17 gen 2011

Un diedro entusiasmante



21 luglio 1985, a comando alternato con Sandro

“Con entusiasmante scalata portarsi sul fondo del diedro e rimontarlo fino ad uscire sulla cresta sommitale in prossimità della cima.” Queste parole identificano l’ultima lunghezza di una vie alpinistiche delle più soddisfacenti che mi è stato dato di salire, e ricordo con orgoglio e soddisfazione. Aperta da Dall’Oglio, Consiglio e Micarelli nel 1954, la via in questione supera una parete di dolomia ideale, articolata a sufficienza in alcuni punti strapiombanti. L’itinerario sale, con una dirittura che mi pare strano sia stata svelata solo nel 1954, lungo la porzione superiore, regolare e compatta, del diedro formato dalla Cima con la Torre del Lago, nei monti di Fanes. Nella porzione inferiore, si giunge al diedro, rotto da strapiombi poco abbordabili, salendo senza via obbligata per alcune lunghezze meno impegnative ma ugualmente divertenti, sulla sua sinistra. Questo è tutto: si tratta del diedro WSW della Cima del Lago, che incornicia il Lago del Lagazuoi. Fu Enrico a portarmici la prima volta, all'inizio dell’autunno 1980. Vi portai poi Mario da capocordata undici mesi dopo (quando iniziai col mio vezzo, non ancora abbandonato, di lasciare ogni tanto libretti su vie o cime che frequento), tornai nel 1982, nell'85 e conclusi le visite con Nicola in una calda domenica di ottobre 1986. Cinque salite di una via davvero “entusiasmante”, la più bella lunghezza della quale ricordo che era l’ultima. Dopo una parete da manuale, esposta e solida, essa deposita l’alpinista a mezzo busto proprio in cresta fra la Cima e la Torre del Lago. Giunti lassù la via era proprio finita, ma ogni volta mi sarebbe piaciuto che continuasse ancora per altrettante lunghezze! Oggi il diedro della Cima del Lago, che ho rivisto da vicino nello scorso agosto, si conferma come uno dei ricordi più pregnanti di un tempo felice, un gran piacere per la mia carriera di appassionato quartogradista, che tanti anni dopo da vie come quella trae ancora un sacco di emozioni e sensazioni da raccontare.

... su in Sonforcia ...


Su in Sonforcia, 5 settembre 2004

La Forzela Sonforcia (del Col Jarinei, "Forcella in cima alla forcella del colle delle pernici") si trova a E della Croda da Lago, a 2069 m di quota. Posta sulla proprietà della Regola di Anbrizora, è un'insellatura erbosa sul crinale che si protende verso N dalla Rocheta de Prendera. Funge da valico, in verità forse più battuto dai bovini che passano da Federa al pascolo di Col Jarinei, che non dagli esseri umani, fra la testata della Val Federa - il pascolo suddetto - e la Val d'Ortié. In forcella, qualche anno fa Carlo Michielli poté ricostruire, sul sedime di un "cason" già esistente, un capanno da usare con familiari e amici durante le battute di caccia in zona. Il luogo è panoramico e silenzioso; nell'ultima occasione che vi  salii, il 9 ottobre 2004, mi venne spontaneo stendermi sull'erba ancora tiepida per ammirare prima la visuale sulle Rochetes, che chiude l'orizzonte da una parte, e poi girarmi dall'altra ad ammirare un ampio e inconsueto scorcio d'Ampezzo. Attraverso la forcella passa un sentiero segnalato, non molto noto e che non soffre certo di affollamento: se folla c'è, è in prevalenza di locali. Finora sono arrivato su in Sonforcia non più di una dozzina di volte, la maggior parte delle volte per salire la Rocheta de Cianpolongo, e attualmente giudico la forcella uno dei luoghi più suggestivi della valle d'Ampezzo, un posto "che è già Parco senza essere Parco".

13 gen 2011

Cima Cason de Formin, 1930-1970


La Cima Cason de Formin, 19 luglio 2008

È quantomai verosimile che la cuspide rocciosa che fa da sfondo alla piccola Monte de Formin e all'omonimo Cason regoliero nel gruppo della Croda da Lago, e sorveglia con una verticale parete gialla e rossa l'imbocco della Val Formin, fino al 1930 non avesse ancora ricevuto un nome. Ma per quale motivo? Perché non aveva ancora suscitato l'interesse di alcun alpinista. Le cose cambiarono il 17/7/1930, quando il cinquantenne Angelo Dibona , con il più giovane collega Luigi Apollonio e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, attaccò per primo la parete W di quella cima. La via Dibona, invero ripetuta poco di frequente negli anni che seguirono, consentì alle due cordate ampezzane di giungere sulla vetta e, molto probabilmente, di battezzarla con l'odierno oronimo. Dopo di loro, numerosi altri alpinisti si sono sbizzarriti lungo i diedri, le pareti e gli spigoli di una delle poche montagne della zona che presentano roccia perlopiù solida: da Marino Bianchi e Antonio Menardi nel 1944 a Paolo Bellodis e Cecilia De Filippo nel 2003. In mezzo si posizionano Franz Dallago e Dino Constantini, che quarant'anni dopo Dibona, il 23/9/1970, superarono il diedro W, incredibilmente mai toccato da nessuno. Il diedro sarebbe divenuto teatro di un bell'itinerario di difficoltà classiche in ambiente solitario, lungo il quale negli anni '80 anche il sottoscritto ha potuto cimentarsi per cinque volte. Dimenticavo: la cima di cui sopra, quotata 2376 m, è nota, per l'appunto, come Cima Cason de Formin.

12 gen 2011

Rifugio Gigante Baranci, novità del 2011

Dieci mesi fa, era già una costruzione piuttosto grande: domenica scorsa vi siamo tornati, constatando che il nuovo nome rispecchia le mutate dimensioni del fabbricato. A 30 anni dall'apertura, infatti, l'"Haunoldhütte" ha cambiato gestione, e in breve tempo è stato ricostruito come "Riesen Haunoldhütte - Rifugio Gigante Baranci”. Il rifugio è situato a 1499 m d'altezza sopra S. Candido e alle falde di due montarozzi senza difficoltà alpinistiche ma piuttosto interessanti, saliti già più volte: la Piccola Rocca dei Baranci (2157 m) sulla sinistra e la Pausa Ganda (2130 m) sulla destra. Il rifugio, servito da una rapida seggiovia, può essere meta di alcune passeggiate da più versanti, tutte belle e di media lunghezza. D'inverno, salirvi a piedi è assai rilassante. Di solito, si parte dalla strada fra S. Candido e Sesto e si segue la forestale adattata (come innumerevoli altre in Sudtirolo) a pista di slittino. Essa sale lungo la Valle di Sotto, fittamente alberata, passa presso gli abbandonati Bagni di S. Candido e la cappella molto mal tenuta di S. Salvatore ai Bagni e spiana all'altezza di un grande prato falciato d'estate, i Prati della Ferrara. Qui, nel 2010 abbiamo trovato una variante al solito percorso, che evita l'ultimo tratto della strada entrando nel bosco, passa ai piedi di un enorme masso attrezzato a falesia e spunta di faccia al rifugio. Al Rifugio Gigante Baranci non si trova la “solitudine alpina”; anzi – nelle belle giornate d'inverno – si ha generalmente a che fare con una mastodontica folla di sciatori grandi e piccoli: ma il luogo è confezionato apposta, soprattutto per i bambini e per le persone tranquille. Il nuovo rifugio, tutto in legno e molto elegante, ha le prerogative (ed anche i prezzi) di un ristorante cittadino di discreto lusso: si mangia bene, e soprattutto le porzioni sono in tema, davvero ... giganti. Domenica scorsa non faceva freddo, la neve a terra era già poca e la strada era gelata, tanto da consigliare l'uso dei "ferri da tacco": e siamo appena in gennaio!
Il nuovissimo Rifugio Gigante Baranci in Val Pusteria

10 gen 2011

Alcuni ruderi in un ambiente stupendo

Nel 1938, sull'ampio valico a 2214 m che separa il Corno d’Angolo dalle Pale di Misurina, dove le Torri di Popena bipartiscono la testata della Val Popena Alta in due conche minori ed a pochi metri dal confine fra Auronzo e Ampezzo, alcuni privati eressero un rifugio, gestito inizialmente da tale Lino Conti. Penso che l'idea mirasse a creare una base per salite sulle montagne dei dintorni (il Piz Popena, che si eleva proprio in faccia al valico, la Punta Michele, il Corno d’Angolo, il Cristallino di Misurina, la Croda di Pousa Marza, le guglie di Val Popena Alta, le Pale di Misurina), ed anche per una frequentazione invernale della valle, tuttora amata come meta scialpinistica. Il rifugio però ebbe vita breve, poiché fu raso al suolo da un incendio qualche anno dopo (durante la guerra secondo alcune fonti, nel 1947-1948 secondo altre), e non fu più ricostruito. La questione torna talvolta alla ribalta, ed ogni stagione potrebbe essere quella buona per avviare la risistemazione di quei ruderi ormai ultrasettantenni, che non fanno bella mostra sul luogo, molto panoramico e frequentato. Il valico funge da nodo per escursioni e salite di grande interesse, e non so se una nuova struttura potrebbe avere un’utilità, distando solo un’oretta dal Lago di Misurina e trovandosi in un contesto ambientale ancora ben preservato. Passando spesso in zona e dovendo scegliere, preferirei senz'altro trovare su quel valico – al posto dell'ennesimo alberghetto chic, magari servito da una strada – eventualmente un ricovero incustodito. Sarebbe solo un “affare” per l'alpinismo e per l'ambiente, forse non per l'economia della zona. Così però la Val Popena non rischierebbe di diventare anch’essa oggetto di banalizzazione estiva e invernale, magari a causa delle motoslitte, dei “quad” e quant’altro, e resterebbe ancora per un po’ immune dai successi e dagli eccessi del turismo massificante. Se non verranno sviluppi e i ruderi dell'ex Rifugio Popena resteranno ruderi fino a cadere completamente, credo che ne guadagneranno senz'altro la natura, la pace e il silenzio di una sella fra le più belle della zona.
L'ex Rifugio Popena, 19 ottobre 2008

7 gen 2011

Un pensiero per gli amici scomparsi

Penso che sia difficile non ricordare amici e conoscenti con i quali abbiamo compiuto escursioni e scalate, ed oggi sono "andati avanti", specie se in circostanze sfortunate e dolorose. Non dimentico le cime, le forcelle, i ghiacciai, le traversate, le vie di roccia in cui mi sono trovato insieme con persone che oggi non ci sono più, e talvolta questi ricordi intristiscono un po’. Dal vecchio Angelo, guida alpina degli anni '30 che ci guidò lungo un sentiero attrezzato in Tofana prima ancora che venisse ufficialmente aperto, a Luciano, che intenerito dalla nostra timidezza ci fece fare la prima scalata sulla Torre Inglese; e poi Orazio e la lieta traversata con lui capogita da Malga Ciapela a Canazei; Luigi, con il quale salimmo sul Teston di Monte Rudo e sulla Rocchetta di Campolongo, scomparso ancora ragazzo in un incidente stradale; e ancora Claudio, compagno di cordata sul Campanile Secondo di Popera, sulla via Ampferer-Berger del Catinaccio, nella traversata di Forcella Fanis, caduto dalla Punta dei Tre Scarperi. E poi Alfonso, con il quale divisi per una decina d’anni escursioni e scalate, e Luciano, che arrampicava sicuramente meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da primo di cordata sulla rampa del Ciavazes. Per non dimenticare mio Padre, che oltre quarant'anni fa mi iniziò alla via dei monti, insegnandomi un cammino che continuo ancora a percorrere. Per qualcuno queste constatazioni saranno ovvie, ma pensandoci mi viene inevitabile considerare la fragilità della vita e la vividezza di certi momenti del passato, che credo ci resteranno impressi per sempre. Il mondo va avanti, e noi vorremmo continuare a salire le montagne finché sarà possibile; ripercorrendo i passi seguiti con gli amici che non ci sono più, sicuramente ci sarà sempre un pensiero anche per loro.

6 gen 2011

Sulla Pala SW di Misurina

A distanza ormai di decenni, quando trovo su riviste e libri notizie su vie che ho conosciuto, mi viene spontaneo chiedermi quale fosse la molla che mi spingeva a scegliere proprio quelle per compiervi le nostre avventure alpine. E’ il caso della Pala SW di Misurina nel Gruppo del Cristallo-Popena, uno dei due rilievi più accentuati della breve dorsale che scorre in alto sul Lago di Misurina, tra la Sella di Val Popena e il Passo delle Pale. Verso NW, entrambe le cime guardano la Val Popena Alta con pareti sulle quali si trovano alcune vie che possono rivestire un discreto interesse. Nell’estate 1986 fu una di queste, lo spigolo NW della Pala SW, la più bassa delle due, che colpì la mia attenzione. Percorso da una via aperta da Del Torso e Pompei nel 1938, nella parte bassa lo spigolo offre una salita su roccia mediocre, ma piacevole. Posso confermarlo, anche se – dei sei tiri di corda che risalgono il pilastro arrotondato in cui si allarga lo spigolo - ne ricordo solo uno di un certo interesse, esposto e con passaggi variegati. Il resto mi parve un po' banale: le tre lunghezze superiori non superano il II, e percorrono un largo colatoio poco solido. A noi piacquero lo stesso, come ci piacque l’uscita in vetta e la traversata all’antistante Pala NE. Nonostante sia vicina a Misurina, la Pala è solitaria e sicuramente poco frequentata: ricordo la croce di vetta che trovammo, ottenuta da un segmento d’antenna TV che chissà chi ebbe la fantasia di portare lassù! Al tempo, a me e ad Andrea che mi seguiva sovente con entusiasmo, la Via Del Torso parve discreta: almeno, non ritenemmo di aver sprecato la giornata, pur essendoci trovati su una via che non è passata alla storia. Avevamo trascorso un mercoledì di vacanza in un angolo solitario, su un percorso che, oltre alla nostra, avrà poche altre ripetizioni ma dove, sicuramente, nessuno ci importunò.

La Pala NW dal Passo delle Pale, 31 agosto 2008

3 gen 2011

Intorno al Lago d'Aial, d'inverno

D'estate, la capanna che da settant'anni sorge a 1412 m d'altezza presso il Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è un obiettivo facile da raggiungere e molto frequentato perché baciato dal sole. Vi saliamo abbastanza spesso, alternando le possibilità che convergono al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, forse la soluzione meno nota, dalla SP638 del Passo Giau per “Ra Sapada”. D'inverno, invece, c'ero stato anni fa con amici a curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco dove la neve resiste fino a tarda primavera. Il rifugio era chiuso, ma sulla porta d'ingresso era appeso un “libro di vetta”, perché i viandanti lasciassero traccia del loro passaggio. Da un paio di stagioni i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale rendono agevole ai camminatori il tratto di strada che devia da quella diretta a Croda da Lago e consentono di frequentare il rifugio, aperto anche d'inverno. L'escursione non è molto lunga, e si svolge in un ambiente solitario che merita attenzione. Il piccolo rifugio non è adatto a contenere le folle di sciatori e "ciaspaioli" che d'inverno caratterizzano altre strutture, per cui all'Aial si sta tranquilli, magari anche soli. Nell'ultima occasione in cui vi giungemmo, il 1° febbraio 2009, il cielo prometteva ancora neve, faceva un gran freddo e lo specchio d'acqua chiuso tra gli abeti era quasi tutto sepolto nel bianco. Nel centro del lago una macchia d'acqua sembrava un occhio; e così, sorvegliati da quella curiosità naturale, trascorremmo un paio d'ore in relax, godendo di un rifugio che non sarà noto per itinerari o ascensioni famose, ma è immerso nei grandi boschi di Federa, ricchi di natura, di leggende e di silenzi.
Il Lago d'Aial, 1° febbraio 2009


Nato il 5 gennaio

Il coetaneo Alessandro, amico da oltre vent'anni, un giorno mi fece partecipe di un'idea curiosa: celebrare il suo trentaquattresimo compleanno salendo una via di roccia. Fin qui niente di straordinario: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco significava cimentarsi in una salita con neve e ghiaccio. Noi abbiamo la scorza dura, e così stabilimmo seduta stante di scalare l'arcinota “paré” della Punta Fiames. Grazie a Dio, quell’inverno non era stato prodigo di neve, per cui la parete era quasi asciutta e la salita non oppose problemi insormontabili. Nel primo pomeriggio sbucavamo sulla cima, deserta e silenziosa: nello zaino non avevo regali, ma – all’insaputa di Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a superare “ra paré” portando una bottiglia di ottimo prosecco. Per festeggiare ce la scolammo quasi interamente, saltellando per il freddo sul dorso innevato della cima. Naturalmente gli effetti non tardarono a manifestarsi: nell'impeto dell’euforia, decidemmo infatti all’unanimità di tornare alla base per la ferrata. Ometto per decenza i particolari della nostra idea, strampalata ma certamente più sicura della discesa per Forcella Pomagagnon. Il tempo corse veloce: sulla ferrata, d’estate abbastanza mansueta, le cenge erano coperte di neve gelata, le scarpette tenevano quel che tenevano e il ghiaione d’attacco era diventato un ripido scivolo, duro come il cemento e abbastanza penoso da scendere. Arrivammo incolumi a Fiames soltanto per merito della corda che avevamo usato in salita, della piccozza e la torcia che il previdente amico aveva tratto fuori dal suo colossale zaino. Una telefonata di rassicurazione a casa, e poi alcuni chilometri a piedi nella notte fino al “Putti”, per riprendere l’automobile. Al buio, al freddo e al gelo, ma contenti della nostra piccola, grande avventura. Sceso dal mezzo sotto casa, proposi ad Alessandro di festeggiare anche il mio trentaquattresimo inerpicandoci su qualche parete: il bello è che sono nato a fine ottobre, e – salvo in caso di autunni bizzarri – in quel periodo di solito la neve deve ancora fare la sua comparsa.

28 dic 2010

La Brunnerwiesenalm, una proposta

Vi racconto di una malga che gli escursionisti di lingua italiana non conoscono in molti. Sorge nel territorio di Rasen Antholz-Rasun Anterselva, all'inizio dell'ampia vallata dominata da alte e cupe montagne che dalla Pusteria si dirama verso la Defereggental austriaca. La Brunnerwiesenalm si raggiunge comodamente da Taisten-Tesido, soleggiata frazione di Welsberg-Monguelfo. Per salire alla malga, posta a 1969 m in una radura circondata dal bosco alla base del Lutterkopf-Monte Luta e aperta sia d'estate che d'inverno, si parte dal Mudlerhof, dove parcheggiano i visitatori della sempre affollata Taistner Vorderalm-Malga di Tesido di Fuori, punto di partenza di una pista di slittini nota in tutta la Pusteria. Anziché a destra, si volge a sinistra seguendo una strada forestale che sale prima nel bosco con media pendenza, poi lungo un crinale pianeggiante in alto sopra la valle di Anterselva e da ultimo s'impenna con uno strappo sui pascoli, fino al piccolo edificio pastorale. Per fortuna per noi, forse meno per i gestori, la Brunnerwiesenalm è generalmente poco affollata. gli ospiti sono in prevalenza locali, e si sta davvero bene. L'interno è rustico e in questi anni è animato dalla vivace presenza di alcuni bambini, figli e parenti dei gestori, che lassù vivono giornate spensierate. Mezz'oretta più in alto della malga si eleva l'erbosa cupola del Lutterkopf (2145 m), conosciuto soprattutto per la facile e panoramica cresta erbosa che lo unisce al Durakopf-Monte Salomone, sopra la citata Malga di Tesido. Insomma, forse è più facile prendere e salire a questa simpatica ed accogliente struttura che non descriverla ed elencare le cime della zona. Noi vi siamo stati due volte, d'inverno e d'estate, ricavandone grande soddisfazione: il Luta, poi, è una meta imperdibile per chi cerchi una vetta facile,  erbosa, piena di sole.
La Brunnerwiesenalm, 7 marzo 2010

27 dic 2010

Del Bus del Diau e di altri luoghi


Ogni settimana, già da qualche anno, passo almeno un paio di volte ai piedi del versante S dell’Antelao. E guardandolo mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, caverna di leggendaria memoria dove Phillimore, Raynor e le loro guide con in testa l’indomabile Tone Dimai, dormirono a metà agosto del 1898 prima di attaccare l'alta parete; Bettella e i padovani, Casara e Paolo Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e chi quella parete ha scalato nel corso del '900. Infine il bivacco dedicato a Giovanni e Giulio Brunetta, installato su una forcella di mughi sotto il Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta arrivai in una calda giornata del giugno 1984, dopo aver superato con la debita fatica oltre mille metri di dislivello fra detriti, mughi e neve che ancora resisteva alla testata del rio, rovinato due anni fa su Cancia di Borca. Da qualche anno il bivacco è sparito: lo spostamento d’aria dovuto ad una valanga lo ha frantumato in mille pezzi e scaraventato lungo il pendio, e nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era. Se proprio vogliamo, quel dado di lamiera arancione lassù aveva scarsa utilità: lo usavano i sempre più rari aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Luciano (che con Ivano vi dormì, prima di impiegare un giorno intero per toccare la vetta del “Re”), ma tante divagazioni là intorno non se ne fanno, e il previsto anello attrezzato che avrebbe dovuto collegare il Bus alla via normale dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione. Al Brunetta non sono più tornato e non ho mai esplorato il Bus, che dicono interessante; mi sono limitato percorrere tre volte, specialmente nel tardo autunno, la bella “alta via” che unisce San Vito a Vinigo attraverso il Bosco Nuovo, in parte lungo tracce militari. Si tratta di una passeggiata ai piedi della più alta vetta del Cadore, che mi sento di raccomandare. E' da verificare però se, dopo gli sconvolgimenti del versante S dell'Antelao, sia sempre agibile.
L'Antelao da S, tra neve e nuvole (salendo a  Malga Ciauta, 26.12.2010)

24 dic 2010

La via di Natale

E' già un impegno aprire una via di roccia d'estate: figuriamoci se ciò accade durante l’inverno! Una delle rare vie aperte in epoca abbastanza recente sui monti d’Ampezzo in piena stagione fredda fu quella sulla parete S dei Lastoi del Formin: la salirono Modesto Alverà, Carlo Menardi e Paolo Pompanin (cinquantasei anni in tre), il 24 e 25/12/1977. La via superava un dislivello di trecento metri, e oppose ai primi salitori difficoltà estreme: per venire a capo del problema occorsero cinquanta chiodi e ventiquattr'ore, con un bivacco in parete. Per i tre giovani dev'essere stato sicuramente un modo originale per festeggiare il Natale: un Natale di sofferenza per la temperatura e le difficoltà, senz’albero né presepe o luci scintillanti, ma anche un Natale di felicità e soddisfazione per l'avventura portata a lieto fine. La via appartiene all’ultimo periodo “classico” dell’arrampicata dolomitica, in cui si scalava ancora con gli scarponi e i pantaloni al ginocchio, le massime difficoltà superate in libera erano classificate di VI e si ricorreva all'artificiale ogni volta che ve n'era bisogno. Modestissimamente, anche chi scrive conobbe quel periodo, salendo alcune vie classiche e poco note che si mantenevano su ben altre difficoltà, e sentendosi sempre "grande". Il ricordo che ne rimane è a tratti incancellabile.

23 dic 2010

Il sentiero del poliziotto

Non so se risponde a verità o è soltanto una leggenda, di quelle che piacevano a scrittori come Casara, la storia dell’origine del “Troi del Jandarmo”. Il “sentiero del poliziotto” unisce la spianata di Cianpo de Crosc, poco oltre Malga Ra Stua, con Fodara Vedla, una ventina di anni fa era pressoché ignoto e poi è stato riportato sommessamente “in auge” dal Parco d’Ampezzo. Da quanto so, la nscita del sentiero anticipa di molto la realizzazione della carrareccia militare che da Cianpo de Crosc rimonta a larghe serpentine la costa boscosa sulle pendici delle Lainores e, valicando il confine di Ampezzo con Marebbe, porta a Fodara Vedla. Un gendarme, forse un doganiere o un finanziere, abitava a Marebbe e lavorava in Ampezzo. Dovendo andare e tornare ogni giorno dal lavoro, e non esistendo allora una comunicazione più agevole attraverso la Monte de Rudo, studiò un percorso tra gli alberi e le rocce, dai Orte de Ra Stua al Lago de Rudo. Il sentiero gli consentì di superare con il tragitto meno lungo possibile l'accidentata fascia boscosa tra Ra Stua e Fodara, accorciando la marcia da e verso casa. Oggi il sentiero si percorre quasi come un secolo fa: è indicato da pochi segni di vernice, che individuano due strettoie rocciose e l’inizio del tracciato sotto Fodara; vi sono radi ometti e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. Da alcuni anni, più di qualche escursionista conosce il sentiero, che non è indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non lo si segue certo per collegare più velocemente Ra Stua e Fodara, ma per il gusto d’immergersi in un ambiente selvaggio d’acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette di rado. Due metri o poco più di roccia, dove si narra che un tempo una scala di legno agevolasse il transito, si superano con una radice che fa da appiglio: e quando la radice non ci sarà più?

Serafino Siorpaes de Valbona, una vita fra le Tofane

Qualche anno fa, iniziando le ricerche sulla vita e sulle opere delle guide alpine di Cortina, una fra le meno note attrasse subito la mia curiosità: “Sarafìn de Valbona”, al secolo Serafino Siorpaes fu Pietro Antonio “Salvador”, nipote del pioniere Santo Siorpaes e fratello minore di Arcangelo, lui pure guida e albergatore. Vissuto dal 13/12/1870 al 5/1/1945, “Sarafìn” non fu famoso. Non consegnò imprese alpinistiche alla storia, fu poco o nulla coinvolto nelle vicende d'Ampezzo, e nei documenti sull’andar per crode il suo nome non è frequente. Questo non esclude però che sia stato meno esperto dei suoi colleghi, meno abituato a fatiche e strapazzi, meno predisposto a spingersi sulle vette per esplorarle e farle conoscere.
Guardaboschi nel distretto forestale di Valbona, area che si estende al confine con Auronzo e ha dato il nome al ceppo familiare, Siorpaes fece la guida dal 1901 al 1929. Nella Illustrierter Fűhrer von Cortina - Dolomiten (1930) fra le guide disponibili per la stagione estiva il suo nome, però, risulta ancora presente. Dal punto di vista delle “conquiste”, Serafino partecipò ad un'unica prima salita: una via di media difficoltà e di limitato interesse, che sale lungo la parete NW della Croda Rotta, nelle Marmarole Centrali. Siorpaes la salì un secolo fa, un giorno imprecisato di settembre 1910, con le due guide ampezzane più richieste dell'epoca, Antonio Dimai “Deo” e Agostino Verzi “Sceco”, e le sorelle Ilona e Rolanda Eőtvős.
In quest’occasione rilevo ancora una volta che la citazione fra i primi salitori della Croda Rotta anche di un “G. Siorpaes”, riportata in varie fonti (una per tutte, la guida “Dolomiti Orientali” di Antonio Berti) è inesatta. Le guide ampezzane identificabili come “G. Siorpaes”, infatti, avevano entrambe cessato l'attività nel 1909: Giuseppe Siorpaes “Refo” perché già ultrasessantenne; Giovanni Cesare Siorpaes “Jan de Santo”, figlio secondogenito di Santo e cugino di Serafino, perché aveva dovuto soccombere ancora giovane alle complicanze di un grave incidente.
Conoscere, almeno in parte, la vita e le opere di Siorpaes, mi è stato possibile grazie alla collaborazione del professor Emilio Bassanin, che mi ha fatto avere copia dell'ultimo libretto della guida, attualmente in possesso delle nipoti. Purtroppo il Libretto di legittimazione per il Servizio di Guida Alpina, rilasciato dal Commissariato Civile di Cortina d'Ampezzo il 17/7/1922 ai sensi del Regolamento per le Guide Alpine per la Venezia Tridentina in vigore dal 30 gennaio di quell’anno, contiene poche notizie, ma che sono comunque interessanti.
Premesso che sicuramente prima della Grande Guerra la guida aveva svolto una buona attività, le note del suo ultimo libretto contengono quasi soltanto salite in Tofana. La frequenza di tali ascensioni è dovuta al fatto che negli anni '20 Serafino gestì per un periodo il rifugio ricavato dal CAI Cortina nella caserma eretta dagli Italiani a fianco dell'originario Tofanahütte a Forcella Fontananegra. Dedicato al Generale Antonio Cantore, caduto nelle vicinanze, e aperto il 5/9/1921, esso fu poi sostituito nel settembre 1972 dall'attuale Rifugio Camillo Giussani.
L'avvocato Luigi Sambettini e Antonio Laschettini del CAI Firenze annunciano il 12/8/1922 di essere “felicissimi di poter aprire il libretto con un sincero elogio alla brava guida Serafino Siorpaes che con prudenza e abilità” li “ha condotti in un’ora e mezzo alla Cima della Tofana di Rozes, da cui in un’altra ora e mezza tra folate di nebbia“ sono “scesi al Rifugio”. Il successivo 22, cinque clienti dai nomi indecifrabili, uno dei quali comunica di essere socio del CAI Venezia, si professano “perfettamente soddisfatti del servizio della guida Serafino Siorpaes, che con grande perizia ci guidò sulla Tofana di Rozes”. La via comune della Tofana de Rozes sale lungo l’ampia fiancata orientale. Percorsa per la prima volta con intenti alpinistici nel 1864, da Paul Grohmann con le guide Francesco Lacedelli “Checo da Meleres”, Angelo Dimai “Deo” e Santo Siorpaes, oggi è rinomata anche come scialpinistica. Secondo i parametri moderni è poco più di una camminata su detriti e facili roccette, spesso innevate nella parte sommitale, ma non va sottovalutata e spesso è teatro di disavventure.
Nelle giornate estive, infatti, è una cima molto trafficata, e in caso di peggioramento del tempo è preferibile non indugiare lungo la via normale: la vetta supera pur sempre abbondantemente i 3000 m, e la cresta terminale è molto esposta al vento. Negli anni Venti, da quella salita una guida alpina ricavava un compenso di 100 lire: considerato che, partendo dal rifugio, l’itinerario comporta 1350 metri di dislivello fra salita e discesa e richiede tre ore o poco più, si trattava pur sempre di un lauto guadagno, se rapportato all’impegno complessivo dell’escursione.
Italo Speccher, ingegnere di Trento, scrive il 27/8/1922: “Esprimo un sincero elogio e gratitudine alla brava guida Serafino Siorpaes che mi accompagnò sulla Tofana II Via Inglese con grande sicurezza e prudenza facendomi provare la più intima e completa soddisfazione. Questa salita (Via Inglese) venne fatta tanto da parte mia che della guida per la I volta”. L’itinerario citato dall'ingegnere sale in Tofana di Mezzo per la parete S.O.. Scoperto nel 1897 da John S. Phillimore e Arthur G. S. Raynor con le guide Antonio Dimai “Deo” e Giuseppe Colli “Paor”, fu ripetuto per la prima volta il 2 settembre dello stesso anno da Dimai col cliente Giorgio Lőwenbach. Nel 1898 alcune guide fissarono una fune metallica di 7-8 m di lunghezza (contestata da qualche alpinista) per superare il tratto più impegnativo, valutabile forse oltre il IV. L’itinerario fu molto noto nel periodo aureo dell'alpinismo, ma poi venne abbandonato; in quegli anni, la sua salita fruttava ad una guida 150 lire.
Il resoconto del primo anno d’attività di Siorpaes in Cortina italiana si conclude qui. Il 19/2/1923, la guida ottiene dalla Prefettura il visto per proseguire la professione. La riprende il 21 agosto, con gli studenti triestini Giuseppe Pezzo e Paolo Cleva che annotano telegraficamente sul libretto: “Serafino Siorpaes ci accompagnò alla Tofana di Rozzes essendoci ottima guida e compagno gradevolissimo. Si raccomanda a tutti caldamente”. Qualche giorno dopo tre clienti, uno dei quali socio del CAI di Padova, scesi dalla normale della Rozes, lasciano scritto “Saliti benissimo. Giornata splendida. Guida ottima (…). Partiti alle 5 ¼, alle 8 ¼ eravamo di ritorno, dopo fermata di ½ ora in vetta”. Risulta chiaro che la comodità della dimora estiva permetteva a Siorpaes di lavorare come guida in aggiunta alla conduzione del Rifugio. Partendo all’alba, all'ora di colazione poteva stare di nuovo dietro il bancone, con oltre un chilometro di dislivello nelle gambe100 cento lire in più in tasca e un altro attestato di soddisfazione sul libretto. A fine agosto, la guida sale in Tofana come un razzo: due ore e cinque minuti dal Rifugio al Rifugio. Per l’occasione, accompagna nella sua prima gita dolomitica il professor Federico De Gaetani che, soddisfatto della prestazione, lascia anche il suo indirizzo “Via Cassiodoro 19, Roma”. L’avvocato Attilio Del Monego di Bologna è l'ultimo cliente della stagione. L’11 settembre sale con Serafino la Rozes e ringrazia la guida, “provetta nell’espletamento della sua funzione“, per “l’ottima e amabile compagnia”. Da quando Cortina fa parte della Provincia di Belluno, il rilascio del visto annuale per l’esercizio della professione dipende dalla Sezione CAI, che inizialmente lo munisce solo del visto del Presidente Marchi, ma nel 1925 vi aggiungerà anche quello del Segretario Terschak.
Nel 1924 l’alpinismo dolomitico, dopo il forzato quinquennio di sosta, sta tornando velocemente in auge, ma pare che la guida non abbia lavoro. Solo Giuseppe Soave “fu Zenone di Vicenza” ricorre ai suoi servigi, per ripetere il 12 agosto la Via Inglese in Tofana di Mezzo e complimentarsi “per la perizia dimostrata”. L'anno dopo, l’orizzonte di Siorpaes pare ampliarsi. Il 21 luglio 1925 guida il torinese Alessandro Malvano “in una sola giornata” sulla Rozes e sulla Torre Grande d’Averau, una salita breve e piuttosto distante dal Rifugio. L’11 agosto, il bolzanino Luigi Rebora attesta di avere salito con Serafino la Via Nuvolau della Torre Grande, la Torre Inglese, la via normale della Croda da Lago con discesa per la Sinigaglia e il Becco di Mezzodì. La guida termina la stagione qualche giorno dopo, salendo di nuovo la Torre Grande.
Dopo il visto per il 1926, sottoscritto dal Presidente del CAI e dal referente delle Guide Alpine Degregorio, questi certificano che in maggio Siorpaes, già abbondantemente oltre la cinquantina, “ha frequentato il corso di prima assistenza infortuni in montagna”, antesignano delle odierne prove di soccorso alpino. Hermann Tihl, professore universitario di Praga, certifica in buon italiano di aver “fatto colla guida Siorpaes Serafino il 4 agosto 1926 l’ascensione del Nuvolau Alto e lo stesso giorno le Cinque Torri (Torre Grande per la Via Nuvolau), poi il 7 agosto il Monte Cristallo per la via comune da Tre Croci, in condizioni poco favorevoli (neve nuova).” Il professore afferma “di essere rimasto molto contento del suo servizio accurato. In speziale modo“ deve ” lodare la sua attenzione e la sua gentilezza”. Il libretto si avvia ormai alla conclusione. Il 21/7/1927, Serafino Siorpaes accompagna “con somma perizia” in Tofana di Mezzo quindici soci del CAI Bassano “battendo la via con i due soci sotto la sua diretta responsabilità dal titolare del libretto”: la dichiarazione è controfirmata dal Segretario sezionale.
Il 2 agosto, “Sarafin” sale ancora in Tofana di Mezzo con Duilio Roiatti di Udine, che sul libretto lascia scritto: “Le difficoltà sono state attenuate dalla grande conoscenza che la guida ha della montagna, conoscenza perfetta che accompagnata ad un istinto pronto dei pericoli rende facile ogni percorso difficile.” Il 4, Roiatti sale con la guida la via normale del Cristallo e conferma le sue “ottime qualità di arrampicatore, che sa adattare la sua esperienza e valentia alla portata di ogni alpinista, insegna e consiglia”. Secondo l'udinese, “queste sono buone lezioni per uno che si avventura per la prima volta sulla roccia”. Con l'ascensione del 4/8/1927 terminano le note ufficiali sull’ultimo libretto di legittimazione di “Sarafin de Valbona”. Serafino Siorpaes, classe 1870, autorizzato all'alba del secolo ad “esercitare il mestiere di guida alpina nei luoghi del Regno” e attivo sulle montagne per almeno un trentennio, fu un ampezzano modesto e tenace che, pur senza maturare exploit straordinari, contribuì a scrivere alcuni interessanti paragrafi della storia dell'alpinismo e del turismo nella conca d'Ampezzo.
 
(Relazione tenuta per l'Università degli Adulti Anziani Ampezzo-Oltrechiusa a San Vito di Cadore, il 22.12.2010)

22 dic 2010

Beco de ra Marogna in invernale


Dal Rifugio 5 Torri, 27/6/2009 (la via normale sale da destra)
Un limpido giorno di febbraio d’alcuni anni fa, salii con un paio d’amici sulla vetta del Beco de ra Marogna (Becco Muraglia, 2271 m), torrione roccioso secondario del gruppo del Nuvolau che s’intravede salendo lungo la strada del Passo Giau. Più che per l’alpinismo, il Becco interessa per la storia, giacché segnò per quattrocento anni un confine di stato, ed oggi marca il limite fra i pascoli sanvitesi del Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo. In tempi antichi il picco non aveva un oronimo specifico. Il nome di Becco Muraglia gli fu affibbiato in epoca moderna, giacché la celebre Muraglia di Giau trova ai suoi piedi uno dei due capisaldi d’inizio. Non so chi sia salito per primo su quella puntina, dove la nostra guida Franz Dallago ha tracciato nel settembre 1972 una breve via di medie difficoltà, ed un quarto di secolo dopo è tornato ad apportarvi una variante. La breve "via normale" del Becco si risolve in una parete inclinata di roccia cosparsa di detrito, con difficoltà che si aggirano sul I per una cinquantina di metri di lunghezza. Vi sono salito diverse volte, per coronare la passeggiata in uno dei migliori boschi della nostra conca, il sottostante Forame. So di averne fatto una ripetizione invernale: non sarò stato il primo, ma l’inverno asciutto di quell’anno e la voglia di respirare un’aria diversa ci spinse a calcare quella cimetta, dove sono tornato diverse volte, perché il silenzio dei luoghi e la visuale che si gode dalla vetta sono un bene davvero prezioso.

21 dic 2010

Ricordo di Rinaldo Zardini Foloin (1902-1988)

Ricorrono 108 anni dalla nascita di Rinaldo Zardini Folòin, umile e straordinario compaesano deceduto nel febbraio 1988, che da semplice collezionista di fossili divenne un autentico uomo di scienza. La comunità ampezzana lo ha ricordato nel modo migliore, dedicandogli il Museo Paleontologico delle Regole a Pontechiesa. A chi scrive, più interessato alla storia dell’alpinismo che a quella naturale, non è sfuggito, e preme rilevare che, tra i molteplici interessi che colmarono la sua operosa esistenza, Rinaldo Zardini vantò anche quello dell’arrampicata. Non fu un campione del sesto grado, ma soprattutto a cavallo tra gli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, svolse una buona attività alpinistica, spesso con l'ardimentosa sorella Olga. Anche le Dolomiti d'Ampezzo lo ricordano nel modo migliore, testimoniando la sua passione giovanile con due vie alpinistiche: la “Via Olga” sul diedro NW della Cima W della Torre Grande d’Averau, un robusto V salito il 15/7/29 con la sorella e la guida Enrico Lacedelli Melero (1908-45), e la parete W della Cima Caşon de Formin sulla Croda da Lago, scalata il 17/7/30 con Olga e le guide Angelo Dibona Pilato (1879-1956) e Luigi Apollonio Longo (1899-1978). Quest’ultima scalata, valutata da Berti di III-IV, da un amico Scoiattolo, che l’ha ripercorsa alcuni anni fa, è stata stimata assai più impegnativa. La figura di Rinaldo Folòin rimane perciò effigiata anche sulle crode d’Ampezzo, che credo egli abbia conosciuto tutte, sulle quali salì per decenni facendone conoscere al mondo intero i segreti più reconditi. A oltre vent'anni dalla sua scomparsa, mi piace ricordare ancora la distinta immagine dello studioso, che purtroppo conobbi e potei apprezzare già anziano, anche attraverso le due prime salite in cui si cimentò in gioventù, delle quali la storia alpinistica conserva intatto il ricordo.

20 dic 2010

Torre Inglese


La quinta delle Cinque Torri d'Averau (che in verità non sono soltanto cinque, ma dieci dopo la caduta della Trephor nel 2004 …) da più di un secolo viene chiamata Torre Inglese. Come per tanti altri oronimi alpinistici, che spesso non hanno una storia molto antica, anche il perché di questo nome ha poco più di cent'anni. La torre, alta 53 metri e ben riconoscibile da Cortina (forse il punto ideale è il villaggio di Peziè, ma ce ne sono altri) per la sua forma a corno, fu salita in un giorno imprecisato d'estate del 1901. Gli uomini giunti per primi sull'esile sommità erano due guide ampezzane, Angelo Maioni Bociastorta (1866-1953) e Sigismondo Menardi de Jacobe (1869-1944) con un cliente inglese, G.W. Wyatt. In omaggio al britannico, da quel giorno la guglia si chiamerà molto semplicemente Torre Inglese. Obiettivo di una breve e divertente scalata, adatta ai principianti (sono due tiri di corda di III), sulla solida dolomia dell'Inglese hanno lasciato il nome alcuni personaggi importanti dell'alpinismo novecentesco: nel 1924 Casara tracciò senza volerlo una variante alla via normale; una dozzina di anni dopo Soldà salì da solo il liscio spigolo N, e cinquant'anni fa Pellegrinon e Fenti scalarono, forse non per primi, il fotogenico spigolo S. Per chi scrive, la Torre Inglese ha rappresentato la quarta cima salita con corda e moschettoni, dopo il Becco di Mezzodì e le Torri Lusy e Quarta Bassa. Era il 4 aprile 1976. Qualche anno dopo, infine, è stata una delle rarissime ascensioni compiute da solo, al tempo dei miei vent'anni.
La Torre Inglese, un giorno di brutto tempo (27/6/2009)

19 dic 2010

Diciannove allegre giornate in montagna


Ai piedi del versante S della Torre Wundt, qualche anno fa

Tempo fa ripensavo alla fessura S della torre dei Cadini di Misurina dedicata a Theodor Wundt: è la via più classica della montagna e fu individuata da Mazzorana e Del Torso una settantina di anni fa. Avevo appena trovato la notizia della seconda ascensione di quell'itinerario, divenuto famoso in grazia della fin troppa vicinanza al Rifugio Fonda Savio, il quale ha nella Torre Wundt, e nella fessura Mazzorana-Del Torso,  un redditizio “Hüttenberg”. La prima ripetizione del percorso, aperto con imprevista fortuna da una giovane guida bellunese trapiantata ad Auronzo e da un nobile friulano ultracinquantenne e forte alpinista, risale al 14/8/1942. Essa fu opera di due ragazzi mantovani, Mario Pavesi e Cesare Carreri, che all’epoca avevano vent’anni e fra le Dolomiti di Sesto stavano approfittando di una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. Ho desunto questa notizia, che presumo non fosse mai stata divulgata, da un interessante libretto pubblicato nel 2007 da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, “Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”, a cura di Mare Verticale. Fra l’altro, i due mantovani dovrebbero aver tracciato anche una variante alla via originale, che però non è ben chiaro dove salga e non risulta documentata in alcuna fonte. Secondo la testimonianza dei ripetitori, lungo il tracciato i primi salitori avevano lasciato un solo chiodo, che forse è sempre il medesimo in cui incappavamo tutti noi salitori fino a circa una ventina di anni orsono. Era un chiodino ad anello, messo alla base della solida parete nera che dà accesso al camino superiore. Idealmente, mentre sfogliavo quel volume, mi ero ritrovato ancora una volta lassù, lungo il budello roccioso non molto baciato dal sole, dove ho trascorso con tanti amici diciannove allegre giornate.

18 dic 2010

L’ometto di vetta più singolare che ricordo

L’ometto di vetta più singolare che ricordo? Lo scoprimmo trent'anni fa sulla Torre Lagazuoi, slanciato pinnacolo che sorge 500 m a NW di Forcella Travenanzes, e si stacca ben visibile dalle pareti retrostanti. Con Enrico avevamo salito la torre per la via aperta l’8/9/46 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un percorso gradevole, breve ma sostenuto, un po’ rischioso per i sassi nella parte iniziale. A proposito: a pag. 219 del “Berti”, la relazione della via ha una data errata. Forse non poté essere salita l’8/9/44, perché quel giorno (vedi pag. 105) Costantini forse era altrove: infatti avrebbe dovuto aprire con Armando Apollonio una via sulla Croda da Lago da SE. Giunti in cima, nell’angusto spazio oltre il quale c’era l’infinito, vedemmo un mucchietto di pietre cementate fra loro e coperte da licheni verdastri, che forse nessuno aveva mai sfiorato: ed erano passati appena 35 anni dalla prima salita della Torre! Quell’ometto mi comunicò la stessa emozione che forse avrei provato di fronte a uno eretto da Siorpaes, Dibona o Preuss. Su quella cima silenziosa era l’unica testimonianza lasciata dall’uomo (e mi auguro che oggi, trent’anni dopo, non ve ne siano tante di più). Né croci, né libri di vetta, né tracce di sporcizia rovinavano il ripiano dove ci trattenemmo un lungo attimo, riposando le membra e rilassando la mente. Lassù ebbi una percezione strana: pur trovandoci in una zona non certo remota, accanto a luoghi noti e calpestati sia d'estate che d'inverno, eravamo sospesi su un quadratino pietroso a duecento metri da terra, dove prima di noi penso che pochi avessero avuto la ventura di salire, in un microcosmo in cui solo un cumulo d’antiche pietre scalfiva la naturalità del luogo. Mi dispiacque persino smuovere sassi al nostro passaggio: tant’è che, scendendo tramite un paio di aeree calate ed alcuni agevoli camini lungo la parete orientale, ci muovemmo quasi in punta di piedi. Forse non volevamo infastidire la Torre, che fino ad allora aveva avuto la fortuna di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.
Un ometto su una cima delle Dolomiti, 9/8/2004


17 dic 2010

Un'affascinante scoperta: il Sorapis


Un po' meno rinomata e ricercata della Marmolada, dell’Antelao o del Pelmo, la Punta di Sorapis è comunque una grande montagna. Il 16/9/1864 Paul Grohmann, con le guide Francesco Lacedelli (Checo da Meleres) e Angelo Dimai Deo giunse in vetta da N e scese poi a S, per quella che sarebbe diventata la via normale. La vetta si protende nel cielo con tre elevazioni: Fopa de Matia, Croda Marcora e Sorapis, la più alta e frequentata. La sua storia è scandita da varie date. La seconda salita della cima spettò al signor Pöschl con le guide Fulgenzio Dimai Deo e Peter Groder di Kals, nell’estate 1873. Il 26/11/1881, il Tenente Pietro Paoletti e le due brave guide di San Vito Giuseppe ed Arcangelo Pordon se ne aggiudicarono la prima invernale, poi contestata dai triestini Giorgio Brunner e Ovidio Opiglia, saliti il 17/3/1938, durante l’inverno meteorologico propriamente detto. La prima donna, Mrs. Meynell, salì in vetta nel 1887, mentre nel 1882 Emil Zsigmondy e Ludwig Purtscheller realizzarono la prima salita della cima senza guide. La via normale ha un approccio piuttosto lungo e faticoso e si sviluppa per circa quattrocento metri di dislivello, con difficoltà che in pochi metri toccano il II+, non escludendo l’uso di uno spezzone di corda. Il resto della salita si svolge per gradoni friabili, tanta ghiaia e da ultimo una crestina bella esposta. Salii in vetta per la prima volta con tre amici nel lontanissimo luglio 1979, dopo aver pernottato al Bivacco Slataper, e vi sono tornato poi altre due volte nel 1986 e 1990. “Tremila” solitario, altissimo, scostante, oggi il Sorapis è sicuramente ancora meno frequentato di un tempo, ma ritengo che sia sempre un’affascinante scoperta.
Un Sorapis inconsueto, salendo sulla Rocheta de Cianpolongo (foto di C. Bortot, 5/9/2004)

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...