10 nov 2012

Il canalone del Busc de r'Ancona


Nell’agosto 1977 per la prima volta e poi in varie altre occasioni, fino al 10/11/1990 con Sandro e Max, mi capitò di percorrere in discesa il profondo invaso roccioso in cui scorre il Ru de r’Ancona.
Dall'omonimo Busc (sede dell’arcinota leggenda del diavolo, che da lassù sarebbe fuggito bucando la parete a cornate, poiché non era riuscito a convertire a suo vantaggio la valle d’Ampezzo), il canalone scende fino a lambire la Strada d’Alemagna, all’altezza del Ponte de r’Ancona. 
Si sviluppa in un angolo piuttosto selvaggio, per circa seicento metri di dislivello: con un po’ di attenzione, considerato il letto piuttosto accidentato e l’assenza di tracce, a quei tempi era tutto percorribile, a parte un breve tratto. 
Giunto, infatti, abbastanza in basso, il torrente si allargava in una piccola vasca, oltre la quale un liscio salto di una quindicina di metri, percorso da una suggestiva cascatella, impediva di continuare naturalmente.  
Photo: courtesy of panoramio.com
La soluzione del problema stava sul lato destro orografico dell'invaso. Alcune tracce nel bosco, prima in salita fino ad un cippo di particella forestale e poi in discesa, scansavano l'ostacolo permettendo di rientrare agevolmente nel solco del Ru. 
Il canalone, che ritengo percorso ben di rado in salita, anche perché in alto è molto friabile, venne sceso con gli sci intorno al 1984 da Nina Ford Bartoli, da sola. Dell'interessante scialpinistica fu data anche una breve relazione sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. 
Tra le avventure selvagge possibili a Cortina, forse era una tra le più consigliabili a gente un po' esperta e disincantata, munita comunque di ottimi polpacci e robuste calzature. 
Portarsi fino al Busc, preferibilmente per la mulattiera militare che rasenta il canalone in sinistra orografica (segnalata con qualche bollino rosso e oggi - mi dicono - quasi sepolta dai mughi), scavalcare l’alto finestrone roccioso e poi destreggiarsi tra i blocchi e le ghiaie fino alla strada: era un “sentiero selvaggio” ignorato dalle antologie, che permetteva di recuperare un frammento di "wilderness" altrove ormai scomparsa. 
Forse oggi si potrà ancora scendere, ma ne parlo al passato, perché dalla mia ultima discesa è passato più di ventennio.

7 nov 2012

Nozze d'argento con la Rocchetta di Campolongo

Oggi festeggio le nozze d'argento con una delle montagne meno note e, per fortuna, meno usurate della conca ampezzana: la Rocchetta di Campolongo (m 2371), nel gruppo della Croda da Lago.
La tabella in vetta, verso l'Antelao
(photo: courtesy Claudio, 5/9/2004)
Era infatti il 7 novembre 1987, giornata ricca di sole e di silenzi, quando giungevo per la prima volta in vetta in compagnia dall'amico Lux, che ci ha lasciato qualche anno fa.
Di quel giorno, mi rimane materialmente solo una diapositiva persa in qualche cassetto, ma il ricordo è indelebile: per la stagione che non voleva arrendersi all'inverno, per la compagnia, per la salita faticosa, compensata però dalla gioia di fare una nuova conoscenza.
Come alcune altre vette, anche la Rocchetta è un luogo del mio cuore: andando e tornando dal lavoro ce l'ho davanti tutti i giorni dell'anno, e specialmente in  ore autunnali splendide come quelle odierne il mio pensiero non può non correre volentieri fra le rocce lassù.

6 nov 2012

Strudelkopf, cima per pigri



Tutto sommato il Monte Specie - Strudelkopf (2307 m), rilievo  di interesse escursionistico nel gruppo del Picco di Vallandro, è una "cima per pigri". La croce di vetta, dedicata ai reduci di tutte le guerre, si raggiunge infatti in un’ora di comoda salita dal Rifugio Vallandro a Pratopiazza, lungo una carrareccia ex militare praticabile in MTB e purtroppo - mi si dice - d'inverno assediata anche da motoslitte. 
Oltre che per il panorama, il Monte Specie - pacifica calotta di pascolo, mughi e detriti - viene frequentato proprio per l’accesso facile e breve. C'è però anche un modo più “alpinistico” per giungere in vetta: dalla Valle di Landro lungo la Val Chiara - Helltal, per la quale s'inerpicava il sentiero militare austriaco. Questo sentiero inizia proprio a fianco del Ristorante Tre Cime a Landro: risale la ripida costa boscosa che sovrasta la strada, ma dopo un po' cambia versante e s'inoltra nella valle vera e propria. 
Superata una scala di legno, una breve galleria e una cengia esposta, resa sicura da alcune corde fisse, il sentiero prosegue con pendenza costante in destra orografica della valle sbucando su un'insellatura del crinale, dove sorge un fortino diroccato. 
In cima coi gracchi, 6/11/2010 
(photo: courtesy of idieffe)
Qui incrocia la stradina che sale da Pratopiazza, e per essa in un altro quarto d’ora si è in vetta. Per salire da Landro occorrono due ore e mezzo, un po’ faticose ma molto interessanti per le testimonianze belliche presenti lungo il percorso, nonché per l’ambiente. Il sentiero è un tratto dell’Alta Via delle Dolomiti n. 3, e viene spesso seguito in discesa. 
Ho salito il Monte Specie una mezza dozzina di volte, l'ultima due anni fa come oggi, in una domenica calda e soleggiata in cui trovammo comunque la cima già coperta di neve. Per scendere dalla Val Chiara, mi piace una variante un po' "avventurosa", il vecchio sentiero dei cacciatori. Esso devia da quello normale presso i ruderi di una teleferica e si abbassa tra gli alberi accanto ad un rio. Dove questo sprofonda in una cascata, piega a sinistra e cala fra i mughi, rientrando nel bosco e sboccando sulla Strada d’Alemagna, a un paio di km da Landro. La variante si svolge in una zona impervia ma non difficile e richiede un minimo di attenzione all'orientamento.
Ma salire e scendere dal "Vallandro", che dista   mezz'oretta di passeggiata quasi in piano dal parcheggio di Pratopiazza (occhio: da maggio di quest'anno per giungere sull'altopiano da Ponticello si paga, 8 € ad automobile), è certamente più rapido e comodo, se si ha meno tempo a disposizione, meno provviste nello zaino  o talvolta ... meno energia nelle gambe!

3 nov 2012

Popena Basso, sabato 3 novembre

In una giornata meteorologicamente "da urlo", con l'amico Carlo, oggi ingegnere a Trieste, ripetei la via aperta nell'estate 1936 da Piero Mazzorana e Mulli Adler sulla parete SE del Popena Basso, a picco sul Lago di Misurina; una salita divertente che si può fare in mezza giornata e si svolge su parete aperta, con roccia solida e difficoltà abbastanza continue ma  non superiori al 4+ (ciò che per noi era l'optimum).
Popena Basso, parete S, salendo per la via normale

Salii più di una volta la via, piacevole,  aerea e con un  bel panorama  sulle Tre Cime e sui Cadini di Misurina. La buona attrezzatura (oggi ci saranno spit,  allora c'erano chiodi e cunei di legno) e la discesa semplice e veloce, la rendevano molto appetibile per il nostro standard di difficoltà. 

La Mazzorana-Adler è la seconda via che s'incontra uscendo dai mughi lungo il sentiero che funge da via normale e parte sul retro del Grand Hotel Misurina: l'attacco si trova poco prima della rampa che sale alla forcella tra la parete S e le torri antistanti, nel diedro formato da un gran pilastro appoggiato alla parete.

Terminata la salita, con grande soddisfazione di Carlo perché per lui era la prima volta, e anche mia perché, il 2 novembre di qualche anno  prima, la Mazzorana-Adler mi aveva ricacciato alla base per una repentina nevicata, ci godemmo una birra  scaldati dal sole e sotto il cielo azzurro, sulla terrazza della pensione Quinz, in faccia al lago di Misurina. 

Era sabato 3 novembre 1984.

31 ott 2012

Punta della Croce, cima disertata ma tranquilla


La Punta della Croce, sommità mediana delle tre che formano il segmento occidentale del sottogruppo del Pomagagnon, pur essendo sicuramente stata salita in epoca precedente,  fino al penultimo decennio del XIX secolo non aveva un nome preciso. 
Il nome le venne da una croce di legno collocata in vetta dalla guida alpina Giuseppe Ghedina Tomasc, che sarebbe poi caduto in circostanze oscure dalla sommità del Nuvolau il giorno dell'inaugurazione del rifugio omonimo (11/8/1883). 
Non si sa esattamente quando e perché Ghedina abbia portato una croce su quel poco rilevante rialzo della cresta. Poco rilevante, però, qualora lo si osservi dal lato settentrionale, dove si adagia con uno schienale di rocce e detriti sparsi di zolle erbose sui  suggestivi Prati del Pomagagnon. 
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai
dai prati di Brite, 2/11/2003
Sul versante opposto, verso Cortina, infatti, la Punta dispiega una parete spaccata a metà da una caratteristica fessura, che – per quanto non sia tutta verticale – raggiunge la notevole altezza di 600 m. 
Pur essendo stata salita fin dal 1900, la Punta non ha mai raggiunto la rinomanza delle sue vicine, la Punta Fiames e il Campanile Dimai. Nemmeno la via più semplice per la vetta, che richiede una mezz'oretta da Forcella Pomagagnon e presenta lievi difficoltà, credo incontri eccessivi entusiasmi negli alpinisti, anche se ancora negli anni '70 l'ascensione della Punta rientrava nei programmi estivi delle guide alpine di Cortina. 
Domenica 31/10/1999, in una giornata di sole e cielo azzurro che pareva rubata all'estate, con gli amici Claudia e Alessandro giungevo di nuovo in vetta a quella montagna. 
Perché mi piaceva la Punta, e la salii alcune volte fino a quella domenica d'autunno, dopo la quale mi è sempre sfuggita un'altra occasione di tornarci? 
Soprattutto perché una volta in vetta, dove da decenni la croce è scomparsa e ad accoglierci si presenta solo un ometto di pietre, basta guardare la prospiciente Punta Fiames, popolata di ferratisti e scalatori dalla primavera all'autunno, per rendersi conto del fatto che la Punta della Croce è sì una montagna disertata, ma tranquilla.

30 ott 2012

Becco Muraglia, chi ti conosce?


In un pomeriggio foriero di pioggia (scatenatasi puntualmente poco prima di riprendere la macchina al piazzale presso l'ex Capanna Ravà), ho raggiunto per la quinta volta  una cima che ritengo abbastanza interessante: il Becco Muraglia (m 2271, nel gruppo dolomitico Nuvolau-Cinque Torri). 
Salendo verso il lago di Ciou de ra Maza ... spunta il Becco 
(photo: courtesy idieffe)
Il “Bèco de ra Marògna” per gli ampezzani, ai quali però prima della Grande Guerra il nome era ignoto, è una piramide d'importanza alpinistica marginale, che si nota bene dalla strada del Passo Giau in vicinanza dell'omonima casera, e costituisce uno dei due capisaldi della famosa Muraglia di Giau, il muro confinario fra le comunità di Ampezzo e di San Vito del quale nel 2003 sono ricorsi i duecentocinquant'anni dall'edificazione. 
Salire sul Becco non è cosa lunga né tutto sommato  difficile, anche se - data la qualità un po' scadente della roccia - ritengo questa gita adatta ad escursionisti appena un po’ smaliziati. 
Seguendo le tracce degli animali che punteggiano lo splendido bosco del Forame e s’internano fra i baranci e le rocce sovrastanti la strada del Giau, dopo aver sorpreso una famigliola di caprioli, in tre quarti d’ora dal parcheggio abbiamo guadagnato un comodo e panoramico colletto erboso, posto proprio ai piedi della parete terminale del Becco. 
Da qui alla cima manca una cinquantina di metri; la salita, valutabile di I grado, si svolge su roccia gradinata ma friabile e  ghiaiosa, un po' delicata in discesa. In vetta, tra un mucchio di blocchi che sembra frutto di qualche fulmine, dopo un quarto di secolo dalla prima visita, ho ritrovato praticamente intatta (!) la singolare croce, un palo di legno con due piccole tabelle, il cui significato non mi è chiaro. 
Il Becco Muraglia ha senz'altro un interesse escursionistico e alpinistico di dettaglio, ma può  attrarre soprattutto chi ama la nostra storia. 
La salita,  descritta con tanto di immagini nella recente guida  "111 cime attorno a Cortina" di Majoni-Caldini-Ciri, che ha regalato all'elevazione un pizzico di visibilità in più, può avere un valore per chi cerchi una meta un po' fuori dal comune, e si accosti ad un angolo dolomitico che - pur abbastanza prossimo ad una strada e facilmente accessibile - sconta ancora una solitudine rara e apprezzabile.

27 ott 2012

Nel silenzio dei Brentoni


Cresta di Val d’Inferno: un gruppo di guglie aguzze e spuntoni minori dal nome un po’ truce, che separa la Carnia dal Cadore e appartiene alla giogaia dei Brentoni-Castellati. 
Cime non sempre comode e spesso friabili, con accessi talvolta lunghi e faticosi, angoli solitari dove resta sempre qualcosa da scoprire: questo offre la cresta, un luogo genuino e romantico. Dai pinnacoli della cresta che guardano l'altopiano di Razzo, emerge il secondo Torrione (2311 m), dalle linee eleganti se non ardite, alto sui pascoli di  Camporosso e sui boschi che scendono in Val Frison. 
I Brentoni, dalla strada di Casera Doana
27 giugno 2010
Lungo lo spigolo S sale una via, ritenuta una delle più interessanti del gruppo, che anni addietro percorsi due volte. 
L'avevano tracciata nel 1938 due grandi alpinisti dolomitici,  Castiglioni e Detassis, durante la minuziosa esplorazione delle Alpi Carniche per la stesura dell’omonima guida, uscita nel 1954. 
La via, anche se non particolarmente succulenta (sono 220 m di media difficoltà, su roccia non sempre eccellente), presenta alcuni pregi che la rendono apprezzabile da chi predilige un certo alpinismo, oggi in via d’estinzione. 
Per me fu già bello salire in un fresco mattino di fine ottobre verso lo spigolo, verso Forcella Losco e Camporosso e poi seguendo il sentiero di Forcella Valgrande, che presto si lascia per un pendio di erba e ghiaia dominato dal Torrione. 
Per noi, abituati alle famose crode di casa, il panorama era insolito: Carniche, Giulie e Dolomiti si proponevano agli occhi in un avvicendarsi di piani diversi, che avrebbe colpito anche l’osservatore più distratto. 
Nessun rumore turbava quegli spazi aperti, quell'ambiente dorato; forse più in autunno, il periodo ottimale per aggirarsi sui Brentoni, su quelle crode la pace regna sovrana. 
Fu bello salire la via con calma, godendo i singoli passaggi, mai duri ma neppure banali: la rampa, le pareti sul filo dello spigolo, il diedro, la cresta finale, fino in vetta. 
Fu piacevole godersi il sole sul poco spazio disponibile, vagando col pensiero sulle crode che si offrivano alla vista, mai così nitide come in quella giornata. La conclusione della gita ci vide poi scendere soddisfatti per la  via normale, districandoci fra salti ghiaiosi e ripide cenge erbose solcate dai camosci. 
Fu infine dolce terminare la giornata andando pian piano incontro alle luci della valle e lasciare nella sera ormai vicina la solitudine dell’altopiano. 
Fu bello, e valse la visita, il secondo Torrione della Cresta di Val d’Inferno, nei Brentoni. Chi  lo sale, se può, lo salga in silenzio, sottovoce, per mantenere il fragile incanto che ancora resiste lassù. Ne sarà di certo gratificato.

23 ott 2012

Col Rosà, da solo

23 ottobre: era domenica, una bellissima domenica. Leggo nei miei appunti: "Venerdì scorso  ho superato l’esame di Diritto Amministrativo, e sono risalito subito a Cortina per celebrare l’avvenimento come piace a me, in montagna.

Col Rosà, da Val Fiorenza (foto F.P.)

Sette giorni fa, per esorcizzare il pensiero dell’esame che incombe, ho fatto la ferrata “Strobel” sulla Punta Fiames: oggi vorrei tornare in zona per salire  la “Bovero” del Col Rosà. In solitaria anche stavolta, un po' perchè ne ho bisogno, ma anche perché non mi dispiace. Zainetto e tuta, arrivo a Fiames, m’inoltro nel bosco e in breve - per la comoda, un po’ cupa mulattiera che risale la Val Fiorenza - spunto al Passo Posporcora. L’aria è quella fresca e vitrea  di un mattino d'ottobre avanzato: non fa freddo e il silenzio urla.
Supero l’erto pendio che porta alla ferrata, e alla base di questa incontro due ragazzi e una ragazza. Scambio due parole, ma ho premura, perché la cima mi aspetta.
Un lungo tratto in libera, e solo sulla nota “traversata” aggancio il moschettone: mi gusto la danza sul vuoto di quei pochi metri solidamente attrezzati, in breve sono fuori e continuo veloce fino ai mughi sotto la vetta. Attraverso le ghiaie, salgo rapidamente il camino con gli scalini metallici e quando  spunto in vetta le campane suonano mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una leggera brezza, un pallido sole, un gracchio che forse  pregusta la colazione ed io.
Sto apprezzando a pieni polmoni la solitudine di una cima altrimenti molto frequentata: immagazzino a più non posso tutto quello che vedo  e metabolizzo la gioia di trovarmi in alto, essere di nuovo su quella vetta e godermela in armonia con me stesso e la natura.
Sulle pietre sommitali, esposte sul ciglio della parete che guarda Cortina, schiaccio anche un pisolino. Non sarebbe  bello restare quassù, e vivere da eremiti sul Col Rosà tra alberi, animali, sole e vento?
Proprio in quel momento di beatitudine, un soffio da nord mi ridesta da quella quiete: mi è venuto in mente che a casa mi sta aspettando il famigerato “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!"



21 ott 2012

Le Anguane di Ciou de ra Maza


“Lago della testa del bastone”: in italiano un toponimo siffatto suona quantomeno bizzarro e non so se abbia altre occorrenze.
In ampezzano, “Lago de Ciou de ra Maza” trova invece un  riferimento puntuale, anche se di significato non proprio immediato.
Il lago è un minuscolo specchio d'acqua a q. 1891 m, nascosto nei boschi ai piedi dei Crepe del Formin; da esso prende origine il torrente Costeana, affluente del Boite.
La maggior parte della zona identificata con il toponimo “Ciou de ra Maza” appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, ed è solcata da una pista forestale, che la raggiunge dal basso, partendo poco sopra Pezié de Parù, e va a concludersi sul limite territoriale fra Cortina e San Vito, segnato dalla Marogna de Giou.
Se il "nostro" nome di questo luogo di confine non pare chiaro, forse quello sanvitese è un po' più evidente: secondo l'atlante toponomastico del territorio di San Vito, i vicini chiamano la zona “Laghete de Iou de la Maza”, con riferimento quindi al letto asciutto di un qualche torrente.
La zona è isolata e silente: al lago, dominato dalle arcane ultime propaggini della costiera dei Lastoi del Formin, passano di sicuro più cervi che cristiani, la zona è selvaggia ed oggi, splendida domenica d'autunno in cui la neve imbiancava già le pendici delle montagne, sulle rive del piccolo specchio d'acqua per un attimo ci è parso di udire ancora il fruscio delle Anguane che lavavano il bucato.

15 ott 2012

Croda de r'Ancona, bella cima

Obiettivi proficui, a Cortina, per chi vorrebbe conoscere la montagna  e non collezionare solo quote  e gradi? Ce ne sono, eccome se ce ne sono!
Ne suggerisco uno, che risulterà certamente soddisfacente: la Croda de r’Ancona (2367 m), che incombe isolata sulla Strada d’Alemagna con un castello roccioso sostenuto da un intrigante zoccolo di rocce, mughi e boschi.
Sul lato opposto, ossia verso i pascoli di Lerosa, la Croda si mostra ancora rocciosa, ma più mansueta: il suo "tallone d’Achille" risiede nella cresta O, che scende verso Son Pouses e Ra Stua, inarcandosi a metà con un dosso dove sorge un antico segnale trigonometrico, detto Croda dei Ciadis.
Croda dei Ciadis e Croda de r'Ancona 
da Fiames, 14/10/2011 (foto idf)
Non so quante volte ho  salito la Croda: facevo le medie, quando mi ci portò per la prima volta mio padre, grande appassionato della zona, che allora come oggi (e spero ancora per molto) è estranea alle Dolomiti impacchettate da funi, scalini e scalette e pubblicizzate ai quattro venti.
Sulla Croda si va a piedi, non ci sono scalate da fare, né ferrate: o meglio, una breve ferratina artigianale, mai ufficialmente collaudata, c'è. E’ comunque solo una lunga fune rugginosa, che aiuta a scendere dalla cima al leggendario Busc de r’Ancona, sulla cresta di Ra Ciadenes, dal quale si può poi rientrare a Lerosa per labili tracce di guerra.
Il 22/8/2002 portammo sulla Croda il primo libro di vetta, sostituito con uno più solido giusto sei anni fa, il 15/10/2006. In una delle tante salite,  nell'autunno 2004, ricordo che - per la prima volta - la nebbia ci fece quasi smarrire la traccia sui Ciadis, una zona traforata da residuati bellici, quel giorno avvolta e livellata da nebbie inquietanti. 
Magari oggi questo non succederebbe, dopo che un ignoto "artista" ha decorato la via normale, in salita e in discesa, con una lunga teoria di bollini rossi, dei quali, in verità,  non si sentiva proprio gran bisogno.
Nei limiti del possibile, non mancheremo di tornare ancora su quella cima, soprattutto per mostrare a chi non la conosce un bell'angolo dolomitico, umile e meno reclamizzato ma non per questo trascurabile.

10 ott 2012

13 anni fa, sulla Cima NE di Marcoira

Una montagna dove siamo saliti spesso, per affetto ma anche per comodità, è la Cima NE di Malquoira, o di Marcoira,  posta  lungo la diramazione ampezzana del Sorapis.
Mentre a N, verso il Passo Tre Croci, la cima scende con alte pareti salite da nomi illustri per vie misconosciute, a S scivola con pale erbose assai erte ma abbordabili verso il Ciadin del Lòudo, una valletta oggi purtroppo parzialmente imbiancata dalle ghiaie, dove ai tempi dei pionieri pascolavano le pecore: un angolo romito, un gioiello solitario.
Da questa parte, la "Marcoira" si sale in breve tempo seguendo una traccia poco marcata e non segnalata, che prende avvio a Forcella Marcoira, lo stretto intaglio raggiungibile dal Passo Tre Croci per un accidentato canale detritico.
La prima volta giunsi in cima per caso, il giorno della Sagra d’Ampezzo di tot anni fa. Transitavo per il Ciadin da solo e di quella montagna sapevo solo quel poco che riportava il “Berti”. In vetta, mi stupii di trovare un ometto e due rami a mo' di croce, e cercai altro: ma nulla.
Qualche tempo dopo un conoscente, con il quale avevo fatto un paio di salite, mi disse di essere giunto più volte su quella sommità seguendo una via di Castiglioni. Cavolo, ma era proprio quella che nell'80 con mio fratello avevamo cercato, senza capire neppure l’attacco, quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai su a metà degli anni ‘90, e tredici anni orsono, il 10/10/1999 - giorno in cui gli Alpini scorrazzavano per ogni cima dolomitica, lanciando razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – eravamo di nuovo su.
Lasciai sotto l'ometto un barattolo con uno striminzito calepino, subito sostituito da un amico di manica più larga: da allora, grazie anche ad alcuni miei articoli, ogni estate si affacciò sulla Cima qualcuno in più.
L’ultima volta, per ora, sono tornato sulla "Marcoira" nel luglio 2005, notando che in meno di un mese erano arrivati in vetta ben 15 appassionati: alla fine, siamo sempre quelli, che sfuggono alle "autostrade dolomitiche" per rifugiarsi su crode solo in apparenza minori, dove non occorre farsi largo fra la folla vociante, la vernice, le cartacce.
Dove la solitudine alpina non è una frase fatta.

Il cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina


L'amico Emanuele D'Andrea, nativo di Pelos di Cadore, già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore e cultore di storia patria, ha compilato la maggior parte dei “Quaderni Storici” che la Tipografia Tiziano di Pieve produce per documentare gli aspetti storico-culturali del Cadore. 
Nel suo ultimo lavoro Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo, settimo titolo della collana, D'Andrea sviluppa un suo pallino: il cinema legato, per ambientazione o perché prodotto da locali, al Cadore e a Cortina, al quale hanno già lavorato noti antesignani sia cadorini che ampezzani, come Bortolo De Vido, Giuseppe Ghedina, Gianni Mario, Aldo Molinari, Fiorello Zangrando.
Nel Quaderno l'autore ha sviscerato la storia del cinema sulle Dolomiti del Cadore e di Cortina iniziando oltre un secolo fa, nel 1907, quando il regista londinese Frank Ormiston-Smith venne a girare con una “Lumiere” a manovella “The tree tops of Lavaredo in the Dolomite Mountains”, prototipo del cinema di montagna. Nel film si prestarono come attori Mansueto Barbaria, Angelo Dibona e Baldassare Verzi, note guide alpine ampezzane, ma di esso si è salvata solo una fotografia, nella quale i personaggi posano con la macchina da presa sullo sfondo delle Tre Cime. 
La storia, per ora, termina con i registi Carlo ed Enrico Vanzina, che a Cortina hanno dedicato numerosi film e sceneggiati, non sempre di buon gusto ma comunque efficaci per reclamizzare la valle d'Ampezzo e le sue crode. Il volume contiene poi l'elenco di associazioni e personaggi cadorini, autori e registi, che si sono interessati e s'interessano di cinema; nella terza parte D'Andrea illustra un progetto importante: una cineteca cadorina, in cui  conservare tutti i materiali audio, cartacei e video che riguardino il Cadore e i cadorini. 
Seguono un'ampia bibliografia e gli indici di nomi, titoli e illustrazioni. Queste ultime, molte delle quali sono inedite, testimoniano la nascita e lo sviluppo di una forma culturale che interessa il Cadore, Cortina e le nostre montagne ormai da più di 100 anni. Mi fa piacere che, fra i personaggi da evidenziare in questo ambito, D'Andrea abbia dato il doveroso spazio, compresa la copertina (l'immagine, “Cine sulle cime”, fu scattata alla fine degli anni '40 sulla Grande di Lavaredo), ad un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare: Severino Casara, forse il più illustre pioniere del cinema dolomitico, che amò le Dolomiti Ampezzane e Cadorine salendole, descrivendole in libri di successo e divulgandole nelle sue numerose pellicole.

Emanuele D'Andrea, “Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo”, 87 pp. con numerose immagini, Tipografia Tiziano – Pieve di Cadore 2012.

5 ott 2012

Ricordo di "Tesele Ris-cia" (1922-2012)

Ampezzana d’antico ceppo, scomparsa il 22 settembre a pochi giorni dal 90° compleanno, Teresa Michielli Hirschstein, nota come “Tesele Ris-cia”, si è impegnata per molti anni a sostenere le peculiarità culturali e tradizionali di Cortina con l’appoggio a numerose iniziative di promozione e difesa dell'idioma e del sapere locale: una per tutte, la  collaborazione per oltre un ventennio alla redazione dei vocabolari delle Regole, “Ampezzano” (1986) e “Taliàn-Anpezàn” (1997).
Nell'estate 2010, “Poesies e canzós de Tesele Michielli Hirschstein”, 85 pagine stampate dalla Tipografia Ghedina, le regalò un giusto riconoscimento: la divulgazione di una quarantina di poesie e canzoni, composte in un ampio arco di tempo e in parte già pubblicate e apprezzate altrove.
Con le sue parole e i suoi versi Tesele, autodidatta che creava i suoi materiali con la penna nel tepore della “stua” di Doneà, ha delineato con icastica efficacia la sua visione del mondo e della vita, trasportando i lettori dai prati in fiore ai boschi fascinosi, dal crepuscolo che s'irradia sulle sue montagne all'incanto di una notte di luna, dalla nostalgia del passato alla gioia per le piccole cose, dal calore del focolare ai ricordi lontani. Sono brevi, vividi frammenti del variopinto mondo di un’autrice che ha amato profondamente la sua valle e la sua gente e che ora, dopo la sua scomparsa, pare giusto ricordare e ringraziare.

2 ott 2012

Una delizia "alpinistica"

Rispetto all'autunno e all'inverno, in estate è poco  frequente che, nelle nostre camminate, facciamo espressamente tappa in un  rifugio per pranzarvi.
Coi rigori invernali, ovviamente, come - credo - ogni escursionista ci piace finalizzare ogni nostra passeggiata alla sosta in una malga o in un rifugio, per mandar giù qualche cosa di caldo e gustoso.
Dopo decenni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nel circondario ampezzano e in parte del Sudtirolo, con qualche incursione in Cadore e Comelico, non voglio assolutamente stilare  una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla cucina, alle tariffe favorevoli; sarebbe oltremodo antipatico e politicamente poco corretto.
Intendo solo comunicare che il metro di paragone utilizzato nelle nostre uscite, perlopiù nel Sudtirolo anche perché di qua dal Passo Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è il nostro “smorm”, ovvero il “Kaiserschmarren”, frittata dolce e spezzettata servita con marmellata di mirtilli rossi (“conserva de brusciéi”) o, talvolta, con frutta sciroppata: un’autentica delizia, per quanto abbastanza calorica.
E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, compare spesso sulle nostre tavolate, quando raggiungiamo una "Alm" o una "Huette", e in conformità a quello, generalmente misuriamo il ricordo e la predilezione per quel determinato luogo.
La classifica ha valore puramente interno, ma siccome anche in questo campo la memoria non ci manca, sono diversi i luoghi nei quali torniamo di buon grado per numerosi motivi, non ultimo quello gastronomico; siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” ben cotto, abbondante e dolcemente saporito.
Che volete: penso che l'andar per malghe e rifugi d’inverno sia godibile anche, e soprattutto, per questo!

26 set 2012

C'è sempre per ognuno una montagna...

"C'è sempre per ognuno una montagna", titolava un bel libro del maestro Giancarlo Bregani, uscito negli anni '60. A Trieste, "una montagna" è la Val Rosandra, piccolo universo prealpino affacciato sul mare. 
In uno spazio relativamente piccolo, ci stanno boschi, un torrente, una cascata, sentieri, guglie, diedri, pareti e spigoli, e anche un piccolo rifugio, che è stato la meta di una nostra recente passeggiata.
Costruito nel 1940 e dedicato all'ingegner Mario Premuda, caduto sulle Alpi Giulie, il rifugio si trova all'inizio della valle, in uno slargo presso il quale un tempo c'era un mulino.
Il "Premuda" ha due particolarità: quella di essere sede da un settantennio di una gloriosa scuola di alpinismo, e quindi emanare ancora un po' del profumo dell'alpinismo eroico di Comici e compagni, e quella di essere il rifugio alpino più basso della penisola italiana, trovandosi a 81 m sul livello dell'Adriatico, che da qui dista soltanto una manciata di chilometri.
Ne aggiungerei anche altre due: gode di un accesso breve e facile (una dozzina di minuti a piedi attraverso il placido borgo di Bagnoli di Sopra), e quindi può essere visitato anche da chi montagne non ne scala; e, cosa che nemmeno i più talebani possono ignorare, pur non offrendo stanze e camerate come i rifugi canonici, offre una cucina varia e saporita, da buon ristorante.
Mancavamo da qualche anno dal "Premuda", e una settimana fa vi siamo tornati, senza velleità escursionistiche ma gustandoci solo il breve giro fra gli alberi che scavalca il torrente alle sue spalle.
In futuro avrei in mente di camminare ancora in Valle, salendo alla "vedetta" di Moccò, che domina il rifugio e poi, uno dopo l'altro, ritornando ai luoghi familiari ai tempi universitari: la chiesetta di Santa Maria in Siariis, il Cippo Comici, il Crinale, le silenziose case di Botazzo a pochi metri dall'ex confine, la Ferrovia, e magari visitarne altri che non ho avuto il tempo o l'occasione di conoscere, il Monte Carso, lo Stena e qualche recente sentiero.
"C'è sempre per ognuno una montagna" titolava Bregani: e quell'inciso torna spesso nei miei pensieri quando vagabondiamo per monti.
Non so se sia un pensiero realmente condiviso, o una scusante al fatto che, come affermava un notissimo scrittore-alpinista, con gli anni "le montagne si allontanano sempre di più"...

13 set 2012

Il Cristallo ... da lontano


Il Cristallo ... da lontano
(Col Siro, 26/7/2012, foto M.G.)
E' già passato del tempo dal giorno d’agosto in cui, con due amici, salii per l’ultima volta sul Cristallo. In seguito, osservandolo da lontano e pensandovi, mi è preso qualche volta il desiderio di tornarvi, perché credo che - tra i “3000” di Cortina e dintorni - il Cristallo sia senza dubbio il più completo e stimolante per un alpinista, esordiente o provetto che sia.
La prima volta in cui giunsi in vetta era il 13 settembre, proprio come oggi: eravamo tre ragazzi, 56 anni in totale. Data la gioventù e quanto vi attiene, l'ascensione mi parve abbastanza semplice, ma mi entusiasmò e così, una volta a valle, la esibii con orgoglio ad amici e conoscenti.
Rividi di nuovo la cima meno di un anno dopo, al culmine di un'estate frenetica; passò poi una decina di stagioni fin quando, un lontano primo settembre, in vetta ci colsero una nebbia e un freddo tale da impedirci anche la necessaria sosta per ripigliare fiato. Tornati al Passo del Cristallo, preso dalla fame volli almeno sbucciare un’arancia: pareva di vetro, e così la colazione, dopo quella fatica, fu davvero misera. Ma quella giornata rimase a lungo negli annali per tutti.
Ero di nuovo sul Cristallo a Ferragosto dell'anno seguente; scendendo lungo il Graon de ra Cerijeres, a uno di noi capitò un disguido che avrebbe potuto avere risvolti molto seri, ma che risolvemmo con la spensieratezza di quegli anni; completai infine la cinquina nell'ultima "grande estate" (alpinistica, intendo).
Dal Passo Tre Croci (in barba al buon Visentini, secondo il quale la salita richiede in media 6 ore e mezzo) salimmo in vetta nel folle tempo di due ore e 55 minuti: un'ora e 50 per i 1013 m di ghiaia che portano al Passo e 65 minuti per la via normale, ovviamente senza mai legarci. La discesa fu altrettanto precipitosa, e la birra da Germano a Son Zuogo ebbe un gusto indimenticabile; quel giorno mi sentii quasi un reduce da qualche impegnativa battaglia.
Non ci credo poi tanto, ma talvolta, quando la guardo, incrocio le dita con l'auspicio di poter calpestare una sesta volta una delle più belle montagne della mia valle.

10 set 2012

Un giorno di settembre, il Piz Ciampei

Il Piz Ciampei,  di poco rilievo per gli alpinisti, sorge sul confine fra Livinallongo e la Val Badia e si nota bene dal Passo Valparola. Appartiene al piccolo gruppo del Col di Lana, è quotato 2290 m e ne lambisce le pendici chi passa per i frequentati sentieri che servono a compiere il panoramico giro del Setsas, scalarne la cima, dirigersi verso il Col di Lana o verso Pralongià. Eppure, quanti lo conoscono e l'hanno mai salito?
Sotto la cima
Nemmeno noi, che in questi anni abbiamo setacciato a fondo i nostri monti e da quelle parti siamo passati più volte. Non lo avevamo mai sentito e non avevamo mai letto alcunché di lui, fino a ieri. L'idea viene dall'amico Sandro, che circa un mese fa ha visitato la cima, scrivendone la relazione per un sito internet. Così, in una luminosa domenica di fine estate, cercando le gite brevi e comode che hanno caratterizzato questa stagione, siamo andati a mettere il naso in quell'angolino di Dolomiti. E mi pare che la nostra curiosità sia stata ripagata.
Per salire il Piz, siamo dovuti uscire dal sentiero numero 24 e alzarci per intuibili tracce lungo i pascoli ancora monticati di Gerda, verso l'ampia chiazza di baranci che riveste la parte basale della cima. Lasciati i baranci sulla nostra sinistra, siamo giunti alla base del castello terminale, non alto ma composto di detriti e rocce appuntite e malsicure. Lo abbiamo superato grazie ad una discreta traccia, e in breve abbiamo toccato la rustica croce di vetta. Dalla cima ci siamo sporti subito a curiosare a N, sui dirupi ombrosi e piuttosto scoscesi che guardano l'Armentarola; e  lì, appena scesi dalla sommità, spingendoci in un corridoio fra le rocce abbiamo scorto un camoscio solitario.
Giungendo su una cima, specie se nuova, mi piace sempre fare confronti ambientali e alpinistici con altre già note; in questo caso, il Ciampei mi è parso un mix fra il Becco Muraglia, caposaldo della nota Muraglia di Giau, e il Monte Nero, rilievo coperto di mughi in Val Foresta, sopra il Lago di Braies.
Dal Ciampei, che dista solo un'ora dal traffico stradale e dalla folla dei modaioli resti di guerra di Falzarego e Valparola, si gode una visuale abbastanza estesa: a N e O la Val Badia e le sue crode fino al Sas da Putia e al Piz Boè, Piz dles Cunturines, Lagazuoi, Sas de Stria e Setsas; a S e E, poco più discosti, Antelao, 5 Torri, Croda da Lago, Cernera, Pelmo, Civetta, Pore e Col di Lana, un pezzo di Marmolada e le Pale di San Martino.
Ma soprattutto, su questa cima modesta e non proprio banale, inserita in un contesto ambientale assai suggestivo, abbiamo trovato solo un camoscio a contenderci lo spazio.

5 set 2012

Povero Colòto!

Povero "Colòto"!
Il "Colòto" sarebbe stato Luigi Cesaletti (23 luglio 1840 - 6 settembre 1912), pioniere delle guide alpine di San Vito di Cadore e primo salitore - il 24/8/1877, da solo - della Torre dei Sabbioni nelle Marmarole, del quale domani ricorrerà il centenario della morte.
Luigi Cesaletti
Per due volte sul quotidiano "Il Gazzettino", anche dopo una mia richiesta di rettifica, rivolta per conoscenza alle Sezioni CAI coinvolte, San Vito e Feltre, ho letto che il ricordo di domenica 9 settembre, rimandato di una settimana per il maltempo, riguarda il 200° anniversario della nascita della guida. 
Se fosse effettivamente così, all'epoca della salita della piccola ma severa torre che guarda Forcella Grande e gli valse la qualifica di "conquistatore del 3° grado", Cesaletti avrebbe avuto già 65 anni; cosa che appare quantomeno poco probabile.
Oso sperare che nei discorsi ufficiali che si terranno durante la festa, da parte di sanvitesi e feltrini questo svarione venga corretto. La memoria di Luigi Cesaletti e la storia dell'alpinismo richiedono un po' di precisione.
PS del 12/9/2012: il peccato è stato consumato per la terza volta. "Il Gazzettino" di oggi, commentando la festa di domenica scorsa, persevera nell'affermare che essa riguardava i 200 anni dalla nascita della guida alpina e, come ciliegina sulla torta, aggiunge che la Torre dei Sabbioni si trova nel gruppo del Sorapis.
Povero Colòto!

3 set 2012

Croda d'Antruiles

Croda d'Antruiles, dalla "cianà" di Castel
(foto I.D.F., 2/9/2012)
Salendo lungo la strada che da St. Hubertus s'inoltra in Val de Rudo fino a Ra Stua, in  destra orografica della valle, alto sull'antico pascolo della Monte d'Antruiles, emerge dallo sperone che il Col Bechei protende verso E un torrione rossastro di circa 200 m d’altezza, che ricorda la prora di un veliero.
Il torrione appartiene al gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, è quotato 2405 m, funge da spartiacque fra le Ruoibes de Inze e quelle de Fora e si chiama Croda de Antruiles.  Il nome si ritrova per la prima volta nel 1901, nella rivista Oesterreichische Alpenzeitung. Si collega al sottostante pascolo, utilizzato ab antiquo dagli ampezzani per gli ovini,  e risale probabilmente alla prima salita, compiuta l’11/9/1900 dopo un bivacco in tenda presso la Casera d’Antruiles, dai carinziani Viktor W. von Glanvell e Karl G. von Saar. I pionieri scelsero per la conquista l'accidentata cresta O della cima, simile alla schiena di un drago, che inizia dalla Forcella d’Antruiles e porta in vetta con un dislivello di una settantina di m e una lunghezza di almeno trecento. 
Dopo il 1900 pare che la cima non abbia più ricevuto visite fino al 1991, quando Marino Dall’Oglio e la guida alpina Fabio Lenti, dopo aver tentato senza successo la via dei primi salitori (ripercorsa con buona certezza per la prima volta dalla guida alpina Andrea Piccoliori e Corrado Menardi di Cortina il 18/10/2011, 111 anni dopo!) tracciarono una difficile via sul lato delle Ruoibes de Fora. 
Dopo di allora, la Croda è stata salita poche altre volte, incontrando sempre difficoltà e rischi per la friabilità e la possibilità di caduta sassi. Nel 1990 aveva pericolosamente attratto Alessandro e me: se ci fosse andata bene, saremmo stati anche noi dei pionieri, ma rimase solo una pia intenzione e, su un mensile locale, ne scrissi come di un “mons horribilis”.
Ieri, durante la passeggiata pomeridiana strappata alla prima grigia domenica di settembre, siamo andati ad ammirare e fotografare la Croda da una prospettiva diversa: dalla "cianà" (mangiatoia) di Castel, fra St. Hubertus e Pian de Loa, da dove spunta come una lama nel fitto dei boschi.
Negli ultimi anni ho  ripreso la Croda d'Antruiles così tante volte e da diverse angolazioni, che mi sembra ormai una cima familiare, anche se non l'ho mai salita! 

31 ago 2012

Alberto e Aldo, un anno dopo

Carissimi Alberto e Aldo.
Pelmo invernale da San Vito di Cadore (foto Angelo Roilo)
Oggi è un anno che non ci siete più, che avete sacrificato la vostra vita per salvare due giovani mai visti né conosciuti. E' un anno che il Pelmo, la grande cima dalla quale nel 2006 era nata un'amicizia fra Alberto e chi scrive, rafforzata dopo il 150° della salita di Ball con la mostra sull'alpinismo sanvitese organizzata nel 2008 con Aldo M. e Giuseppe, vi ha tolto a questo mondo, dove avreste avuto ancora tanto da fare e da dire.
In quest'anno, in casa e fra amici, abbiamo ricordato spesso con commozione le occasioni in cui vi fummo vicini: in particolare i lavori di elettricista nel nostro appartamento, l'incontro fortuito in una calda domenica di primavera alla Steinzgeralm al confine con l'Austria, fino all'ultima volta in cui ci ritrovammo, alla cena delle guide di Cortina a fine luglio 2011.
Quel 31 agosto è stato una tragedia incalcolabile per tutti: genitori, compagne, figli, parenti, amici, Soccorso Alpino, guide, San Vito, la Montagna. E un durissimo colpo per coloro che vi hanno conosciuto, stimato e non vi dimenticheranno.
Oggi, in questa giornata piovosa e quasi autunnale, il Pelmo non si vede: vi dedichiamo un pensiero con immutato affetto, cercando d'immaginare fra le nuvole la via Simon-Rossi sulla Nord, la vostra ultima ascensione, dalla quale non siete potuti tornare.
Un abbraccio, Alberto; un abbraccio, Aldo.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...