18 lug 2016

Sul Bèco d'Aiàl

Slanciata piramide di dolomia scura e compatta, guarda Cortina con una parete alta duecento metri, scalata per la prima volta dagli Scoiattoli Albino "Strobel" e Arturo "Tamps" nel luglio 1962; è circondata da alcune guglie davvero bizzarre e spunta dal bosco sul lato destro orografico della Val Costeàna, a nord della Monte, il pascolo, di Formìn. 
Dalla sommità del Bèco, una delle cime più basse d'Ampezzo poiché raggiunge "soltanto" i 1845 m d'altezza, il panorama su Cortina si apre quasi a 360 gradi. Lassù, in vista della Grande Guerra, l'Esercito Italiano fece erigere una batteria antiaerea, attrezzando anche un sentierino che è quello usato anche oggi. 
Dell'apprestamento rimangono alcune fotografie, i grossi muri di riparo e, a pochi metri dalla cima, una capace galleria, che con ogni probabilità servì come deposito di munizioni e alloggio per i soldati. 
Il Bèco d'Aiàl in guerra
(raccolta E.M.)
Chi frequenta le crode ampezzane e ne apprezza la mia divulgazione ormai pluriennale, avrà capito che mi riferisco a uno dei tanti luoghi che hanno colpito la mia immaginazione e al quale ,mi sono affezionato: il Bèco d'Aiàl. Lo salii per la prima volta nel settembre del 1983 e in seguito vi sono tornato in molte occasioni, anche da solo. Nella più recente, in un caldo giovedì di fine luglio, volevo condividere la vetta con un'amica, che però non si sentì di raggiungerla. 
Sul punto sommitale del Bèco, a parte nelle notti della vigilia di Ferragosto 1986 e 1987, in cui - sotto la regia dell'amico "Lux", troppo presto scomparso - accendemmo il tradizionale (dubito molto ecologico ...) "fó de ra Madòna", non ho mai condiviso lo spazio con altri gitanti. 
Il colpo d'occhio che si apre dalla punta di quel dente, al di là della conoscenza del luogo e dell'interesse che può risvegliare nei curiosi, infatti, non è esattamente per tutti. 
Il breve accesso alla cima, il quale si distacca dal sentiero Cai 431 che dal Lago d'Aiàl porta a quello di Fedèra, fu sistemato una decina d'anni fa da alcuni soci del Cai, dopo la disgrazia che coinvolse una turista. Il sentierino è rimasto comunque delicato, dovendo il salitore superare obbligatoriamente, in salita e in discesa, una cengia di una quindicina di metri, stretta, un po' esposta e piena di ghiaino. 
Di recente, su proposta dell'attuale Marigo della Regola di Ambrizola, si è ventilata l'idea di un'eventuale rimessa in sicurezza dell'accesso, da far eseguire, nel caso, al Cai o alle guide alpine. 
Non sono proprio contrario all'idea, ma vorrei che la "rimessa in sicurezza" non significasse l'ennesima (in questo caso molto breve) via attrezzata con chiodi, corde, ponti o scalette, e magari dedicata a un alpinista non locale perché finanziata con denari esterni! 
La delicata cengetta del Bèco, unicvo elemento che difende la vetta dall'assalto di massa, non mi ha mai dissuaso dallo scegliere come obiettivo di una gradevole gita di mezza giornata (e nel 1996 vi portai anche i miei genitori, che non la conoscevano), una vetta minore e di cui pochi libri parlano, ma non per ciò meno suggestiva

15 lug 2016

Divagazioni sulla Croda Rotta, cima non "facile" né "erbosa"

La Croda Rotta è lo sperone con il quale la diramazione ovest della Punta Nera cade sulla testata dell'invaso detritico che scende verso le Crepedèles, percorso in destra orografica dal sentiero di accesso alla stessa Punta Nera. 
Quotata 2670 m, non ha grandi pregi estetici né alpinistici, e non ha una sua storia, poiché è ignoto quando e da chi sia stata salita per la prima volta. 
Fu liquidata sbrigativamente nella celebre guida delle "Dolomiti Orientali" come raggiungibile con “facile salita per terreno in gran parte erboso”, ma in base a diverse testimonianze scritte e orali, posso riferire che, per salirla, ci si trova invece davanti a una placca piuttosto inclinata e scivolosa a causa del ghiaino e la salita, per quanto breve, si attesta su difficoltà di secondo grado e forse più. 
La Croda Rotta, dai pressi di Forcella Faloria
(foto E.M., luglio 2012)
Assodato che, neppure oggi che in Dolomiti terreno vergine da esplorare ce n'è sempre meno, si troveranno tante persone smaniose di scalare la Croda Rotta, anche riguardo a essa la relazione inserita in un testo come il Berti, che è stato un caposaldo per l'alpinismo dolomitico, è imprecisa. 
Forse l'ascensione non fu verificata sul terreno; la relazione fu mal tradotta da una lingua straniera; forse ancora, nei decenni, la cima ha subito consistenti cambiamenti (un esempio simile è la Bujèla de Padeon sul Pomagagnon: la relazione di Berti del 1971, che riprende una citazione del 1900 (!), cita un “recente franamento”, che però era lo stesso nella relazione del 1928...). Fatto sta che, a chi ha provato a salirla, la cima della Croda Rotta non è apparsa certamente né "facile" né "erbosa".
E forse sarà sempre più delicata, visto che di recente una buona porzione della cresta affacciata sulla SS 51 è crollata, lasciando una lunga ferita rossastra visibile da Dogana Vecchia e colmando di detriti dello stesso colore il canale ai piedi delle rocce. 
Lo scrivente, che da giovane ebbe una certa inclinazione a corteggiare marciumi, non è mai salito sulla Croda: si è accontentato di guardarla e fotografarla dai Tondi di Faloria come dalla Val Orita, dalla Punta Nera come dal ripiano ghiaioso alla base della Sella di Punta Nera, donde la salita appare evidente. 
Più di così non ho dato a una cima che, per sventura o per fortuna, non è proprio allettante, ma in questo modo se ne rimane solitaria e indisturbata, in un silenzio rotto solo da qualche camoscio che salta sulle sue pendici.

12 lug 2016

Fuori traccia, sul Col Siro o Crépo de ra Ola

Di certo è più suggestivo l'oronimo indigeno Crépo de ra Óla (Rupe del canalone, o della cavità), riferitomi tanto tempo fa dallo scomparso Alberto Zangiacomi Śachèo, ex guardacaccia e grande conoscitore del territorio ampezzano, in confronto a quello corrente di Col Siro, che sa tanto di dedica a qualche personaggio per chissà quali meriti e motivi! 
Il Col Siro, dal sentiero Cai 213 (foto E.M.)
Il Col Siro è una cimetta foggiata a cupola e quotata 2300 m. Rientra nel gruppo del Sorapis, ed è coperto di magro pascolo sul versante affacciato verso la Punta Nera e la Zesta; dall'altro lato scendono invece brevi e modesti dirupi rocciosi. 
La cima spunta isolata dalla Monte de Faloria, al margine del comprensorio sciistico omonimo, e la sua salita si risolve in una semplice, non lunga digressione, fuori traccia, dal sentiero Cai 213. Normalmente l'approccio -fattibile anche con gli sci- inizia da Forcella Faloria, che si raggiunge comodamente dalla Capanna Tondi, famosa per il panorama, le piste e, non ultima, la "grappoteca". 
Non vale la pena, a meno che non si abbia solo voglia di vagabondare in quota, prendere la funivia da Cortina o, "eroicamente", salire a piedi dal Passo Tre Croci per Forcella del Ciadin, avendo come unico obiettivo il Col Siro. Fatti i conti, si tratta comunque di un luogo meritevole, che possiede una sua individualità e sicuramente fu frequentato ab antiquo da cacciatori, pastori e topografi; fino ad oggi, però, riferimenti storici o segni sul terreno non ne ho trovati. 
In cima, verso il Cristallo e il Popena (foto M.G.)
L'ultima volta vi salii alcune estati fa con l'amico Mirco, venuto apposta da Treviso perché curioso di quella meta. Nella penultima occasione, invece, in cui ritrovammo dopo alcune stagioni la rustica croce di rami di mughi che avevamo posato nella prima salita insieme (2003), Iside e io eravamo in compagnia di amici, stimolati anche loro da una cima più volte osservata, ma forse mai degnata di uno sguardo. 
Quella volta, eravamo scesi a Fraina per la ripida Val Orita; ma prima, mentre riprendevamo il sentiero 213, avevamo adocchiato alcuni gitanti (dal modo di parlare, immaginai che fossero padre, madre e due bambini catalani) che ci osservavano. 
Dopo di noi, anche loro si presero la briga di rimontare la crestina erbosa, non sapendo certamente dove portavano, e si godettero la visuale che la cima schiude sulla conca di Cortina. 
Così, in un solo giorno di luglio, il "Crépo de ra Ola" ricevette la visita di ben venti piedi: un primato, per un risalto accantonato a favore di ben altre eccellenze, ma che agli amanti della solitudine e del silenzio di sicuro ha qualcosa da dire.

6 lug 2016

"Ma mi faccia il piacere..." Malga Ra Stua e il Rifugio Biella non sono in Pusteria!

Cercavo nel sito http://www.altapusteria.info/it/san-candido/san-candido/shopping-gusto/rifugi-ristori.html la conferma dell'apertura di una delle tante malghe e rifugi pusteresi dove pranzare la domenica, quando ho scoperto una curiosità da "ridere, per non piangere". 
Nella serie di baite, Gasthöfe, malghe, rifugi e ristorantini in quota dell'Alta Pusteria (Comuni di Sesto, San Candido, Dobbiaco, Villabassa e Braies, per capirci), pare che siano state inserite alcune strutture "forestiere". 
Guarda caso, due di esse non sono proprio Malga (o Rifugio) Ra Stua, attribuita prima al Comune di Toblach-Dobbiaco e poi, all'interno del sito, alla Provincia di Belluno, e il Rifugio Biella, assegnato tout court al Comune di Prags-Braies? (La terza è il Rifugio - auronzano - Bosi al Monte Piana, attribuito anch'esso al Comune di Dobbiaco).
Forse qualcuno lo liquiderà come l'eterno "disguido" cui siamo  assuefatti quando si discute di pubblicità delle Dolomiti bellunesi, spesso scambiate per sudtirolesi (la questione "Tre Cime" tra Sesto e Auronzo, esplosa in questi giorni, insegna), trentine o addirittura anche friulane...
A me pare  un ulteriore, per quanto incruento, scippo ai danni della Provincia di Belluno, che verso nord finisce anche con Cortina e ospita circa il 70% delle Dolomiti dichiarate nel 2009 "Patrimonio dell'umanità Unesco". Nel caso di specie, il "disguido" danneggia le Regole e il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, che delle citate strutture sono le proprietarie, gestrici, curatrici e valorizzatrici.
Tre Cime di Lavaredo: cadorine per i cadorini,
pusteresi per i pusteresi? (raccolta E.M.)
La tedeschizzazione di Ra Stua e del Biella, magari, a quei rifugi farà ancora più pubblicità, ma non è il top del galateo istituzionale, nel marketing dolomitico di cui spesso si discute. Per esempio, pur avendo tre toponimi (tedesco, italiano, ladino) ed essendo molto amata dagli abitanti di Cortina, non mi sogno certo di sostenere che la Knappenfusstal - Valle dei Canòpi - Val dei Chenòpe, che da Sorabànces - Passo Cimabanche - Im Gemärk (Cortina) sale a Plätzwiese - Pratopiazza - Plèz (Dobbiaco), sia ampezzana, come la "Cortina Alta", nome con il quale anni fa si tentò di contrabbandare il nuovo Residence Ploner a Schluderbach-Carbonin di Dobbiaco.
Sia pure per pochi metri la Valle è in Pusteria, e riconosciamo la titolarità del luogo, anche se il confine con Cortina passa a filo e in zona è riconosciuto il diritto di legnatico a favore delle Regole d'Ampezzo, confermato con atto del 1980 intavolato al Comune catastale di Dobbiaco. Signori sudtirolesi, per favore, lasciamo a Cesare quel che è di Cesare!

4 lug 2016

Montagne sparite: la Saetta del Sorapis

La Saetta, dalla cresta O della Punta di Sorapis
(foto del 1973 di M. Crespan, raccolta E.M.)
In occasione del movimento tellurico che quarant'anni fa devastò in gran parte  la regione del Friuli, l’onda sismica si sentì abbastanza nettamente anche nella conca ampezzana (lo scrivente, al tempo liceale, la ricorda piuttosto bene), e interessò pure le nostre montagne. 
In quell'estate del 1976, infatti, scomparve la maggior parte della Saetta, un poderoso pinnacolo che si alzava per circa quattrocento metri sopra il Ghiacciaio Occidentale del Sorapis, in parte addossato alla parete nord-ovest della cima più elevata del massiccio. 
Il torrione, che si notava in tutta la sua originalità - ad esempio - dalla Sella di Punta Nera (dalla quale oggi è abbastanza evidente il moncone rimasto), era stato salito per la prima volta sette anni prima, il 18 settembre 1969, da tre ampezzani, Franz e Armando Dallago e Paolo Michielli. 
Per scalare la Saetta, i giovani impiegarono dodici ore e dovettero bivaccare su una spalla a cinquanta metri dalla cima prima di affrontare la lunga via di discesa: le difficoltà riscontrate raggiunsero il massimo grado previsto allora nell'arrampicata, e richiesero l’uso di oltre cinquanta chiodi. 
I tre furono i primi ed anche gli unici salitori della guglia. Pare, infatti, che nel poco tempo seguito alla complicata avventura, nessun altro si fosse più spinto su di essa, finché le scosse del 6 maggio e dell'11 settembre di quattro decenni fa la rasero quasi al suolo. 
Oltre ad altri fatti luttuosi, per la geomorfologia della conca ampezzana quella fu una conseguenza pesante di uno dei sismi più distruttivi della nostra storia recente. 
Franz, Armando (che mi ha parlato più volte della Saetta) e Paolo, ottimi esploratori delle montagne di Cortina, iscrissero quindi nel loro "palmarès" una vetta e una via di cui furono gli unici visitatori: oggi la Saetta rimane un documento storico, il ricordo di una salita forse fra le più suggestive e dure della loro carriera. 
Incredibilmente poi, quasi un trentennio dopo, per Michielli la storia si è rinnovata: nella primavera del 2004, infatti, per ragioni del tutto naturali è crollata la Trephor, la più piccola ma senza dubbio la più severa delle Torri d'Averau. 
Su quel campaniletto alto cinquanta metri proprio Paolo, con A. Zanier, alla fine d'agosto del 1967 aveva tracciato, in cinque ore e chiodando molto, una via di sesto grado superiore che oggi non c’è più.

1 lug 2016

Frammenti di storia del turismo ampezzano: i Bagni di Campo

Già molto tempo prima che le Dolomiti vedessero l'affermarsi della pratica dell'alpinismo, i viaggiatori stranieri che visitavano i Monti Pallidi erano attirati nelle principali località della Val Pusteria (San Candido, Villabassa, Monguelfo, Braies) anche dalla possibilità di usufruire di stabilimenti termali, di dimensioni e con offerte diversificate. 
Già agli inizi dell'800, anche a Cortina, nel piccolo villaggio di Campo di Sotto e sulle sponde del torrente Costeàna, che ha origine presso il laghetto di Ciou de ra Maza alle pendici dei Lastoi del Formin, era stata individuata una sorgente d'acqua leggermente solforosa. 
I Bagni di Campo in un'incisione del 1831
(da Richebuono, Storia d'Ampezzo, Mursia 1974)
Qualche accorto valligiano intuì un possibile business e portò ad Innsbruck alcuni campioni del liquido, per farli analizzare dall'esperto chimico Öllacher. Avuta la garanzia che, per qualità e combinazione chimica delle sostanze minerali presenti, l'acqua ampezzana non era certamente da meno di quelle della Val Pusteria e avrebbe potuto rappresentare un ottimo rimedio soprattutto per alleviare le malattie reumatiche, intorno al 1820 Gaetano Ghedina “Tano de chi de Tomàsc”, albergatore dell'Hotel Aquila Nera e sagace promotore del turismo ampezzano, fece costruire a Campo un piccolo stabilimento di bagni minerali, ampliato a partire dal 1831 fino ad offrire 12 vasche da bagno in legno di cirmolo. 
Il calcolo delle presenze dei bagnanti (1869: 122; 1870: 98; 1880: 25) e i risultati economici dell'impresa, però, nel corso degli anni apparvero sempre meno rispondenti alle attese. 
Così, quando l'alluvione del 1882, che tanti danni causò anche in Ampezzo (la celebre “agajon de l Otantadoi”, efficacemente descritta in un'interessante cronaca manoscritta dal giovane Gianantonio Gillarduzzi "de Jobe"), allagò senza rimedio l'edificio dei Bagni di Campo e le sue pertinenze, nessuno pensò più a ricostruirlo. 
Presso lo stabilimento diroccato, del quale oggi non si trovano più tracce, alla fine del secolo XIX la guida alpina Angelo Maioni “Bociastòrta” (1866-1953, primo salitore nel 1901 dell'ardita Torre Inglese d'Averau) edificò invece un piccolo ristorante, ampliato nel 1928 in Hotel e denominato "Tiziano".

26 giu 2016

Sorabànces, il regno del grande Santo

Tra i luoghi turisticamente e alpinisticamente più rinomati di Cortina, merita interesse il Passo (o Sella) di Cimabanche. Cimabanche è l’inesatta traduzione italiana del ladino Sorabànces, in tedesco Im Gemärk. Il nome si lega all’area circostante la sella, in vari punti della quale affiorano lastre inclinate (bànces), che si devono superare per passare dalla valle d’Ampezzo alla Pusteria, e identifica il valico che fa da spartiacque fra la Rienza e il Boite, attraversato dalla SS51 d'Alemagna ed equidistante sia da Cortina che da Dobbiaco.
Del valico si trova cenno fin dal Medioevo: proprio lì, infatti, il 7 maggio 1347 Federico Savorgnano coi patriarchi d’Aquileia e i cadorini sconfisse le milizie dell’imperatore Lodovico, condotte dal Brandenburghese, e in un documento del 7 agosto 1448 esso viene citato con il toponimo Summobanchi e Summebanche.
Fino al 1918 Sorabànces  il confine fra la comunità ampezzana (tirolese italofona) e quella di Dobbiaco (tirolese germanofona). Dal primo dopoguerra è il limite politico-linguistico fra il territorio veneto e quello sudtirolese, fra la Provincia di Belluno e quella Autonoma di Bolzano: due mondi contigui, ma molto diversi.
Vicina al Passo si estende una spianata di proprietà della Regola Alta di Larieto, denominata Pian de Sorabànces. In essa confluiscono due torrenti: il Knappenfussbach-Rio dei Canopi-Ru dei Chenòpe, che scende dall’altopiano di Pratopiazza attraverso l'omonima valle e si getta nella Rienza, e il Ru Pra del Vecia, che ha origine a Forcella Verde nel gruppo del Cristallo e scende nel Felizon e poi nel Boite.
Oggi a Sorabànces dimorano tutto l'anno soltanto due persone, e il luogo fa spesso notizia, poiché è uno dei più gelidi dell’arco alpino orientale: in qualche inverno, vi sono stati misurati anche 25 gradi sotto zero.
Cimabanche prima del 1850 (disegno
di Osvaldo Monti, raccolta E.M.)
Oltre un secolo fa, nella cantoniera presso il valico – a due ore e un quarto di carrozza da Cortina - imperava un uomo leggendario per la storia dell'alpinismo dolomitico: Santo Severino Siorpaes, della casata ampezzana Salvador, ma più noto come Santo da Sorabànces.
Nato il 2 maggio 1832 nel villaggio di Staulin e spentosi nella sua casa di Majon per “angina pettorale” il 12 dicembre 1900, Santo fu guardia forestale, I.R. Maestro Stradale, cacciatore, ma soprattutto una grande guida.
Appartenne alla schiera delle guide dei pionieri e, fra le prime, fu di certo la più dotata tecnicamente. Accanito inseguitore di camosci (come il più giovane Michl Innerkofler, guida di Sesto Pusteria con il quale rivaleggiò sulle cime e nei racconti venatori), acquisì una vasta esperienza delle crode ampezzane e bellunesi, estesa anche in Austria e in Svizzera, fino al Cervino.
Di lui parlarono e scrissero Paul Grohmann, Whitwell, Kelso, Tuckett, Merzbacher. Tutti gli alpinisti che lo ingaggiarono per compiere salite nelle Dolomiti, ne lodarono sempre le capacità di scalatore, la spiccata umanità e il carattere gioviale ed allegro. 
L’inizio della sua carriera si fa risalire al 29 agosto 1864 quando, con Francesco Lacedelli ( detto Checo da Melères) e Angelo Dimai Déo, Santo accompagnò Grohmann sulla Tofana de Ròzes. 
Nel ventennio seguente, realizzò una trentina di prime ascensioni in Ampezzo, sulle Pale di San Martino, in Marmolada e in vari altri gruppi montuosi: tra esse spiccano il Cristallo, il Piz Popena, la Croda Rossa e il Cimon della Pala, il Becco di Mezzodì e il Cimon del Froppa, il Duranno, la Pala di San Martino.
Giunto a cinquant'anni cessò la professione, ma ancora nel 1895, richiesto da clienti, salì il Piz Popéna per la via aperta un quarto di secolo prima, insegnando il tracciato al nipote Arcangelo, guida autorizzata da poco.
Dei suoi figli, due seguirono con eccellenti risultati le orme paterne. Il maggiore Pietro (Piero de Santo, 1868-1953), abile armaiolo, fu guida dal 1887 al 1903 e in seguito guardacaccia al servizio delle nobili Anna Powers-Potts ed Emily Howard-Bury, proprietarie della Villa Sant’Hubertus a Podestagno.
Il secondo, Giovanni Cesare (Jan de Santo, 1869-1909), fu guida dal 1890, cantoniere come il padre e albergatore. A lui è attribuita una ventina di prime, compiute soprattutto coi colleghi Antonio Dimai Déo, Agostino Verzi Sceco e Sepp Innerkofler di Sesto.
Giovanni condusse alla scoperta delle Dolomiti il Barone Lorànd von Eőtvős, le figlie Rolanda e Ilona, Adolf Witzenmann, i britannici Phillimore e Raynor. Con loro scalò la nord del Civetta, la Torre SO di Popena, la Croda dei Toni, la Tofana de Rozes da sud, la Cima Undici e molte altre vette. 
Il Campanile e la Cima Antonio Giovanni nei Cadini di Misurina, scalate il 1° settembre 1900 con le Baronesse von Eőtvős, lo ricordano insieme ad Antonio Dimai Déo.
Merita un cenno la prematura morte di Giovanni, succeduto a fine '800 al padre nell’incarico di I.R. Maestro stradale; in un certo senso, essa equivalse anche al graduale declino di Sorabànces come punto di riferimento alpinistico.
Utilizzando i risparmi accantonati col mestiere di guida e un prestito di 40.000 corone, "Jan" era riuscito a costruire un Hotel a Cimabanche, lungo la Strada d’Alemagna ed al cospetto dell’imponente Croda Rossa d'Ampezzo. 
Per merito del lavoro della guida e di sua moglie Giuditta, l’esercizio acquisì in breve una certa rinomanza come base per soggiorni e salite nella zona.
L'Hotel Im Gemark a Cimabanche, nel 1913 (raccolta E.M.)
Nell’autunno 1908, mentre Siorpaes conduceva un carro a due cavalli sulla strada antistante il suo albergo, i quadrupedi, impauriti alla vista di una delle rare autovetture circolanti in Ampezzo, s’imbizzarrirono.
La guida fu trascinata per la strada dai quadrupedi impazziti: soccorsa e curata, parve guarire. I postumi dell’incidente però non tardarono a manifestarsi: Giovanni si ammalò di broncopolmonite e il 6 aprile 1909, nemmeno quarantenne, morì lasciando la vedova e tre figli piccoli.
Nei primi giorni della Grande Guerra, poche e ben assestate cannonate italiane rasero al suolo l'Hotel, che non è stato più ricostruito. La vedova del valente e sfortunato Siorpaes, risarcita per i danni di guerra, assunse la gestione dell’albergo Venezia a Cortina, mantenuta coraggiosamente per molti anni. La dinastia delle guide Siorpaes e la loro epopea, però, erano definitivamente tramontate.
Con queste note mi auguro si capisca che Sorabànces, spesso degnato solo di uno sguardo passando in automobile, non è solo il limite fra due Comuni, due Province, due Regioni, due lingue e due culture, ma è un luogo ricco di ricordi storici, alpinistici e turistici che non meritano di essere dimenticati.

15 giu 2016

Lo Strudelkopf, ideale ,per i "pigri"

Il "culinario" Strudelkopf (M. Specie, 2307 m), sorge sopra l'altopiano pusterese di Pratopiazza, sulla dorsale del Picco di Vallandro, e  costituisce una meta ideale per i "pigri". 
La cima, ornata dalla Heimkehrerkreuz, grande croce dedicata ai reduci di tutte le guerre, si raggiunge dal Rifugio Vallandro, a sua volta distante 30' di cammino pianeggiante dai grandi parcheggi di Pratopiazza, seguendo per 45' circa una carrareccia militare, accessibile anche in mountain-bike, sci o ciaspe d'inverno. 
Oltre che per il panorama a 360° sulle Dolomiti, favorito da un belvedere con i nomi delle cime visibili, lo Strudelkopf – meta di buon pregio escursionistico – attira proprio perché da Pratopiazza è una gita breve e di scarso impegno. C'è comunque anche un modo “alpinistico” per salire: rimontare la Val Chiara - Helltal lungo l’accesso militare austriaco. 
Il sentiero inizia presso il Ristorante Tre Cime a Landro. Risale la costa boscosa che sovrasta la SS 51 d'Alemagna, a un certo punto cambia versante e s'interna nella valle, che sembra sospesa sulla strada. Dopo una scalinata di legno, una galleria ed un'esposta cengia attrezzata con fune metallica, il sentiero prosegue alto sulla sinistra orografica della valle fino a un'ampia sella del crinale, dove sorgono i ruderi di una casermetta. 
Con due gracchi sotto la Heimkehrerkreuz,
( 6/11/2010, foto  I.D.F.)
Incrociata la stradina che sale dal Vallandro, in un quarto d'ora si è sul plateau sommitale, dove purtroppo d'inverno scorrazzano spesso le motoslitte. Il dislivello da Landro, 900 m, è importante: esso richiede circa due ore e mezza, un po’ faticose specialmente in giornate calde, ma suggestive per l'ambiente e le testimonianze belliche che lo caratterizzano. Parte dell’Alta Via delle Dolomiti n. 3, il sentiero della Val Chiara si usa anche in discesa per traversare la cima. 
Ho salito la "Cima Strudel" una mezza dozzina di volte, da ambedue i lati, sfruttando al ritorno una semisconosciuta variante: un vecchio e poco segnato sentiero di cacciatori, che devia da quello usuale presso i resti di una teleferica, e si abbassa tra la vegetazione presso un ruscello. 
Dove questo sprofonda in una cascata, il sentiero volge a sinistra e scende erto fra i mughi, rientrando poi nel bosco e sboccando sulla SS 51 all'altezza del curvone col crocifisso, 2 km circa prima di Landro. 
Buona salita dunque, su una cima dal nome quasi umoristico, ma attraente e godibile senza troppa fatica! 

13 giu 2016

Boni, Gimmi, Franz e la Nord del Barancio

Sullo sfondo, a sinistra la Nord del Barancio,
a destra il Diedro della Romana (E.M., 27.6.09)
Ormai da più di quarant'anni ho un debole per le pubblicazioni (meglio se storiche) che riguardano le Dolomiti e gli uomini che le hanno scalate. 
Già da adolescente bazzicavo spesso fra le pagine del “Berti”, il viatico di generazioni di appassionati, che contiene un'enorme quantità di informazioni - anche se molte oggi sono irrimediabilmente datate - su tutti i gruppi dolomitici tra Ampezzo, Badia, Cadore, Comelico, Pusteria.
Pare una sorta di riflesso condizionato: quando osservo da vicino o passo ai piedi di qualche montagna, ripesco all'istante i dati accumulati nella memoria per localizzare un diedro, una parete, uno spigolo, famosi o sconosciuti che siano. Mi sono così allenato a prendere coscienza sul campo del grande patrimonio storico e culturale che deriva dal vagabondare per le crode. 
Non ricordo bene quando, mi trovavo con alcuni compagni tra le Cinque Torri. Erano i tempi delle prime scalate, della presa di confidenza con l'attrezzatura da roccia, della conoscenza delle pareti ampezzane. Dal sentiero, vedemmo una cordata attaccare e salire veloce una parete grigia e e verticale (che allora non conoscevo): in testa c'era lo Scoiattolo e guida Boni (Albino Alverà), che aveva più di cinquant'anni, e lo seguiva il collega Gimmi (Bruno Menardi), molto più giovane, che scomparve prematuramente nel 1997. 
In un attimo visualizzai nel mio “computer” la relativa pagina del Berti, e con aria dottorale informai i compagni: “Via Giovanna, 1945, Ettore Costantini Vecio e Luigi Menardi Igi, sesto”. 
Per coincidenza, stava sopraggiungendo Franz Dallago (Naza), altro Scoiattolo e guida allora in piena attività, che aggiunse lapidario: “Eh no, la Giovanna è dall'altra parte: quella è la Dibona-Apollonio-Stefani, 1934, quarto superiore!”. 
Rimasi basito: avevo ricevuto una bella lezioncina, che non dimenticai. Poco tempo dopo, anch’io potei mettere le mani su quella parete grigia e verticale, la nord della Torre del Barancio, una delle salite più note e belle del gruppo.
Mi resi conto così, che recitare il “Berti” a menadito non voleva poi dire conoscere ogni cima, parete e via delle Dolomiti.

7 giu 2016

Il Sas da Pèra, la falesia perduta di Angelo Dibona

Una fotografia di Angelo Dibona, databile intorno al primo dopoguerra, ritrae la guida che recupera la corda sul Sas da Pèra, roccione nel bosco alle falde del Pomagagnon, che pare fosse la sua falesia preferita. 
Oltre a confermarmi che anche il fuoriclasse si allenava su piccole montagne, spesso prossime al fondovalle (il "Pilato" abitò per anni nel villaggio di Chiave, a poca distanza dal Sas da Pèra), l'esistenza della falesia mi aveva incuriosito molti anni prima di vedere la fotografia.
Angelo Dibona in palestra
(da www.gustav-jahn.at)
Una volta ci ero anche passato, non ricordo più con chi, ma anni dopo mi venne voglia di sapere qualche cosa di più. Così, un sabato pomeriggio di settembre tornai da quelle parti con Iside, passando per Grava e risalendo la traccia del vecchio impianto di risalita fin sul culmine di Pierosà (alle pendici del quale merita una sosta il bar di Paolo, quasi un rifugetto raggiungibile in un quarto d'ora dal centro, dove ci si ristora con bevande e ottimi dolci, se si portano bimbi li si può lasciare a giocare nel parco antistante, e soprattutto si gode un panorama quasi circolare sulle montagne d'Ampezzo). 
Quel pomeriggio, da Pierosà - il "Pichéto" degli sciatori degli anni Cinquanta-Settanta - passammo alti sopra Staulin facendoci strada tra i fitti alberi, transitammo intorno al Sas e chiudemmo la camminata a Col Tondo e poi a Grava. 
Solo che il Sas da Pèra di Angelo Dibona non c'era più! 
Nel libro di De Zanna-Berti sui monti, boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali avevo letto che (pur disponendo Cortina di tonnellate di pietre da poter sfruttare, anni fa per ristrutturare un albergo del centro, si andò a cavar sassi proprio da quel macigno. Così, la porzione rimasta è quasi sommersa da cespugli, erba e piante e la falesia della grande guida è sparita.
La zona che circonda il Sas, tra Alverà, Grava e Chiave, resta comunque curiosa, perché il “Pichéto”, sul quale imparai a sciare anch'io, dopo decenni è  tornato silenzioso. Il cemento e il ferro dello skilift sono stati asportati, e la natura si è ripresa quanto aveva prestato all'uomo, inclusa la possibilità di capire come fosse il luogo in cui Angelo Dibona saliva a sgranchirsi o a rifinire la preparazione in vista di nuove campagne. 
Assodato che del Sas da Pèra resta praticamente il ricordo, concludo con una modesta proposta: porre sul cocuzzolo di Pierosà una piccola croce di vetta, magari dedicata a Dibona. La panoramica sommità (quota 1413) si sale con una facile passeggiata - da Grava sarà un centinaio di metri di dislivello - e potrebbe diventare  l'"Hüttenberg" di Paolo; ormai quasi ogni rifugio, specialmente in Alto Adige e in Austria, si vanta di avere il proprio!

1 giu 2016

La Torre Latina, una misconosciuta guglia delle Dolomiti

L'altro giorno, alla mia raccolta di vecchie cartoline se ne è aggiunta una degli anni '50, di quelle che i fotografi facevano colorare a mano, da esperti e pazienti collaboratori. Essa ritrae le famose Cinque Torri, o Torri d'Averau o meglio “Pénes de Potor" o "de Naeròu”, secondo la toponomastica  ampezzana. 
Dai dossi antistanti le guglie - sui quali non compaiono la seggiovia che sale da Bai de Dònes e il Rifugio Scoiattoli, costruiti alla fine degli anni '60 - le guglie offrono una visione classica e molto sfruttata, apprezzabile specialmente dalla terrazza antistante il rifugio. 
Nel mezzo del bizzarro gruppo emerge la tozza torre detta Terza o Latina, alta circa settanta metri, carente di storia alpinistica propria e poco nota, anche se un quarto di secolo fa è stata un po' attualizzata con alcuni monotiri di falesia. 
Salita per la prima volta, non si sa quando né da chi, per l'inclinato versante sud-est (ideale per iniziare ad arrampicare, è la via meno difficile delle Torri), la Latina appare certamente un po' più appetibile dal lato ovest, rivolto all'Averau ed evidente in primo piano in questa, come in tante altre immagini. 
Le Torri d'Averau (raccolta E.M.)
Da quella parte c'è una seconda via normale, una sessantina di metri di buon terzo grado, anch'essa opera di ignoti. Sulla via, che salii intorno al 1981, ricordo bene di avere trovato un grosso e solido chiodo di foggia antiquata, piantato almeno un trentennio prima che lo incontrassi. Oltre alle due "normali", sulla parete sud della torre, comunque c'è anche una via breve ma molto difficile, aperta nel 1942 dallo Scoiattolo Luigi Menardi con i fratelli Lino e Antonio Zanettin e presto dimenticata. 
Etimologicamente, il toponimo “Latina” ha oscuri natali: a mio giudizio potrebbe risalire all'epoca fascista ed essere stato dato alla guglia in ossequio alla toponomastica di regime allora imperante. 
Che sia andata così o no, sulla terza delle Cinque Torri la gente non si è mai certamente accalcata. A quella guglia misconosciuta, tra l'altro, si sono interessati in pochi: Berti in "Dolomiti Orientali" (1956, 1971), Dallago e Alverà in "Cinque Torri" (1987) e il sottoscritto in “Su par ra Pénes de Naeròu”, dedicato nel 2000 a uno dei gruppi più singolari delle Dolomiti, dove migliaia di persone hanno iniziato ad armeggiare con chiodi, corde, moschettoni e staffe, lasciandoci magari anche un pezzetto di cuore.

27 mag 2016

Il Tridente Cantore, una (o due, o tre?) cima mancata

Nel 1901 Giovanni Barbaria dei "Zupriàne", detto "Zuchìn" (testardo), costruì sulla riva del Lago di Federa un piccolo rifugio, che quattro anni dopo però vendette alla Sezione di Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco, perché gli affari non andavano come aveva creduto. 
Barbaria aveva un nome, poiché già dal 1875 faceva parte del nucleo fondatore delle guide alpine ampezzane. Giunto a sessant'anni ancora in forma, già nonno di alcuni nipoti, si teneva comunque in esercizio; così, un giorno imprecisato di settembre del 1910, col figlio Bortolo, anch'egli rinomata guida, accompagnò due viennesi in un'avventura, alla quale manca forse qualche tassello. 
La comitiva salì per prima il più alto dei denti che dalla cresta della Tofana di Mezzo si spingono verso il Valon de Tofana, poco distante da Forcella Fontananegra, dove fin dal 1886 esisteva la Tofanahűtte, l'attuale Rifugio Camillo Giussani. 
In omaggio ai clienti, i tre denti furono battezzati Wienertűrme (Torri Viennesi), ma di quella fantomatica prima mancano i particolari. Intorno al 1921 i torrioni, insieme al rifugio ricavato dall'adattamento del casermone italiano poco sopra Forcella Fontananegra, furono dedicati al Generale degli Alpini Antonio Cantore, caduto nei pressi della forcella il 20 luglio 1915. 
Il Rifugio Cantore verso il Tridente, 
in una cartolina d'epoca (raccolta E.M.) 

Le torri furono rispettivamente nominate Torrione Cantore, Torrione Centrale e Torre Ovest: penso siano state completamente abbandonate, perché vi mancano itinerari di richiamo e la roccia non dev'essere proprio da manuale. Tra l'altro soltanto due di esse, salvo errori, hanno vie di salita (e quindi, c'è un ulteriore mistero...).
La torre più alta fu scalata nel luglio 1916, a scopo tattico, dai soldati Emanuele Celli e Giuseppe De Carlo di Calalzo, e nell'agosto del 1941 vi tornarono per lo spigolo sud-est i fratelli Mariano e Ermanno De Toni, guide alpine di Alleghe. 
Il 17 giugno 1945, invece, Bibi Ghedina e Bortolin Pompanin, oggi ultra novantenne ed unico rimasto del gruppo di giovani che nel 1939 diede vita alla "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", salirono la torre minore da sud-ovest.
L'itinerario degli Scoiattoli supera una marcata fessura alta centoventi metri; pare abbia difficoltà di 4°, che quindi potevano essere accessibili anche a noi giovani. Quella fu solo una delle idee che stuzzicarono la nostra curiosità; ci interessavano "pericolosamente" itinerari strani, poco noti e in cima al mondo, e così un giorno andammo a guardare. 
La visita però non fu lunga, e finimmo al Rifugio Giussani, dove un'allegra bevuta ci allontanò dal Tridente, ricco di storia e magari anche bello da vedere, ma poco idoneo a dare sicurezze alla nostra fantasia.

24 mag 2016

Cima Cason de Formin: da Angelo a Franz, a Massimo ... e oltre

Mi pare un po' strano, ma plausibile: tra le sommità maggiormente rilevanti della cresta della Croda da Lago, quella più a nord (che fa da sfondo al piccolo pascolo di Formìn, sorvegliando l'accesso alla valle omonima con una parete verticale di roccia rossastra: vedi l'immagine qui sotto, ripresa dal sentiero del Rifugio Croda da Lago nel punto in cui attraversa il Ru de Formin), fino al 1930 non aveva un nome. 
Per quale ragione? Forse soltanto perché, al contrario della restante cresta, che presenta numerose elevazioni esplorate fin dagli anni Settanta dell'800, quella sommità - evidente se osservata dal sentiero che sale al Lago di Federa - non era mai stata oggetto di curiosità.
Le cose mutarono un giorno di metà di luglio del 1930, quando il vulcanico Angelo Dibona, il giovane collega Luigi Apollonio e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini decisero di salire la parete occidentale della cima ancora innominata, che si scorge d'infilata nella classica escursione da Pezié de Parù o Rocurto al lago sopra citato. 
La via Dibona (un po' sottovalutata nella relazione della guida Berti, secondo  un conoscente che l'ha salita qualche anno fa) non dev'essere un capolavoro, e invero non deve avere avuto moltissime visite. Essa rivelò comunque ai primi salitori una cima sulla quale nessuno aveva ancora messo mano, che fu battezzata col nome odierno. 
Cima Cason de Formin, in una 
inconsueta cartolina  (arch. Majoni)
Dopo il 1930 una lunga serie di alpinisti, singolarmente tutti di Cortina, si avvicendò nel salire da ogni versante la vetta che - a differenza di quelle vicine - almeno presenta roccia perlopiù solida.
Da Marino Bianchi, che nell'agosto del 1944 passò con Dino Menardi nel centro della parete nord, incombente sulla radura di Formìn, si giunge fino a Massimo Da Pozzo, che nel settembre 2012 - con Pierfrancesco Smaltini e un trapano - sulla stessa parete ha trovato l'ultima (?) possibilità logica di salita. 
Tra tutti loro si posiziona Franz Dallago, che sulla cima ci lascia tre nuovi itinerari. Quarant'anni dopo Dibona, il 23 settembre 1970, la guida salì infatti con Dino Constantini il regolare diedro occidentale, quasi parallelo alla via Dibona ma inspiegabilmente ancora ignorato. 
Il "diedro del Naza" riscuote ancora oggi il gradimento degli appassionati, per le difficoltà classiche (IV sostenuto, con passaggi atletici su parete compatta, fino al rovinoso canale finale) e per l'ambiente solitario e tranquillo. Anche il sottoscritto ha avuto il piacere di ripetere quella bella salita, per quattro volte. 
Dimenticavo: la cima di cui si discute, quotata 2376 m, per la cronaca si chiama "Cima Cason de Formìn".

21 mag 2016

La traversata del Rauhkofel: c'erano Santo, Pietro o Giovanni?

Un capitolo di Wanderungen in den Dolomiten, opera dello scalatore e fotografo germanico Theodor von Wundt, tradotta in Sulle Dolomiti d’Ampezzo e edita dalla Cooperativa di Cortina, è dedicato al Rauhkofel o Rauchkofel (2358 m, Monte Scabro o Monte Fumo), nel gruppo del Cristallo.
Una celebre immagine di quel libro ritrae uno strapiombo di almeno venti metri, dal quale una persona sta scendendo lungo la corda, secondo la tecnica di un tempo. Sulla destra in basso, c'è un'altra persona che guarda. L'immagine risale a 123 anni fa ed è vittima di un'imprecisione storico-linguistica incancrenita, che vale la pena segnalare. 
Assodato che le persone che accompagnarono Wundt nel 1893 erano due guide di Cortina, le pubblicazioni successive, nelle quali forse non si erano lette o ben capite le parole del germanico, identificarono correttamente la guida in basso a destra in Mansueto Barbaria Zupriàn (1850-1932). 
Quella che scende sulla corda, sarebbe stata invece Santo Siorpaes Salvador (1832-1900), pioniere dell’alpinismo dolomitico tra il 1860 e il 1880. 
L'immagine scattata  da Wundt
(raccolta E.M.)
Wundt però non citava Santo, anzi scriveva Santobùa. Bua o Pua, che distingueva anche un ceppo familiare ampezzano oggi estinto, è la storpiatura tirolese del tedesco Bube (ragazzo, moccioso), tradotta a ragione in giovane Santo
Ora: all'epoca dell'immagine Santo aveva sessantun anni e aveva smesso da tempo di fare la guida, salvo il colpo di coda dell'estate 1895 quando, con il nipote Arcangelo de Valbòna (1868-1948), portò un cliente sul Piz Popena.
Il giovane Santo poteva facilmente essere invece uno dei suoi due figli, Pietro (Piero de Santo, 1868) o Giovanni Cesare (Jan de Santo, 1869), anch'essi guide, giovani e promettenti. 
Lungi da me privare il Salvador, cui nel 2004 ho dedicato una breve ed apprezzata biografia, dell'onore di questa possibile impresa "senile", che andrebbe ad allungare la lista di quelle compiute. 
Rilevo solo che spesso, scrivendo di storia, un termine equivocato stravolge fatti che per gli studiosi, in questo caso di alpinismo, possono avere interesse nella ricerca e interpretazione di cose lontane. 
La traversata del Rauhkofel (cima priva di sostanziali difficoltà, salita per la prima volta con intenti alpinistici da Wenzel e Mitzl Eckerth con Michl Innerkofler di Sesto il 2.7.1883, ma forse già nota ai cacciatori locali) dalla Val di San Sigismondo in Valfonda, non rappresentava un pressante problema, benché l’ambiente, alle falde settentrionali del Cristallo, sia molto suggestivo.
Eckerth l'aveva suggerita nella monografia Il Gruppo del Monte Cristallo del 1891, e Berti ne fece poi cenno nella guida Dolomiti Orientali: Wundt raccolse la sfida e la portò a buon fine con due guide, ma una delle due forse non era quella che, mal traducendo dal tedesco, si è sempre supposto.

17 mag 2016

Il Sas Scendù, bizzarria della Val di Rudo

Lungo la frequentata strada che dal grande tornante di Podestagno sale per l'ombrosa Val di Rudo e dopo tre chilometri giunge all'alpeggio di Ra Stua, a circa 1500 m di quota c'è un piazzale ghiaioso, un tempo usato come cava. 
Da qui una stradina forestale scende all'Aga de Cianpo de Crosc, scavalca il rio che viene dalle Ruoibes de Inze e in breve porta al pascolo e al Cason de Antruiles; a sinistra, poco a valle del bivio, c'è un angolo particolare.
In questo luogo, d'interesse più che altro toponomastico, un antichissimo scoscendimento del costone che sostiene l'altopiano di Son Pòusses, ha lasciato un enorme macigno: il Sas Scendù, ossia il "sasso scisso, tagliato in due parti nel senso della lunghezza". 
Il pietrone, frantumatosi nell'urto col terreno in due porzioni, si è adagiato nella vegetazione ed è visibile, anche se magari risulta un po' anonimo, a pochi passi dalla strada. Chissà se offre storie o aneddoti di carattere bellico, silvopastorale, venatorio; ma è là alla vista di tutti, e il passante un po' curioso non può non notarlo, anche transitando veloce in auto. 
Spinto dall'interesse per le bizzarrie naturali, scendendo un giorno da Ra Stua mi fermai a dare un occhio alla fessurazione tra i blocchi, notando piccoli ma inequivocabili resti di opere umane in cemento. 
Il primo pensiero fu che – data l'importanza della strada per il fronte del 1915-17 - nel Sas Scendù l'Esercito Italiano avesse intravisto una certa utilità, come apprestamento di difesa, garitta o osservatorio. 
Allora la cosa finì lì, ma andai comunque a cercare qualche riferimento sui testi disponibili (de Zanna-Berti, Filippi, Russo). Oggi vado a Ra Stua meno spesso di un tempo: non ho mai più curiosato tra i due blocchi e non so se ultimamente il cemento che sembrava unirli sia ancora presente. Penso comunque che, più che di un'emergenza archeologica, per i massi si possa senza dubbio parlare di una testimonianza storica ormai ultra centenaria.
Il Sas Scendù in veste invernale
(foto E.M., gennaio 2009)
Il Sas merita uno sguardo passandoci vicino magari d'inverno, quando sulla strada di Ra Stua si circola solo lentamente, a piedi, con le ciaspes o gli sci. Ha poco di succulento su cui congetturare, se non una domanda: quanti sasc scendude di quella consistenza ci saranno sul territorio ampezzano? Uno me l'ha segnalato da poco l'amico Franco: è un masso di circa 10 m per 10 e alto tre, posto 200 m a destra del Rifugio Dibona. Una crepa lo incide nel mezzo e - al dire di Franco, che ha ricordi più "vecchi" dei miei - sulla sommità si è visto spesso vigilare una marmotta. Per arrivarci si scavalcano delle ghiaie, ma tutto intorno c'è prato ed erba per i roditori, che è quasi un lusso scorgere da breve distanza.
Soltanto due sasc comunque, salvo errori ed omissioni, possiedono un toponimo storicizzato: uno di essi si trova nel bosco alle spalle di Ronco, ed è detto Sas de ra (sete) scendedùres (Sasso delle (sette) spaccature). Un secolo fa il macigno fu in parte demolito, ricavandone pietrame per ricostruire il ponte sul Boite (il Ponte Corona) lungo la Strada delle Dolomiti, fatto saltare nel 1917. Logicamente, la genesi del morfotoponimo, per entrambi i massi sarà la stessa. 
Chiudo con una considerazione: al di là del valore ambientale e storico dei luoghi, sarebbe un peccato che, impallidendo e banalizzandosi la parlata ampezzana, la ricca toponomastica collegata e nella quale rientrano anche i sasc scendude, un giorno perdesse di significato.

11 mag 2016

Nel Camino Casara della Torre Toblin

Della vigilia di Ferragosto del 1977 conservo un ricordo particolare, ovviamente legato ai monti. Quel giorno, infatti, sull'onda di un suggerimento di Severino Casara, il cantore delle Dolomiti che avevamo conosciuto giusto un anno prima al Rifugio Lavaredo, Enrico e io pensammo di fargli un regalo. 
Andammo così a salire il camino superato dal giovane vicentino con Meneghello, Baldi e Rosenberg il 5 agosto 1923 sulla Torre Toblin. La torre si eleva nei pressi del Rifugio Locatelli-Innerkofler e in guerra fu uno strategico osservatorio, saldamente tenuto dagli austriaci; oggi è una nota meta escursionistica, che offre un grande panorama sulle Tre Cime e tante altre vette.
All'epoca avevamo solo trentasei anni in due e stavamo iniziando il nostro alpinismo. Per la fine del mese, la guida Giorgio Peretti aveva promesso di condurci sulla famosa via Myriam della Torre Grande d’Averau (che effettivamente salimmo il 26 agosto, e per entrambi fu il battesimo del fuoco), e la Torre Toblin ci sembrava un bell'"aperitivo".
Mi sono peraltro chiesto spesso, perché avevamo scelto quel camino (Dohlenkloake, cloaca di cornacchie, lo definì con feroce ironia Richard Goedeke nella guida "Sextener Dolomiten", 1983). Ricordo, ormai a tratti, un cunicolo alto, oscuro e di roccia perlopiù friabile, dove lo zaino passava a stento e ad un certo punto il gusto di arrampicare fu quasi sopraffatto dal desiderio di uscire in fretta e senza danni.
Suppongo che le cordate che l'avevano scalato oltre mezzo secolo prima, avessero ritenuto quel "verticale e nero camino" di un certo valore; forse perché si trattava di una delle prime vie nuove post-belliche in Dolomiti, o perché giungeva su una cima resa eroica dalle azioni belliche e da poco annessa ai confini del Regno.
A noi la Toblin diede sensazioni piuttosto modeste: fu divertente l’aerea discesa a corda doppia sui fittoni residuati dal conflitto, spariti due anni dopo tra le funi e le scale della ferrata che – valendosi delle memorie dei combattimenti - ha attualizzato la Torre per gli escursionisti.
Ho perso alcune fotografie che scattammo e spedimmo a Vicenza all'anziano Casara, commosso del fatto che giovani amici avessero ripercorso le sue orme. In esse rivedo due ragazzi - maglioni rossi, pantaloni alla zuava, casco e cordame - su una cima certamente più significativa in tempo di guerra che per la storia dolomitica, e atteggiati a "reduci" da chissà quale impresa.
Enrico in vette alla Torre Toblin
14/8/1977 (foto E.M.)
Tanti anni dopo, in un'epoca in cui quelle avventure sono praticamente improponibili, penso che sarebbe dura invitare qualcuno a ripetere il Camino Casara, il quale peraltro vantava anche visite illustri, come Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, probabili secondi a salirlo, il 25 giugno 1930. La via ferrata che giunge in cima alla Torre dal versante opposto, detta "Sentiero delle Scalette", anche se in alta stagione, data la vicinanza del rifugio Locatelli, non rappresenta un paradiso di solitudine e silenzio, è certamente più divertente e sicura.
Se però qualche alpinista vecchia maniera decidesse di rifare il camino, mi piacerebbe che verificasse se è ancora al suo posto il primo dei due chiodi da roccia che piantai in vita mia, per evitare di mettere a rischio i nostri vent'anni in un cunicolo buio, ghiaioso, umido e inadatto ai claustrofobici.
Per me il camino della Torre Toblin e quello della vicina Torre Comici (che salii nel settembre 1982), restano comunque due cari ricordi di Severino Casara, poeta della Montagna.

4 mag 2016

Sul Popena Basso o Monte Popena

A metà agosto, cadrà un anniversario che dubito qualcuno ricorderà, se non qualche storico o cultore di curiosità alpinistiche: i novant'anni dell'inaugurazione della "palestra di roccia " (voce oggi dismessa, a favore del più esotico "falesia") di Misurina, sul Popena Basso o Monte Popena nel gruppo del Cristallo.
Nel 1953, in "L'alpinismo a Cortina dai suoi primordi ai giorni nostri 1863-1943", l'accademico Federico Terschak registrava così la notizia: "1926. In data 19 agosto i senza-guida Casara e Granzotto salgono per primi al Monte Popena, m. 2225, per la parete est". Severino Casara, febbrile esploratore delle Dolomiti - sulle cui cime scoprì decine e decine di vie, oggi in gran parte dimenticate - e il concittadino Lorenzo Granzotto, Medaglia d'oro caduto sul fronte greco nella II guerra mondiale, inaugurarono la "palestra" salendo il camino che solca nettamente la parete sull'estrema sinistra, guardando dal basso.
La parete del Popena Basso col Camino Casara,
dal sentiero d'accesso (foto E.M., sett. 2008)
Il Popena è una cupola coperta di mughi, che sorge da grandi boschi e domina il lago. Noto ab antiquo a cacciatori, pastori, topografi, verso est presenta un'ampia parete alta fino a duecento metri. E' strano che quella parete, grigia e verticale nel settore di sinistra, più gialla e in parte strapiombante in quello di destra, sia stata scoperta solo nel 1926 dal giovane Casara, che le diede una fortuna insperata.
Dagli anni '30 del Novecento, infatti, il Popena fu frequentato per le scalate di Mazzorana, Zanutti, della squadra lecchese di Cassin, degli Scoiattoli Alverà (Albino, e cinquant'anni dopo Modesto), Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, di Molin e alcuni altri.
Verso la fine del XX secolo, anche lassù si è affermata l'arrampicata "plaisir" di Cipriani e amici, che ha quasi ridotto a zero eventuali possibilità esplorative. Le vie classiche che godono ancora di consenso, e che ci onoriamo di avere salito più volte, dovrebbero essere due: il Diedro Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" (salito da Piero Mazzorana da solo nel 1931) e la Mazzorana-Adler, sull'estrema destra della parete, a pochi metri dal sentiero d'accesso (salita da Mazzorana con Mulli Adler nel 1936).
Il sentiero "normale" che porta sul culmine, invece, è una insolita e non lunga passeggiata su una mulattiera militare discretamente conservata e priva di tabelle e bolli, in un ambiente aspro e solitario che purtroppo, o per fortuna, non coinvolge troppa gente. E' senz'altro una gita meritevole, nella natura e nella storia.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...