30 apr 2011

Il Busc de r'Ancona e il suo mistero


Il Busc de r'Ancona (foto tratta da panoramio.com)


Che si raggiunga dall'alto, mediante la “via ferrata” artigianale che percorre l'esposta cresta digradante dalla vetta della Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo per tracce di guerra con piccoli bolli il pendio coperto di mughi e detriti che affianca la strada di Gotres poco prima di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane sempre e comunque un angolo dolomitico pregno di suggestione.
Questo foro naturale alto forse venti metri, scavato nella roccia rossastra e friabile della cresta che dalla Croda de r'Ancona degrada verso la dorsale delle Ciadenes, visibile già dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre la curva di Podestagno, è un luogo importante.
Importante perché è oggetto di un'antica leggenda, raccontata dal Wolff, nella quale si sostiene che sia stato opera del demonio, in fuga dalla conca ampezzana che aveva tentato invano di convertire; importante perché durante la Grande Guerra fu un luogo strategico e sulla dorsale circostante s'infransero pesantemente i tentativi dell'Esercito Italiano di sfondare e assaltare Son Pouses; importante perché è oggetto di un anello escursionistico dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la solitaria Croda de r'Ancona; importante, infine, perché anni fa fu scelto da un'alpinista solitaria per attraversarlo con gli sci ai piedi, scendendo il canalone che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, è un luogo che mi piace e dove, dopo oltre trent'anni dalla prima volta in cui vi giunsi, torno sempre volentieri.

27 apr 2011

Cima Ovest e Via delle Guide

A tanti amanti delle Dolomiti non interessa sapere perché quella cima si chiama proprio Cima Ovest, chi erano quei Dallamano e Ghirardini che ottantun anni fa ne percorsero per primi la parete W, e tanto meno perché la loro via è conosciuta come “Via delle Guide”.
Non interessava nemmeno a me, fino ad un certo momento. Non so chi ha detto saggiamente che (quasi sempre), quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere: forse sta andando così anche per me.
L'ultima mia salita della “Via delle Guide” sulla Cima W della Torre Grande d'Averau risale a qualche tempo fa, e oggi m'incuriosiscono gli aspetti anche minimi della storia di montagne e vie sulle quali mi sbizzarrivo a vent'anni.
La via di cui sto disquisendo, che supera la parete occidentale della guglia, proprio davanti al Rifugio Scoiattoli, venne aperta dai mantovani Piero Dallamano e Renato Ghirardini il 15/7/1930.
I due non erano comunque i primi a calcare la striminzita sommità della più piccola delle tre torri in cui si articola la Grande d'Averau.
Giusto un anno prima Enrico Lacedelli Melèro, guida alpina e maestro di sci, aveva condotto in vetta i fratelli Olga e Rinaldo Zardini lungo il perfetto diedro NW, cento metri di dolomia verticale, levigata e impegnativa che ancor oggi ricordano il nome dell'ardita Olga.
Dallamano e Ghirardini non lo sapevano, ma con la loro salita inaugurarono uno degli itinerari classici più noti ed amati delle Torri d'Averau, entrato molto presto a far parte dell'offerta delle guide alpine locali e non, e proprio per questo ribattezzato "Via delle Guide".


In primo piano la Cima W della Torre Grande d'Averau.
27 giugno 2009
 Essendo abbastanza breve e di difficoltà contenute, con un accesso e discesa comodi e veloci, penso che la Via delle Guide goda ancora di buon credito.
E siccome dall'ultima volta che ero lassù sono passate già alcune stagioni, il ricordo mi ha spinto a volerne sapere qualche cosa di più.

20 apr 2011

Vacanze pasquali

Il direttore, caporedattore, editore di "Ramecrodes 2" se ne va alcuni giorni in ferie, confidando nel tempo clemente.
Un caro saluto a tutti "dalla Bianca, la Grande, lo Spigolo Verde": dove mai si andrà a rintanare?
Torneremo comunque, il 26 aprile.
Ernesto

18 apr 2011

Il silenzio di Ciou de ra Maza

19 luglio 2008
Lago della testa del bastone: in italiano il toponimo suona bizzarro, e penso non abbia corrispondenze.
In ampezzano, Lago de Ciou de ra Maza trova invece un puntuale riferimento topografico, anche se non molto chiaro quanto al significato.
Il lago è un minuscolo, silente specchio d'acqua, celato dal fitto bosco ai piedi dei Lastoi del Formin, in destra orografica del Ru de ra Costeana.
La maggior parte della zona contrassegnata dal toponimo “Ciou de ra Maza” si trova in Comune di San Vito, e vi si giunge per una stradina forestale rimboschita, che sale dal basso partendo da Rucurto e va a terminare sul limite confinario sancito nel 1753 dalla Marogna de Giou.
Se il toponimo ampezzano di questo luogo di confine pare poco chiaro, quello sanvitese è forse più evidente: dal recente atlante toponomastico del territorio sanvitese, si deduce che i nostri vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi quindi al letto asciutto di un probabile antico torrente che scorreva nei dintorni.
Il circondario è molto bello, isolato, solitario: al laghetto, dominato da misteriose e forse ancora mai salite propaggini dei Lastoi, passano sicuramente in pochissimi, la plaga circostante è selvaggia e intricata e sfiorando le rive dello specchio d'acqua ci è parso di sentire ancora il fruscio delle anguane che lavano i panni.

12 apr 2011

Piccola Croda Rossa, regno degli stambecchi

Nella previsione di tornarci dopo qualche anno, con alcuni amici che la bramano da tempo, dai miei appunti ho dedotto di aver salito già una decina di volte la Piccola Croda Rossa (2857 m), massiccia montagna che fronteggia la Croda Rossa d’Ampezzo. La cima fu salita da Viktor Wolf von Glanvell con la guida di Braies Josef Appenbichler nel 1894, e pochi anni dopo anche con gli sci.
Personalmente, l'ho sempre salita con l'approccio “ampezzano”, che dal lago asciutto di Remeda Rossa  per dossi erbosi e sassosi, già regno di ungulati, si porta sulla cresta della Remeda Rossa, dove s'innesta nella via normale che proviene dal Rifugio Biella.
In discesa invece ho sempre seguito la dorsale rocciosa, ghiaiosa e pascoliva delle Jeralbes, che termina vicino alla Crosc del Grisc, a poca distanza dal punto di partenza. Sulla dorsale, a mio parere, c'è un passo di I, ma il resto è abbastanza facile.
Per salire la Piccola Croda Rossa, faticosa ma solitaria e panoramica, so di altre due possibilità, utilizzabili in entrambi i sensi di marcia e riservate a chi ha "piede fermo e occhio attento", come si diceva ai tempi eroici.
La prima segue il canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal lago sopracitato. Frequentato dai cacciatori, il canale non dovrebbe riservare problemi di tipo alpinistico; in alto ci si sposta sulla sinistra orografica, e si giunge alla Sella della Remeda.
La seconda possibilità si stacca lungo la dorsale delle Jeralbes e mediante un canale franoso permette di scendere direttamente in Val Montejela, giungendo nei pressi del Bivacco Dall’Oglio.
Le due possibilità, poco note e raramente frequentate, animano una gita impegnativa dal punto di vista fisico e a prima vista un po’ monotona, data l’enorme pietraia da risalire per toccare la vetta.
Fino a qualche anno fa sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale sorprendere camosci e stambecchi, che lassù avevano uno dei loro habitat preferiti e si lasciavano fotografare abbastanza facilmente. Esperienza personale!
Forse ora la situazione è un po' cambiata, e sarei lieto di smentirmi; ma finché i branchi non torneranno a ripopolare quell’ambiente con la consistenza di un tempo, alla "Kleine Gaisl" mancherà sicuramente qualcosa.
La cima: a ds. la cresta delle Jeralbes
e sullo sfondo la Croda Rossa (Sennes, 4/2/2007).

10 apr 2011

Andiamo ai Peniés?



Il Becco di Mezzodì, da q. 1427
sopra i Peniés, 10.4.2011
 
In alto ancora non si sale: così oggi, in una domenica di primavera solare, calda, piena, siamo ritornati in un altro dei nostri piccoli "luoghi del cuore": l'Albergo dei Peniés, ossia "la radura di pascolo nel bosco di pini".
E' un posto poco noto, immobile nel tempo, che scoprimmo qualche anno fa cercando una camminata breve e vicina a casa per sfruttare qualche mezza giornata, soprattutto di tempo incerto.
Il nostro angolo si nasconde in alto sopra la trafficata Strada d’Alemagna, fra Cortina e San Vito. Alle falde della Croda Marcora, in una radura ormai oscurata dagli alberi, un vecchio “caśon” serviva d'appoggio ad un antico pascolo ovino dei sanvitesi: l'Albergo dei Peniés (1364 m), appunto. 
Le carte citano una "Baita Pinies"; la baita è sparita da anni ed è stata sostituita con una mangiatoia per animali fatta a casetta, che in caso di necessità può offrire un precario riparo.
Dalla Strada d’Alemagna poco a S di Dogana Vecchia, abbiamo imboccato la ripida pista forestale che inizia presso l’ex Ponte del Venco, inghiottito dalle rettifiche dell'ANAS.
Per la magra pineta coperta di erica siamo saliti verso la Croda Marcora; passato il ruscello che scende dalle crode, seguendo ancora per poco la pista, ci siamo portati al piano dove sorge la mangiatoia.
Da qui, come facciamo sempre per completare la passeggiata, abbiamo rimontato per altri dieci minuti un bel pendio pascolivo sparso di massi, fermandoci sul culmine (1427 m), da cui si gode un bel panorama.
Lassù, un gran canalone detritico si apre in due rami, che scaricano altrove ghiaie e blocchi, lasciando il pendio straordinariamente verde, solitario e silente.
Peniés è un recesso fuori dalle rotte, donde la visuale si apre da un lato sul Penna, Pelmo, Rocchette, Becolongo, Becco di Mezzodì, Cinque Torri e Tofana di Rozes, e dall'altro sulla Croda Marcora, Punta dei Ros, Punta Taiola, Antelao, Monte Rite ...
Nel ritorno è meglio rifare la strada dell’andata, chiudendo dopo circa un’ora e mezzo un anello molto remunerativo.  A Peniés, luogo minore delle nostre Dolomiti, siamo riusciti a costruirci una bella escursione adatta al fuori stagione, che ogni volta ci invita a tornare.

9 apr 2011

Passeggiando a Malga Pozzo

Malga Pozzo verso la Pusteria, 12.11.2005


 
Dalla strada che risale la Val di Braies  verso Pratopiazza, poco dopo i vecchi Bagni termali si prende una stradina secondaria che porta ai Prati Camerali, dove sorgono due Hotel, e d'inverno funzionano due sciovie ed una pista.
Da qui, per una ripida strada ghiaiosa che sale sul margine N dei Prati e termina in uno spiazzo, si va a prendere un sentiero che s'inoltra a tornanti nell'umido bosco e porta al Passo del Capro-Buchsenriedl, piccolo valico chiuso fra il Sasso del Pozzo-Allwartstein e il Monte Serla-Sarlkofel.
5 minuti sotto il Passo, sul versante opposto, su un costone pascolivo al termine della strada bianca che proviene da Villabassa sorge Malga Pozzo-Putzalm (1737 m).
La malga non ospita più bestiame; è stata sistemata, è gestita d'estate e per il resto dell'anno viene usata dall'AVS della Alta Pusteria ;  quando è aperta, può servire da appoggio in caso di maltempo.
Ci siamo passati diverse volte salendo da Braies, perché la sentiamo oggetto quasi obbligato di una visita  una volta giunti al vicino Passo del Capro.
Il valico, infatti, è la base per salire due cime, il boscoso e facile Sasso del Pozzo (1954 m), che prende il nome dall’alpe, e il più impegnativo Monte Serla (2378 m), che le sta alle spalle.
Dalla baita si ammira un tratto della Val Pusteria, alcune cime dei Monti di Casies ed alcune vette delle più lontane Alpi Aurine. Pur essendo raggiungibile con mezzi fuoristrada, Malga Pozzo è abbastanza isolata rispetto al fondovalle, e sostarvi è piacevole, prima di continuare la peregrinazione alpestre.
Vi si può salire anche dal versante di Villabassa, ossia dai Bagni Pian di Maia. Peccato che la strada d'inverno non sia battuta; offrirebbe di certo una passeggiata altrettanto bella sulla neve e forse anche una discesa in slittino, oggi così di moda!

7 apr 2011

Il mio luogo del cuore



Forse i quattro-cinque fedeli "blog-nauti" di Ramecrodes si potrebbero annoiare, vedendosi propinare sempre le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure di roccia dal II al IV, con occasionali, belle puntate un po’ più in alto nella scala Welzenbach. 

Ma tant’è: questo ho e questo posso offrire, rievocando l'andar sui monti dei miei venti e trent'anni, e questo cerco sempre di narrare nel modo che giudico più interessante. Prima di quella altrui, riempie l'anima a me stesso riandare ad avventure liete, istruttive e mai dimenticate.
Torno così, per l'ennesima volta, in un mio luogo del cuore, ricordando l'ascensione preferita: la parete sud della Punta Fiames, la classica "paré", per la via aperta da Tone Dimai e Tino Verzi con il cliente londinese Heath, 110 anni fa.
Cortina aerea, col Pomagagnon
(foto Bortolo De Vido)

Dopo le prime due salite, risalenti già all’estate '76, passarono alcune stagioni (in)seguendo altre cose.
Lunedì di Pasqua del 1980, ripresi per la terza volta la via della Fiames col sempre paziente Lace: non ricordo perché, ma quella volta impiegammo tanto per domare la via, in una giornata nebbiosa e fredda. La mia soddisfazione, nemmeno a dirlo, fu intima e tangibile, anche se scalavo ancora perlopiù da secondo.
Seguì una quindicina di altre ripetizioni, in ogni mese dell'anno o quasi, con compagni e compagne diversi, lente ma anche veloci, fino all'estate del '96.
Da allora non ho più toccato le placche della “paré”, che avevo iniziato a visitare una o più volte l’anno, per un ventennio, e sulle quali ho lasciato un pezzo di cuore.

6 apr 2011

Ricordo di Armando Menardi, giovane scalatore

Un interessante personaggio dell’alpinismo ampezzano degli anni Sessanta del '900, cui la precoce scomparsa impedì di esprimersi pienamente e lasciare un più ampio segno nella storia locale, è stato Armando Menardi "de Seerino", conosciuto anche come Armando "de Jilma".
Figlio di Gilma, gestrice per molti anni col fratello Giuseppe della storica rivendita di tabacchi all’angolo del Comune Vecchio, era nato nel 1945.
La sua attività in montagna (misurata qui parzialmente, solo in base alle prime salite, di certo un po' più ampia), si svolse soltanto nel biennio '65-'66. Nel dicembre '66, infatti, Armando morì giovanissimo, per una rapida e inesorabile malattia.
L'1/11/65, con Franz e Armando Dallago, aveva salito una guglia inviolata sui contrafforti della Tofana di Mezzo, dedicandola a Franco De Zordo, caduto pochi giorni prima dalla Cima Piccolissima di Lavaredo.
L’anno seguente, il 15 maggio, gli stessi giovani salirono la parete E del Torrione Zesta, sempre sui contrafforti della Tofana di Mezzo; un mese ancora, ed ecco l'ascensione del  Gran Diedro NW dei Lastoni di Formin. Il 27 agosto, con Franz, Armando scalò un'altra torre ai piedi della Tofana, dedicata ad Albino Michielli Strobel. Il 2 settembre la cordata salì la parete E della Torre Quarta d’Averau; nove giorni dopo, apportò una variante alla via Ghelli & Co. sulla parete N della Cima d’Ambrizzola, e il 13 novembre, infine, superò lo spigolo SE della Cima N della Torre Grande d’Averau, usando 55 chiodi per salire i centoventi metri di spigolo, in seguito ripetuto in libera.
Solo un mese più tardi si chiudeva la brevissima vicenda terrena di Armando, che non fece in tempo ad indossare il maglione degli Scoiattoli, al quale forse aspirava.
Il 10/8/1967 Franz e Armando salirono con Raffaele Zardini Laresc (scomparso anch'egli molto giovane, nel '75) salirono lo spigolo e il camino N del Becco di Mezzodì, dedicando l'itinerario all’amico, che oggi almeno ha un punto di riferimento sulle crode, al quale restano affidati il suo nome e la sua memoria.

4 apr 2011

Girovagando sulla cima più bassa d'Ampezzo

Scalando le mura della Rocca di Podestagno:
la "ferrata più breve delle Alpi", 3 aprile 2011
Scrivo dopo la salita alla Rocca di Podestagno (11a dal 2004), compiuta ieri, in una giornata di primavera tiepida, ma ancora con qualche placca di neve sul versante più ombroso. Non volendo ritenere tali il Pichéto (Pierosà degli sciatori d'un tempo, oggi tornato quasi vergine, 1413 m), o il Sas Perón, che fronteggia gli opifici di Nighelonte e si sale in un amen dalla strada Fiames-Lago Ghedina (1342 m), la cima più bassa della valle d’Ampezzo potrebbe essere proprio Podestagno (1513 m). Dico “cima”, poiché verso il Rio Felizon la Rocca cade con un rispettabile precipizio, di un centinaio di metri almeno. Riaffermo “cima” perché una decina d'anni fa due giovani attaccarono la parete che incombe sul Rio, inventando una via di 80 m di dislivello, con difficoltà classiche. Sulla parete, forse già salita e di certo già discesa a scopi botanici da appassionati locali, i due alpinisti trovarono roccia discreta. In una spaccatura verso la cima, rinvennero poi alcuni scalini di ferro. Non sappiamo se risalgano alla Grande Guerra (quando lassù fu installata una vedetta italiana, che contribuì a smembrare gli ultimi resti del castello insediato otto secoli prima), o siano più antichi e rievochino oscure vicende medioevali. Di bello, oltre all'ambiente silenzioso che consente una rimarchevole passeggiata non molto lontana dal paese e l'interesse storico, Podestagno ha il fatto che fu “conquistato” in epoca remota, giacché il Castello, l’avamposto più a N del territorio veneziano, è citato ufficiosamente dal 1000, e compare nei documenti dal 1175. I primi “scalatori” della Rocca, sulla quale oggi si potrebbe arrivare in MTB a cinque minuti dalla panoramica sommità, accessibile mediante "la ferrata più breve delle Alpi" (una fune metallica di 5-6 m), sarebbero i nostri avi di 1000 anni fa. Se Podestagno si può considerare una cima, sarebbe curioso poter considerare gli ignoti che salirono a perimetrarlo per erigervi una fortezza che dominò su Ampezzo fino al XVIII secolo, i primissimi veri alpinisti sulle Dolomiti.

1 apr 2011

La rara solitudine del Becco Muraglia

Tempo fa, in un pomeriggio gonfio di pioggia (che si scatenò puntualmente, poco prima che rimontassimo in macchina), salii per la quinta e finora ultima volta una cima adatta per un "alpinismo della contemplazione": il Becco Muraglia, 2271 m. Il “Bèco de ra Marogna” per gli ampezzani, è una piramide rocciosa solitaria, visibile dalla strada del Giau nei pressi dell’omonima Casera, e definisce il punto d’inizio della celebre Marògna, della quale nel 2003 ricorsero i 250 anni dalla costruzione.
Salire sul Becco non è impresa lunga né effettivamente di grande impegno, anche se - data la roccia non proprio granitica - riserverei la gita ad escursionisti un po’ smaliziati.
Seguendo le tracce d’animali che solcano lo splendido bosco del Forame internandosi fra i mughi e gli alberi che sovrastano la strada, dopo aver incontrato una famiglia di caprioli, in circa tre quarti d’ora dal parcheggio guadagnammo il panoramico colletto erboso ai piedi della parete terminale del Becco.
Gli ultimi 50 m di salita, che personalmente valuto un buon I, si svolgono su roccia a gradini piacevole da salire, anche se un po' friabile e ghiaiosa. Sulla sommità, fra un ammasso di macerie, dopo un quarto di secolo esatto dalla prima visita ritrovai intatta la curiosa di vetta, un’asta di legno con infisse due tabelle, delle quali non conosco il significato.
Il Becco Muraglia riveste un interesse escursionistico ed alpinistico marginale, nessuna guida ne parla, ma mi sento di suggerirne la visita ai curiosi che, volendo deviare per mezza giornata dalle mete più comuni, cerchino un recesso lontano dalla bagarre, in una zona accessibile al pubblico ma che custodisce una solitudine sempre più rara.




31 mar 2011

Sul Becco di Mezzodì con gli amici

E' sabato 14/10/1995. Sfruttando una sfilza incredibile di weekend di bel tempo, iniziata a settembre e che durerà per altre due settimane, ho preso accordi con tre amici per una salita: la via normale del Becco di Mezzodì.
La conosco abbastanza bene: vent’anni fa vi mossi i primi passi in arrampicata, e da allora l’ho ripetuta cinque volte, sempre con emozione e soddisfazione.
L’avvicinamento al Becco, notoriamente non proprio breve se eseguito tutto a piedi, lo iniziamo dalla strada del Giau, all’altezza della diruta Capanna Ravà. Ci vorranno circa due ore per giungere ai piedi della parete SW della “Ziéta”, dove si svolge la nostra via. Sarà una splendida camminata, dapprima ombreggiata e molto fresca, poi ingentilita dal caldo sole di una irripetibile giornata d’autunno.
La salita della via non ha una grande storia. Salgo tranquillo in testa alle nostre due cordate, assaporando tutti i passaggi e piazzando qualche rinvio in più dove penso che occorra. In poco meno di un’ora siamo in vetta: il cielo è di un azzurro così intenso da parere pitturato, c'è parecchio caldo, siamo un po' stanchi e sull'ampia sommità, dove ritrovo ancora la vecchia caldaia arrugginita portata su da alcuni amici per i falò di Ferragosto tanti anni fa, sostiamo almeno un’ora, mangiando e abbronzandoci.
Dall’alto si sente un generatore, il che fa supporre che il Rifugio Croda da Lago sia ancora aperto. Così, scendiamo veloci con due corde doppie, paghi di aver scalato (per gli amici è la prima volta) il Becco di Mezzodì, dove il 5/7/1872 Santo Siorpaes schiuse all'alpinismo con Utterson Kelso il quieto e romantico gruppo della Croda da Lago.
Giungiamo allegri al Rifugio, dove una birra fresca s'impone, e qui ritrovo l’amica Lorenza, in zona per ulteriori ricerche sui suoi amati toponimi. Ci perdiamo in conciliaboli e così, quando arriviamo a Rocurto, è quasi buio, e ci toccherà camminare un'altra mezzora fino alla Capanna Ravà per recuperare le macchine.
Possiamo dire che è stata una giornata spesa bene, e non immagino certamente che sarà la penultima volta - fino ad oggi, 16 anni dopo – che ho calcato la vetta del Becco, la prima montagna che ho salito in arrampicata, il mio esordio sulla roccia dolomitica.

Scendendo dal Becco sotto la pioggia, estate 1980


30 mar 2011

Aspettando di salire il vulcano

La mattina di Capodanno 2010 non avevamo incontrato nessuno, quando varcammo l'ingresso del Rifugio Rinfreddo.
Posto a 1887 m di quota al limite di un pascolo, il Rifugio, già malga regoliera del Comune di Comelico Superiore, si trova nei pressi del confine Veneto - Sudtirolo, lungo il circuito delle malghe di Sesto.
Esso infatti è vicino alle malghe Coltrondo e Alpe di Nemes e un po' più lontano da Malga Klammbach (più meno tutte sui 1900 m). Con le quali forma il quartetto degli esercizi alpestri collegabili con un'escursione circolare trans-regionale, estiva e anche invernale, con base al valico di Montecroce Comelico.
Come detto, Rinfreddo è una vecchia malga, che recentemente è stata trasformata - nel rispetto delle caratteristiche pastorali - in un rifugio escursionistico, e si raggiunge anche in macchina per la Val di San Valentino.
E' il posto ideale dal quale partire alla scoperta del Col Quaternà, antico cono vulcanico che svetta inconfondibile lungo la Cresta Carnica, e fu salito anche dal Papa Giovanni Paolo II. Da Montecroce si risale per 6 km una forestale che s'interna a saliscendi nella impervia fascia boschiva tra il valico e i primi rilievi della Cresta Carnica. Si transita prima a Malga Coltrondo e si prosegue quindi leggermente in discesa per un buon quarto d'ora, per raggiungere Rinfreddo, dopo due comode orette di cammino.
Il Rifugio è noto agli escursionisti, che d'estate vi giungono a piedi, a cavallo o in MTB, e sembra ancora abbastanza discosto dalle folle dolomitiche. Nella nostra prima visita, infatti, in sala da pranzo eravamo solo in due: la famiglia dei gestori stava facendo le pulizie dopo un allegro cenone di San Silvestro, e per qualche ora riuscimmo a godere un rifugio e i boschi circostanti in tranquillità, progettando di salire di nuovo lassù d'estate, per toccare la vetta del sovrastante “vulcano”.
Davanti al Rifugio, 1° gennaio 2010

28 mar 2011

Pala de ra Fedes, una salita vissuta intensamente

La Pala de ra Fedes, nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una "cima" nel senso vero del termine. Si tratta del primo e più marcato rilievo, quotato 2733 m, della dentellata cresta W della Croda Rossa d'Ampezzo, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all’anticima della Croda Rossa.
Il vertice della Pala è un piccolo terrazzino detritico con qualche zolla erbosa: nel 1993 e poi nel 1994 lassù trovai solo due ometti, costruiti chissà quando da cacciatori o da escursionisti fantasiosi come noi.
Per salire la Pala, avevo colto lo spunto celato fra le righe del “Berti”. La relazione della cresta W della Croda Rossa (salita da Franz Nieberl nel 1915 e forse mai più ripercorsa integralmente), dice che la Pala è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaie” da Lerosa. Pur se sono solo sei parole, bastarono: dopo una salita piuttosto impervia, giungemmo in cima alla Pala dalla marcata sella che separa Ra Valbones dai Tremonti, sulla quale a quell'epoca si stendeva una singolare macchia di baranci arsi dai fulmini. 
Prima per gradevoli salti inclinati, poi per roccette un po' più ripide e detriti poco fermi, in circa tre ore dal deposito di Rufiedo fummo in cima, e ci trovammo davanti un ambiente davvero isolato e primordiale.
Sulla Pala sono salito due volte, la prima partendo da Rufiedo e salendo la Val di Gotres per "rinforzare" il dislivello, che così supera i 1200 m (1038 da Ra Stua). La discesa invece ci venne indicata da numerose, inequivocabili tracce di camosci, che lassù transitavano, e spero transitino ancora indisturbati.
Sul versante opposto a quello di salita, per brevi gradoni e un canale di sfasciumi friabile ed esposto, in cui trovammo ancora la neve, calammo con attenzione ma abbastanza veloci sui vasti ghiaioni alla testata della Val Montejela e da lì scendemmo al Bivacco Dall’Oglio e a Ra Stua.
Escursionisticamente la traversata fu seducente ma, dato l’ambiente impervio in cui si svolge, non mi sento assolutamente di reclamizzarla ai gitanti tranquilli. Certo che sovrastare Lerosa, Ra Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc  distesi 1000 m più in basso, non fu cosa trascurabile.
Su quell’angusta vetta trovammo solo silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò amichevole sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite vissute intensamente come quella.

Pala de ra Fedes da Ra Ciadenes, 28 giugno 2004

27 mar 2011

Spunti per l'aggiornamento della guida "Dolomiti Orientali"


Un’imprecisione, che perdura dalla prima edizione della guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti ed è stata copiata anche in altre pubblicazioni, riguarda la prima salita della parete NW della Croda Rotta, cima minore delle Marmarole, che fu la penultima via nuova nelle Dolomiti delle forti sorelle Ilona e Rolanda von Eőtvős. Le baronesse ungheresi salirono la parete nel settembre 1910, con le guide Antonio Dimai, Agostino Verzi, Serafino “e G.” Siorpaes. La citazione è verosimile per Serafino Siorpaes de Valbona, guida dal 1901 al 1929, ma G. chi era? Non certo Giovanni Cesare, secondogenito di Santo, nato nel 1869 e guida dal 1890. All’epoca dell’ascensione della Croda Rotta, infatti, “Jan de Santo” se n’era già andato da un anno e mezzo, vittima di un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli vicino al suo albergo a Cimabanche.
Dal diario di Giorgio Brunner “Un uomo va sui monti”, traggo altri dati che rettificano due affermazioni inesatte di Berti. Secondo la guida, infatti, la prima invernale della Zesta, corposa elevazione della “diramazione ampezzana” del Sorapis, fu eseguita dallo stesso Brunner per la via normale da N, il 7/2/1942. Nel suo diario però, l’alpinista dichiara di non essere stato solo, come nella prima invernale sulla vicina Punta Nera (27/2/1941), ma in compagnia della moglie Massimina Cernuschi e del cognato Mauro Botteri. Per inciso, la prima invernale solitaria della Zesta potrebbe spettare alla guida Ario Sciolari, che vi salì il 5/1/1995 (dal libro di vetta).
Reputando invernali solo le vie compiute fra il 21 dicembre ed il 21 marzo, Brunner indica infine come prima invernale della Punta del Sorapis la sua, compiuta con l’amico Ovidio Opiglia il 17/3/1938, smentendo il tenente Pietro Paoletti, che aveva salito la Punta con le guide Arcangelo e Giuseppe Pordon “in condizioni invernali”, il 26/11/1881.

25 mar 2011

"Un cedrone ci osserva". Apologo di montagna

Un giorno, appena la volpe vide il gallo cedrone appollaiato sul ramo di un albero, gli si avvicinò per chiedergli come stava. «Ti ringrazio per la premura, cara volpe. Sto molto bene, e spero che sia lo stesso per te». Ma la volpe fece finta di non aver udito: «Mio caro, da quaggiù non riesco a sentirti. E, come sai, io non posso raggiungerti. Perché non scendi così possiamo parlare un po’?» Ma il gallo, conoscendo la brutta fama della volpe, era titubante. La volpe se ne accorse e gli chiese: «Perché non vuoi scendere? Non mi dirai che hai paura di me?». «Ma no, cara volpe - rispose il gallo, che si vergognava di essere stato scoperto – non ho paura di te, ma di tutti gli altri animali che sono in giro per la foresta. Allora la volpe prese a rassicurarlo dicendogli che in base ad un nuovo decreto nessun animale poteva toccare, aggredire o sbranare gli altri. Dopo aver ascoltato attentamente, il gallo sorrise e indicò alla volpe un gruppo di cani che stavano sopraggiungendo, sottolineando la sua piena condivisione del decreto. La volpe, però, udendo i latrati dei cani, cominciò a fuggire con gran meraviglia del gallo cedrone, che le chiese che motivo ci fosse in tanto ardire. La volpe, anche lei colta in castagna, non sapeva che dire: «Ma… c’è anche la possibilità che il decreto non sia ancora stato pubblicizzato a dovere». Udito ciò, il gallo cedrone la guardò e se la rise nel vedere come se la dava a gambe levate.

(Tratto da "Un cedrone ci osserva. Simpatica presenza in valle" di Angela Alberti, in "Ciasa de ra Regoles" n. 129, marzo 2011).

21 mar 2011

Nostalgia



L'amica Lorenza sul "tremendo ghiaione" durante la salita, 28 giugno 2004
 
Chi li conosce li denomina per comodità “I Zuoghe” (questa Z va pronunciata come la s di rosa). In realtà, l’oronomastica tradizionale identifica il punto strategico del tratto di cresta che dal finestrone del Busc de r’Ancona scende verso E, come “Ra Ciadenes”. Durante la 1a Guerra Mondiale, i Zuoghe costituirono un passaggio obbligato per l'assalto a Son Pouses, e contro quella dorsale s’infransero pesantemente i tentativi di sfondamento dell’Esercito Italiano. La quota 2053, dove sorge il punto trigonometrico, e quella - cinquanta m più bassa - dove il sentiero, un tempo segnalato ma poi abbandonato per difficoltà di manutenzione, che sale dalla SS51 s’incontra con quello che giunge dalla Val de Gotres, offrono uno scenario magnifico e la possibilità di osservare numerose opere belliche. La zona è fra le migliori per un’escursione fuori stagione, in primavera per misurare i garretti in vista dei cimenti estivi ed in autunno per sfidare la neve, che lassù pare sempre arrivare un po’ più tardi che altrove. Del resto, la pala fittamente boscata che porta in cima è esposta in pieno sole, sicché ci è capitato di salirci anche in dicembre e in marzo, senza neve nella quale sprofondare. Ultimamente, vari motivi ci hanno portato a disertare il rituale appuntamento coi Zuoghe, ma conserviamo il ricordo dell'ultima volta in cui abbiamo effettuato l'anello, in condizioni tardo-estive: era il 26 novembre, un'irripetibile domenica! Resta sempre il proposito di rendere regolarmente omaggio ogni anno alla dorsale, dove il tempo pare si sia fermato. Di vero cuore, almeno finché vi salirò, mi auguro di non vedere mai lassù le ricorrenti manomissioni di “valorizzatori turistici" più o meno istituzionalizzati, che romperebbero l’atmosfera arcana di quei dirupi, così importanti in guerra e disertati in pace, dove mi sono sempre aggirato con la curiosità e l'entusiasmo del ragazzino salito per la prima volta con i genitori quasi quarant'anni fa, 1° maggio 1972.

16 mar 2011

La Via Inglese in Tofana, un itinerario dimenticato

Il 30/1/1955, Albino Michielli Strobel e Guido Lorenzi realizzarono in giornata la prima invernale della “Via Inglese” sulla parete SW della Tofana di Mezzo.
La via (aperta l’11/8/1897 da Phillimore e Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli), rientra nel novero delle “vie inglesi” sulle Dolomiti. Presenta difficoltà di III e IV, e per salirla si prevedevano in media tre ore.
L’Inglese riscosse un certo favore nell’epoca d’oro dell’alpinismo, tanto che nel 1898 un difficile camino fu facilitato con alcuni metri di corda metallica. La via compariva già a fine Ottocento nel tariffario delle guide di Cortina: per salirla, si prevedeva un giorno e mezzo ed erano richieste 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora presente, e per effettuarla erano richieste 20.000 lire.
Penalizzata dal lungo accesso e dall'altrettanto lunga  discesa, dall’apertura della via ferrata sulla cresta SE della stessa Tofana (1957) e dalla costruzione della funivia fino in vetta (1971), l’Inglese fu abbandonata. Vittorio Dapoz, che gestì per un quarantennio il Rifugio Giussani, sosteneva di non aver mai incontratoin rifugio, almeno nei primi vent'anni, alpinisti intenzionati a salire la via!
Incuriosito dal destino dell’itinerario, mi presi la briga di contare le salite annotate nel libretto posto in vetta alla Tofana dall'agosto 1938 all’agosto 1958. Salvo errori ed omissioni (purtroppo vari dati si leggono con difficoltà), pare che in un ventennio abbiano salito la parete solo 147 persone.
L’anno di maggior afflusso fu il 1955, quando in un giorno salirono 13 belgi, divisi in sette cordate e accompagnati da altrettante guide. Nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958, lungo l’Inglese non si avventurò nessuno!
La media di 7-8 salitori l’anno è proprio scarsa, per una via che ai primi del ‘900 rientrava fra le più famose d’Ampezzo. Essa, come detto, sconta la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota alla quale si svolge e l'abbandono generale di scalate isolate, scomode, ombrose, con roccia sporca e protezioni scarse.
Nell'elenco appare un unico solitario, Luigi Menardi "Amanaco", salito nell’estate 1950. Sono rare le cordate accompagnate da guide, la prima delle quali nel 1942, e risultano pochi anche i salitori stranieri.
Alla fine dei conti, nel ventennio esaminato la “Via Inglese” sulla Tofana di Mezzo non ha sofferto d’eccessiva frequentazione, e in seguito forse ancora meno: chissà se qualcuno si prenderebbe la briga di rivisitarla?

15 mar 2011

L’ometto di vetta più particolare che ricordo

Nel centro la Torre Lagazuoi
L’ometto di vetta più particolare che ricordo? Senza dubbio quello che trovai con Enrico trent'anni fa, un lunedì di luglio del 1981, sulla Torre Lagazuoi. Lo snello pinnacolo si eleva circa 500 m a NW di Forcella Travenanzes, ben visibile e staccato dalla parete retrostante. Quel giorno ne raggiungemmo la sommità da S, per la via aperta l’8 settembre 1946 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un itinerario godibile, non molto lungo né eccessivamente difficile, un po’ infido nel tratto basale esposto alla caduta di sassi. Approfitto per segnalare che a pag. 219 della guida “Berti”, la relazione di questa via ha una data errata. Essa non dev'essere stata salita l’8 settembre 1944, perché quel giorno (vedi a pag. 105) Costantini apriva con Armando Apollonio un'altra via sulla parete SE della Croda da Lago. In cima, nel piccolo spazio fra roccia e cielo, trovammo un cumulo di sassi immobili e coperti di licheni, che forse nessuno aveva mai smosso: eppure erano trascorsi “solo” 35 anni dal passaggio degli Scoiattoli! Quell’ometto mi infuse la stessa emozione che avrei provato se fosse stato costruito molti anni prima, magari da Siorpaes, Preuss o Dibona. Su quella cima poco battuta era (e magari oggi, tanto tempo dopo, è ancora) l’unica testimonianza dell’uomo: niente rompeva la perfezione del piccolo ripiano dove ci trattenemmo per un lungo attimo, riposando i muscoli e il cervello. Lassù ebbi una sensazione strana: pur trovandoci in una zona non proprio remota né abbandonata, eravamo sospesi su un quadratino roccioso a 180 m da terra, su una guglia dove pochi avevano avuto occasione di salire, in un angolo del mondo in cui solo un cumulo di pietre antiche scalfiva la naturalezza del luogo. Quasi mi dispiacque muovere alcuni sassi per passare: scendendo mediante un paio di aeree corde doppie ed una serie inaspettatamente agevole di camini lungo la parete orientale, ci muovemmo con rispetto, per non molestare la Torre, che fino a quel momento aveva avuto il destino di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.

14 mar 2011

Pensieri sull'alpinismo e gli alpinisti

L’alpinismo è un concetto definito; “la pratica di scalare le montagne e la tecnica che a ciò si richiede”. Giova però dividerlo in due categorie: l’alpinismo della necessità (la vita del montanaro, antica come le montagne) e l’alpinismo della volontà (il turismo alpino propriamente detto, che nelle Dolomiti ha 150 anni). Tutti gli abitanti delle montagne sono alpinisti, da sempre. Lo erano sicuramente i contadini, costretti a dissodare, arare e falciare fazzoletti di terra per ricavarne magri raccolti, in luoghi impervi, erti, pericolosi. La storia è ricca di “martiri” di questa vita: nell’800 una donna ampezzana precipitò dalle ripide Pales de Perosego durante la fienagione. Alpinisti erano i boscaioli, impegnati nel duro lavoro in situazioni atletiche, anche se limitate alla cintura mediana della valle: oltre i 2000 m, infatti, gli alberi che offrono buon legno si fanno rari e salire non serve. Erano alpinisti i pastori, che per sfruttare al massimo il territorio per l’allevamento spingevano i loro armenti su pendii prativi, cenge erbose isolate, raggiungibili con manovre spericolate. Gli alpinisti per eccellenza furono i cacciatori e i bracconieri, sempre spinti dalla necessità di sopravvivenza. Per secoli, costoro si avventurarono su cenge, pareti e cime alla ricerca del camoscio o del gallo cedrone, da portare in tavola o esibire come trofeo d’arditezza e di coraggio. I cacciatori, più degli altri, affinarono la tecnica alpinistica, sviluppando in modo proverbiale il senso dell’equilibrio, il fiuto nella ricerca dei passaggi, l’abilità nel superarli con attrezzi primitivi, la furbizia nel sorprendere gli animali, l’infallibilità nel colpirli (a Cortina un cacciatore ampezzano, poi divenuto guida, in vita sparò forse 200 colpi di schioppo, ma ad ognuno corrispose un camoscio, che rallegrò la magra e monotona dieta familiare, consentendo a lui di vivere fino ad 82 anni). Alpinisti furono i topografi, mandati dagli eserciti a misurare l’altezza delle cime, porre punti trigonometrici sulle vette, riordinare la toponomastica spesso confusa delle catene montuose. E’ nota la storia della Rocchetta di Campolongo, che i topografi scalarono già nel 1779, se non prima, per fissare uno dei confini tra il Tirolo e l’Italia. Alpinisti, infine, furono i guardaboschi e i guardacaccia, instancabili camminatori e perlustratori del perimetro boschivo della valle, ma anche di numerose cime. E’ principalmente merito loro, insieme ai cacciatori, se l’alpinismo nacque, si sviluppò ed ebbe fortuna. Mancano all’appello i raccoglitori di erbe alpine e prodotti del bosco, portato di un’epoca abbastanza recente e di un ritorno alla natura. Nell’antichità si usavano più di oggi le erbe e le bacche, meno i funghi: nei vocabolari dialettali, infatti, i termini botanici e micologici non hanno una vasta messe di corrispondenze, ma sono perlopiù generici.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...