5 mag 2023

Torre Wundt 85

A chi segue le ricorrenze dell’alpinismo, ricordo che - ai primi del prossimo settembre - cadrà l’85° anniversario di un itinerario celebre e molto apprezzato dagli appassionati di vie di difficoltà classica, comode e panoramiche, su pareti solide e ben protette, con un rientro rapido ed un punto d’appoggio non distante.
Il fortunato itinerario così descritto segue la fessura che solca il lato sud-est della Torre Wundt, perla dei Cadini di Misurina che si alza di fronte al rifugio Fonda Savio e fu salita da Theodor von Wundt con Mansueto Barbaria e Giovanni Siorpaes di Cortina nel 1893. Scopritori del tracciato qui citato, il 7 settembre 1938, furono due uomini che potevano essere padre e figlio. Il primo era Piero Mazzorana, giunto da Longarone in Auronzo, dove a ventisei anni divenne guida, già noto per la sua perizia. Lo seguiva il conte Sandro del Torso, udinese che – dopo aver scoperto la montagna in età matura - nel periodo 1932-1942 s’intestò sulle Dolomiti trentaquattro nuove vie, salite con i migliori alpinisti e guide dell’epoca.
La Torre d'inverno (Foto F.G., 2023)

Nel 1938 del Torso iscrisse nel suo palmares cinque vie e Mazzorana ne scoprì tre, tra le quali un’altra sulla Torre Wundt, parallela ma meno nota, dove il 20 settembre portò Ilde Scarpa di Venezia. 85 anni dopo, la Mazzorana-Del Torso è sempre una delle salite più frequentate dei Cadini e merita attenzione per il percorso vario, su roccia solida e ben attrezzata. Essa si sviluppa in una serie di fessure e camini nel mezzo della parete e in alto piega a sinistra su gradoni che escono in cima. Prima che qualcuno la ripetesse ci vollero quattro anni: la seconda salita infatti si dovette, il 14 agosto 1942, a Pavesi e Carreri di Mantova, in licenza nelle Dolomiti prima d’iniziare il corso ufficiali. Trascorse poi ancora del tempo prima che qualcuno si avventurasse lassù d’inverno; lo fecero i triestini Baldi e Scarpa, l’11 marzo 1956.
Lo scrivente, in gioventù assiduo visitatore della Torre e del vicino rifugio, la conobbe nel 1981 e vi salì poi spesso. Il 7 settembre 1988 era pronto per celebrare degnamente, con una delle tante salite, il 50° della via. Sarebbe stata un’occasione importante, ma all’ultimo momento la compagna di cordata diede forfait, e la giornata prese un’altra direzione. Fu un vero peccato!

2 mag 2023

2023: alcuni anniversari legati alle Dolomiti

Guardando le montagne, nello specifico le Dolomiti che circondano la valle d’Ampezzo, il 2023 risulta un anno ricco di ricorrenze che, se le citassimo tutte, potrebbero riempire pagine a profusione.
Iniziando con un 160° anniversario, troviamo che il 29 agosto 1863 – con la prima ascensione della Tofana di Mezzo da Forcella Fontananegra – prendeva piede l'esplorazione e la conquista delle vette ampezzane. La salita spettò al giovane Paul Grohmann, accompagnato per l’occasione dal maturo cacciatore, orologiaio, armaiolo e patriota Francesco Lacedelli "Checo da Melères", prima guida di Cortina.
150 anni fa, il 9 aprile 1873, nasceva un’altra guida, Bortolo Barbaria – noto come l’uomo dei camini. Questi, da esperto di camini rocciosi, lasciò il suo nome a una via molto ambita nel primo ‘900, il Camino Barbaria sul versnte nord del Becco di Mezzodì, datato 19 agosto 1908.
Sono cento quarant'anni invece dacché, sulla facile e panoramica cima del Nuvolau "di mezzo", apriva la capanna Sachsendank, primo ricovero alpino del territorio, voluto dalla neonata Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco. Il giorno dell’inaugurazione, 11 agosto 1883, fu anche funestato dalla mortale caduta della guida quarantunenne Giuseppe Ghedina Tomasc, presente alla festa e precipitato tra i dirupi, in circostanze mai del tutto chiarite.
Risale al 1893, dunque ha cento trent'anni, invece, la prima campagna alpinistica in Ampezzo del musicista torinese Leone Sinigaglia, che esplorò con successo molte cime del circondario e il 5 settembre - con la guida Pietro Dimai Deo - si aggiudicò lo spigolo nord della Croda da Lago, divenuto poi celebre come “Cresta Sinigaglia”.
Le vette della Croda da Lago (Foto E.M.)

1903, cento vent'anni fa: nascevano due ottime guide degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, Giuseppe Dimai Deo e Celso Degasper, che si legarono spesso insieme in occasione di prime ascensioni e di salite con clienti.
1913: risaltano alcune ricorrenze minori; tra esse, in settembre, l’ultima via nuova della guida Antonio Dimai Deo, con le valorose sorelle ungheresi Rolanda e Ilona von Eötvös, sulla Cima di Mezzo del Cristallo: una cresta di 700 metri, riscoperta soltanto una cinquantina di anni dopo.
Finiamo per ora con un compleanno di un secolo fa, quando sulle nostre montagne c’era poco da fare e tanto da rifare: il 1° marzo 1923 nasceva Albino Alverà Boni, uno dei fondatori del Gruppo Scoiattoli di Cortina, che avemmo il piacere di intervistare per la Rai 3 Ladina nel 1998 e ricordiamo con simpatia.

30 apr 2023

50 anni fa moriva Renato De Pol "René"

15 aprile 1973, Domenica delle Palme: sono passati cinquant’anni.
Due amici vollero salire sulla Torre Quarta Alta d’Averau per una nuova via sulla scura parete nord: erano Lino Lacedelli, Scoiattolo e guida alpina classe 1925, e Renato De Pol detto René, veneziano di 45 anni emigrato per lavoro a Cortina ed appassionatissimo delle Dolomiti. I due scalavano spesso e volentieri insieme: purtroppo, quella fu la penultima volta, poiché soltanto due settimane più tardi, il 1° maggio, René cadeva dal rinomato «Spigolo Jori» della Punta Fiames, che conosceva molto bene ed aveva scelto, insieme all'amico Lino ed a Marisa Zangiacomi, per affrontare la nuova stagione alpinistica.
Per il nuovo tracciato, la cui relazione apparve soltanto nel 1987 nella piccola guida di Franz Dallago e Sandro Alverà «Cinque Torri. La palestra degli Scoiattoli», edita da Tamari Montagna e presentata da Lacedelli e Lorenzo Lorenzi, si dichiarò uno sviluppo di 70 metri e un impegno compreso tra il IV grado superiore e il V superiore. La via, scalata in un’ora soltanto, non fu certamente una grande impresa, quindi, ma una testimonianza dell’inventiva dei due ultra quarantenni.
Tra l’altro, risulta che quella con René fu anche l’ultima delle vie aperte da Lacedelli, 29 anni dopo la prima, tracciata in tempo di guerra con due amici quindicenni sulla Cima Ovest della Torre Grande. Dopo di essa, sulla stessa parete ne comparve un’altra, chiodata a spit e quindi espressione di un alpinismo moderno, che non era ormai più quello di Lino e Renato.
La Torre Quarta Alta (Foto E.M.)

La tragica caduta scosse profondamente l’ambiente alpinistico locale; l’anno seguente, il valente e sempre entusiasta De Pol – di professione fotografo per Foto Ghedina – venne ricordato dagli amici, con in testa la guida veneziana Giorgio Peretti, nel sentiero attrezzato che ricalca un percorso di guerra sulle Punte del Forame de Fora nel gruppo del Cristallo, da Ospitale a Forcella Verde.
Sulla Nord della Quarta Alta, una guglia che vanta storicamente il pregio di essere stata salita per la prima volta nel settembre 1911 da Angelo Dibona Pilato - indiscusso simbolo delle guide ampezzane - con l’albergatore Amedeo Girardi, i rocciatori di Cortina lasciarono una bella testimonianza, e a mezzo secolo dalla loro scalata e dalla immatura scomparsa di René De Pol la riproponiamo volentieri.

29 apr 2023

I centocinquant'anni di Bortolo Barbaria

Nell'aprile del 1873 nasceva e settant’anni fa, il 21 febbraio 1953, si spegneva la guida alpina di Cortina Bortolo Barbaria, conosciuto come «Bortolìn Zuchìn». Il suo nome ricorda in primo luogo una cima, il Becco di Mezzodì, e una via, il «Camino Barbaria», che ai primi del Novecento fu molto rinomato, e poi messo man mano in disparte a vantaggio di altri tracciati più agevoli, su terreno migliore e più gratificanti.
Di Bortolìn, primogenito della guida Giovanni e padre della guida Giovanni jr, autorizzato alla professione dal 1901, è rimasta l’affezione per i camini, che percorse in quantità. A quasi settant’anni non si era ancora fermato: nell'estate 1939 c'è la sua firma sul libro di vetta del Piz Popena, intorno al 1941 fu fotografato sulle Cinque Torri con Celso Degasper Meneguto e Bruno Verzi Scèco, altre due guide che potevano essergli figlio e nipote.
Bortolo Barbaria
tra Bruno Verzi e Celso Degasper
Il 19 agosto 1908, dopo un precedente tentativo, Barbaria riuscì a superare con Giuseppe Menardi Berto la spaccatura che solca l’appicco nord del Becco, proprio di fronte al rifugio sul lago di Federa allora in mano alla Sektion Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco. Lungo il levigato camino, dietro al Zuchìn e al Berto c’erano i clienti veneti Francesco Berti e Ludovico Miari. Il percorso, di tutto rispetto per l’epoca, non poteva mancare nel carnet delle sorelle ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, che lo salirono per seconde il 31 luglio 1909, con i fedeli Antonio Dimai Déo ed Agostino Verzi Scèco.
La prima ascensione in solitaria della via, compiuta in sole 2 ore dal rifugio, spettò alla giovanissima guida Francesco Jori di Canazei nell’estate 1909: nulla si sa invece di una prima d’inverno, se mai fu compiuta. Dal punto di vista personale, ritengo un peccato non aver conosciuto quel camino: sarebbe oggi un piacere, possederne dati meno asettici di quelli meramente libreschi! Ricordo però quanto raccontò mio padre, il quale lo provò con un amico nell’autunno 1942, ma fu costretto a battere presto in ritirata, a causa del freddo.
Nessuno degli amici e conoscenti che hanno esplorato ed ancora esplorano i nostri monti, mi menziona mai il «Camino Barbaria», che il Becco conserva a perenne ricordo di «Bortolìn Zuchìn» da Bigontina, uno dei valenti pionieri delle Dolomiti ampezzane.

Cima Grande di Lavaredo, 1933-1983-2023

Il 14 agosto prossimo ricorrerà il 90° anniversario della conquista di una delle pareti iconiche delle Dolomiti: la Nord della Cima Grande di Lavaredo, salita dopo vari tentativi da Emilio Comici coi fratelli ampezzani Angelo e Giuseppe Dimai.
Delle giornate del 12-13-14 agosto 1933, delle difficoltà dell’ascensione, dei chiodi usati, delle sterili polemiche seguite si è scritto tanto, fin da allora. Dopo quasi un secolo i testimoni di quei giorni sono ovviamente scomparsi ma, nonostante questo, sembra che qualcuno covi ancora dei dubbi sui meriti della scalata. Ne fa fede la biografia di Comici del canadese David Smart "Emilio Comici. L'angelo delle Dolomiti", edita da Solferino nel 2022, dalla quale a chi scrive è sembrato che all’autore le guide ampezzane siano risultate tutto sommato poco simpatiche.
Lo stesso 14 agosto cadrà anche una ricorrenza tutta mia personale legata alla Cima Grande di Lavaredo: il 40° della prima salita sulla Cima, che compii per la via normale e da solo. Quella mattina del 1983, sull’autobus col quale mi recavo al rifugio Auronzo incontrai l’ormai anziano Angelo Dimai, la moglie Clori e il nipote Ugo Samaja, e mi parve di capire che salivano alle Tre Cime per ricordare il 50° della Nord. Pur conoscendoli, feci finta di niente e all’Auronzo sparii velocemente, per evitare che magari riferissero a casa della «pazzia» che stavo facendo. Superai la normale senza alcun intoppo, tenendo la corda nello zaino; firmai il libro di vetta e, mentre mi gustavo il sole dei 2999 metri, vidi spuntare due ragazzi che fra loro parlavano in ampezzano.
Emilio Comici (1901-40)
Non li conoscevo: si presentarono, seppi che si chiamavano Mario e Roberto, erano di sette e sei anni più giovani di me e avevano salito lo "Spigolo Dibona", un sogno che nel 1985 ebbi pure io la possibilità di realizzare. Ci accordammo subito di scendere insieme con la loro corda; tutto filò liscio, e rimediai anche uno strappo in macchina fino a Cortina. La giornata fu davvero importante, sia dal punto di vista personale che storico e alpinistico; mi dispiace di non avere nemmeno una fotografia di quell’ascensione, che nell’estate 1996 ripercorsi per la terza volta con due amici, rischiando grosso a causa di un furioso temporale che ci assalì durante il rientro!
E quando, poco tempo fa, ho rivisto Roberto, mi è venuta ancora in mente quella bella domenica.

20 gen 2023

Punta Fraio, un mezzo mistero


Nello schizzo del gruppo della Croda da Lago che Terschak fece per la guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti (1928), non se ne trova traccia: nell’edizione 1971 del volume, il nuovo schizzo riporta una cima di 2611 metri, sulla cresta tra Forcella Sinigaglia e un torrione salito nel 1974 e dedicato a Dino Buzzati.
Oltre al nome “Punta Fraio”, delle peculiarità, la storia e l’origine del nome della Punta si sa ancora poco. Siamo riusciti a inquadrarla grazie a una foto vista al rifugio sottostante e a quelle di Sandro Caldini, che nel 2022 con la guida Giacomo Zardini "Jack" salì la cresta N (Sinigaglia-Dimai) della Croda da Lago, passando proprio accanto alla Punta.
Punta Fraio, dalla cresta Sinigaglia
(Foto S. Caldini)
Crediamo che il nome sia nato a fine ’800, e possa legarsi a due guide del ceppo Ghedina Fraio. Fini e Gandini scrivevano che intorno al 1880 i fratelli Eugenio e Simone Ghedina, di un ceppo familiare oggi scomparso a Cortina, iniziarono insieme l’attività di guida.
Eugenio, classe 1857, esercitò la professione per un breve periodo e morì a soli ventotto anni. Il fratello, detto Scimonùco (1859-1931), fu abilitato nel 1882. Guardaboschi, ebbe fama di abilissimo giardiniere. Come guida fu attivo fino al 1903 e fu quello che si definisce un bel tipo, gioviale e sempre pronto alle battute. Di fronte alle lisce e scivolose pareti del Cristallo, sosteneva – ad esempio – che per scalarle occorrevano i peli sul palmo delle mani!
La guida di Cortina e dintorni di Leone Woerl (1890) fra le guide autorizzate cita anche Simone Fraio; nella Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario di Ampezzo (1898) Ghedina non è fra le guide disponibili ; tra quelle riunite all’Osteria al Parco per l’adunanza generale del 1901, invece, Simone è seduto al tavolo. Le lapidi del cimitero che ricordano le guide e i portatori di Cortina, infine, ricordano solo lui.
Ai Ghedina non si legano imprese di rilievo; il più giovane forse svolse solo attività di guida per montagne basse e non fu coinvolto in maggiori impegni, ma conobbe senz’altro molte cime. Secondo le cronache, il 5.6.1883 Simone fu con Angelo Menardi Malto, Luigi Picolruaz Nìchelo e Giuseppe Girardi (?) nella terza ascensione della Torre Grande d'Averau.
La punta della Croda da Lago – di interesse alpinistico molto relativo – secondo chi scrive fu dedicata proprio ai Ghedina, dai colleghi o da Leone Sinigaglia, che nell'agosto del 1893 fu buon cliente di Scimonùco. Da secoli essa guarda il Lago di Federa e ci ricorda due figure dell’alpinismo ampezzano, una famiglia in estinzione e ricordi remoti di nostalgiche scoperte.

1 dic 2022

Antiche fotografie di montagna: le guide alpine ampezzane del 1901

Una suggestiva fotografia della vecchia Cortina è senz'altro quella, utilizzata nel 1983 per la copertina del volume su "Le guide di Cortina d’Ampezzo" di Franco Fini e Carlo Gandini, edito da Zanichelli. L’immagine ha una data e un luogo precisi: fu ripresa il 2 novembre 1901 davanti all’Osteria al Parco – Weinstube di Teofrasto Dandrea, nella piazza adiacente la Chiesa Parrocchiale. Non escludiamo che sia opera di Emil Terschak, fotografo e alpinista boemo insediatosi nel 1893 a Cortina, dove aprì un atelier di fotografia e stampa di cartoline.
Essa immortalava le guide e i portatori alpini in esercizio quell’anno nella valle d’Ampezzo. Vi compaiono oltre 30 persone, non tutte guide: ci sono anche il proprietario dell’Osteria ospitante  e reggente pro-tempore della Sezione locale dell’Alpenverein; l'albergatore Annibale Verzi; il giovane medico Angelo Majoni; il Capitano Distrettuale, il maestro Giuseppe Lacedelli, donne, bambini e ragazzi, tra i quali l’undicenne Fritz Terschak, che diventerà un punto di riferimento per l'alpinismo e lo sport ampezzano.
Dalle carte consultate per la compilazione del libro sopracitato, si evince che la Direzione del Club Alpino, in previsione della riunione, diramò un invito «a tutte le guide, pregando di voler comparire infallantemnte sabato 2 novembre 1901 alle ore 12 precise nella Piazza dell’Osteria al Parco, in costume da guida con corda e piccone nonché distintivo, per fare la progettata fotografia, e tenere dopo la Seduta generale.»
L'invito ha una simpatica postilla: «con multa di 30 soldi a chi non comparisse!» E questa postilla, la severa Direzione del Club Alpino non mancò di applicarla: delle ventinove guide invitate, la dovettero pagare in sette, che non si videro all’Osteria, ovviamente ognuna per i propri motivi. Gli inosservanti, consegnati alla storia dell’alpinismo, furono Antonio Lacedelli da Rone portatore, Luigi Menardi de Zinto guida, Arcangelo e Serafino Siorpaes de Valbona guide, Giuseppe Siorpaes Refo portatore, Pietro Siorpaes de Santo guida e Luigi Picolruaz Nichelo guida.
Si può immaginare come sia andata quella giornata novembrina, in cui le montagne erano sicuramente già velate di neve, i primi quattro rifugi d'Ampezzo già chiusi, il turismo assente: si ritrovava un pezzo della comunità locale, un pezzo importante che è rimasto nelle cronache per quanto fece per lo sviluppo della conoscenza dell’ambiente e della frequentazione turistica.
Oggi, cento e passa anni dopo, suscita un po’ di curiosità rivedere tutte quelle facce barbute, quelle divise, quelle corde e quelle piccozze!

3 nov 2022

Salite invernali o in condizioni invernali?

Ci siamo spesso soffermati sulla questione storica che riguarda le ascensioni prettamente «invernali», quindi comprese nell’inverno astronomico, dal 21 dicembre al 21 marzo, oppure soltanto «in condizioni invernali» che, a seconda dell’altezza della montagna, del versante di salita, delle temperature e quant'altro, potrebbero verificarsi tra ottobre ed aprile.
Così ragionando, l’ambita prima invernale del Cristallo, realizzata dall’Imperial Regio Maestro Stradale Bortolo Alverà de Pol (uomo in vista nell’Ampezzo di fine ‘800, primo Presidente e Direttore della Cassa Rurale, 1849-1922) con la provetta guida Pietro Dimai Deo "Piero de Jènzio" (1855-1908), stando alle fonti sarebbe stata una salita «in condizioni invernali», in quanto avvenuta il 22 novembre 1882, e quindi questo mese ne cadrebbe il 140° anniversario. La data, ripresa da fonti affidabili come Terschak (1953) e Fini-Gandini (1983), è stata poi ritenuta un refuso di stampa della guida di Antonio Berti, viatico per generazioni di alpinisti, e riportata al 21, o al 22 febbraio dello stesso 1882.
Pietro Dimai Deo, specialista
 di salite invernali

Quella del Cristallo, comunque, a Cortina non fu la prima salita di un monte «in condizioni invernali», spettando probabilmente il primato all’ascensione "della Tofana" di cui scrive Strobl nella sua «Storia di un irrequieto», biografia del pioniere Richard Issler uscita a Cortina nel febbraio 2022. La Tofana, non si sa quale delle tre cime, fu raggiunta dal graduato Simon Hammerschmid, di stanza a Cortina e guidato da Arcangelo Dimai Deo, il 10 novembre 1880.
In Ampezzo e dintorni ci sono altre salite la cui datazione oscilla tra il periodo invernale e le condizioni invernali: la Rocchetta di Prendera, salita da Pietro Paoletti con i fratelli sanvitesi Pordon il 27 ottobre 1881; il Sorapis, scalato dagli stessi il 26 novembre 1881; la Croda da Lago, salita da Jeanine Immink con Antonio e Pietro Dimai Deo il 10 dicembre 1891; il Becco di Mezzodì, raggiunto negli stessi giorni dalla medesima cordata della Croda da Lago...
In effetti, sul tema la storia annovera qualche incertezza: ma probabilmente, quando gli inverni erano veri inverni, lunghi e crudi, salire sulle cime più elevate in tardo autunno significava ben altro, rispetto ad oggi: e, se occorre dirlo, non c’era il Soccorso Alpino da poter chiamare per eventuale assistenza.

3 ott 2022

Festa riuscita per i 150 anni della prima ascensione sul Becco di Mezzodì

Domenica 2 ottobre la Sezione del Cai di Cortina, presieduta da Luigi Alverà, ha voluto ricordare con un momento di festa il 150° anniversario da quando due uomini misero piede per primi sul Becco di Mezzodì.
L’elegante piramide del gruppo della Croda da Lago, che si ammira pressoché da ogni angolo della valle d’Ampezzo, un tempo – quando veniva detta, non si sa ufficialmente perché, anche «ra Ziéta», la civetta - costituiva una meridiana per i contadini e i pastori del paese, che segnava l’ora di lasciare il lavoro e dedicarsi al pranzo e al riposo prima di riprendere le fatiche.
Il Becco fu una delle prime cime attorno a Cortina a suscitare un desiderio di conquista, che spettò al Capitano scozzese William Edward Utterson Kelso (1829-98), con una delle prime guide locali, Santo Siorpaes Salvadór (1832-1900): per la cronaca, ciò avvenne il 5 luglio 1872.
L’itinerario dei primi salitori, ancora oggi seguito, non é molto lungo e sale per due camini di roccia buona e poi su una cresta più friabile: in vetta, dove è stato detto che “potrebbe quasi attendarsi un battaglione di Alpini”, si trovano sempre silenzio e pace, poiché la cima non è più battuta come nel periodo pionieristico.
Dalla prima mattinata, presso il rifugio Croda da Lago è stato dedicato un lieto convivio alla cima che svetta di fronte al rifugio, sul displuvio tra i territori di Cortina e San Vito, e si specchia nel lago di Federa, uno dei più suggestivi delle Dolomiti.
Il Becco di Mezzodì
Sono stati ricordati vari episodi della storia alpinistica del Becco e di chi l’ha frequentato nel corso di 150 anni, esplorandone ogni camino, diedro, parete e spigolo, e la giornata è trascorsa in allegria, gustando gli ottimi chenedi di Beatrice Alverà, chef della casa che la sua famiglia gestisce da quasi trent’anni.
Della «Ziéta» tanto è stato ormai raccontato e scritto: quest’occasione meritava forse qualche pagina a ricordo, come il Cai fece nel settembre 2001, per il 100° di vita del rifugio Croda da Lago. Certamente la Sezione di Cortina se ne ricorderà nell’estate prossima, quando cadrà il 140° dall’apertura della Sachsendankhütte, oggi rifugio Nuvolao sulla cima omonima, il più antico ricovero della nostra zona dopo la Dreizinnenhütte, oggi rifugio Locatelli-Innerkofler alle Tre Cime di Lavaredo, aperta nel 1882.
Frammenti di storia come quella del Becco, è importante non abbandonarli nei cassetti della memoria e farne partecipe chi sempre più spesso ha piacere di conoscere le zone che abita e frequenta per diletto.
Il Becco di Mezzodì ha una bella storia da raccontare, che sarebbe un peccato dimenticare.

1 set 2022

88 anni della via Comici sulla Punta Col de Varda

Pur mostrandosi evidente fin dalle sponde del lago di Misurina, la Punta Col de Varda (rilievo del crinale principale del «Ramo di Misurina» nei Cadini omonimi) non è certamente stata la prima scoperta nella zona, in cui i cacciatori auronzani si avventuravano già prima del 1870.
La punta si mette in luce per il profilo piramidale, e da 2504 metri di quota incombe alle spalle del rifugio che ha lo stesso nome ed è unito al sottostante borgo da una comoda seggiovia. Non è semplice accertare chi possa avere calcato per primo l’angusta sommità, quando e come ciò sia avvenuto. È plausibile pensare a un approccio da nord, attraverso le roccette che collegano i ghiaioni con una sottile forcella tra le due sommità in cui si divide la cima (un tempo, il luogo più utilizzato per rientrare alla base); o, forse, per la rampa scanalata che sale in diagonale da ovest a sud, esaurendosi sulla citata forcella e facendo posto ad un'ascensione di gusto ormai antico.
La Punta Col de Varda, da Misurina

È comunque provato che la frequentazione della Punta, avvalorata a partire dagli anni ‘30 del Novecento da alpinisti come Piero Mazzorana, Luigi Castagna, Guido Pagani, Valerio Quinz e fino a Simone Corte Pause, giovane guida di Auronzo, iniziò un giorno preciso. Il 1° settembre del 1934, infatti, Emilio Comici – al tempo guida a Misurina - condusse il maturo Conte Sandro del Torso a battezzare il camino che taglia verticalmente la parete verso il lago e s’interrompe sotto un rigonfiamento, chiave risolutiva dell’ascensione.
La via Comici-del Torso, percorsa per la seconda volta una settimana dopo l’apertura da tre alpinisti, uno dei quali si è accertato che fu lo scrittore Dino Buzzati (legato con l’Accademico di Trieste Renato Zanutti e la giovane Rosetta Orlandi), è la soluzione più elegante e, si dice, più remunerativa per giungere sulla cima.
Sorvolando sui dettagli delle esperienze personali, che ci hanno visto su quella Punta in sei occasioni, non possiamo non ricordare la prima di esse, in cui (ormai oltre un quarantennio fa), sotto l’ometto di pietre della cima spuntò un pezzo di carta firmato dall’ormai anziana guida Mazzorana, giunto lassù da solo poche ore prima di noi, per rivedere probabilmente per l’ultima volta una delle vette del Cadore sulle quali impostò e trascorse gran parte della propria vita.

1 ago 2022

83° anniversario dello spigolo del Sas de Stria

Quest’anno non mi sfugge il compleanno: l’83°, dello spigolo sud-est del Sas de Stria, salito per la prima volta da Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza il 1° agosto 1939, ripetuto d'inverno nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni ed ancora molto frequentato.
Negli anni ’70-’80 la via, che segue lo spigolo sul lato sinistro -  guardando da Falzarego - della cima slanciata e solitaria che incornicia il Passo, per noi era un classico. L'itinerario segue l’elegante e ripido spigolo e sotto il bianco strapiombo finale nasconde due opzioni: l'originale è la più bella, la più semplice ricalca un itinerario di alpinisti austriaci del 1908.
Ben chiodata già negli anni ‘60, la Colbertaldo-Pezzotti è una via amata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da corsi di roccia e per allenamento. Accesso e rientro sono quasi da palestra: alla base dello spigolo si giunge in meno di mezz'ora per ripida traccia dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la normale del Sas, che non ha difficoltà di rilievo, anche se un po' di attenzione non è superfluo, visto che di incidenti ne succedono molto spesso.
Sas de Stria, Passo Falzarego e Lagazuoi Piccolo,
anni '60
Dal 23 ottobre 1977 (quando lassù mio cugino mi fece un regalo per il compleanno n° 19) al 5 giugno 1993, quando rifeci lo spigolo per l’ultima volta Claudio, penso di averlo salito in una quindicina di occasioni, gustandomi sempre una salita non troppo lunga, varia e divertente, ricca di bei passaggi e sicura. Tra tutte, non dimentico quella del 1987 con Nicola, quando - su un tratto delicato - un misterioso mancamento mi fece fare un voletto che poteva avere gravi risvolti, ma per fortuna mi costò solo un livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare.
L’ultima volta condussi lassù un amico di pianura, che penso non avesse mai arrampicato. Usciti in cima, convinto che - data la bella giornata tardo-primaverile, e la salita che avevamo compiuto in solitudine e tranquillità - il mio compagno di cordata fosse soddisfatto, aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da tempo.
Con aria un po' scocciata, invece l’amico brontolò che una salita che finisce su una cima raggiungibile da turisti, dove ci si ferma a schiamazzare allegramente e non mancano i rifiuti (ma quante ce ne sono, di cime così...), per lui non aveva tanto senso.
Forse anche un po’ amareggiato da questa risposta, da allora non salii più lo spigolo del Sas de Stria.

1 lug 2022

83° anniversario della fondazione del Gruppo Scoiattoli di Cortina

Se fossero ancora tra noi, avrebbero 101 anni.
Sto parlando dei tre ragazzi ampezzani dai quali, il 1° luglio 1939, scaturì l’idea di fondare la “Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo”, nota come “Scoiattoli di Cortina”.
I ragazzi del 1921 che nell’ultima estate d’anteguerra, sfidando la diffidenza delle vecchie guide locali, ruppero gli schemi e si unirono in un nuovo gruppo, erano Angelo Bernardi Agnèl, detto Alo; Ettore Costantini Cùzo, detto Vecio, e Mario Zardini Zésta.
Alo, che chi scrive ricorda con piacere di avere intervistato per RAI 3 nell’autunno 1998, lasciò presto la roccia per dedicarsi all’hockey, al lavoro e alla famiglia: è scomparso, ultimo della cordata, nel settembre 2000. Il Vecio continuò con successo la carriera alpinistica, divenendo guida nel 1946 ed esercitando la professione fino agli anni Settanta. Non ha fatto purtroppo in tempo a festeggiare il sessantesimo della Società, essendo scomparso nel giugno 1998.
Lo aveva preceduto di tre anni Mario Zésta, attivo nella Società per un breve periodo e compagno di Luigi Ghedina Bibi ed Eugenio Monti in una via nuova sul Castelletto in Tofana nel settembre 1947.
Alo, il Zésta e il Vecio a Pocol, 1939
Naturalmente, ai tre fondatori si aggiunsero subito numerosi amici delle classi 1920-1924, tanto che nel primo periodo la Società arrivò ad oltre tre dozzine di soci, che si dedicarono alla meticolosa esplorazione dei monti di casa e non solo, risolvendo una copiosa messe di problemi alpinistici.
Simbolo e monumento del primo decennio del sodalizio è senz’altro il Pilastro della Tofana di Ròzes, salito per la parete sud-est dal Vècio con Romano Apollonio Nàno il 14-15 luglio 1944: ventun ore d’arrampicata, oltre cento chiodi piantati per superare cinquecento metri di 6° superiore, che hanno costituito, e costituiscono ancora un banco di prova per diverse generazioni di arrampicatori.
Mi è gradito in questa sede, accomunandoli con tutti gli altri compagni, ricordare nell'83° dalla costituzione i tre “Scoiattoli” fondatori. Immagino che gradirebbero senz’altro festeggiare la ricorrenza tutti insieme, magari sulla terrazza del rifugio a loro intitolato nel 1970, ammirando il tramonto sulle Cinque Torri, che li videro nascere e poi spiccare il volo verso le grandi montagne.

20 giu 2022

80 anni della Via Scoiattoli sul Popena - Gruppo del Cristallo

«Boni», all'anagrafe Albino Alverà (Pazifico), aveva diciannove anni il 29 giugno 1942, quando con «Nano» Romano Apollonio (Varentìn), di poco più grande, si avventurò sulla lavagna grigio-gialla del Monte Popena, il placido rilievo della catena del Cristallo «a picco verso il Lago di Misurina con parete oscillante nei vari punti tra 200 e 150 m. di altezza, barancioso negli altri versanti» (sono parole di Antonio Berti).
Sul largo versante est del monte, che all'epoca contava sei itinerari tracciati a partire dal 1926 da Casara, Mazzorana, alpinisti lecchesi e triestini, i membri della Società Scoiattoli (il gruppo di scalatori e sciatori non professionisti fondato a Cortina il 1° luglio 1939) avevano individuato una settima linea, lunga meno di cento metri ma verticale e sempre esposta, che prometteva notevole impegno.
Per venire a capo della via occorsero sei ore e 22 chiodi; nonostante le magre risorse di cui disponevano i giovani, in parete ne furono lasciati sei. Posta sul lato destro della muraglia guardando dal basso, la via degli Scoiattoli fu la prima delle decine di tracciati di VI aperti dagli ampezzani in otto decenni di attività.
La stampa non riportò, almeno fino all'uscita della guida Berti del 1950, notizie precise dell’itinerario. Il 13 settembre 1949, i primi a ricalcare le orme degli Scoiattoli erano state due  guide auronzane, Francesco Corte Colò «Mazzetta», classe 1926, e Valerio Quinz, ventunenne. Nell’estate 1952, il primo a cimentarsi sulla parete da solo fu invece il loro paesano Alziro Molin, un ragazzo avviato ad un fulgido avvenire alpinistico.
La parete del Monte Popena (foto E.M.)
La parete del Monte noto anche come Popena Basso, scoperta quasi per caso dal vicentino Severino Casara, che con Lorenzo Granzotto vi inaugurò una «scuola di roccia per Misurina» destinata nei decenni ad un crescente sviluppo, è molto apprezzata ancora oggi per salite di ogni livello. L’ultima nuova creazione, dell’auronzano Simone «Scossa» Corte Pause ed Eleonora Colli Dantogna di Cortina, è datata autunno 2021. Ottant’anni fa, proprio dal piccolo Popena partì la lunga avventura degli Scoiattoli nel mondo verticale, con un itinerario breve ma intenso, che tramanda il nome del gruppo di giovani scanzonati tra i quali «Nano» e «Boni» si fecero particolarmente valere.

20 mag 2022

La campana del Campanile Toro compie 70 anni

Tra i monti del Cadore, uno in particolare «si leva, meravigliosam. ardito, meravigliosam. bello, dritto come un obelisco, tra Forcella Le Corde e Forcella Cadin. La cima non è più ampia di un comune tavolo da salotto. Salito dall’O, per quanto interessante, non è così difficile come potrebbe far supporre la vertiginosità della sua forma…»
Queste ammirate considerazioni le scrisse Antonio Berti, in «Dolomiti Orientali–Volume II» del 1961. Si riferivano al Campanile Toro (2345 m.), nel gruppo degli Spalti omonimi, presso Domegge di Cadore.
Vi sembra che simili parole non avrebbero potuto indurci ad una nuova avventura, vicina a casa e d’impegno senz’altro alla nostra portata?
Nell’estate del 1993 ci convincemmo a provare il Campanile, e fu un successo. L’avvicinamento erto e faticoso, su ghiaioni infiniti da guadagnare passo per passo, la salita varia e divertente, la discesa aerea, appagarono molto le nostre cordate. E poi, il Toro ha una storia movimentata: dopo la conquista di due austriaci nel 1903, vi si sono cimentati fior d’alpinisti: da Piaz a Stősser, da Molin e Pais ai Ragni di Pieve, e tutti su percorsi duretti.
In vetta, dove si sta solo in due, la sorpresa: una campana lucente, che ovviamente – una volta lassù - non potevamo non far risuonare anche noi, nel magico silenzio che avvolge il Campanile.
Ernesto, Roberto e la campana, 1994 (Foto O.M.)

Il ricordo della campana e del suo allegro tintinnio mi torna in mente oggi, visto che tra poco il bronzo compie 70 anni! Scriveva infatti nel 1952 il sanvitese Enrico De Lotto: «Il 10 agosto gli sportivi di Domegge hanno posto sulla vetta di questo Campanile una campana con la seguente scritta: «Gli sportivi di Domegge a ricordo di tutti gli alpinisti caduti sulle Dolomiti». Sulla campana vi è riprodotta una figura di S. Giorgio, protettore di Domegge; una figura di S. Michele è per ricordare la chiesa antichissima di Folcegno nella valle Talagona; una testa di toro, simbolo del dio Thor e lo stemma del Cadore.»
Forse per il 70° non ci saranno feste solenni; ma l'anniversario merita comunque il ricordo come un bel frammento di storia cadorina, vista la bellezza della cima, su cui vivemmo due intense avventure, immersi tra gli Spalti di Toro alle prese con un alpinismo antico.
La fotografia scattata in vetta durante la seconda visita, nel giugno del 1994, ha ridestato in chi scrive il grande piacere di quei momenti.

21 apr 2022

Per i 90 anni di Enzo Croatto, dialettologo e alpinista

Il 9 aprile,  Enzo Croatto è giunto ai novant'anni d'età. Dialettologo e studioso di origini friulano-venete e cresciuto a Belluno, il professore si è sempre occupato di lingua e toponomastica ladina, ed ha all'attivo - in primo luogo - il lavoro di coordinazione del «Vocabolario Ampezzano» delle Regole (1986) e nel 2004 la pubblicazione del «Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo (Belluno)»: 635 pagine, in cui ha condensato anni di ricerche nella valle che gli è stata molto cara.
L’8/9/2007 gli fu intitolata la biblioteca specialistica dell’Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore, giunta a raccogliere oltre 2500 volumi, periodici, audiovisivi, carte topografiche, atlanti e tesi di laurea di notevole interesse, sulla Ladinia bellunese e non soltanto; l'1 dicembre 2020 l’istituzione è stata inopinatamente chiusa, la biblioteca ha perso il suo nome e dopo un anno e mezzo pare consegnata ad un destino infausto.
Oltre ad aver seguito e arricchito la Biblioteca con generose e cospicue donazioni, Croatto ha collaborato con fervore a pubblicazioni linguistiche, affrontando con entusiasmo scoperte, analisi e comparazioni dialettologiche e toponomastiche, culminate in 110 pubblicazioni. Per festeggiare il suo 85° anniversario, nel 2019 Pietro Monego, Marco Moretta ed Ernesto Majoni lo omaggiarono con «Enzo Croatto. Biografia e bibliografia degli scritti linguistici in occasione dell’85°compleanno», un opuscolo con l’elenco di tutti gli scritti d'argomento linguistico redatti in quarant’anni.
Ernesto Majoni, il professor Croatto e Daniela Larese Filon
Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore
Dedicazione della Biblioteca, 8/9/2007

Croatto non è soltanto un valido esperto di ladino, lingua tra le cui varianti si muove con agilità. Per tre decenni ha insegnato in Istituti superiori provinciali; ha vissuto la perdita di studenti e amici nella sciagura del Vajont; ha collaborato molto col Dipartimento di Linguistica dell'Università di Padova, affiancando soprattutto i docenti G.B. Pellegrini, A. Zamboni e M. T. Vigolo. È stato un alpinista, cresciuto alla scuola dei bellunesi, ha scalato varie cime e scritto di montagna; ha vissuto, insomma, un'esistenza dinamica e dedicata alla famiglia, alla cultura, all’impegno e allo studio.
Forse a Cortina - dopo la scomparsa di gran parte di coloro che, fin dagli anni '70 del Novecento, parteciparono alle ricerche linguistiche sull'idioma locale - la sua figura e il massiccio lavoro svolto per la parlata sono un po' accantonati, specie da alcuni puristi dell'ampezzanità, ed è un peccato.
Per questo, amici e sostenitori - che comunque conta numerosi - lo ricordano e gli porgono un fervido e sincero augurio: aggiungere vita agli anni, continuando le analisi sui temi coltivati per anni e non facendo mancare la sua voce e la sua competenza nell’ambito della cultura ladina.
«Ad multos annos», caro professor Croatto!

4 apr 2022

Torre Lusy, 4 aprile 1976

Ho già scritto della mia prima salita su roccia, il Becco di Mezzodì il 14 luglio 1975. Ho scritto un po’ meno invece della seconda, che fu la prima realizzata effettivamente in cordata: la Torre Lusy, una delle Cinque Torri d’Averau.
Dopo aver scoperto che l'alpinista al quale nel 1913 fu intitolata la guglia appena salita, Marino Lusy (un ricco triestino di origini greche, appassionato d'arte orientale), fu anche un benefattore e lasciò alla sua città un grande palazzo sull'angolo del centrale Corso Italia, ho realizzato quasi per caso che, nella mia prima salita della Lusy, ricorse per quattro volte il numero 4. 
Era il 4 aprile, del 1976; eravamo in 4; il nostro fedele compagno “Berti” classifica, forse abbondando un po', la salita di 4° grado. Con gli amici Ivo (scomparso nel 2021), Carlo e Luciano, dopo aver raggiunto con mezzi di fortuna Bai de Dones e aver risalito la pista di sci ancora coperta di neve (la seggiovia era ormai chiusa, e comunque non avremmo avuto di che pagarla), con l’assistenza di Giacomo che stette alla base a guardarci, salimmo i centoventi metri della Lusy, che in seguito avrei frequentato diverse altre volte.
La Torre Lusy, da nord

Finita questa, mentre Ivo e Carlo – i più ardimentosi - affrontavano con baldanza la vicina parete nord della Torre del Barancio (quella sì di 4° e anche un po’ di più, che io dovetti attendere due anni per salire), Luciano e io ci cimentammo sulle torri Quarta Bassa (un altro 4!) e Inglese, più facili.
Eravamo scesi da quest’ultima, ma gli altri due amici erano ancora appesi alle rocce ed il pomeriggio avanzava rapidamente: cosa potevamo fare, per evitare il buio?
Ben poco! Accoccolati sui massi liberi dalla neve sotto le guglie, dopo esserci assicurati che tutto procedeva per il meglio, aspettammo nervosamente finché Ivo e Carlo rimisero piede sulla terraferma, e poi giù di corsa nella neve fradicia, fino a Bai de Dones.
Nel parcheggio c'era una sola macchina: quella del padre di Luciano, che dapprima appioppò un sonoro manrovescio al figlio, poi ammonì noi altri e infine ci riportò tutti a casa.
Il tutto accadeva quarantasei anni fa (che però non è un multiplo di 4...)

22 mar 2022

Col Siro, o Crepo de ra Ola, cima verde

È certamente più intrigante l'antico nome di «Crepo de ra Óla», di cui mi parlò per la prima volta Alberto Zangiacomi, già guardiacaccia e profondo conoscitore del territorio di Cortina, rispetto a quello corrente di «Col Siro», che sa un po’ di dedica a qualche persona per chissà quali ragioni o meriti.
Il Col in questione è un rilievo fatto a cupola e quotato 2300 metri, che si eleva isolato sull’Alpe di Faloria; verde di magro pascolo sul versante che guarda le cime del Sorapìs, sul lato opposto presenta invece timidi affioramenti rocciosi.
Il rilievo è una meta poco nota, apprezzata da pochissimi nonostante lo si sfiori traversando da Faloria verso il lago del Sorapis e si possa salire in cima con una semplice quanto piacevole deviazione, anche sci alpinistica, che prende avvio da Forcella Faloria, soprastante la Capanna Tondi.
La cupola del Col Siro o Crepo de ra Ola (foto E.M.)

Non varrà forse la pena partire da lontano con l’unico scopo di salire il Col, sicuramente esplorato già in tempi remoti da cacciatori, pastori, topografi; fatti i conti, però, la cima ha una simpatica individualità che merita la visita. Fra diverse occasioni di salita, l’ultima con Mirco – arrivato apposta da Treviso per "spuntare" il Col Siro dal suo carnet dolomitico –, ricordo quella di 14 anni or sono. In una domenica di luglio guidammo lassù quattro amici appassionati, stimolati dall'aver udito quell'oronimo particolare, ed in cima ritrovai intatta la rustica croce di rami di mugo, che Iside ed io avevamo eretto nella nostra precedente ascensione.
Saliti e scesi dal rilievo, chiudemmo la giornata rientrando per la familiare Val Orita. Ma prima, nel riprendere la via di Faloria avevamo incrociato una famiglia di gitanti (sentendoli parlare, mi feci l'idea che fossero catalani), che ci osservava incuriosita. Dietro di noi, anche i quattro si presero la briga di salire sul Col, per godersi la magnifica vista che esso offre sul circondario dolomitico.
Così, in una giornata d'estate l'umile montagna ampezzana fu percorsa da dieci paia di scarponi: a suo modo, un primato che potrebbe essere difficilmente eguagliato, per un culmine secondario e ignorato da tutte le pubblicazioni. Ma non da chi scrive, secondo cui il Col Siro, o meglio il Crepo de ra Ola, ha anche lui qualche cosa da dire.

15 mar 2022

Sul Diedro della Romana in Cinque Torri

La Romana, una delle guglie riunite nella seconda delle Cinque Torri d'Averau, è celebre tra gli appassionati per la via "del diedro". L’itinerario, molto bello e ripetuto, supera sul lato nord l'intera spaccatura che divide la Romana dalla limitrofa Torre del Barancio.
Il Diedro della Romana (foto E.M., 2009)
Alto circa cento metri e percorribile in un’oretta, il diedro - così netto da sembrare quasi tagliato con una spada - è al centro di uno dei piccoli dubbi storici che attendono una soluzione univoca. Nelle fonti, ultimo il manualetto «Cinque Torri. La palestra degli Scoiattoli» di Franz Dallago e Sandro Alverà risalente a 35 anni fa, si legge che il diedro fu superato nell’estate 1944 da alcuni membri della Società Scoiattoli, attiva da alcune stagioni nella scoperta delle montagne native.
Non è ancora stato possibile trovare la data esatta, e dare un volto ai ragazzi (ché tali erano, gli Scoiattoli dell'epoca) scopritori di quella alternativa sulla Torre, che col diedro offre il meglio di sé. Nella pratica, la questione ha un'importanza davvero minima, ma incuriosisce ugualmente il ricercatore e rappresenta un enigma. In effetti, la via è una delle classiche più in voga delle Torri, tra quelle d’impegno contenuto e alla portata anche di ragazzi come eravamo noi, che nel tempo migliore la salimmo più volte.
La roccia del diedro è solida e lisciata da decenni di passaggi; l'assicurazione e le fermate vengono garantite da chiodi cementati; la discesa si risolve in un’unica, lunga doppia sul versante opposto, per giungere finalmente al sole: e che cosa potevamo volere di più?
Gli Scoiattoli innominati che nell’estate di settantott'anni fa salirono il verticale e atletico diedro, non sapevano di avere scoperto un'occasione di sano trastullo su una torre altrimenti un po’ anonima, battezzata – secondo una ricerca – non nel 1912, ma già alla fine del secolo precedente, dalla guida Zaccaria Pompanin con un cliente ignoto e rimasta sempre nell’ombra.
Oggi le testimonianze dirette, utili a riconoscere quei ragazzi, si sono rarefatte, visti i decenni trascorsi dalla prima salita; il ricercatore però non demorde e insisterà nel  cercare un capoverso, un paragrafo, una riga per estrarre la data e i nomi che mancano nelle fonti che ha consultato. Sarebbe un bel colpo, anche per la storia delle torri d’Averau.

6 mar 2022

Torre del Barancio: la sua storia si arricchisce

Interessarsi di aspetti minori e dimenticati della storia dell’alpinismo, soprattutto di quello svolto in valle d’Ampezzo, porta spesso ad assumere episodi, fatti, notizie di valore forse microscopico, ma di buon interesse per la conoscenza dei luoghi. E' il caso della Torre del Barancio, la mediana delle tre punte che formano la torre Seconda d’Averau, che si chiama così da tempi lontani per il ciuffo di mughi che ne caratterizza il culmine.
Torri Lusy, del Barancio e Romana

Primo a salire la torre fu Zaccaria Pompanin "de Radéschi" con clienti, alla fine del XIX secolo. La via da lui seguita per raggiungere quella sommità e l'adiacente Torre Romana, il camino sud (buio, muschioso e di scarso pregio estetico), oggi viene poco praticata. Altrettanto non si può dire invece per lla parete nord.
Scalata il 7 settembre 1934 dalle guide Ignazio Dibona Pilato (del quale è ricorso in gennaio l’80° della scomparsa, sotto una valanga sul Gran Sasso) e Pietro Apollonio Longo con il cliente Ferdinando Stefani, compagno di cordata anche di Severino Casara, la via fu pubblicizzata dalla Rivista Mensile del Cai l’anno seguente. Poco più di cento metri, solida, fredda a causa dell’esposizione e con difficoltà sostenute, la parete fu salita con sedici chiodi; nel corso degli anni è divenuta famosa, e oggi è sempre apprezzata e ripetuta.
Da una cronaca semiseria redatta da Giancarlo (Ianco) e Gherardo (Ghero) Melloni di Milano, che nei primi anni ‘40 arrampicavano spesso in Ampezzo con le guide più in voga del periodo, estraiamo un episodio. Il 9 agosto 1942 i fratelli neppure ventenni, insieme al terzo fratello Andrea, di quindici anni, al padre e all’amico «Gasto», in tre cordate condotte rispettivamente da Celso Degasper, Giuseppe Dimai e Angelo Verzi (stranamente, mai saliti lungo la via), furono i probabili primi ripetitori della Dibona; su di essa dissero di aver trovato un chiodo con un moschettone, indice forse di una ritirata.
Una parte della comitiva concluse poi la giornata salendo anche la via Dibona-Girardi-de Zanna sulla parete N della Torre Grande (1910), impegnativa com’era nello stile del grande Angelo Pilato. Anche questo è un minuscolo frammento di storia, che può servire per arricchire la cronologia delle amate Cinque Torri!

26 feb 2022

Punta Nera, in ricordo di Mario e Adriano

Riordinando l'archivio fotografico ho ritrovato una serie di immagini scattate in montagna, oggi tanto più memorabili in quanto due dei protagonisti di quella serie se ne sono andati da tempo. Si tratta di istantanee riprese da chi scrive e dall’amico Mirco nell’estate 2008, salendo sulla Punta Nera del Sorapìs per la breve e non banale via comune con Mirco, Mario, la moglie Paola e Adriano, già ottantenne.
Gli amici, nessuno dei quali credo conoscesse la via d’accesso alla Punta, erano venuti appositamente da Treviso per passare una bella giornata in compagnia; e tale la giornata fu, con la visita alla punta -  friabile e solitaria come poche -  sulle orme del cacciatore, armaiolo e pioniere delle guide ampezzane Alessandro Lacedelli "Sandro da Melères", costruttore anche dell’orologio del campanile di Cortina.
Sandro era arrivato lassù, secondo Grohmann, quasi per caso nell’estate del 1876, mentre inseguiva un camoscio ferito. Centotrentadue anni dopo, sfruttando la comoda funivia per portarci in alto e, non da ultimo, godendoci anche la canonica birra fresca al rifugio, noi lo imitammo, almeno in parte.
Non immaginavo che quella fosse l’ultima occasione in cui mi ritrovai in montagna con Mario, alpinista, musicista, disegnatore e pittore che ci lasciò soltanto due anni dopo: con l’inossidabile Adriano invece ci rivedemmo in un rifugio sulle Pale di San Martino cinque anni prima della scomparsa, avvenuta nel 2018.
In vetta alla Punta Nera, 26.7.2008 (foto P. Cesco Frare)

Accomunando oggi nel ricordo i due amici, ho rivissuto la giornata in cui feci loro conoscere la panoramica Punta Nera (fu la settima ed ultima volta che la salii); ricordo uno splendido momento di amicizia e di condivisione tra le cime, progettato fra l’altro con lo scopo di sistemare in vetta il libretto, che forse é ancora lassù.
L’occasione è utile per rievocare alcuni alpinisti che su quella cima hanno scritto il loro nome: oltre a Sandro Lacedelli ci sono Federico Terschak e Isidoro Siorpaes "Péar" (saliti per primi lungo la chilometrica cresta sud, il 10 agosto 1919); il triestino Giorgio Brunner (primo a salire da solo e d’inverno, il 27 febbraio 1941) e l'anziano amico Giulio, che nel 2000 - su mio suggerimento - collocò sulla sommità il primo libro di vetta.
Ciao, cara Punta Nera!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...