11 dic 2010

Punta Erbing, montagna interessante

Ho scoperto solo nel 1997 la Punta Erbing, il risalto più a E del sottogruppo del Pomagagnon, che oltre la Punta declina verso Sonforca con un paio di altri rilievi. Nel 2009 vi sono salito per la 6^ volta, e anche in questa occasione lassù non ho incontrato nessuno. Obiettivo di una pregevole escursione al margine di zone molto più frequentate, a S la Punta presenta una parete alta 350 m, mentre sul lato opposto un pendio sassoso percorso da un sentiero aspro, ma facile e tutto segnalato, consente di giungere in vetta. Penso che fosse stata raggiunta già in tempi antichi per motivi venatori o topografici: la Punta ebbe il nome dal primo salitore, che superò nel 1905 con le guide Dimai e Verzi la parete che guarda Cortina, per una via oggi dimenticata. Nel 1942 Luigi Menardi e Antonio Zanettin aprirono sulla stessa parete una via più difficile, che chiude la storia della montagna. Per salire, da Forcella Zumeles si continua lungo il sentiero che aggira a N i Crepe de Zumeles. Traversato un bel bosco pianeggiante coperto di massi, si supera un ripido e franoso canale, poi alcune roccette e con una serie di zigzag su ghiaie e zolle erbose si giunge sulla forcella ai piedi della Croda dei Zestelis, al termine della via attrezzata della III Cengia. Per la breve ma esposta crestina finale si giunge in cima in pochi minuti. Un ometto e una rozza croce di rami accolgono i pochi visitatori di una montagna visibile da Cortina, ma credo fra le più solitarie della valle intera.
Giorgio, Giacomo e Ernesto in vetta, 20/08/2009

9 dic 2010

Corvo Alto o Monte Mondeval?

Corvo Alto "primo", salendo verso il "secondo"

Stavolta voglio porre un dubbio toponomastico, di quelli che stuzzicano gli studiosi e animano le discussioni scientifiche. Nel sottogruppo del Cernera, che fa da sfondo al Passo Giau fra Selva e San Vito di Cadore e offre al camminatore alcune cime piuttosto solitarie, due montagne “sembrano” avere lo stesso nome, CORVO ALTO. Il primo è il Monte Mondeval, una serie di bancate di lava e tufo nerastro isolate in un circondario prettamente dolomitico. A picco verso SW e SE, il Monte s'inclina verso NE con un pendio erboso regolare, che consente di salire facilmente in cima dal Lago de le Baste. Gli scialpinisti lo chiamano Corvo Alto (lo conferma anche Vito Pallabazzer nel suo saggio sui toponimi di Selva di Cadore, ma il toponimo non pare condiviso dai selvani; sul nuovo atlante dei toponimi di San Vito, l'elevazione è detta Monte Mondeval). Il secondo monte è il Piz del Corvo (Corvo Alto, nella guida di Antonio Berti, Piz a Corf per Pallabazzer). È la punta più elevata del bastione dolomitico a picco verso le valli Loschiesuoi e Fiorentina, che a NE scende con una pala erbosa ripida e senza tracce, lungo la quale si sale alla sommità da Forcella Vallazza, al sommo del catino pascolivo che lo divide dal Monte Mondeval. Le persone che frequentano queste, come altre montagne, logicamente prescindono da dispute toponomastiche. Il Mondeval (o Corvo Alto "primo") viene salito spesso d'inverno, ed è una meta rinomata. Molto meno noto è il Piz del Corvo (o Corvo Alto "secondo"). La croce della vetta guarda Santa Fosca e Pescul, su cui scende una parete percorsa da vie molto difficili. Ma chi avrà ragione: Berti, Pallabazzer, gli scialpinisti, i selvani?

8 dic 2010

Monte Elmo, una domenica di settembre

Nel 1877, nel volume “Wanderungen in den Dolomiten”, il pioniere dell'alpinismo Paul Grohmann dedicò alcune pagine ad una cima al margine delle Dolomiti, che ricordo come meta di un'escursione tranquilla e panoramica, una delle ultime di quest'anno: il Monte Elmo. L'Elmo è, per definizione, la prima e più occidentale cima delle Alpi Carniche, che iniziano a San Candido e si estendono per oltre cento km a cavallo del confine con l'Austria. Sulla vetta, displuviale fra la Valle di Sesto e la Val Pusteria, nel 1897 la Sezione dell'Alpenverein di Sillian eresse un piccolo rifugio. Dopo la Grande Guerra, divenuto bottino di guerra, il fabbricato fu acquisito dal Demanio italiano e utilizzato fino agli anni '70 per la sorveglianza del confine: oggi è diroccato. D´inverno, le pendici del Monte ospitano il maggiore comprensorio sciistico dell´Alta Pusteria, collegato a Sesto e Versciaco.
Per giungere in cima, è meglio servirsi della funivia che sale da Sesto. Dalla stazione superiore dell'impianto, dove c'è un ristorante, proseguiamo a piedi per la stradina 4, che traversa in salita verso E un ampio pendio boscoso e in meno di mezz'ora porta al Rifugio Gallo Cedrone, a 2150 m, in bella posizione e aperto quasi tutto l'anno. La nostra meta è già visibile.
Si continua ancora verso E per la strada fino ad un panoramico slargo, con alcune tabelle. A sinistra s'imbocca il sentiero 4A, che sale a stretti tornanti, contenuti da corrimani di legno, lungo l'erto costone erboso e roccioso, e dopo un'ora e un quarto dalla partenza si raggiunge la sommità e il rifugio diroccato. Accanto al fabbricato c'è una croce con il Cristo Vivo (Lebender Christus), scolpita da Josef Tschurtschentaler e portata in vetta nel 1958, poco dopo la firma italiana degli accordi per l´Europa unita, da 53 giovani di 7 paesi in collaborazione con la Guardia Confinaria.
Ammirato il vasto panorama che si apre verso le Dolomiti, dal Popera alla Croda dei Toni, Croda Rossa di Sesto, Tre Cime di Lavaredo e Paterno, Punta dei Tre Scarperi, Croda dei Rondoi e oltre, sulla Pusteria da una parte e i monti dell'Osttirol e della Carinzia dall'altra, è bello scendere per il sentiero Hüttensteig (20), che percorre la cresta opposta a quella di salita. Dai ruderi sotto la vetta ci si abbassa su un erto pendio, facendo attenzione alle rocce instabili, fino all'ampia dorsale prativa sottostante. La si segue per un sentiero poco marcato, verso l'arrivo di una seggiovia che sale da Versciaco e passando sopra il Rifugio Gallo Cedrone. Si può scendere direttamente a quest´ultimo, o più avanti seguire una lunga palizzata fino alla strada dell´andata, o infine continuare per l' Hüttensteig fino al piazzale della funivia.
Favorito dalla sua posizione a cavallo del confine, l'Elmo offre un panorama vasto e interessante, che ne fa un traguardo molto frequentato. La gita con punto di partenza e arrivo la funivia, comoda e senza difficoltà, può essere compiuta anche da famiglie con bambini. E' piacevole scendere per la cresta tra Italia e Austria, che offre interessanti scorci sulle valli e sui monti di qua e di là della frontiera.
Scendendo per la cresta, sullo sfondo l'Austria

Pala Perosego, storia di una cima solitaria

Dieci anni fa m'inventai da salire da solo sulla Pala Perosego, rilievo della cresta che affianca sulla sinistra orografica la Val Padeon, chiudendo la dorsale del Pomagagnon. Non immaginavo certo che sul libro di vetta, che portai su e chiusi in una scatola coprendolo coi pochi sassi dell’ometto, in cinque stagioni sarebbero apparse "ben" trenta firme di visitatori! Ero convinto di aver portato su quella cima dimenticata un libro solo per me, per il gusto di ritrovare ad ogni salita le firme mie e di qualche appassionato. Non è stato così: sulla Pala sono saliti locali e forestieri, anche stranieri, e qualcuno più volte. Il 15/8/2002 scendevamo dalla Punta Erbing. Nel bosco di Larieto, trovammo un compaesano che, con alcuni amici, rientrava proprio dalla Pala, raggiunta già diverse volte e dove torna spesso, amando i luoghi dove non circola nessuno. Diamine, è la mia stessa passione, anche se il più delle volte, per sfuggire alla folla che brulica nei luoghi più noti d’Ampezzo, scegliamo cime più corpose della Pala. In ogni caso, dal 2000 al 2005, circa 30 persone scelsero di salire i 15 metri di facile roccia che cingono la vetta della Pala, e percorsero l'impressionante crestina erbosa che termina in vetta. Nel 2007 dovetti portare su un nuovo libro, perché mi avevano comunicato che il precedente era stato distrutto dalle intemperie (???), e persi il conto delle visite, che comunque non sarà mai elevatissimo. Su quella stretta cima “climbers” dalle vie della Pala non ne spuntano mai, ed escursionisti dalla strada che dalla sella di Sonforcia traversa fra i larici fino a Forcella Zumeles, credevo neppure. Invece, qualcuno ha persino approfittato di una giornata serena di un inverno avaro di neve, per guadagnare una montagna irrilevante per chi fa incetta di cime alla moda, ma dove sicuramente non si dovrà mai fare a gomitate con alcuno!
La cima

7 dic 2010

La Grotta di Tofana, un secolo fa come oggi

Nella Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni (I edizione, 1905) una relazione invita a visitare un angolo di Cortina oggi messo un po' in disparte rispetto a un tempo. Si tratta della Grotta di Tofana, caverna naturale che in primavera si riempe di numerose, singolari stalattiti e stalagmiti di ghiaccio. “Trovasi a circa 100 m di altezza nella parete della Tofana di Rozzes che guarda verso sud. La via di Falzarego conduce per Lacedel e per Pocòl fin “Su in son dei prade” (In cima ai prati), dove a destra staccasi un sentiero che mena alle cascine di “Ciampo de Fedarola”. Da qui si prosegue attraverso pascoli e boschi fino ai piedi della roccia. L’accesso alla caverna è reso un po’ difficile dalla roccia stessa, che s’erge a picco, nonché da un largo strato di neve su cui bisogna passare. Una cengia munita di buoni appigli e di una corda di ferro conduce all’imboccatura della grotta. Essa è assai ampia al principio, ma ben presto si restringe e si biforca in due gallerie, le quali si ricongiungono a circa duecento metri, formando un immenso 8, di modo che, inoltrandosi in una, si esce poi dall’altra. L’altezza della volta varia dai 5 ai 30 m. E’ necessaria la guida provveduta d’una buona lanterna, onde poter ammirare la strana conformazione di questa interessante caverna. All’entrata il suolo è coperto di un ammasso di escrementi di uccelli. Nell'interno lo stillicidio è abbondante; tuttavia stalattiti se ne scorgono pochi; vi si vedono invece grandi colonne di ghiaccio che si mantengono sin oltre la fine di luglio, e che producono un effetto bizzarro e magnifico riflettendo vagamente la luce delle candele e delle torce.” La relazione ha 105 anni, ma è ancora attuale. Il luogo vale senz'altro la camminata: l’accesso oggi è più breve, potendo far capo al Rifugio Dibona, e la salita è resa sicura da alcune funi metalliche. A chi sia appena un po’ esperto, non serve una guida, ma non guastano un minimo d'attenzione e di prudenza qualora (la situazione è normale fino a aprile-maggio, il momento più adatto per ammirare le stalattiti e le stalagmiti) ai piedi della parete e lungo il canale roccioso che sale alla grotta si trovino neve e ghiaccio.

6 dic 2010

Tra le guide e i portatori che cent'anni fa animavano l’ambiente ampezzano, uno soltanto “veniva da fuori” e quindi era escluso dal Catasto Regoliero, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella comunità, tanto da essere identificato con lo schietto soprannome di "Nichelo". Si tratta di Luigi Piccolruaz, originario dell’alta Val Badia, dov’era nato nel 1862. Di mestiere faceva il guardacaccia, e lavorò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che alla fine dell’800 si fecero costruire al Torniché di Podestagno un palazzotto detto “Villa Sant’Hubertus”. Giovandosi della sua conoscenza delle montagne, Luigi svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 al 1909, quando cessò dal ruolo. Ho trovato il suo nome nei documenti per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, che portò a termine con alcuni paesani nel 1883: la sua figura si vede spesso in imagini di caccia accanto ai nobili, che amavano venire a Cortina per le loro battute. Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe un’amara questione con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI Cortina, per aver portato abusivamente un cliente sulla cima del Cristallo, morì nel 1924. Cinque anni prima la sua famiglia, che viveva in una casa sulla strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte del figlio Emilio, deceduto dopo essere tornato ammalato dal fronte. Essa si è estinta in linea diretta con Maurizio, classe 1904, ultimo discendente di Luigi ed estremo custode delle memorie avite. Il nome del Nichelo oggi non compare neppure sulle due grandi lapidi del cimitero che ricordano le nostre guide e portatori.

Un lontano 6 dicembre, sulla Punta Fiames

Il 6 dicembre di ventiquattro anni fa, chi scrive compiva con il valente cugino Enrico  un piccolo, curioso exploit alpinistico: la scalata della parete S della Punta Fiames in tre ore e cinquanta minuti da Cortina a Cortina. Partiti, infatti, davanti alla vecchia Birreria Pedavena in Corso Italia alle 10 del mattino, eravamo di nuovo lì alle due meno dieci. La “paré” si presentava, però, in condizioni estive e così potemmo superare la Via Dimai (che in genere richiede tre ore solo dall’attacco alla cima) salendo in conserva e assicurandoci soltanto in due tratti. C’è da aggiungere qualche altro particolare, che mi consentì una prestazione sicuramente non eccelsa, ma di cui sono fiero. Per quanto riguarda Enrico, la sua capacità e l’abilità di scalatore erano indiscusse, e ad esse posso aggiungere la possibilità che avemmo di salire in automobile oltre la sbarra, fin quasi alla base del canalone della Forcella Pomagagnon. Per quanto riguarda me, invece, aggiungo l’allenamento di quella stagione e la conoscenza della via, sulla quale, soltanto nella stagione 1986, ero già salito due volte, il 25 maggio e poi il 2 novembre. Questa della “paré” della Fiames in meno di quattro ore da casa a casa fu una prestazione unica e irripetuta, di cui conservo un bel ricordo, sia per le caratteristiche atletiche sia per la giornata (si festeggiava San Nicolò, ma  sulle rocce della Fiames faceva caldo quasi come in settembre), sia perché è passato quasi un quarto di secolo e, come dico spesso, mi sembra ancora ieri.

5 dic 2010

Olivo e i suoi quarti gradi

Nel 1981 morì il professor Oliviero Olivo, cittadino bolognese ma di origini cadorine di Venas. E’ sepolto a Cortina, accanto alla moglie Eletta e al figlio Franco, caduto nel 1963 dalla Via Miriam della Torre Grande. Oltre che insigne cattedratico nel campo dell'anatomia umana, Olivo fu un ottimo alpinista. Fanno fede delle sue capacità numerose vie nuove sulle Dolomiti, realizzate tra il 1921 e il 1955, perlopiù in solitaria, nei gruppi degli Spalti di Toro, Duranno, Antelao e Marmarole, le cime di casa. Anche a Cortina però c'è una via di Olivo, quella tracciata il 19/8/1923 sulla Punta Marietta, massiccio torrione che si eleva dal fianco E della Tofana di Rozes e domina Forcella Fontananegra. Classificato di II grado, il percorso si tiene sul versante N della Punta, una montagna d’importanza del tutto trascurabile, e sale su roccia non sempre buona. Nel luglio 1994, a corto d’idee, cercammo di salire la Marietta e optammo dapprima per la via originaria di Műller con le guide Angelo Zangiacomi Zacheo e Luigi Bernard, che compiva proprio in quei giorni cento anni. Non avendola ben identificata (!), optammo subito per la Olivo. Nonostante però avessimo accerchiato la Punta da ogni lato, non riuscimmo esattamente a intuire neppure quella via: le pareti sembravano tutte maledettamente ripide, umide e friabili, e non potevamo credere, guardandole, che la salita si mantenesse nell’ambito, all’epoca per noi congeniale, del II grado della scala Welzenbach. Quando finalmente pensavamo di aver scovato l’attacco, ci preparammo e partii. Percorsi un tratto della lista iniziale, che traversa subito in piena esposizione e salii qualche metro verso l'alto: ad un ceto momento diedi un’occhiata in su, una preoccupata nell’abisso sottostante e ... girammo i tacchi. Pensai che, se era quello il II grado salito in solitaria dallo spericolato dottor Olivo 71 anni prima, chissà com'erano i suoi famosi IV gradi sull’Antelao e sulle Marmarole ...

Due idee per un pizzico di gloria

Chi ama andare in giro d'inverno su cime elevate, per vie poste a settentrione, magari con difficoltà medie ma – in stagioni normali – incrostate di neve e ghiaccio come si conviene (ma ce ne sono ancora?), avrebbe diverse possibilità di assurgere alle cronache, ripetendo itinerari che sinora, salvo smentite, attendono di essere ripetuti nella stagione fredda. Due idee per un po' di gloria invernale: lo spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo, molto battuto d’estate, ma posto proprio a NE, e poi la via Schlögel-Innerkofler sulla parete E della Croda Rossa, aspettano ancora qualche volonteroso! Per quanto riguarda quest'ultima, credo che in 127 anni (tanto è passato dalla prima salita, della guida di Sesto Michele Innerkofler con un cliente) l'avvicinamento lungo la morena di un antico ghiacciaio, il versante di salita poco baciato dal sole, l’andamento della via per camini, canali e cenge, la discesa lunga e laboriosa, abbiano dissuaso molta gente dal mettervi mano. Una decina d'anni fa, per opera di guide sudtirolesi e alpinisti cadorini, il versante N della Croda Rossa fu fatto oggetto di due invernali del famigerato canalone Winkler, a destra della Schlögel, superato in solitaria da Georg Winkler nel 1887. Può darsi che l’interesse invernale per questa cima (dove c’è un’altra via che attende ripetizioni estive e nella stagione fredda da 97 anni) si fosse improvvisamente risvegliato?

4 dic 2010

La prima invernale della Punta Nera compirà tra breve 70 anni

Compirà tra breve settant'anni la prima salita invernale di una cima ampezzana: la Punta Nera. Ritengo la salita degna di nota per due motivi: primo, perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata compiuta il 27/2/1941 da Giorgio Brunner (1897-1966), triestino esperto di scalate invernali che era stato compagno di Emilio Comici; secondo perché, grazie alla Funivia Faloria aperta due anni prima, Brunner riuscì a salire in vetta, scendere e tornare all’appartamento che aveva affittato nella frazione di Alverà, in sei ore e mezzo soltanto. Ho scritto spesso della Punta Nera perché m'ispira una grande simpatia. E' una cima di medio impegno alpinistico: la via normale, infatti, individuata nel 1876 da Alessandro Lacedelli da Meleres mentre inseguiva un camoscio, richiede poco più di 30 minuti dalla stretta forcella tra le Crepedeles e i Tondi di Sorapis, dove transita un sentiero segnalato, e presenta difficoltà di I su roccia friabile, dove le mani servono giusto per l’equilibrio. Brunner partì con la funivia da Cortina alle dieci e alle quattro e mezza era già di ritorno: usò gli sci fino alla forcella ai piedi della Punta e trovò ottima neve, aggiudicandosi così una invernale di valore e inspiegabilmente ignorata dagli ampezzani, su una cima imponente ma tutto sommato poco battuta. Due anni fa, il 26 luglio, con Adriano, Mario, Mirco e Paola abbiamo riportato in cima un libro per le firme: negli otto anni precedenti erano state registrate mediamente venti firme per stagione. Strano, perché con due ore e poco più di marcia da Faloria, l'alpinista che intende trascorrere una giornata in relax trova una punta con alcune grandi caratteristiche delle vette alpine: grandi panorami, grandi silenzi, una grande pace.



3 dic 2010

Cianpolongo e/o Salvaniera: una storia di confine

Sabato 16/10/1999 Mara Apollonio e Ivano Pasutto, due appassionati escursionisti di Cortina che escono spesso dalle piste battute, fecero una scoperta, tanto più interessante poiché casuale, in un remoto angolo del territorio comunale di Cortina.
Salendo verso la Rochéta de Cianpolòngo, una cima posta sul crinale fra Cortina e San Vito, dopo aver visitato il cippo “numero 1” del confine fra le due comunità, a pochi passi dalla vetta gli escursionisti s’imbatterono … in un altro cippo “numero 1”.
Su un lastrone roccioso apparve, infatti, ai loro occhi stupiti una croce incisa, con la data 1779 e il numero 1, che fa esattamente il paio con quella presente circa 250 metri più in basso, ai piedi del Zìgar, piccola piramide visibile anche da Cortina che ebbe rilievo per definire i confini del territorio, al tempo anche confini fra l’Impero d’Austria e la Repubblica Serenissima.
Di questa duplice pietra di confine è probabile che fino allora nessuno avesse notizie. Non venne citata nei suoi studi da Giuseppe Richebuono, storico d’Ampezzo; non la trovò né ne fece menzione Illuminato de Zanna, il ricercatore che negli anni ’60 aveva scandagliato per primo i 75 km del perimetro confinario ampezzano; non lo conoscevano i cultori di storia e d’alpinismo che all'epoca volli interpellare.
Il secondo confine “numero 1”, ripassato in vernice e copiosamente fotografato dagli “scopritori” (e poi da me visitato in tre occasioni, nel 2000, 2003, 2004), si è inserito come tessera preziosa nel mosaico dell’esplorazione del territorio d’Ampezzo, del quale spesso anche noi residenti sappiamo poco o nulla.
Raggiungibile con fatica ma senza difficoltà di roccia, poiché si mimetizza bene sulla dolomia, evidentemente l’iscrizione sfuggì a coloro che toccarono la vetta dopo il 1779. Non lo notarono, o non ne fecero parola, i cacciatori, i contrabbandieri, i pastori, i pochi scalatori che salirono la cima, e tutti coloro che sulla Rochéta trovano la meta di una gratificante escursione da quando, nel 1986, alcuni amici hanno segnalato l’accesso e portato in vetta una croce e un quaderno per le firme.
Resta ancora da decifrare, e non sembra del tutto intuitivo, il motivo di una duplice confinazione. Ad onore del vero, comunque, una citazione illuminante sull’argomento c’è.
Leggendo il “Protocollo” del 20/8/1779, che descriveva l’andamento dei confini, i cippi e le distanze intermedie fra di loro espresse in pertiche viennesi, il primo termine del confine Ampezzo - San Vito, quindi Tirolo – Cadore, avrebbe dovuto trovarsi in vetta ad una montagna, la cosiddetta “Rocchetta di Selvaniera”. Il testo originale recita così: “… la linea prosegue per la sommità delle più alte crode fino alla Rocchetta di Selvaniera rupe di grande estensione in continuazione delle crode di Ambrizzola.Ora a fianco detta cima, non potendo arrivare alla sommità, guardando verso Ampezzo fu scolpito il primo termine principale n. 1 ed una croce col millesimo 1779, in distanza dal Sasso di Mezzodì pertiche 1000.”
Non è la stessa cosa, ma giacché nella fascia boschiva ai piedi delle Rochetes, sul lato di San Vito, oltre al toponimo “Ciampolongo” esiste anche un “Taulà Salvaniera”, il parallelo fra Salvaniéra e Cianpolòngo pare facile e remunerativo.
Posso azzardare che, in prima battuta, i topografi del 1779 avessero iniziato a marcare i confini sul terreno dal visibile Zìgar, dopo aver giudicato la Rochéta inaccessibile. Analogo sistema fu seguito al termine dei lavori anche sulla sponda opposta della Valle del Boite. Non riuscendo a salire il fianco S della Croda Marcora (su cui i primi scalatori si avventurarono soltanto nel 1927), gli agrimensori incisero, accanto al cippo numero 10, la celebre manina che traccia una linea di confine immaginaria verso la soprastante Croda.
Verificata in seguito la facilità, in senso alpinistico, della cresta che dalla Rochéta scende verso il Boite, probabilmente già nel medesimo anno i mappatori ritornarono in vetta, dove incisero la “nuova” croce con il numero 1.
L’ipotesi, più che logica, sembra probabile. La pietra di confine della vetta poi, a differenza di quella che si trova ai piedi del Zìgar, non fu fatta oggetto di ricognizione nel 1852, data della seconda" mappatura, e nemmeno nel 1964, da parte di Illuminato de Zanna e amici. I topografi la dimenticarono, o non la conoscevano?
Non essendo citato nel “Protocollo” né in altri documenti, il cippo “ritrovato” nel 1999 potrebbe essere rimasto ignoto e invisibile per oltre due secoli. Altra soluzione ragionevole non ho saputo fornire a questo piccolo “giallo” della storia ampezzana, il quale attende ancora chi possa dargli una risposta definitiva.

2 dic 2010

Un "volo" fortunato

Due mesi dopo la laurea, un sabato di giugno, con il giovane amico Nicola - che aveva iniziato da poco ad arrampicare – volli ripetere lo spigolo SE del Sas de Stria, che sovrasta il Passo Falzarego. Conoscevo bene quella via, avendola già percorsa fino ad allora forse una dozzina di volte, quindi mi sentivo tranquillo. Il tempo era ottimo, sullo spigolo non c'era nessuno e salimmo senza fretta godendo i passaggi, che ormai sapevo quasi a memoria. Giunti al muretto superiore, levigato da mezzo secolo di scarponi ma protetto e sicuro, lo affrontai come al solito. Poco prima di saltar fuori, forse colpito da un malore passeggero (capogiro o svenimento?), caddi all’indietro nel canalone retrostante. Questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo è inclinato, picchiai duramente sulla roccia ma, ben assicurato da Nicola, mi fermai dopo un volo di almeno 5 metri. Incredibile, ma vero: avevo solo un livido bluastro sul coccige, i pantaloni a pezzi, e mi era uscito di tasca il portafoglio! Mi calai pian piano a riprendere il prezioso accessorio e, superato lo sconcerto dell'imprevisto episodio, ripresi a salire respirando a fondo. Poco dopo uscimmo in vetta e scendemmo alla base  senza altri fastidi. Ripensandoci, mi sono domandato più volte che cosa mi potesse essere capitato quel giorno d'estate: non avevo problemi, la via era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato la corda nell’anello sotto il muretto. Meno male che il colpo rimediato non era violentissimo e - oltre al fondo schiena - non coinvolse altre parti del corpo... Dieci anni dopo, quando in una visita medica mi fu chiesto se non avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi sovvenne fu la caduta sullo spigolo del Sas de Stria, dove peraltro insistetti a tornare ancora un'altra volta, per poi rivolgere le mie attenzioni alla tranquilla, sempre affollata via normale.

Una disgrazia di 94 anni fa

Delle due guide ampezzane scomparse in montagna d'inverno, la prima fu Alessandro Cassiano Zardini Noce, nato il 24/4/1887 a Staulìn e travolto senza scampo dalla gigantesca valanga del Gran Poz in Marmolada il 13/12/1916, dove perirono circa trecento soldati austroungarici. Zardini, guida dal 1912, non aveva ancora avuto tempo di esprimersi in grandi imprese. Col tenente Norbert Gatti, quattro mesi prima della morte e per motivi più strategici che alpinistici, aveva portato a termine la prima ripetizione della via di L. Laufenbichler e G. Langes sulla N della Roda del Mulon in Marmolada (800 m, difficoltà fino al V). Morendo a ventinove anni, il Noce lasciò in Ampezzo la vedova con tre figli, l'ultima delle quali scomparsa nel gennaio 2001: il suo nome non manca sulla lapide che ricorda gli oltre 130 caduti ampezzani della Grande Guerra. Purtroppo, oltre al biglietto recuperato negli anni '50 sulla Roda del Mulon, cima di minore rilievo del gruppo della Marmolada, non credo circolino altre fonti sull’attività alpinistica del Noce, che porterebbero certamente lumi su una pagina di storia locale. Di Zardini scrissi già qualche anno fa sulla Rivista “Cortina”, ritenendo interessante far luce, per quel poco che mi fu possibile, sull'esistenza di un compaesano troncato nel fiore della giovinezza dall’assurda strategia dei superiori, che dovette pagare con la vita la sventurata installazione di un accampamento in un uno dei punti più rischiosi del fronte della Marmolada.

Il gergo degli scalatori ampezzani

L’alpinismo a Cortina vanta una tradizione ultrasecolare, che si fa iniziare il 29/8/1863. Quel giorno, infatti, il giovane giurista viennese Paul Grohmann, in compagnia di Francesco Lacedelli detto “Checo da Meleres”, orologiaio e valente cacciatore, giunse dal versante W in vetta alla Tofana Seconda (o di Mezzo), la più elevata delle montagne che circondano Cortina. La conquista diede il via ad una disciplina che ha reso famosa la valle in tutto il mondo, fornendo cospicui motivi di gloria alla storia paesana e creando una fonte di reddito fondamentale per l’economia della conca, soprattutto nell’epoca dei trionfi dolomitici.
Dalle esplorazioni di Grohmann (avvenute fra il 1862 e il 1869), che fece conoscere Ampezzo dovunque, sono passati quasi 150 anni. Sulle montagne ampezzane sono state aperte centinaia di vie di roccia, sentieri, ricoveri e vie attrezzate; oltre centocinquanta valligiani sono stati autorizzati a portare clienti in montagna; da mezzo secolo funziona una validissima stazione di soccorso alpino, e la pratica dell’alpinismo gradualmente ha interessato tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutte le nazioni. Il resto fa già parte della cronaca.
Questo saggio mira ad illustrare il modo di comunicare di cui si serve in montagna, più specificamente nell’arrampicata, la popolazione ampezzana. E’ appena il caso di notare che Cortina ha dato i natali a varie generazioni di guide alpine e “Scoiattoli”, i dilettanti che dal 1939 sono riuniti in un affiatato gruppo, ed hanno portato il nome del paese su tutte le cime del globo; quindi il gergo è stato ed è tuttora piuttosto diffuso nella categoria.
Per quanto ci consta, non sappiamo, però, come gli alpinisti e le guide di Cortina parlassero di montagna nei tempi andati. Ed oggi? Il vocabolario degli scalatori locali, soprattutto dei più giovani, risente in modo massiccio della fraseologia tecnica italiana e inglese, lingue alle quali l’alpinismo e l’arrampicata sono debitori di numerosi prestiti.
Ad oltre 150 termini e frasi italiane inerenti alla pratica della montagna, sono stati associati i corrispondenti dialettali, raccolti dagli anni '70 ad oggi perlopiù nell’ambiente giovanile.
Sono state raccolte e trascritte le espressioni e i vocaboli che più di frequente ricorrono nella parlata dei praticanti l’alpinismo, sia in parete sia nei resoconti delle imprese compiute. Scavando localmente però, potranno senz’altro emergere idioletti, peculiari di una o poche persone.
In ogni caso, anche se la maggior parte del vocabolario usato dagli scalatori si è “ampezzanizzata”, un buon numero di lemmi è sicuramente autoctono, in gran parte registrato dai vocabolari, noto agli appassionati ed ancora vivo nella toponomastica.
Alle fonti bibliografiche usate per questo studio, mi permetto di aggiungere la discreta, ma appassionata esperienza alpinistica maturata in un trentennio, ed alcune testimonianze di persone che conoscono bene le emozioni derivanti dal “‘sì in croda”.
Questo breve studio non ambisce certamente ad illuminare chi vi cercasse novità in campo strettamente linguistico, ma intende solo schiudere una finestra fino ad oggi inesplorata sul mondo dell’alpinismo, uno degli aspetti fondamentali della vita fra le nostre montagne.
***
Afferrare: ciapà inze; afferrarsi: se ciapà inze
Aguzzo: a ponta, a spizon
Anticima: anticima
Appeso (restare): tacà su; nel vuoto: a pendoron (restà)
Appiglio: apilio/apilie, scafa/scafes, busc/buje, taca/taches, secèl (anche toponimo); a. grosso: mantia/manties
Aprire (una via): daerse (na via)
Arrampicare: ‘sì in croda/ranpegà; a. con decisione: tazà; a. faticosamente: stentà/scarpedà, lense; a. in cordata: ‘sì (su) leade; a. in libera: ‘sì (su) in libera; a. in conserva: ‘sì (su) in conserva; a. in aderenza: ‘sì (su) in aderenza; a. su terreno friabile: ‘sì (su) sui voe
Arrampicata: artificiale: artificiale, da se tirà su (par) i ciode; a. libera: libera
Arrampicatore: che và in croda; a. poco abile: zanpedon/zapoton
Assicurare: fei segura, segurà, assicurà; assicurarsi: se assicurà, se tacà inze
Assicurazione: segura; a. a spalla: a spala
Attaccare (una via): tacà (na via)
Attacco: ataco/atache; a. faticoso: Calvario (toponimo)
Attenzione (escl.): ocio!/tendi!
Attrezzare (una lunghezza di corda): atrezà
Bastoncini (per la marcia): bastoi
Bivaccare: bivacà; dromì fora
Bivacco: bivaco/bivache
Borraccia: boracia/boraces
Cadere: tomà (‘sò)
Calare: calà (‘sò); calarsi: se calà (‘sò)
Calata: calata/calates
Calosce da neve: stieles, ghetes (oggi poco usate)
Camino: camin; c. stretto: busc/buje (anche toponimo)
Campanile: cianpanin/cianpanis
Canalone: canal/canai; canalon/canaloi
Capocordata: prin; arrampicare da c.: ‘sì da prin/‘sì daante
Cascata (di ghiaccio): cascata/cascates; su par el jazo
Casco: casco/casche; iron.: elmo/elme
Cavalcioni, a: a caal, a caaloto
Caverna: landro/landre
Cengia: cengia/cenges, cenja/cenjes; accr. cengion/cengioi, cenjon/cenjoi
Chiodare: ciodà, petà ciode
Chiodo: ciodo/ciode; c. ad anello: c. col anel; c. a pressione: c. a prescion; c. ad espansione: c. a espans(c)ion/spit; c. fisso: c. zementà, resinà; c. di sosta: c. de sosta
Cima: zima/zimes; ponta/pontes (anche toponimi); in cima: su in son
Clessidra: clessidra/clessidres
Colatoio: (gelato, pericoloso per caduta sassi) canalato/canalate; colatoio/colatoie
Corda: corda/cordes (da croda); c. doppia: corda dopia; c. fissa: corda fissa; c. metallica: corda metalica
Cordata: cordata/cordates
Cordino: cordin/cordin, chevlar
Costone: coston/costoi
Crepaccio: crepo/crepe (anche toponimo)
Cresta: cresta/crestes
Croce di vetta: crosc/crojes
Cuneo: coin/cognes (de len) (oggi poco usato)
Diedro: diedro/diedre
Difficile: duro/difizile
Dirupo: crepo/crepe
Discensore: discensor/discensore; secèl; d. a otto: l oto
Dislivello: disliel
Dissipatore: dissipator/dissipatore
Esposto: esposto
Facile: fazile
Fessura: fessura/fessures, scendedura/scendedures; Ris (solo toponimo)
Fettuccia: fetucia/fetuces
Forcella: forzela/forzeles
Frana: frana/franes; (di terra) boa/boes
Franare: vienì ‘sò, franà (‘sò)
Fulmine: saeta/saetes
Ghiacciaio: jazo (anche toponimo, poco usato)
Ghiacciato: jazà
Ghiaccio: jazo; g. duro: j. duro patoco; g. trasformato: j. verde; arrampicare su ghiaccio: (‘sì) su jazo
Ghiaia: jera; g. fine: jerin
Ghiaione: graon/graoi; jeron/jeroi; di pietre grosse: sassera/sasseres; (raro) majiera/majieres
Gradi di difficoltà: prin/secondo/terzo/cuarto/cuinto/sesto; inferiore: inferiore/meno (es. terzo meno/cuinto meno); superiore: superiore/più (ad es. cuarto più/sesto più)
Gradinare: sciarinà, fei sciaris
Gradino: sciarin/sciaris
Guida alpina: guida/guides
Imbracatura: inbragadura/inbragadures; inbrago/inbraghe
Incassato: incassà (inze)
Incastrare: incastrà; incastrarsi: s’incastrà (inze)
Incrodarsi: s’incrodà/se ficià
Legarsi (in cordata): se leà
Libro di vetta: libro/libre
Lunghezza di corda: tiro/tire
Martello: martel/martiei
Masso incastrato: sas incastrà/sasc incastrade
Mollare la corda: molà (mòla!)
Moschettone: moscheton/moschetoi
Naso: nas; Naso Gialo (toponimo)
Neve: gnee; n. farinosa: sfaria; n. crostosa: crosta; n. dura: todo; n. marcia: g. marzo; n. primaverile: firn
Nicchia: busc/buje
Nodo: gropo/grope (nomi propri: barcaiolo, oto, meso barcaiolo, prussic, ecc.)
Ometto: ometo/omete
Orizzontale: via dreto
Palestra di roccia: palestra
Pancia (rigonfiamento roccioso): panza/panzes
Parete: paré/pares; paretina: paredina; (toponimo: Lasta)
Passaggio: passagio/passage (anche toponimo); passagiato/passagiate
Passo: pas/pasc
Pendio: spona/spones; con arbusti: grebano/grebane
Pendolo: pendolo
Piastrina per assicurazione: piastrina/piastrines
Piccozza: picoza/picozes; (non più usato) saponéto/saponéte
Pilastro: pilastro (anche toponimo)
Pino mugo: barancio/barance
Placca: di roccia: placa/plaches, lastron/lastroi; di ghiaccio: lastra/lastres; lastron
Posto di cordata: posto/poste de sosta
Precipitare: tomà ‘sò; toccare terra: pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò)
Proseguire: ‘sì inaante
Punta: ponta/pontes; spizon/spizoi
Quota: cuota/cuotes
Rampa: ranpa
Ramponi: ranpoi, grife
Recuperare (la corda, una persona): tirà (su/‘sò), recuperà (recupera!)
Rifugio: rifujo/rifuje
Rinvio: rinvio/rinvie
Ritirarsi: tornà indrio/in ‘sò
Roccia: croda; r. solida: c. sana; r. friabile: c. marza/marzo/marzumera; r. gialla (spesso friabile): c. ‘sala/el ‘sal/i ‘sai (toponimo); r. nera (solida): c. negra/i negre (toponimo); r. liscia: slisc, c. sliscia; r. consumata dai passaggi: c. onta
Salire: ‘sì su; s. con sforzo: stentà; iron. ‘sì su come un vermo; s. di forza: jbreà (su)
Salto (anche roccioso): souto
Salvare: tirà ‘sò (calchedun)
Salvarsi: se salvà, se ra caà
Sasso: sas/sasc; coolo/coole
Scaglia: scaia/scaies
Scala: sciara/sciares
Scarpette da arrampicata: scarpete; balerines; iron. zapote
Scarponi: scarpoi
Schiena rocciosa: schena/schenes (anche toponimo)
Schiodare: des-ciodà
Scivolare: slezià
Scivoloso: slizego (raro)
Scorciatoia: curta/curtes
Secondo di cordata: secondo; arrampicare da s. di cordata: ‘sì da secondo; ‘sì dadrio
Segnavia: segno/segne
Sentiero: troi/troes
Sicurezza (fare): fei segura
Slegare (sciogliere la corda): desgropà; slegarsi (sciogliere la cordata): se desleà
Soccorrere: fei socorso
Soccorso: socorso
Sosta (posto di): sosta/sostes
Spaccata: spacata/spacates
Spalto: spalto/spalte (anche toponimo)
Spigolo: spigolo/spigole (anche toponimo)
Sporgente: che sporse/che vien in fora
Spuntone: spunton/spuntoi
Staffa: stafa/stafes
Strapiombante: strapionbante
Strapiombo: strapionbo/strapionbe; souto/soute
Superare (un passaggio): fei (fora) un passagio/passajo; soutà (su/fora)
Terrazzino: terazin/terazis
Tetto: cuerto/cuerte; dim. cuertin; accr. cuertazo
Tirare la corda: tirà (tira!)
Torre: tore/tores
Traversare: tra(v)ersà/scaazà; in quota: (‘sì via) a soman
Traversata: traversata/traversates; traerso/traerse
Tuono: tonada/tonades (anche nel senso di colpo)
Uscire (terminare una via): ruà su, soutà fora
Valanga: laina/laines
Variante: variante/variantes
Verticale: su dreto/a pionbo
Via: via/vies; normale: comune/normale; diretta: direta; direttissima: diretissima; facile/di poco rilievo; vieta/vietes; ferrata: ferata/ferates; lunga ed impegnativa: vion/vioi
Vite (da ghiaccio): vida/vides
Volare (cadere da una parete): volà (‘sò), oujorà (‘sò)
Zaino: saco/sache
***
Quali considerazioni possiamo trarre dalla lettura e dall’analisi di questo breve glossario? Come già anticipato, molti dei lemmi utilizzati dagli scalatori sono autoctoni, compaiono nei vocabolari, e sono normalmente usati dai parlanti (‘sì in croda, bastoi, cianpanin, a caaloto, cenja, zima, ponta, corda da croda, crepo, crosc, coin, scendedura, gropo, tazà, cuerto).
Una parte perdura ancora nella microtoponomastica ampezzana, la cui conoscenza valica talvolta i confini paesani e potrebbe dar luogo ad interessanti ricerche (Busc de Frasto, Calvario, Lasta, Naso Giallo, Pilastro, Ris, Passagio Strobel), mentre un’altra parte cospicua è stata “ampezzanizzata”, ossia adattata dall’italiano alle peculiarità linguistiche dell’ampezzano, con risultati spesso sgraditi alle orecchie dei puristi, ma ormai consolidati: ad es. apilio, ataco, bivaco, boracia, calata, casco, clessidra, diedro, elmo, fetucia, palestra, placa, posto de sosta, fei segura/sicura, terazin, variante, ferata.
Premesso che numerose espressioni del linguaggio alpinistico si sono formate abbastanza di recente, possiamo costatare che molte di loro di solito sono attinte direttamente dall’italiano, scavalcando le autentiche voci locali, per motivi di maggiore frequenza d’uso, forse per pigrizia o forse soltanto per l’opportunità di farsi comprendere da interlocutori estranei (apilio, calata, cascata, casco, cordata, franà, inbrago, tiro, passagio, pendolo, ranpoi, rinvio, saco, scarpoi, socorso, spacata, spunton, strapionbante, superiore, traversata, via comune).
Da ultimo, alcuni lemmi sono peculiari del gergo alpinistico locale: ‘sì su come un vermo per salire con sforzo, tazà per arrampicare con decisione, jazo verde per ghiaccio trasformato, pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò) per precipitare, croda onta per roccia lisciata dai passaggi, soutà fora per uscire da una via, vion per via alpinistica lunga e importante, lense per arrampicare faticosamente, soprattutto su placche.
E’ facile vedere che il gergo degli arrampicatori ampezzani d’oggi, ancora diffuso e resistente, deriva da una singolare combinazione fra lemmi autoctoni, ampezzanizzati ed italiani. Prescindendo da approfondimenti dialettologici e sociolinguistici, e tenendo conto che praticamente l’arrampicata di stampo classico ha ormai ceduto il passo all’arrampicata in palestra e sulle falesie, ambito sportivo perlopiù anglofilo che non ha troppo a che fare con l’alpinismo, è comunque auspicabile che il gergo della categoria degli amanti locali della roccia sopravviva ancora, senza farsi schiacciare troppo in fretta dalle lingue dominanti. Sarebbe certamente una cospicua perdita, sia per la linguistica sia per la cultura locale!
***
Per questo lavoro, un ringraziamento va anzitutto agli amici coi quali ho condiviso tante avventure in montagna. Un grazie speciale a Enrico Lacedelli, guida alpina e Scoiattolo, e a Enzo Croatto, dialettologo e alpinista, per tutti i consigli e i suggerimenti forniti.

1 dic 2010

Via dalla pazza folla

Un suggerimento per il prossimo Ferragosto: chi pensa che a Cortina, in agosto, non si trovi un angolo di pace, ... forse non conosce Cortina. Smentisco, infatti, tale preconcetto, almeno per quanto concerne le adiacenze del paese. “Via della pazza folla” (senza vilipendere la folla), facendo qualche passo in più dei soliti due o quattro, si aprono anche in piena estate luoghi romiti, valichi appartati, cime deserte, boschi silenziosi dove si è in compagnia soltanto di se stessi. Un esempio sperimentato: la Cima NE di Marcoira, nel gruppo del Sorapis, splendida montagna di medio impegno alpinistico che sovrasta il Passo Tre Croci, nota solo a pochi appassionati. Molti visitatori hanno scoperto la cima grazie agli articoli che chi scrive ha pubblicato su quotidiani e riviste a partire dal 1999. Nonostante la faticosa Forcella Marcoira e la vicina Forcella del Ciadin, trovandosi sulla via di unione fra Tre Croci, i rifugi di Faloria e il Lago del Sorapis, siano piuttosto battute, la Cima NE, che verso le forcelle suddette si adagia con un pendio erboso ripidissimo seminato di stelle alpine, resta sola e indisturbata quasi tutta l'estate. Nota un tempo per alcune vie di roccia aperte negli anni ’30-’40, oggi è tornata ad essere il regno dei camosci. Sulle tracce degli ungulati, partendo dalla forcella sottostante si può raggiungere la vetta senza "mettere giù le mani". Se già nel bosco verdissimo di Tardeiba, mano a mano che ci si avvicina alle rocce, è palpabile una solitudine ovattata, sulla Cima ci si sentirà lontani “anni-luce” dal consorzio umano: e per una giornata, soprattutto in alta stagione, è un’esperienza da provare!

30 nov 2010

A zonzo sul Pomagagnon

Dopo molti vagabondaggi alpestri, sono particolarmente affezionato al Pomagagnon, la dorsale che incornicia verso N la valle d'Ampezzo e offre svariate opzioni, per camminare e salire cime e pareti dal I in poi. Ho avuto la fortuna di  poter salire 13 vette del gruppo: Pezovico, Quota 2014, Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai, III Pala Pezories, Gusela de Padeon, Croda Longes, Croda del Pomagagnon, Testa del Bartoldo, Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego. Dato per assodato che il Torrione Scoiattoli, ai piedi delle Pezories, presenta difficoltà dal V in su, e la Punta Armando sulla cresta W del Campanile Dimai non ha rilevanza escursionistica, mi mancherebbero ancora tre vette, due Pale de ra Pezories e la misteriosa Croda dei Zestelìs. Escludendo la Punta Fiames, le altre sono cime poco visitate, ancora abbastanza selvagge nel loro isolamento, e alcune sono ideali per la stagione avanzata quando più in alto la neve ha già fatto la comparsa. So di salite sulla I Pala Pezories, non invece ho informazioni aggiornate sui Zestelìs. Luca Visentini, nel suo libro sul Gruppo del Cristallo, ne suggeriva la salita da N, partendo da Forcella Zumeles, ma un'altra fonte riportava la possibilità di accesso anche da S, dal canalone tra la Croda e l’adiacente Costa del Bartoldo, che si raggiunge per la III Cengia del Pomagagnon e con difficoltà contenute dovrebbe scaricare sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta. Come le Pale Pezories, anche questa rimane una cosa da fare. Per ora, perfeziono lo studio della zona vagabondandovi attorno, e immagino cosa possano offrire quelle tre cime che mancano alla collezione, dove l'uomo fa capolino di rado e che, nonostante siano accessibili abbastanza facilmente, sono pochi quelli che si prendono la briga di visitare.

Un libro per Don Claudio

Sulla parete NW del monte Póre, salito e disceso tante volte, intorno a mezzanotte del 2/12/2009 la prima valanga d’inverno travolgeva Don Claudio Sacco Sonador, strappando alla terra un Parroco, musicista, alpinista, sciatore, missionario ed amico di tanta gente.
Un anno dopo, interpretando il desiderio dei familiari, il fratello Don Sergio ha riunito in “Don Claudio Sacco. Testimonianze e ricordi” articoli, documenti, impressioni, lettere, testimonianze della vita del sacerdote, che con la sua personalità ha caratterizzato il Decanato e le Parrocchie, la Missione e gli enti nei quali svolse un ministero quasi quarantennale.
La presentazione compendia con efficacia le varie facce di quest’opera. Diviso in 12 intensi capitoli, il libro non vuol essere una semplice biografia del religioso di Dosolédo, anche se i testi raccolti seguono la cronologia della sua vita tra di noi. Non è opera di un solo autore, ma di molte e diverse penne, poiché le testimonianze che lo compongono, oltre che da scritti dello stesso sacerdote, sono state attinte da 20 mass media e da circa 70 collaboratori. Molti altri ancora, forse, avrebbero potuto integrarle, considerata la rete di conoscenze e amicizie e la diffusa stima che Don Claudio seppe attirarsi durante il suo percorso terreno.
Non è neppure un libro di ricordi, anche se questi, autentici e toccanti, delineano la figura del “Don” in maniera particolareggiata: dal ministero sacerdotale alle avventure di roccia e di neve, dall’amore per la musica e il canto liturgico all’impegno parrocchiale e diocesano ed all’apostolato missionario.
E soprattutto, cosa che si palesa dovunque, non si tratta di un libro triste, perché Don Claudio è sempre con noi, nella Pasqua senza tempo. Ha finito di cercare, ora è a casa, con gli altri, vestito di luce nell’eternità. E in ultimo, da questo volume tracima un grande affetto. Ogni pagina dimostra il bene dal quale il sacerdote è stato circondato nella sua industriosa esistenza, e quello che rimane oggi nella memoria di molti.
Con questo omaggio, i familiari hanno voluto prolungare la sua voce e il suo cuore, e la partecipazione corale di tante persone note e meno note che lo hanno conosciuto e stimato, fa capire che la sua figura non sarà dimenticata. È un libro da leggere con calma, “scegliendo fior da fiore” tra le lettere, le storie e le impressioni che scandiscono il mosaico esistenziale del sacerdote che tutti sapeva trascinare con il suo entusiasmo.
Per chiudere, mi sia concesso un aneddoto personale. Poiché Don Claudio, cappellano a Cortina negli anni Settanta del ’900, fu senza dubbio “il Cappellano” dei giovani della mia generazione, anch’io vanto alcuni nitidi ricordi. Mi piace soprattutto pensare a quel martedì 5/9/1972, quando - caricandosi di una responsabilità oggi improponibile ad un “non professionista” - nell’ambito delle escursioni estive della Gioventù Studentesca, guidò sette ragazzi, tra cui il sottoscritto, sulla via ferrata “Strobel” della Punta Fiames.
Giunti poco lontano dalla fine della ferrata, ci lasciò, raccomandandoci di proseguire da soli, ché lui voleva sbizzarrirsi in una variante, per accarezzare dolomia vergine. Pochi minuti dopo, lo vedemmo sbracciarsi e chiamarci sorridendo da una roccia sotto la vetta, alla quale era giunto per una via più breve, a noi ignota.
Quasi una metafora, ripensata oggi guardando la copertina di questo volume, dell’intenso cammino di Don Claudio, della sua scalata verso l’Eterno, della sua gioia riconquistata nel Paradiso.

Tino, dieci anni dopo

Il 9/9/2000, dopo breve malattia, si spegneva a Pieve di Cadore Agostino Girardi de Jesuè, classe 1929, un uomo che ha fatto e lasciato molte cose per la cultura ampezzana. Dal 1965, anno in cui uscì il primo numero di “Due Soldi”, indimenticato mensile della Cassa Rurale che diresse per quasi 8 anni e nel quale, grazie alla collaborazione di vari studiosi, confluirono cronache, curiosità, documenti, fatti e personaggi d’Ampezzo che rischiavano di essere facilmente dimenticati, fino a poco prima della scomparsa, Tino studiò la cultura, la lingua, la storia paesana con ingegno, passione e versatilità. Alla sua maniera, certamente disordinata e poco affidabile (avrebbe dovuto collaborare anche al notiziario delle Regole d'Ampezzo, ma presto se ne ritrasse), ma conobbe e studiò Cortina con lucidità e profondità. Ne sono testimoni, oltre ad articoli e collaborazioni disperse in ogni dove, gli otto fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan" (1988-1994), in cui catalogò commentandole centinaia di frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire ampezzani antichi e attuali, facendo uso della sua vasta cultura e della grande memoria e condendo il tutto con ironia ed un bello stile affinato negli anni. Oltre che parente, ne fui amico e collaboratore in qualche avventura editoriale, e lo seguii fin quasi alla fine. Ricordo con piacere e nostalgia le lunghe chiacchierate con Tino, le sue conoscenze sugli argomenti più diversi; i consigli che dispensava; le critiche al mondo paesano, osservato con distacco e forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di rilievo, non solo per la nostra valle. Da lui, fra l’altro, ricevetti l’impulso a studiare i nostri soprannomi di famiglia e a non strafare nell’uso e nella divulgazione dell’ampezzano scritto, che riteneva una forzatura, data la secolare oralità del ladino. Non ho seguito tutti i suoi consigli, ma di tutti ho fatto tesoro. Oggi, a oltre vent’anni dall’uscita, mi piacerebbe rivalutare quegli 8 fascicoli che Tino scrisse con lentezza e pignoleria, rigorosamente a mano con la stilografica, e volle fossero stampati in anastatica, sotto forma di modesti quaderni dalla copertina color cammello. Modesti forse ma ricchi, per l’inesauribile miniera di notizie che contengono e il quadro dell’ampezzanità d’un tempo che compongono con garbo e intelligenza. Prima che la memoria di Tino de Jesuè vada a disperdersi nel vorticoso meccanismo della nostra vita, lancio un’idea: gli si renda in qualche modo il dovuto merito di ricercatore. Penso che Tino de Jesuè possa sicuramente fare compagnia a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini e agli altri che hanno dato dignità alla cultura e all’idioma d’Ampezzo, studiandoli e valorizzandoli. Per non dimenticare.

29 nov 2010

Un ghiaione che sembra un pesce?

Un toponimo che identifica un luogo noto ai camminatori più curiosi e smaliziati: quello di “Graa” o meglio “Graon del pesc”, ossia “Ghiaione del pesce”. E' quel canale detritico ripido e abbastanza lungo, situato ai piedi del Pomagagnon e visibile fin dal centro di Cortina. Il ghiaione scende dai Crepe de Zumeles (una zona che, seppure di ridotta estensione, può vantare oltre 20 toponimi diversi), fra la Pala Magra e Spiolto. L'identificazione è un po' difficile da inquadrare, ma è immediato capire perché il canalone tira in ballo un pesce. La sua forma, infatti, ricalca proprio quella di un pesce, o di una clessidra, con una evidente strozzatura nel mezzo. Il ghiaione, percorso da tracce non segnate, permette di collegare velocemente i versanti N e S della dorsale di Zumeles, e viene percorso da alcuni tra coloro che seguono la III Cengia del Pomagagnon e, senza traversare fino a Forcella Zumeles, hanno fretta di calare a valle. Incidendo però una fascia di terreno ripida e instabile, peculiare dell'intero versante, il canalone non offre comunque una discesa fulminea, perché è fatto di detriti piuttosto grossi e duri; si trova però in un ambiente selvaggio e interessante, che qualche volta giustifica l'esperimento. Ho sceso il "Graon del Pesc" per almeno tre volte, l'ultima delle quali nel maggio '97, rientrando con mia moglie dalla III Cengia, e ricordo anche quella discesa con una certa simpatia.

Attenzione alle normali!

Sovente, lungo le vie normali che adducono alle cime delle nostre montagne (e non sono sempre necessariamente le più semplici), s’incontrano situazioni più o meno complesse, nelle quali sta la chiave dell’intera salita. Per conoscenza diretta e brevità espositiva, tra i tanti cito quattro casi. Sul Cridola in Cadore, una salita non molto impegnativa ma al tempo stesso non banale, occorre superare in salita e in discesa un camino di 5 metri, un po' problematico per chi ha le gambe corte. Sul Cristallo c’è la famosa Lasta, 3 metri piuttosto esposti e scarsi di appigli, dove un’anima pia infisse un chiodo per calarsi, se c’è bisogno, con un lungo cordino. Sulla via normale del Piz Popena c’è un canale, mediamente impegnativo ma normalmente coperto di neve dura, dove servono spesso i ramponi, a pena di scivolate rovinose. All’inizio della normale del Sorapisc, si alza un camino levigato, nei cui pressi sembra che i primi salitori abbiano sperimentato la corda doppia, e dove, per scendere, la corda è quasi indispensabile. Di conseguenza, si può affermare che spesso itinerari superabili in salita con discreta facilità, al ritorno possono opporre ostacoli anche seri, e in tal caso la previdenza non è mai troppa. Muoversi con un pezzo di corda, qualche cordino e moschettone nello zaino, per chi intende affrontare le classiche dei nostri monti, non è mai superfluo. Ricordo che cent'anni fa Angelo Moròto, brava guida ampezzana, precipitò dalla Lasta del Cristallo, tentando di salvare l’improvvido cliente che vi era scivolato; scendendo il canalone nevoso del Popéna, l’amico Ivano - sprovvisto di ferramenta – scivolò rimediando una nutrita serie di botte e lividi, soprattutto sul viso. Il mio è un caldo invito a non prendere mai sottogamba le vie normali delle crode dolomitiche. Alcuni di quei primi e secondi gradi celano insidie inattese e farsi male lungo quelle celebri e godibilissime salite è davvero un peccato!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...