosa ripida e dirupata.
Dalla cima scendemmo a Forcella Bassa e risalimmo sulla q. 2014 per i ruderi del sentiero militare sopra citato. Doppiata Forcella Alta, caratteristica per una trincea che la solca e un'ampia caverna, intuendo tra le rocce l’accesso di guerra che saliva da Fiames, aggirammo quindi il Torrione Scoiattoli, altro luogo sconosciuto ai più.
Per il canalone sotto le Pale de ra Pezories, invaso pochi anni fa da una grande frana, ritornammo infine sull'ex ferrovia, poco a valle del ponte sul Felizon. Nonostante il dislivello contenuto, l’esplorazione si rivelò faticosa, su un tracciato poco evidente e a tratti non semplice: l'ambiente molto selvaggio riveste buon valore naturalistico e storico, per le testimonianze belliche che s’incontrano.
Q. 2014 e Forcella Alta sono forse i due luoghi meno “ostici” che si toccano lassù: anch'io, come penso chi era con me, ricordo con piacere l’unicità della zona e le attrattive di queste montagne deserte, che mi auguro non siano mai rovinate.

15 mar 2012

Oggi è morto un ragazzo di appena vent'anni ...

S. Maria in Siariis con a destra il Cippo Comici
Sullo sfondo, Trieste
Oggi Igor, un ragazzo di appena 20 anni, è caduto nei pressi del Cippo Comici in Val Rosandra, vicino a Trieste.
L'incidente, avvenuto in un luogo splendido dove il mare bacia la montagna e si sono formati fior di scalatori, oltre che pena per la morte assurda, mi ha ricordato l'ultima volta in cui con Iside raggiunsi il Cippo. Era il 24 aprile '06 e quel giorno, dopo una ventina d'anni, ritrovai in quell’angolo di Carso la gioia delle domeniche primaverili da studente, quando cercavamo sempre la montagna anche a livello del mare.
Dal Premuda, il rifugio più basso d’Italia, ho visitato il Cippo diverse volte. Quotato 343 m, il "Comici" non è una vetta, ma un aguzzo rilievo roccioso nel mezzo della valle carsica che si apre a 12 km da Trieste ed è molto nota per le innumerevoli scalate e passeggiate.
Dedicato a Emilio Comici (1901-40), il Cippo sorge a picco sulla valle ed è piuttosto frequentato. Dal rifugio della Società Alpina delle Giulie, che sorge a 70 m di quota sulla riva sinistra del torrente Rosandra e si raggiunge da Bagnoli Superiore con una breve passeggiata, si segue il sentiero presso il torrente, passando per ciò che rimane dell’acquedotto romano in uso fino al 500 d.C.
Il sentiero continua verso il centro della valle e, sempre affiancando il torrente, raggiunge un bivio. A destra si va a S. Maria in Siariis, piccola chiesa di cui si ha testimonianza già nel 14° secolo e presso la quale pare sia caduto lo sfortunato ragazzo di Caresana.
Sale poi ripido su detriti fino alla cresta del "Crinale", la supera e passa nella valletta tra il "Crinale" e il Monte Carso. In breve, destreggiandosi su roccette, si esce sull’aereo promontorio dove fu realizzato il Cippo, in memoria dell'alpinista triestino caduto in una palestra di roccia della Val Gardena.
Da qui in breve si potrebbe scendere a Botazzo, quattro case note per un’osteria, oggi chiusa. Per tornare al Premuda, dal Cippo si scende nella valletta interna lungo le pareti del "Crinale". Attraverso i cespugli, si giunge alla base di quest'ultimo, dove s’incrocia il sentiero presso il torrente, che riconduce al rifugio.
Dal Cippo Comici, belvedere di prim'ordine, si ammira la Val Rosandra, un canyon ricco di possibilità escursionistiche e alpinistiche e molto interessante per l'ambiente, la flora, la geologia, la storia.
Purtroppo oggi la sua magnifica atmosfera è stata infranta da un incidente che ha portato via un giovanissimo amante della montagna. 

14 mar 2012

Ai piedi della S dell'Antelao

La parete S dell'Antelao, da Borca
24/11/2011, pomeriggio
Lavorando in Valboite, vedo ogni giorno la grande parete S dell’Antelao. E dandole un occhio mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, enorme antro presso il quale Phillimore, Raynor e le loro guide, con a capo l’instancabile "Tone Deo", bivaccarono a Ferragosto del 1898 prima di attaccare i 1200 m della parete S.
E poi Bettella, Barbiero, Scalco, Casara, Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e diversi altri, che su quelle pareti poco di moda si sono arrampicati nel corso del '900.
E infine il Bivacco Giovanni e Giulio Brunetta, installato nel 1970 su una selletta baranciosa ai piedi del Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta salimmo in tre in una calda giornata di inizio estate, dopo aver superato non senza fatica più di un chilometro di dislivello fra detriti, mughi e una lunga lingua di neve che ancora resisteva alla testata del rio, precipitato anni dopo sulle case di Cancia. Fu davvero una bella gita, adatta per sgranchirsi dopo un inverno passato sui libri. 
Oggi il bivacco non c’è più: lo spostamento d’aria susseguito a una frana sulla parete soprastante,l’ha polverizzato, scaraventando i rottami lungo la china. Nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era e neppure, mi dicono, di fare un po' di pulizia.
Volendo proprio dirla, quel cubo rosso di lamiera aveva poco senso: era riservato ai rarissimi aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Lux (che vi passò la notte con Ivano prima di impiegare il giorno seguente per toccare la vetta dell'Antelao), ma escursioni là vicino non se ne possono fare, e il previsto anello attrezzato che doveva collegare il Bus del Diau con le Laste dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione.
Non sono più tornato in quei paraggi, né ho esplorato il Bus, che mi  confermano sia interessante; mi sono limitato a percorrere alcune volte, specie in tardo autunno, l'“alta via”, oggi anch'essa in parte danneggiata da sconquassi idrogeologici,  che unisce Resinego con Vinigo attraversando il Bosco Nuovo, in parte su tracce militari.
Si tratta di una lunga passeggiata alle pendici della più alta vetta del Cadore, che allora non presentava difficoltà: non la dimentico.

12 mar 2012

Chiusura anticipata di stagione alla Kradorferalm


Verso la Kradorferalm, 11/3/2012
L'inverno è ormai agli sgoccioli, o almeno così pensiamo noi, fedelissimi delle gite a piedi. Ieri, in una giornata serena e abbastanza dolce anche se frustata da qualche sbuffo di vento, siamo saliti per la seconda volta quest'anno ad una delle nostre mete abituali, scoperta nel febbraio 2008 ma già visitata in sei occasioni: la Kradorferalm, in Val Casies.
Questa bella malga si trova a 1700 m di quota sul limitare di un pascolo punteggiato di fienili, lungo il solco vallivo che da S. Maddalena sale verso N e sulla Forcella di Casies - Gsiesertorl, ai piedi del Corno Fana omonimo, incontra il confine con l'austriaca Defereggental. 
Dal parcheggio nel centro del paesino, per arrivare lassù basta un'oretta abbondante di cammino lungo una stradina forestale di media pendenza, dove molto spesso abbiamo trovato più ghiaccio (e asfalto) che neve.
La stradina si può anche evitare, stando sulla sinistra orografica del rio che accompagna la valle, lungo cui si sviluppa il "Sentiero Scoiattolo"; ieri ne abbiamo percorso una parte in salita, ma la neve ormai rammollita non ci ha dato grande soddisfazione.
In ogni modo, il 18 marzo sarà l'ultima domenica di apertura iinvernale della Kradorferalm, dove abbiamo incontrato anche due compaesani. Forse la gita di ieri potrebbe chiudere questo strano inverno perché ormai, senza sci né ciaspe, sulle strade forestali e sui sentieri che pratichiamo con la neve non è più tanto piacevole camminare.
Ci siamo ripromessi però di passare alla Kradorfer in estate o autunno, per raggiungere magari la Forcella soprastante (personalmente ne ho un lontano ricordo; vi transitai una sola volta nel 1990, diretto al faticoso Corno Fana di Casies, seconda cima in altezza della valle).
C'è poco da fare; pare che la Val Casies ci attiri sempre, sia d'inverno che d'estate, ed ormai ci siamo fatti una discreta cultura sulle sue malghe e su molte delle sue vette.
Potrebbe essere un'idea per qualcosa di organico da scrivere in un prossimo futuro.

10 mar 2012

Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate

“Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate” lo definì l'amica scrittrice Lorenza. Io aggiungo: un angolo dolomitico molto suggestivo, cupo ma non troppo, immerso in un’immobilità misteriosa e fonte di belle vedute su Cortina.
Bèco d'Aial, da Ciou del Conte
24/7/2008
E’ il Bèco d’Aial,   piramide scura che spunta come un enorme dente canino dal bosco di Federa e vanta un "record" tutto suo: toccando la quota di 1846 m (1880 m secondo Berti), potrebbe essere la montagna meno elevata tra tutte quelle ampezzane.
Individuato come punto strategico nella 1^ Guerra Mondiale, quando gli italiani alzarono in vetta una postazione antiaerea di cui oggi rimangono muri diroccati e una galleria, cinquant'anni fa il Bèco d'Aial fu scoperto dagli scalatori.
Solo la fantasia di un personaggio come Albino Michielli Strobel poteva concepire una via sulla parete N, visibile da Cortina e riparata dal sole. Strobel la salì con il collega Arturo Zardini Tamps nell’estate 1962, tracciando una via con difficoltà fino al 6°, che fu poi ripetuta alcune volte.
Sullo stesso versante, anni dopo, altri scalatori ampezzani e cadorini trovarono vie nuove, e di recente, sul Bèco e sulle guglie che lo circondano sono apparsi gli spit su alcuni itinerari d’arrampicata sportiva.
Quella che pochi conoscono è la via normale di salita da SE; un sentierino che, biforcandosi dal 431 fra i laghi d’Aial e di Federa, s’infila tra alberi e umide vallette, toccando la cima dopo aver difeso la cima con una cengia, lunga solo una quindicina di metri ma esposta e scivolosa, e alcune roccette.
Fino a qualche anno fa, ogni 14 agosto alcuni amici affiatati salivano sul Bèco per accendere il rituale "fò de ra Madona" e festeggiare con una grigliata, alla quale ebbi il piacere di partecipare anch'io nell'86-'87.
Lassù tutto tace: sul Bèco è diventato raro incrociare altre persone, inerpicatesi per abbracciare con lo sguardo la conca di Cortina o, più da vicino, i boschi di Federa.
E alla cima sicuramente non dispiace.

8 mar 2012

Ruderi che mettono un po' di tristezza

Nel 1937-38, sull'ampia sella tra il Corno d’Angolo e le Pale di Misurina, dove le Torri di Popena dividono la testata della Val Popena Alta in due conche e a pochi passi dal confine fra Auronzo e Cortina, alcuni privati eressero un rifugio.
L'idea mirava a costituire una base per salite nei dintorni (sul Piz Popena, che si eleva proprio di fronte al valico, sul Corno d’Angolo, Cristallino di Misurina, Croda di Pousa Marza, guglie di Val Popena Alta, Pale di Misurina, Punta Michele), e anche per una frequentazione invernale della valle, buona meta scialpinistica.
Il rifugio non ebbe lunga vita. Gestito per alcune stagioni da tale Lino Conti, fu raso al suolo da un incendio, durante la guerra secondo alcune fonti, nel 1947-48 secondo altre, e non venne più ricostruito.
La questione dei ruderi rimasti lassù sulla sella si sente talvolta riesumare, ed ogni stagione potrebbe essere buona per avviare almeno una minima sistemazione di quei muri semicrollati, che mettono un po’ di tristezza considerato il luogo panoramico e frequentato nel quale sorgono.
Dai ruderi del Rif. Popena verso il Piz Popena,
l'Ago Loeschner e la Punta Michele, 19/10/2008
La Sella di Popena funge da nodo per gite e salite di grande interesse, e forse una struttura potrebbe avere qualche utilità, pur distando poco più di un'ora dal fondovalle e trovandosi in un contesto ambientale ben conservato e che non ha bisogno di ulteriori manomissioni.
Nulla di certo: il sottoscritto, passato abbastanza spesso da quei paraggi, dovendo scegliere, preferirebbe senz'altro trovare sul valico – al posto di un altro alberghetto – eventualmente un ricovero, giusto un tetto per ripararsi dalla pioggia e dai fulmini.
Potrebbe essere un “affare” per l'alpinismo e per la natura, non per l'economia della zona. Così però la Val Popena non rischierebbe di essere anch'essa inglobata nella banalizzazione estiva e invernale propria di tanti altri bei luoghi, magari condita con motoslitte, “quad” e quant’altro, e ancora per un po’ resterebbe fuori dai successi e dagli eccessi di un turismo di massa.
Attendiamo sviluppi: se non ne verranno, ci riterremo ugualmente soddisfatti.

7 mar 2012

Croda d'Antruiles, "mons horribilis"

Risalendo la strada che dal "Tornichè" di Podestagno conduce ai pascoli di Ra Stua, sulla destra orografica della Val di Rudo e oltre il silenzioso catino erboso di Antruiles, si nota un torrione rossastro di circa duecento metri d’altezza, che si protende da uno sperone del Col Bechei orientato verso est.
Questo torrione, che fa da divisorio fra i due impervi impluvi delle Ruoibes de Inze o Val de Mez, e Ruoibes de Fora o Val d'Antruiles, si chiama Croda d'Antruiles e tocca i 2405 m.
Croda d'Antruiles, dal Ciadin del Taé
23/8/2004
Appartiene al gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo: il nome, legato al sottostante pascolo sfruttato ab antiquo dagli ampezzani, si trova citato per la prima volta sulla "Oesterreichischer Alpenzeitung" dell'annata 1901. Esso risale con buona certezza alla prima salita della montagna, compiuta l’11/9/1900, dopo un bivacco in tenda presso la Casera d’Antruiles, da Viktor Wolf von Glanvell e Karl Guenther von Saar.
I pionieri austriaci scelsero per la salita la dentellata cresta O della montagna, che evoca il dorso di un mastodontico drago, prende avvio dalla Forcella d’Antruiles e si snoda fino in vetta con un dislivello di 72 m ed una lunghezza di almeno 300.
Dopo il 1900 pare che la cima non abbia più ricevuto visite umane. Fino all'estate 1991, quando l'Accademico Marino Dall’Oglio e la guida Fabio Lenti, dopo aver tentato la via originaria (ripetuta per la prima volta 20 anni dopo, nell'autunno 2011, dalla guida alpina Andrea Piccoliori e Corrado Menardi di Cortina: appena avrò notizie dettagliate di questa ripetizione, le dedicherò un articolo apposito) aprirono una via dalle Ruoibes de Fora, con difficoltà elevate.
Finora la Croda è stata salita 3-4 volte, da alpinisti che hanno accettato le difficoltà e i rischi insiti nella friabilità dei versanti e nel costante pericolo di caduta di sassi.
Nel 1990, la cima aveva pericolosamente attratto l’amico Alessandro e me; per fortuna (o purtroppo?) restò soltanto un'idea e mi limitai a scriverne su un periodico locale, definendola “mons horribilis” …

4 mar 2012

Il "Carpi" e la neve di marzo

La prima volta che salimmo d'inverno a Forcella Maraia con Ferruccio e Noemi, il Rifugio Città di Carpi era chiuso.
In quegli anni i rifugi dolomitici disponibili nella stagione invernale erano ancora pochi, e Maraia era dominio degli scialpinisti, che infatti trovammo puntuali, davanti al rifugio spazzato dal vento.
In seguito, cambiando le mode e ampliandosi la prospettiva di coltivare il turismo invernale non sciistico, aprì anche il "Carpi". Da allora ci siamo saliti almeno dieci volte, anche più di una nella stessa stagione.
Bisogna premettere che, usando la seggiovia di Col de Varda,  questa gita è abbastanza tranquilla; la distanza non è proprio breve, ma il dislivello è limitato e l'ambiente suggestivo. 

Per il Rifugio? Ancora due passi!
4 marzo 2012
Per questo, ogni inverno (per il 2012 è successo ieri, domenica grigia e poco fredda ma fustigata dopo le 13.30 da una fitta nevicata) mettiamo in previsione anche la salita al "Carpi", una meta che, fra l'altro, non richiede grandi spostamenti da Cortina e consente di partire anche "due minuti" più tardi.
Per inciso, fino a tempo fa dal "Carpi" partiva anche una lunga slittata; si era provato infatti a battere la strada che scende da Maraia per la Val d'Onge, ricavandone una divertente pista di oltre 7 km. Quando la strada fu minacciata da una valanga, si fece una riflessione sull'opportunità di non fomentare i rischi insiti anche in una semplice carrareccia alpestre e ... si tornò a piedi, con gli sci e con le ciaspe. 
D'inverno, quindi, il rifugio è una bella meta, che si raggiunge da Col de Varda con la caratteristica, piacevole traversata per la ex stradina militare che taglia i ghiaioni di Pogofa ai piedi dei Cadini.
Volendo, si può allungare la gita salendo per il sentiero battuto (purtroppo usato come pista di sci e snowboard, anche da alcuni maestri coi loro allievi) che porta fino a breve distanza dal Rifugio Col de Varda e confluisce nella strada citata.
Così facendo, si aggiungono un'ora alla salita e tre quarti d'ora alla discesa. Dipende dalle giornate e dalle condizioni: è certo che Misurina-Misurina a piedi dà alla camminata un sapore un po' più "alpinistico", ma la seggiovia non è proprio da disprezzare ...

2 mar 2012

2/3/1952: termina dopo 26 stagioni il libro di vetta della Punta Fiames


Presso la Sezione di Cortina del Cai, insieme ad altri documenti si trova un quaderno di 22 per 15 cm, rilegato con una grossa copertina verde per preservarlo dall’usura del tempo.
La terza pagina, vergata con la grafia ordinata che torna anche in altri libri del tempo, reca l’intestazione “Club Alpino Italiano Cortina – Punta Fiames”: su ogni pagina compare una griglia con tre colonne, “Data”, “Cognome e nome”, “Provenienza”.
Si tratta di un documento curioso: è forse il più antico libro di vetta della Punta Fiames, il pilastro roccioso del gruppo del Pomagagnon che sovrasta e prende il nome dall'omonima località a N di Cortina, noto per le scalate sul versante S e per la ferrata dedicata alla guida Albino Michielli Strobel, che ne risale il fianco O.
Più che della Punta in sé, il libro di vetta documenta 26, quasi 27 stagioni (1926-1952) della nota via sulla parete S, tracciata nel 1901 dall'inglese J.L. Heath con le guide ampezzane Antonio Dimai e Agostino Verzi  ed oggi andata un po' in disuso.
Punta Fiames da Fiames, ottobre 2011
Bisogna premettere che sulla Fiames possono salire senza grandi difficoltà anche i semplici camminatori, per il sentiero che da Forcella Pomagagnon taglia in obliquo il detritico lato N della dorsale e porta in cima.
Visto quindi l'accesso non difficile, sicuramente la Punta fu già "scalata" in antico dai pastori che alpeggiavano gli ovini sui sottostanti Prati del Pomagagnon, dai cacciatori che battevano i recessi settentrionali della catena e dai topografi che misurarono le cime incuranti della toponomastica, qui rimasta incerta fino ai primi del ‘900.
Ma giungiamo al "piccolo" motivo di questa nota: dopo avere registrato per un quarto di secolo centinaia di nomi, uomini e donne illustri e meno illustri che si godettero l'ascensione della parete in ogni stagione, il libro di vetta terminava esattamente 60 anni orsono, il 2 marzo 1952, con le firme di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Alfredo Zardini, scomparsi da tempo.
Dopo aver studiato la cronologia della via Dimai ed avendola salita molte volte, spero che in futuro essa veda ancora tante cordate all’opera, con lo stesso piacere che la scalata ha infuso in chi l’ha effettuata in più di cento anni!

29 feb 2012

Marino Lusy, mecenate e alpinista

Capita ancora, dopo un secolo dalla salita, di trovare citata la "Torre Lusy" delle Cinque Torri, pilastro aguzzo alto un centinaio di metri e quasi appoggiato alla Torre del Barancio (con la quale e con la Torre Romana forma la Torre Seconda), come "Torre Lucy".
A sinistra la Torre Lusy
Lucy (Lucia, in inglese) non c'entra nulla. La grafia esatta dell'oronimo è "Lusy". Esso è legato al primo salitore, che giunse in cima il 1° agosto 1913 con la guida ampezzana Bortolo Barbaria Zuchìn (1873-1953), il quale propose d'intitolare la guglia al suo cliente. 
Riguardo a Barbaria, dalla Rivista del Cai del 1914 appare inesatto che Lusy avesse salito la torre con un'altra guida ampezzana, Zaccaria Pompanin "Zàcar de Radeschi" (1861-1955), come riportato da tante fonti  a partire dalla guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti. Forse questa inesattezza ora potrà essere corretta, dopo oltre 80 anni?
Ma chi era Lusy? Per saperlo, andiamo a Zurigo. La città elvetica ospita una delle collezioni di xilografie giapponesi "Surimono" (che significa semplicemente "cose stampate") più vaste e importanti d'Europa, composta di 300 pezzi.
Zurigo deve questa raffinata raccolta a Marino Lusy, collezionista e mecenate che la donò al Museum fuer Gestaltung. Dal 2005 la collezione è stata trasferita in prestito permanente al Rietberg Museum, sempre a Zurigo.
Marino Lusy era nato il 28/12/1880 a Trieste,  ma i suoi genitori erano originari dell'isola greca di Cefalonia. Studiò architettura ma non ne fece una professione, seguendo invece le sue inclinazioni artistiche e l'interesse particolare per le incisioni. Anche se alcune sue opere grafiche esposte a Parigi, Chicago e Bonn lo definivano un artista, esse non gli diedero fama.
Visse a Trieste, Parigi, Montreux e viaggiò molto nel Medio e nell'Estremo Oriente (soprattutto in Giappone, che visitò più volte) e in Africa.
Buon alpinista, in Dolomiti ha lasciato il nome alla torre omonima e ad una via sulla Cima d'Ambrizzola, aperta sempre con Bortolo Barbaria l'11/9/1913.
Visse in maniera riservata, e di lui si sa poco. Come testimoniano i suoi ex libris, si occupò anche di psicologia e di occultismo. Nel 1921, dopo aver frequentato per acquisti di antiquariato il Canton Vallese, chiese la cittadinanza elvetica. Morì l'1/2/1954 a Châtelard, presso Montreux.
Dal 1960 lo ricorda una  targa sul palazzo di Via Pellico 1 a Trieste, da lui donato alla città perché fosse destinato a fini caritatevoli.
Ecco dunque svelata la questione Lucy-Lusy!

27 feb 2012

Torre Inglese, oronimo "moderno"


La quinta delle Cinque Torri d'Averau (che, credo si sappia, non sono solo cinque, ma erano 11 e dopo il crollo della Trephor nel 2004 sono rimaste in 10) da oltre un secolo si chiama “Torre Inglese”.
Come per tanti oronimi alpini che hanno spesso una storia abbastanza recente, anche questo ha un suo perché "moderno".
La caratteristica torre, alta 53 metri e riconoscibile anche da Cortina (ad esempio, da Peziè-Manaigo) per la sua forma a corno, venne salita per la prima volta nell'estate 1901.
La cordata che giunse sull'esile sommità era composta da due guide locali, Angelo Maioni Bociastorta (35 anni) e Sigismondo Menardi de Jacobe (32), che accompagnavano un cliente inglese, tale Wyatt.
Torre Inglese, giugno 2009
In omaggio al britannico, da quel giorno la torre, terza ad essere salita nel gruppo, si chiamò Inglese.
Obiettivo di una salita breve e adatta ai principianti (due tiri di III), sulla solida dolomia dell'Inglese hanno lasciato il nome personaggi importanti dell'alpinismo: Severino Casara nel 1924 aprì per caso una breve variante alla via originaria; una dozzina di anni dopo Gino Soldà superò da solo il breve spigolo N; nel 1960 Bepi Pellegrinon e Vittorio Fenti, forse però preceduti da altri, salirono il fotogenico spigolo S.
La Torre è stata anche lo sfondo di riprese cinematografiche: nel 1927, infatti, sulla normale furono girate alcune scene invernali di "Maciste nelle Dolomiti", con Bartolomeo Pagano.
La Torre Inglese è stata la mia prima cima salita in arrampicata, con lo Scoiattolo Luciano Da Pozzo nell'estate 1975. La risalii da capocordata con un altro Luciano nell'aprile 1976 e qualche tempo dopo, infine, fu una delle mie rare salite solitarie.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...