28 gen 2013

L’ometto più singolare che ricordo

Ometto sotto la vetta del Corno d'Angolo
(foto E.M., 9/8/2004)
L’ometto di vetta più singolare che ricordi? Quello trovato con Enrico L. sulla Torre Lagazuoi, pinnacolo abbastanza ardito che si eleva a NO di Forcella Travenanzes, evidente e staccato dalle cime retrostanti, che fanno parte del piccolo nodo di Lagazuoi. 
Eravamo saliti sulla torre per la via degli Scoiattoli sulla parete S, aperta l’8/9/1946 dal "Vecio", "Bibi" e "Suplein" con Mario Astaldi: un itinerario abbastanza breve ma non proprio banale, con un tratto iniziale infido per la roccia un po' sporca.
A proposito: a pag. 219 del “Berti”, la notizia della via ha una data errata. Essa non può essere stata salita l’8/9/1944, perché - guarda caso - quel giorno (vedi pag. 105) "Vecio" era impegnato con "Bòcia" sulla parete SE della Croda da Lago; fonti successive indicano, infatti, il 1946, che ritengo più plausibile. 
Nel minuscolo spazio che la cima contendeva al cielo, trovammo una piccola piramide di sassi immobili, verdastri e coperti di licheni, che pareva nessuno avesse mai sfiorato: eppure dal passaggio dei primi salitori erano passati "soltanto" 35 anni!
Quell’ometto mi comunicò la stessa emozione che mi avrebbe dato uno di Santo Siorpaes, Michele Innerkofler, Angelo Dibona, Paul Preuss o altri grandi. Esso rappresentava (oggi non più, visto che sulla cima sono stati aggiunti segni di vernice rossa e un chiodo cementato per la discesa) l’unica traccia umana: nulla incrinava quel ripiano espostissimo dove sostammo a lungo per il dovuto riposo fisico e mentale.
Lassù ebbi quasi una illuminazione: non eravamo in una zona proprio remota, era una bella giornata di luglio, ma  su quel terrazzino sassoso a 200 metri da terra, dove sicuramente non avevano ancora messo i piedi in molti e solo un cumulo di pietre intaccava l'immobilità della dolomia, per un attimo mi vidi sospeso ...
Fu quasi un fastidio smuovere qualche sasso per passare: calandoci poi in doppia sul lato E per alcuni camini inaspettatamente agevoli, sentii che ci eravamo volutamente mossi in punta di piedi per non infastidire la Torre, regina nella sua pace. E forse di questo essa sommessamente ci ringraziò.

24 gen 2013

Pioggia sui monti


Camminando in piazza sotto il diluvio in un pomeriggio della scorsa estate, riflettevo su quante volte ci capita di imbatterci, sopportare, uscire in concreto  indenne da un temporale di grossa portata, mentre ci troviamo sulle montagne.
Sotto il temporale, scendendo dalla normale
del Becco di Mezzodì (luglio 1980)
Ora a me non succede quasi più, e se prendiamo un po’ d'acqua,  capita di solito in situazioni abbastanza sicure, perché non salgo più pareti impegnative e, prima di partire, ci affidiamo alle previsioni. In gioventù, però, ho ricordi di diversi momenti abbastanza impegnativi.
Ne scelgo quattro, paradigmatici.
Due temporali di discreto calibro colsero me e gli amici, guarda caso, entrambe le volte in discesa dalla Cima Grande di Lavaredo.
Nel 1985, lungo la via normale levigata da oltre cent'anni di scarponi, eravamo in tanti, tutti sorpresi dal maltempo scatenatosi violento: scendemmo lenti, le corde si attorcigliavano, eravamo poco vestiti, faceva freddo, il nervosismo lievitava e una volta giù … liberatoria fu una memorabile bevuta.
Undici anni dopo eravamo in tre, con le corde smuovemmo un sacco di pietre ma senza ferire nessuno, arrivammo a Misurina con due millimetri di pelle asciutta e per consolarci dello scampato pericolo ci dovemmo far bastare un tè in un bar poco ospitale: giurai allora che, per la prossima salita della Grande, avrei aspettato un lungo periodo di siccità!
Per non parlare della complicata discesa dal Gran Campanile del Murfreid in Val Gardena, dove alla pioggia seguì una fitta nevicata (era il 10 di agosto!), facemmo un po' di casino con le corde, ci disorientammo al buio su terreno sconosciuto e alla fine dovettero venire su a prenderci!
E infine la meno antica, roba del '96: un lungo diluvio sulla "via dei cacciatori" della Cima Piatta Alta in Pusteria; fu un calvario rifare in discesa  3/4 dell'itinerario e divallare a rotta di collo al Rifugio Tre Scarperi, dove maternamente ci "prestarono" la caldaia per asciugare noi e i vestiti. Anche qui, un tè bollente concluse una bella avventura.
Ci sono state comunque tante altre occasioni in cui, dall'abbraccio con pareti o sentieri, siamo usciti fradici, tremebondi, scossi, anche un po’ nauseati, ma pronti a ripartire al primo balenare di un raggio di sole!

22 gen 2013

Quattro amici, due cordate


Giusto trent'anni fa, domenica 23 gennaio 1983: una giornata eccezionalmente asciutta, piuttosto scarsa di neve, con temperature autunnali e sole.

Ernesto, Enrico, Federico, Mauro
in cima alla Fiames - 23/1/1983
Quattro amici in due cordate (per la statistica: 88 anni in totale, dal  sottoscritto (24) a Mauro, 20), si avventuravano sulla via Dimai-Heath-Verzi della parete S della Punta Fiames, classico e noto banco di prova offerto da oltre un secolo a generazioni di amanti della roccia, e portavano a termine senza problemi l'invernale dell'itinerario, aggiungendovi la spensieratezza propria dell'età. 
La via di discesa non fu proprio il massimo dell'allegria, visto che il ripido canalone di Forcella Pomagagnon era parecchio gelato; la giornata si chiudeva comunque nel  modo migliore, lasciando un ricordo che, soprattutto in chi scrive, rimane ancora vivo e presente.

14 gen 2013

Sul vulcano di Vulcano

Spesso durante le vacanze abbiamo perlustrato isole, e tante di queste in Italia. Siccome neppure a "quota 0" riusciamo a stare senza qualche cima, abbiamo spesso cercato (e trovato) isole con elevazioni di altezza, se non considerevole, almeno accettabile.
Con questo sistema abbiamo visitato diverse sommità: nell'Isola del Giglio, Lipari, Marettimo, Ponza, San Domino, in Sicilia, Stromboli, Vulcano; e non è detto che la lista sia conclusa!
Il cratere
(photo : courtesy of quasarsail.it)
Dopo lo Stromboli, salito due volte, compiendo anche la traversata notturna con discesa per la Sciara Vecchia, un indimenticabile pendio di cenere sottile come borotalco, ricordiamo con particolare piacere il vulcano dell'isola omonima, nelle Eolie.
La cima raggiunge la quota di 391 m,  per salirla dal paese (quota 0) occorre un'oretta abbondante camminando di passo lesto, e più che un vulcano vero e proprio si tratta di un enorme avvallamento sassoso, rigato da  venature gialle di zolfo e sempre invaso da vapori maleodoranti.
Quella salita per noi ebbe un che "d’alpino" particolarmente gradevole. Dopo una comoda traccia tra la bassa vegetazione mediterranea, dalla quale spuntavano un po' dovunque conigli selvatici, seguimmo il cammino diagonale che incide la  tenera fascia di tufo sotto il cono sommitale. Giunti sul bordo del cratere, un sentiero sconnesso che ricorda ambienti più alti ci consentì di attorniare la voragine e toccare il segnale trigonometrico.
Viste le temperature di giugno, quel giorno eravamo partiti dal paese a piedi intorno alle 17.00. In vetta, dove incontrammo poche persone, il tempo però stava cambiando: faceva piuttosto fresco, le nuvole si addensavano  intorno al cratere e il tanfo di uova marce era pestilenziale, tanto  da non poterci trattenere con la dovuta calma.
Vulcano, una delle cime isolane salite in quel decennio, ci ha lasciato una certa soddisfazione e un bel ricordo, e vorremmo consigliare di cuore la salita a chi si trovasse a passare da quelle parti.

10 gen 2013

L'ascensione della "Tetta" di Fosses


Trascorrendo un fine settimana di luglio al Rifugio Biella alla Croda del Béco per i festeggiamenti del centenario dalla costruzione, con Iside e Paola mi è capitato di salire  una cima che non conoscevo, ai margini del territorio d'Ampezzo .
La presenza di questa cima s’impone spesso nelle immagini e cartoline del rifugio (si nota già in quelle di epoca austro-ungarica); essa, salvo smentite, non ha un oronimo suo e offre come unico "piccolo-grande" pregio, un panorama esteso  fino alla valle d'Ampezzo ed ai suoi nuclei abitati più settentrionali.
Forse  per questo molti degli escursionisti, in gran parte stranieri, che d'estate salgono numerosi da quelle parti  perlopiù dal Lago di Braies lungo la tappa iniziale dell'Alta Via n. 1, mentre sostano al Biella per corroborarsi in attesa di riprendere la marcia, visitano volentieri la “Tetta”.
La "Tetta" vista dal Rifugio Biella,
22/7/07 (photo: courtesy idieffe)
E’ questo il materno ed evocativo oronimo, affibbiato chissà quando e da chi ad una cupola di rocce e magro pascolo, non quotata né indicata nelle fonti che ho consultato. La cupola emerge dal lunare acrocoro della Monte de Fòsses proprio in vista del rifugio, e da esso si raggiunge con  una mezz’oretta di traversata, dislivello e difficoltà minimi.
Sulla sommità, almeno al tempo della nostra salita, emergeva unicamente un solitario "cairn", il classico ometto di pietre, e nessun altro orpello: noi eravamo in tre e per un po' di tempo da lassù  godemmo in pace il silenzio e i vasti orizzonti sui monti del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo e su altri più lontani.
Di sicuro la “Tetta” fu raggiunta fin dall'epoca pre-alpinistica dai cacciatori che battevano quelle lande alla ricerca di ungulati, un tempo più numerosi ma oggi riapparsi con fatica dopo la recente epidemia, o più facilmente vi erano saliti i pastori, che in Fosses alpeggiavano gli ovini già nel Medioevo.
Senza alcun rilievo alpinistico, ma utile per impiegare un po' di tempo in relax a chi passi dal Rifugio Biella, quella cima fu una delle tante che iscrissi nel mio consistente carnet, e la breve salita in compagnia fu davvero piacevole.

5 gen 2013

105 anni fa moriva Piero de Jenzio, pioniere dell'alpinismo



Guide ampezzane, 1897; il 1° seduto a sin.
in prima fila é Piero de Jènzio (racc. E. Majoni)
 Oggi cade il 105° anniversario della morte di un interessante esponente della storia alpinistica d’Ampezzo a cavallo dei secoli XVIII e XIX: Pietro Antonio Dimai, figlio di Fulgenzio "Deo" e Maria Francesca Apollonio e più noto come "Piero de Jènzio".
Questi appunti intendono ricordare una figura di professionista della montagna cui è attribuita una dozzina di nuove salite, due prime invernali e importanti ripetizioni sulle cime d’Ampezzo, del Cadore e della Pusteria.
Piero viene alla luce a Chiave l’8.9.1855, in una famiglia che in un secolo affiderà alla storia sette guide alpine. Il padre e lo zio Angelo, infatti, consacrati da Paul Grohmann, rappresentarono nel modo migliore l’era della scoperta dolomitica: erano col viennese il 28.9.1864, in occasione della conquista della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti. Nella famiglia divennero poi guide Arcangelo, suo fratello Antonio e due figli di questi, Angelo e Giuseppe. Pietro riceve l’autorizzazione ad esercitare la professione di guida a diciannove anni non ancora compiuti, nel 1874. In Ampezzo, sarà uno dei più giovani a conseguire il traguardo.
Con il padre, lo zio, il cugino Arcangelo, Santo Siorpaes Salvador, Alessandro Lacedelli da Meleres, Giuseppe Ghedina Tomasc, Angelo Menardi Malto e Angelo Zangiacomi ‘Sacheo – manca Giovanni Barbaria Zuchin, patentato nel 1875 -, Dimai è una delle prime nove guide autorizzate a Cortina, secondo l’elenco pubblicato in calce al tariffario delle gite e ascensioni del marzo 1876.
Grohmann aveva già inquadrato i due Dimai come alpinisti degni di attenzione: “Devo ricordare i figli di Angelo e di Fulgenzio Dimai e cioè Arcangelo e Pietro Dimai, due bravi giovani. Penso che soprattutto il primo potrà diventare una guida eccellente.” Parole profetiche, che poi si avverarono! Piero Dimai muore giovane, il 5.1.1908, a causa di una polmonite. Solo tre mesi prima, il 21.9.1907, aveva accompagnato in montagna l'ultimo cliente.

3 gen 2013

Cenge e passaggi semisconosciuti

Lainores da S con uno degli itinerari qui descritti
(foto E.M., ottobre 2003)
Il passaggio ai piedi del Taburlo, che unisce le Ruoibes de Fora con Progoito; la cengia che percorre le pendici di Ra Sciares sulla Croda Rossa, unendo i circhi che fanno capo a Forcella Colfreddo; il tracciato militare sul versante S di Ra Zestes sotto la Tofana III; l’attraversamento - battuto dagli ungulati - dalla via normale del Col Rosà al sentiero del Passo Posporcora; la cengia sull’avancorpo delle Lainòres che, stando sotto roccia, collega in modo originale la via normale della cima con il Cason de Antruiles.
Sono soltanto alcune possibilità, parte delle quali chi scrive non ha verificato sul terreno, "sentieri selvaggi" dei monti ampezzani che uniscono peculiarità naturalistiche, storiche ed alpinistiche.
A loro potrei aggiungere la cengia naturale e la Cengia “Polin” sulla parete SO della Tofana de Rozes; un paio di percorsi sugli Orte de Tofana; gli accessi diretti dalla Val di Fanes al Col Rosà e al Monte Valon Bianco (con traversata in Val Travenanzes per altro percorso militare); la cengia che collega i bivacchi Slataper e Comici traversando dietro le Tre Sorelle.
Mi fermo, giacché capisco che per conoscere più che profondamente le crode ampezzane anche a me (per fortuna) difetta qualche tassello.
D’altronde, mi ritengo più che fortunato, per avere raggiunto tante altre mete, sovente scomode e aspre, ma originali: la citata cengia sull’avancorpo delle Lainores, la Ponta del Pin, la Pala de ra Fedes, il Taburlo, vari sentieri su Ra Ciadenes, il Pezovico ecc.
Nel mio “libro dei sogni” ci sono ovviamente molte pagine bianche: non so se potrò riempirle né tantomeno se riuscirò a leggerle tutte. Se lo faranno altri, gli appunti per un utilissimo aggiornamento della guida delle “Dolomiti Orientali”, al quale tanti appassionati sarebbero in grado di dare una mano, potranno essere redatti ugualmente.

21 dic 2012

“Oujores – Poesies par anpezan” di E. Majoni e I. Del Fabbro


Proseguendo il proprio impegno editoriale per la promozione e la tutela della lingua e cultura ladina, l’Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore ha dato il proprio patrocinio ad una nuova opera, “Oujores – Poesies par anpezan” di Ernesto Majoni e Iside Del Fabbro, che prosegue la collana di poesia ladina avviata lo scorso anno dall'Istituto con “El tenpo che core – Poesies e stories par anpezan de Mario Colli Dantogna” e “Ra steles del mè ziel – Poesies par anpezan 1985-1992.
Edita dalla Tipografia Ghedina di Cortina, l’opera è introdotta in copertina da una fotografia dello scomparso Bortolo De Vido che raffigura il Pelmo (cima che riveste un grande significato per Majoni e Del Fabbro). Essa raccoglie una trentina di poesie in ladino ampezzano di entrambi gli autori, a carattere perlopiù intimista, composte negli anni ’80-’90 del Novecento e in parte inedite.
Oujores – Poesies par anpezan” si trova presso la Cooperativa di Cortina e l’Istituto Ladin de la Dolomites, a € 7,00 la copia.

18 dic 2012

Angelo Majoni (1870-1932), medico e studioso di cultura alpina ma non alpinista

In questo contributo non si parla di montagne o scalate, ma l’ambientazione riguarda comunque le Dolomiti.
Protagonista della nostra storia fu  Angelo Majoni "Boto", un medico dentista, ginecologo e internista ampezzano la cui fama valicò i confini del paese nativo, studioso di cultura alpina e coautore della prima guida turistico-alpinistica di Cortina, scomparso giusto ottant'anni fa, a metà dicembre  1932.
Il dottor Majoni con uno dei suoi nipoti, 1917 ca.
(photo: archivio Ernesto Majoni)
Oltre che un professionista ligio e stimato, il medico fu uno sportivo: pioniere dello sci alpino,  giocatore di golf, socio e consulente della Società Ginnastica-Turnverein, del Museo Elisabettino di Tino Colli Codesc e dei Pompieri Volontari. Non credo sia stato però un alpinista, almeno non un arrampicatore.
La sua opera più famosa è senza dubio “Cortina d’Ampezzo nella sua parlata. Vocabolario ampezzano con una raccolta di proverbi e detti dialettali usati nella valle”, il primo glossario dell'ampezzano, che Angelo Majoni concluse nell'ottobre 1928 e pubblicò l'anno seguente.
Ho scritto e parlato in varie sedi della sostanza letteraria e dialettologica dell’opera del mio omonimo. Vorrei ora richiamare un piccolo, simpatico episodio, sicuramente ignoto ai più.
Il 28/10/1930 (casuale ottavo anniversario della Marcia su Roma), nell’osteria di Ospitale presso Cortina si tenne una cena. Invitati erano gli ampezzani nati nell’anno 1870, vale a dire i sessantenni del paese, uno dei quali (forse  fu proprio lui l'organizzatore) era il dottor Angelo Majoni.
In quell'occasione conviviale, il medico omaggiò tutti i coetanei presenti con un vocabolario, uscito per i tipi della Tipografia Valbonesi a Forlì, munito di dedica autografa.
Una galanteria d’altri tempi? La notizia deriva da una copia di “Cortina d’Ampezzo nella sua parlata” in mio possesso, conservata in casa di un ampezzano che ebbe la fortuna di vivere molto più a lungo del medico e forse la consultò spesso (o la conservò in condizioni precarie): quando la ricevetti, infatti, dimostrava tutti i segni dell'età!

13 dic 2012

125° della nascita di "Scimon Juscia", guida alpina

Scalata sulla Torre Grande d'Averau, anni '30
(photo: archivio Ernesto Majoni)
L’unica prima salita in cui appare il nome della guida alpina ampezzana Simone Lacedelli, noto in paese come "Scimon da Rone" o "Juscia", di cui fra due giorni si potrebbe memorare il 125° anniversario della nascita, si svolge sulla Torre Esperia, un monolito di una cinquantina di metri alle falde del Coston d’Averau, sul versante agordino del gruppo del Nuvolau.
Lacedelli giunse in vetta alla torre l’8/8/1928, con il collega Celso Degasper "Meneguto" (guida alpina patentata dal 1922) e le sorelle Emma e Giovanna Apollonio, che diverranno poi le loro compagne.
Risulta che la Torre, battezzata col nome della villa delle sorelle alpiniste in centro a Cortina e la cui salita presentò difficoltà abbastanza secche, in oltre ottant'anni abbia riscosso poco interesse fra gli scalatori. Di recente però, le vicine pareti della Croda Negra sono state riscoperte e valorizzate dagli alpinisti, che vi hanno tracciato numerose vie di stampo moderno, oggi popolari e frequentate.
Simone Lacedelli, figlio di Antonio "Tone da Rone", guida alpina tra il 1893 e il 1905, era nato il 15/12/1887, e iniziò la professione nel 1912. Arrampicò e camminò sui monti d’Ampezzo fino a tarda età, promuovendo negli anni Cinquanta le gite con guida per adulti e bambini:  nel 1955, ancora in servizio, accompagnava due clienti sulla Torre Grande di Averau.
Morì il giorno di San Silvestro 1970, investito da un’auto mentre camminava sotto la neve lungo la trafficata Via Cesare Battisti a Cortina. Un ricordo di Giovanna Orzes Costa – pubblicato sul numero di Natale 1988 di “Le Dolomiti Bellunesi” - ripropose appropriatamente ai paesani e a un pubblico più vasto una vecchia figura di ampezzano, esempio di una vita dedicata alla montagna.

10 dic 2012

Oggi Sandro Zardini Laresc avrebbe 50 anni

Tra gli oltre centocinquanta ampezzani che in un secolo e mezzo hanno scelto il mestiere di guida alpina, dopo il neo-patentato Bruno Verzi Sceco, che cadde dalla Torre Grande d’Averau il 26/8/1945 a soli diciannove anni, colui che è scomparso più giovane è Sandro Zardini Laresc.
Di famiglia di guide (il fratello Luciano, lo zio Arturo, i cugini Ivo e Giacomo), Sandro (classe 1962) divenne Scoiattolo e già nel 1982 guida alpina.
Croda Marcora, parete S
(photo: courtesy of bbdolomiti)
Domenica 2/9/1984 morì a causa di un incidente in moto a Pocol, occorsogli al ritorno da una scalata in Tofana con il fratello: il 10 dicembre successivo avrebbe compiuto ventidue anni.
Quando seppi della disgrazia, ero appena arrivato da Misurina, dove ero andato a salire la Punta Col de Varda lungo la “via obliqua”, facendo tra l'altro crollare un masso che spero non abbia mai raggiunto il sentiero sottostante. Si può immaginare con quale brivido pensai alla roccia friabile, al masso che mi si staccò sotto i piedi, al fatto che avevo salito una via - pur poco difficile - da solo...
L’ultima immagine di Sandro che ho risale a qualche sera prima, ad una festa campestre dei Sestieri a Fiames, in cui condividemmo il tavolo per bere una birra. Anche se ci conoscevamo poco, rimasi profondamente scosso dall’episodio, per vari motivi: l'imprevedibilità della disgrazia, l’età del ragazzo, il dolore dei familiari e di tutta la comunità, privata così presto di un giovane, già forte scalatore.
Rivedo, il giorno dopo, il corteo dei paesani in attesa di partecipare alle esequie, che da Ronco, dove abitava Sandro, si allungava lungo la strada fino al Ponte Corona: chi conosce la topografia di Cortina, sa che fra i due estremi non ci sono solo due passi!
Alla sua memoria, il 27-28/7/1985 Maurizio Dall’Omo e Renato Peverelli, “Ragni” di Pieve di Cadore, dedicarono una dura via sulla vasta parete S della Croda Marcora: un commosso omaggio ad un innamorato della montagna e dell’arrampicata, cui la sorte non concesse di coltivare a lungo la sua passione.

6 dic 2012

San Nicolò sulla "paré" della Punta Fiames

Penultimo tiro della "paré"
della Punta Fiames, anni '80
Il 6 dicembre di qualche anno fa ad Enrico (Scoiattolo e guida in esercizio da poco) e a me arrise un "exploit" di roccia, uguagliato e superato di sicuro da altri ma allora per noi importante: la via Dimai-Verzi sulla parete S della Punta Fiames, in 3 h e 50' da Cortina a Cortina.
Partiti dalla Birreria Pedavena in Corso Italia alle 10,00 del mattino, lì tornammo alle 13.50. Quel giorno, lo ammetto, la “paré” si offrì in condizioni ottimali, e così salimmo la via (pur sempre 14 tiri di corda con difficoltà di ordine classico, 3 h attacco-cima per una cordata come noi, esclusi l'avvicinamento e la discesa) in conserva e assicurandoci soltanto in due tratti.
C’è da aggiungere qualche nota, che consentì al sottoscritto una prestazione non stratosferica, se vista nel quadro dell'odierno alpinismo che mira troppo spesso al record, ma che mi piace comunque ricordare.
Per quanto riguarda Enrico, le sue capacità e abilità erano e sono indiscusse; ad esse aggiungo la fortuna di poter superare in auto la sbarra che chiude la strada forestale ai piedi delle crode, giungendo quindi comodamente quasi alla base del Graon del Pomagagnon.
Per quanto riguarda me, ci misi un po' di allenamento e la conoscenza quasi maniacale della via sulla quale in quella stagione ero già salito due volte, il 25 maggio e il 2 novembre.
La “paré” della Fiames in 230 minuti casa-casa animò una giornata irripetuta, da ricordare per le caratteristiche sportive e la giornata (un San Nicolò caldo come in settembre), ma soprattutto perché da allora "volarono anni corti come giorni ..." e, come ripeto spesso ad amici e conoscenti che all'epoca si affacciavano appena alla vita, a me pare sempre ieri.

4 dic 2012

Ricordo di Lino Lacedelli, a tre anni dalla scomparsa

Buon compleanno, "babo" (zio) Lino! 
Oggi compiresti 87 anni. Tante persone ti hanno conosciuto, ti hanno frequentato e senz'altro ti hanno ricordato in modo più ampio e magari più degno. 
Lino Lacedelli, 1^ invernale parete S
della Tofana de Rozes, via Eotvos-Dimai, 18/1/'53
Queste mie righe vogliono solo rinnovare simpatia e gratitudine nei tuoi confronti, a tre anni dalla tua scomparsa. Ripenso spesso alle uniche due gite in montagna che facemmo insieme (il Coglians, nel settembre 1987; la Tessenbergeralm in Austria, nell'aprile 2002) ed a quant'altro magari avremmo potuto fare, ma soprattutto a quello che hai realizzato - con la caparbietà, l'orgoglio e l'umiltà dei montanari - per la tua famiglia, la montagna, il turismo, la tua gente. 
L'esempio e la grinta che hai sempre mostrato perdurano ancora.
Una robusta stretta di mano, come quelle che erano il tuo biglietto da visita.

2 dic 2012

Croda dei Zestelis, una cima intrigante

Dopo anni di vagabondaggi montani mi sono affezionato alla catena del Pomagagnon, che fa da sfondo a Cortina verso N e offre svariate possibilità di camminare e salire cime e pareti di ogni difficoltà.
Ho salito (spesso più di una volta) la maggior parte delle 19 vette che mi pare si possano distinguere sulla catena: Pezovico e l'antistante q. 2014, Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai, III Pala de ra Pezories, Bujela de Padeon, Croda Longes e quella del Pomagagnon, Testa e Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego.
Croda dei Zestelis e Punta Erbing da S
(photo: courtesy of idieffe, nov. 2011)
Visto che il Torrione Scoiattoli, appendice delle Pezories, e il Campanile Perosego - che chiude la catena verso Sonforcia -  sono solo alpinistici, e la Punta Armando (sulla cresta O del Campanile Dimai) pure, mi mancano ancora tre cime: la I e la II Pala de ra Pezories e la Croda dei Zestelìs.
Sono tre montagne sicuramente visitate di rado, selvagge nel loro isolamento e, specie le Pezories, ideali per la tarda stagione, quando in alto è già comparsa la neve.
Ma, mentre delel Pale ho notizie da chi vi è salito, manco di informazioni aggiornate sulla Croda dei Zestelìs. Nel suo libro sul Cristallo del 1996, Visentini suggeriva di salirla da N, da Forcella Zumeles, ma un'altra fonte riporta anche un accesso da S, dal canalone tra la Croda e la Costa del Bartoldo, che si incrocia salendo per la III Cengia del Pomagagnon e porta sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta.
Come le Pezories, anche questa resta una cosa da fare. Per ora studio la storia della zona, e già pregusto la soddisfazione di accedere a quei luoghi, dove l'uomo compare molto di rado e che, pur essendo accessibili con difficoltà contenute, pochi conoscono e si prendono la briga di visitare.

26 nov 2012

Il sole a 2000 metri, un mese prima di Natale


E' noto che le bizzarrie meteorologiche di questi anni potrebbero consentire anche di stare in camicia a 2000 metri, un mese prima di Natale.
Isy e il bunker superiore
Ci capitò sei anni fa come oggi, il 26 novembre del 2006, giunti ancora una volta in vetta al dosso boscoso q. 2000 di Ra Ciadenes, che domina l’antica Chiesa di Ospitale e, sia in apertura sia in chiusura di stagione, ci ha dato molto spesso l'input per un'amabile gita di lunghezza e impegno medio, molto interessante per il malinconico ambiente nel quale si svolge.
Quel 26 novembre, dopo il meritato riposo al sole che riscaldava la sommità e la consueta occhiata al piccolo bunker superiore, eretto lassù durante la 1^ Guerra Mondiale, per scendere scegliemmo la traccia militare che cala a N; su di essa pestammo un velo di neve su terreno ancora morbido e incrociammo un camoscio solitario, che balzando dall'alto all'improvviso smosse una buona quantità di pietre, causandoci un pizzico di inquietudine.
Giunti in Gotres, seguendo le orme che già solcavano lo straterello di neve sulla stradina ex militare della valle, scendemmo veloci a rivedere il sole a Rufiedo, donde fu inevitabile il rientro a Ospitale a piedi.
Fu quello un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto sulla fascia fra il Tornichè e Ospitale, ma sicuramente bizzarro. A 2000 metri, a mezzogiorno e per quasi un'ora potemmo starcene al sole in camicia, mentre intorno a noi, da una certa altezza in poi, la neve aveva già spolverato cime e forcelle e la Strada d’Alemagna era in piena ombra.
Il silenzio che avvolge Ra Ciadenes, solitamente assoluto, quella volta fu rotto soltanto da un elicottero, che volava basso verso S. Per un po’, accompagnò i nostri passi anche il solenne roteare di un’aquila, presenza piuttosto rara e sempre affascinante per chi ama la Montagna.

24 nov 2012

Invernali sul Pomagagnon di sessant'anni fa: briciole di storia

Alcune interessanti salite invernali sulle crode del Pomagagnon, la dorsale che fa da cornice alla conca ampezzana verso N, risalgono a sessant'anni fa, alla stagione invernale 1952-1953.
Testa e Costa del Bartoldo, dalla zona di Mietres
Il ciclo inizia infatti il 18 gennaio 1953, quando Ezio Costantini (medico alpinista di Borca che visse e operò per anni a Cortina, dove molti lo ricordano) con gli amici di Venezia Creazza, Zambelli, Penzo, Pensa e Gorup Benanez ripeté la via aperta nel 1910 da Terschak e Mayer lungo la cresta SE del Campanile Dimai.
Una settimana più tardi Penzo, Gorup Benanez e Polato giungevano in cima da SO alla Croda Longes, probabilmente per l'itinerario tracciato nel 1890 dalla guida Antonio Constantini "Tone Mostacia" col britannico Sidney Jones, seconda salita nel Pomagagnon.
L’8 febbraio lo Scoiattolo Bruno Alberti Rodèla guidava per primo d'inverno alcuni amici sulla parete SE della Testa del Bartoldo lungo la Diretta Dibona, aperta nel 1937 da Ignazio e Fausto Dibona Pilato con Hermione Blandy. Un mese dopo, Beniamino Franceschi Mescolin rifaceva la stessa salita con altri.
 Sempre l'8 febbraio Costantini saliva con Pensa, Penzo e Gorup Benanez la via tracciata da Luigi Menardi "Iji" e Antonio Zanettin sulla parete S della Punta Erbing nel 1942
Il 1° novembre 1953, infine, Penzo, Varagnolo e Gorup Benanez raggiungevano in condizioni invernali la Croda dei Zestelis, forse per la via aperta nel 1903 dalle guide Zaccaria Pompanin "'Sacar de Radeschi" e Angelo Zangiacomi "Pizenin "Sacheo" con Robert Grauer.
Dopo un inverno così movimentato, sul Pomagagnon (dove peraltro spesso si arrampica in quella stagione in condizioni quasi estive), sicuramente furono compiute altre invernali di un certo rilievo, ma purtroppo nessuno ne ha più tenuto il conto (o non ne ho trovato la notizia).

15 nov 2012

Lungo lo "spigolo Fanton" della Croda Bianca



Le Marmarole, è noto, sono un gruppo di montagne dolomitiche ancora piuttosto selvaggio, meno battuto, ricco di possibilità per lo scalatore, l’amante delle vie normali, l'appassionato dei grandi sentieri. 
Fra le, purtroppo scarse, giornate passate su quei monti, alcune delle quali ho rivissuto in altri scritti, spicca senza dubbio l'ascensione della Croda Bianca. 
La cima in questione è quell'enorme pilastro piramidale che credo tutti abbiano visto almeno una volta dal  Ponte Cadore, salendo verso Cortina. 
La Croda Bianca a ds., con lo spigolo Fanton
(photo: courtesy of Roberto Zanette)
Non è una cima facile, e senz'altro una delle più
estetiche delle Dolomiti. La sua peculiarità riposa
indubbiamente nella sua grande pace, immersa com'è in una solitudine e un silenzio  impagabili, in una natura da gustare ad ogni passo, con un occhio reverente alla storia.
Mi è occorso di salirvi tempo fa con mio fratello per la cresta SE, detta anche (a ragione, se la si osservi da meridione), “spigolo Fanton”. Non è la via normale, e nemmeno la più semplice, per giungere in vetta, ma per l'estetica superba, le difficoltà medie e continue della progressione, lo splendido panorama, è davvero un bel gioiello. 
Come tante altre salite nel gruppo, la prima della cresta SE della Croda Bianca spettò ai fratelli Arturo e Umberto Fanton di Calalzo, il 30/6/1910. 
Fatti i conti, si tratta di 600 m circa di via, con difficoltà fino al III scarso, ma da non sottovalutare. Stranamente il passo più ostico non si trova in salita, ma in discesa: c'è una cengia ripida, marcia e esposta, da scendere per poi risalire verso i caratteristici torrioni detti “Dante e Virgilio” e traversare a Forcella Marmarole, da dove poi si torna alla base. 
L'escursione, compiuta intorno a Ferragosto, ci gratificò come poche altre: ci legammo solo in alcuni tratti, e salimmo tutta la cresta in circa tre ore. Eravamo ben allenati e attrezzati, quindi la cengia, lo scavalco dei due torrioni “letterari”, la  traversata a Forcella Marmarole e la discesa per l'accidentato  Vallon degli Invalidi, si risolsero nel modo migliore. 
Di quella salita porto un vivo ricordo, e la consiglierei a tutti coloro che salgono le montagne con piedi e mani, ma anche con occhi e cervello, si guardano spesso attorno e godono delle grandi come delle piccole cose.

12 nov 2012

L'anello di Crepa



Prima che nevichi, se il tempo tiene, prendiamo l’autobus urbano, l’auto o saliamo a piedi oltre le case di Col, fino al masso - già palestra di roccia - sulla Statale 48, poco prima della galleria, nei pressi del belvedere dove d'estate tanti turisti in transito si fermano volentieri
Proprio di fronte infiliamo il sentiero, che alcuni fa il Cai ha sistemato e segnalato, internandoci subito fra le rocce  di Crepa, che incombono sulla strada. 
La traccia sale ripida in un ombroso bosco di latifoglie intercalato a salti rocciosi (un tempo ricordo che qui era steso un tratto di fune di ferro per sicurezza). Rasenta poi uno steccato, dal quale si gode un bel panorama, e porta proprio davanti all’Ossario dei caduti della Grande Guerra di Pocol, un monumento importante che tanta nostra gente neppure conosce e visita. 
12 novembre 2006
Dopo una breve sosta, sul retro del monumento prendiamo il sentiero 451, che scavalca la rocca di Crepa e scende fra la vegetazione, con qualche ausilio dato il terreno   scosceso, fino a giungere in vista della strada sterrata detta d'Inpocrépa, che sale dalle case di Lacedel fino a Pocol e fino al 1909 era l'unico accesso da Cortina al Passo Falzarego.. 
Oltrepassato un tratto sotto roccia (foto), prima di confluire nella strada, deviamo a destra e per una  traccia poco marcata tra gli alberi in breve ci riportiamo al punto di partenza. 
In un’oretta avremo portato a termine un simpatico anello escursionistico, che ha tre aspetti degni di nota: fino a qualche tempo fa, fra quelle rocce dimorava la colonia di camosci più “meridionale” d’Ampezzo; sul sentiero è improbabile incontrare folle vocianti; nel tratto in salita (che però nessuno vieta di seguire anche in senso contrario), l’atmosfera è antica, un po’ gotica. 
Il luogo è piacevole e solitario: non siamo lontani dalle case ma pare di essere tra le montagne, e intorno a quelle rocce ci si potrebbe aspettare di sentire gli spiriti di Maria de Zanin,  del soldato che la insidiava a Volpera, delle anguane di Federa, di Ester che morì ai piedi di Crepa, di Angelo "Moisar" che nel suo "landro" si isolava dal mondo e di chissà chi altri.

10 nov 2012

Il canalone del Busc de r'Ancona


Nell’agosto 1977 per la prima volta e poi in varie altre occasioni, fino al 10/11/1990 con Sandro e Max, mi capitò di percorrere in discesa il profondo invaso roccioso in cui scorre il Ru de r’Ancona.
Dall'omonimo Busc (sede dell’arcinota leggenda del diavolo, che da lassù sarebbe fuggito bucando la parete a cornate, poiché non era riuscito a convertire a suo vantaggio la valle d’Ampezzo), il canalone scende fino a lambire la Strada d’Alemagna, all’altezza del Ponte de r’Ancona. 
Si sviluppa in un angolo piuttosto selvaggio, per circa seicento metri di dislivello: con un po’ di attenzione, considerato il letto piuttosto accidentato e l’assenza di tracce, a quei tempi era tutto percorribile, a parte un breve tratto. 
Giunto, infatti, abbastanza in basso, il torrente si allargava in una piccola vasca, oltre la quale un liscio salto di una quindicina di metri, percorso da una suggestiva cascatella, impediva di continuare naturalmente.  
Photo: courtesy of panoramio.com
La soluzione del problema stava sul lato destro orografico dell'invaso. Alcune tracce nel bosco, prima in salita fino ad un cippo di particella forestale e poi in discesa, scansavano l'ostacolo permettendo di rientrare agevolmente nel solco del Ru. 
Il canalone, che ritengo percorso ben di rado in salita, anche perché in alto è molto friabile, venne sceso con gli sci intorno al 1984 da Nina Ford Bartoli, da sola. Dell'interessante scialpinistica fu data anche una breve relazione sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. 
Tra le avventure selvagge possibili a Cortina, forse era una tra le più consigliabili a gente un po' esperta e disincantata, munita comunque di ottimi polpacci e robuste calzature. 
Portarsi fino al Busc, preferibilmente per la mulattiera militare che rasenta il canalone in sinistra orografica (segnalata con qualche bollino rosso e oggi - mi dicono - quasi sepolta dai mughi), scavalcare l’alto finestrone roccioso e poi destreggiarsi tra i blocchi e le ghiaie fino alla strada: era un “sentiero selvaggio” ignorato dalle antologie, che permetteva di recuperare un frammento di "wilderness" altrove ormai scomparsa. 
Forse oggi si potrà ancora scendere, ma ne parlo al passato, perché dalla mia ultima discesa è passato più di ventennio.

7 nov 2012

Nozze d'argento con la Rocchetta di Campolongo

Oggi festeggio le nozze d'argento con una delle montagne meno note e, per fortuna, meno usurate della conca ampezzana: la Rocchetta di Campolongo (m 2371), nel gruppo della Croda da Lago.
La tabella in vetta, verso l'Antelao
(photo: courtesy Claudio, 5/9/2004)
Era infatti il 7 novembre 1987, giornata ricca di sole e di silenzi, quando giungevo per la prima volta in vetta in compagnia dall'amico Lux, che ci ha lasciato qualche anno fa.
Di quel giorno, mi rimane materialmente solo una diapositiva persa in qualche cassetto, ma il ricordo è indelebile: per la stagione che non voleva arrendersi all'inverno, per la compagnia, per la salita faticosa, compensata però dalla gioia di fare una nuova conoscenza.
Come alcune altre vette, anche la Rocchetta è un luogo del mio cuore: andando e tornando dal lavoro ce l'ho davanti tutti i giorni dell'anno, e specialmente in  ore autunnali splendide come quelle odierne il mio pensiero non può non correre volentieri fra le rocce lassù.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...