10 ago 2020

101 anni dello spigolo più lungo d'Ampezzo

Un secolo fa, anche a Cortina d'Ampezzo gli appassionati di montagna avevano altro da pensare, che non “andare in croda”.

C'erano baracche, trincee, camminamenti da sistemare, salme da recuperare, e aggirandosi fra le montagne era normale imbattersi in gallerie franate, ordigni inesplosi, reticolati rugginosi e chissà che altro.

Più che gli scalatori, in quegli anni fra le crode si aggiravano i "recuperanti", alla ricerca di legno, piombo, rame ed altri materiali per arrotondare le misere condizioni di anni disgraziati. Eppure c'era anche chi, più fortunato, ricominciava a mettere le mani sulla dolomia. 

La Punta Nera col suo spigolo, dal vecchio confine

Il giovane fotografo Fritz Terschak,che dal 1910 scalava su buone difficoltà ed era segretario della Sektion Ampezzo dell'Alpenverein, e Isidoro Siorpaes, un valligiano che aveva dimostrato buone doti di arrampicatore, il 10 agosto 1919 decisero di tentare insieme l'interminabile spigolo sud della Punta Nera del Sorapis, che scende per oltre un chilometro con quinte rocciose, mughi e detriti dai 2847 m. della cima fino al piede della parete, raggiungibile per ghiaioni dal confine appena dismesso fra il Tirolo e l'Italia. 

La salita richiese sette ore di fatica, su difficoltà medie: non passò di certo alla storia come un'impresa memorabile, ma fu il primo tentativo di riprendere la familiarità con le montagne, dopo un lustro in cui le Dolomiti avevano visto solo assalti all'arma bianca, cannonate, bombe, morti, feriti e distruzione. 

In un certo senso, il 10 agosto di 101 anni fa Fritz e "Doro Pear" fecero la pace con le crode ampezzane martoriate dall'immane sciagura.

25 lug 2020

Scalando il Campanile

Poiché le scale lignee che salgono all'interno della torre campanaria di Cortina non rispettano le attuali norme di sicurezza, sul ballatoio del nostro campanile, inaugurato il 24.12.1858 e che raggiunge l'altezza di 70,17 m., escluse la croce e la sfera dorata sommitale, non è possibile salire.
Turisticamente forse è un peccato, poiché secondo qualcuno il campanile ampezzano poteva essere una proposta d'interesse panoramico e storico. 
Il panorama dall'alto, infatti, è suggestivo, ed è spiegato da 47 targhette metalliche fissate lungo la balaustra, che indicano i nomi delle montagne visibili, nella conca e oltre. 
Chi ha potuto visitare il campanile quando era permesso, seppure non di frequente, ricorderà certamente le visite: chi scrive non dimentica il giorno d'inverno in cui con alcuni ragazzi, sfruttando la coltre bianca posatasi sulla balaustra, si divertì a lanciare palle di neve da settanta metri d'altezza, centrando anche l'ombrello di un malcapitato passante... 
Un tempo, in occasione di ricorrenze particolari, qualche temerario scalava il campanile, per farvi sventolare bandiere e stendardi. Già intorno al 1882 l'alpinista tedesco Emil Zsigmondy aveva sfidato la forza di gravità percorrendo in piedi tutta la balaustra. Nel 1925 e 1927, in occasione della visita del Principe ereditario Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari Becheréto salì sulla croce a fissare la bandiera del Regno.
Il campanile in un inverno nevoso
(foto I.D.F.)
A metà '900, poi, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bocia e Luigi Ghedina Bibi risalirono per collocare stendardi: si ricorda anche la salita del 1954, per festeggiare il ritorno dal K2 di Lino Lacedelli. Nella primavera 1945, anche la guida Marino Bianchi aveva raggiunto la croce in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo, collocandovi una bandiera.
Non tutte le scalate del campanile sono state fortunate: il 26 aprile di dieci anni fa, infatti, Marco Da Pozzo, guida che con il collega Luca Dapoz stava lavorando sul ripido culmine, scivolò sulla lamiera; cercando senza successo di afferrare l'asta del parafulmine, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto decedendo sul colpo.
L'episodio suscitò molta commozione e preoccupazione, allontanando per chissà quanto tempo la prospettiva di ulteriori scalate del campanile.

16 lug 2020

Nuova falesia d’arrampicata sotto l'Averau

Nelle Dolomiti d'Ampezzo è nata una nuova falesia per l’arrampicata, alla base della parete S dell'Averau, cima frequentata per una piacevole via ferrata e diverse vie alpinistiche, tra cui quella sulla parete SO scalata nel 1945 dagli Scoiattoli A. Alverà, U. Pompanin, U. Illing e A. Apollonio. 
La palestra, attrezzata nel maggio scorso dalle guide alpine Maurizio Venzo, Valerio Scarpa e Giorgio Peretti, si trova tra Cortina e Colle Santa Lucia, lungo il sentiero Cai 441 che collega Forcella Nuvolau al Passo Falzarego. 
Lungo la fascia che sovrasta il sentiero, le guide hanno individuato 15 vie, su una favolosa dolomia scura. Le vie, attrezzate con spit inox e catene con moschettoni, si sviluppano per 15-18 m. ognuna e presentano difficoltà dal 4c al 6a+. I loro nomi, in parte riportati agli attacchi, sono stati presi da espressioni tipiche veneziane: «testa da batipai», «el gato de piombo», «el petacòche». 
La parete si trova a 2400 m. circa e il sole vi arriva intorno a mezzogiorno, per cui ai frequentatori – che ovviamente godranno di un arco stagionale limitato - le guide raccomandano vestiario adeguato, oltre a casco, corda da 50 m. e dieci rinvii.
La nuova palestra dedicata a Renato De Pol
 (foto G, Peretti)

La palestra porta il nome di Renato De Pol (1927-1973), salito per lavoro da Venezia a Cortina, dove visse e fu amico e compagno di cordata di molti Scoiattoli e guide locali, tra cui anche Giorgio Peretti. 
Protagonista di alcune prime salite sulle cime della conca, «Renè» cadde l'1 maggio 1973 dallo spigolo Jori della Punta Fiames, che stava salendo con Lino Lacedelli e Marisa Zangiacomi. Una targa in bronzo realizzata dalla Fonderia Michielli lo ricorda ai piedi della parete. 
La falesia si raggiunge in due modi. Si può partire dal rifugio Fedare (sulla SP 638, a 2,8 km dal Passo Giau) e salire in seggiovia al rifugio Averau; oppure da Bain de Dones (sulla strada del Falzarego, a 14 km da Cortina) si sale in seggiovia al rifugio Scoiattoli e poi all'Averau. Dal rifugio, seguendo il sentiero Cai 441, si giunge alla palestra in dieci minuti.

10 lug 2020

Corno d'Angolo, breve ma intenso

Se ne è scritto già molto: del resto, le esperienze coinvolgenti non si scordano facilmente, e tornano spesso alla memoria.
Riproponiamo quindi la gita sul Corno d’Angolo, ricordando che nell'estate 2008 il Cai Cortina decise di far conoscere la cima anche ai propri soci, e la propose con successo a una ventina di amici, giunti anche da fuori provincia.
Il Corno si riconosce da lontano per la sagoma slanciata, che spicca originale dalla strada fra il Passo Tre Croci e Misurina. Mentre però lo spalto esterno, che cade verticale per 200 metri su uno zoccolo detritico, nel 1933 offrì a Comici e Del Torso lo spunto per un itinerario arduo e poco ripetuto, verso l’interno il Corno si eleva di poco da una solitaria conca di massi e ghiaie che s’insinua fin sotto l’adiacente Croda di Pousa Marza.
Proprio da quel versante si svela, con passi pressoché elementari, la via più semplice per raggiungere la cima.
Dall'insellatura su cui campeggiano gli ultimi resti del rifugio Popena, ci si porta su una cresta fra le cime. La si asseconda piegando verso sinistra su ghiaie e rocce e, con difficoltà contenute ma sempre con un po' di attenzione, ci si spinge sugli esposti blocchi della vetta, dove da un paio di stagioni un nuovo libretto accoglie firme e pensieri di chi sale.
Il Corno d'Angolo (foto C.B.)
Considerata la brevità e la relativa facilità d’accesso, non si sa chi sia giunto sul Corno per la prima volta, e quando; è probabile che fosse noto ai cacciatori cadorini e pusteresi anche prima del fondamentale studio sull'area tra Cristallo e Popena, edito da Wenzel Eckerth a Praga nel 1891.
A chi visita il Corno, sapere chi lo salì per primo non cambia la vita; basta uscire dalle tracce battute e toccare un'elevazione di impegno contenuto, silenziosa e fortunatamente poco usurata, sulla quale oggi ci accoglie soltanto un bastone infisso fra due blocchi.
Al cospetto di tanta grandezza, riesce più facile pensare, rievocare ricordi, ideare nuovi progetti.

23 giu 2020

Nuovo libretto di vetta sulla Pala Perosego

Fatti i conti, se l’è cavata benino il libro di vetta della Pala Perosego, sulla dorsale del Pomagagnon: considerata la collocazione sulla cima alla mercé delle intemperie, ha comunque resistito per 13 stagioni.
Il libretto, posato il 20.5.2007 da chi scrive sulla lama terminale della Pala, un mese fa è stato prelevato «bagnato, inzuppato e inservibile» per essere sostituito con uno nuovo da Roberto e Clara, che lo hanno sistemato per riporlo nella raccolta della Sezione del Cai di Cortina. 
Prima però, lo ha visionato il sottoscritto. Constatato che purtroppo il documento in parte non si legge più, sono emerse le tracce di circa 40 passaggi, di persone note e sconosciute, viventi e scomparse (una di esse è l'amico udinese Luca Beltrame, salito nel 2010 e caduto sulle Alpi Giulie il 25.4.2013); sono passati tedeschi, ungheresi e veneti, tra cui due alpinisti di 86 e 72 anni; si sono visti alcuni amici di Cortina, saliti anche più volte.
E forse non sono tutti, poiché risultano anche altre visite nel periodo in questione; magari qualcuno, sotto l'ometto, non avrà neppure trovato il libretto, che il vento aveva sbalzato su una cengia sotto la cima. 
Il libretto di vetta della Pala Perosego,
2007-2020
Tutto questo rappresenta un frammento di storia che, se conta poco nel complesso dei problemi del mondo, serve perlomeno a quantificare le presenze in un angolo minore e disertato, non alla moda e consegnato ad un inevitabile oblio, ma anch’esso ricco di qualcosa da dire. 
Sulla Pala ci sono ancora varie tracce di soldati in guerra; lungo il versante rivolto a Cortina salgono quattro vie, due delle quali molto dure; il pubblico sulla cima è scarso, ma chi sale dimostra di riconoscere il valore del contesto, del panorama e della solitudine della zona. 
Da quest'anno la Pala Perosego ha così il terzo libretto di vetta della sua storia escursionistica, documentata dal 2000. D’ora in avanti, esso potrà vivacizzarsi coi nomi e i pensieri di apprezzamento di coloro che, sfuggendo al consueto e usurato carosello dolomitico, lassù possono senz'altro cercare qualcosa di diverso.

17 giu 2020

Il “piccolo” Monte Popena o Popena Basso

Nel gruppo del Cristallo, cuore delle crode ampezzane, l'oronimo ladino Popena - nato dall'unione di "pó-", "dietro", e "péna", "pendio roccioso coperto da magra vegetazione" - distingue 12 luoghi diversi tra Cortina e Auronzo. 
Iniziamo a contarli. Ci sono due valli, la Popena Alta e la Popena Bassa, percorsa dalla strada Misurina-Carbonin; c'è poi una cima severa e tra le meno battute della zona, il Piz Popena; abbiamo un Passo, oggi invalicabile per le frane da cui è tormentato, che separa l'impluvio detritico verso il Rudavoi dalla Val Popena Alta.
Proseguendo, c'è la sella di magro pascolo, occupata dai resti di una casetta, che in stagioni ormai lontane fu ospitale rifugio per alpinisti e sciatori impegnati lassù. Abbiamo due torri, una delle quali salita dalla guida pusterese Michele Innerkofler il 29.7.1884, poche ore dopo aver scalato con la cliente Mitzl Eckerth la vicina e inaccessa Croda di Pousa Marza; tre torrioni, su uno dei quali già nel 1908 il giovane Angelo Dibona affrontò da solo le più alte difficoltà del tempo; al penultimo posto si piazza la grossa torre visibile da Misurina che nel 1893, dopo la salita di un colonnello e fotografo germanico con due guide, da Popena Pìciol cambiò il nome in Torre Wundt. C'è infine un monte dalle forme bonarie, bazzicato già in tempi remoti da pastori e cacciatori. 
Quest'ultimo è noto anche perché nell'agosto 1926 lo studente vicentino Severino Casara lo battezzò come comoda "palestra di roccia" di Misurina, che ebbe negli anni un grande successo; oggi sulle sue pareti ci sono molte vie di varia difficoltà, che portano i nomi di Mazzorana, dei lecchesi del gruppo di Cassin, del triestino Zanutti, degli Scoiattoli di Cortina Alverà, Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, di Alziro e Nicola Molin, di Cipriani. 
Il monte è una cupola di 2225 m., coperta da campi di mughi in cui si avventurano i camosci, sul lato che scoscende verso la Val Popena Alta, e strapiombante invece verso Misurina con una larga parete di dolomie colorate.
Ad accrescere la confusione toponomastica, il monte ha due nomi: qualcuno lo chiama Monte Popena, altri Popena Basso, altri ancora lo scambiano persino col fratello maggiore, il Piz Popena, che gli sta alle spalle, è alto 3152 m. e ha un aspetto molto diverso. 
Il Monte Popena o Popena Basso,
dal lago di Misurina (foto I.D.F.)
Il “piccolo” Monte Popena / Popena Basso, oltre che teatro di belle salite - fra le quali due classiche, aperte dalla guida Mazzorana negli anni '30 - è il traguardo di un'escursione che prende avvio dal lago di Misurina e consente una fuga originale nella natura, molto proficua se compiuta con le atmosfere dell'autunno. Il Monte per la via più logica, un'ex mulattiera militare abbastanza ben conservata e su cui si procede in modo facile e intuitivo, è godibile soprattutto quando più in alto non si sale. Ci si muove in un bosco antico e silenzioso, si passa ai piedi di una guglia dedicata a una ragazza caduta lassù nel 1944, si rimonta un piccolo "mare" di mughi e si esce su un morbido prato, dal quale si dominano le valli, le cime, le torri, le guglie cui si accennava all'inizio. 
Da giovani, per noi Popena Basso significava "vie Mazzorana"; giunti al limite della parete, senza degnare la cima di uno sguardo si arrotolava la corda e ci si avviava veloci a valle, presi dalla fame e dalla sete.
L'ultima volta in cui siamo giunti lassù, in una nebbiosa giornata di settembre, non avevamo più corde e salimmo con calma sul culmine, dove un grande ometto di sassi resiste al tempo e alle bufere. Ci accolse la solitudine di una vetta che gli scalatori non visitano e i camminatori conoscono poco.
Superfluo constatare che, tra la nebbia rischiarata da un pallido sole, sul Popena quel giorno eravamo soltanto in due.

13 giu 2020

Sul Becco di Mezzodì, tra storia e memoria

Del Becco di Mezzodì, una cima di piccole dimensioni ma rilevante per la storia dell’alpinismo, che caratterizza il panorama sulla destra orografica della valle d'Ampezzo, mi piace scrivere.
Per vari motivi: ogni giorno lo scorgo dalle finestre di casa; fu la prima cima dolomitica che scalai, a poco più di sedici anni e con quattro amici inesperti e temerari come me; dopo diverse altre salite, è stata l’ultima ascensione in cordata, a trent’anni dalla prima; più volte ho consultato con piacere il libro posato in vetta dalla Sektion Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco nel 1901 e rimasto lassù sino al 1917 a testimoniare nomi e pensieri curiosi ed interessanti. 
M'incuriosisce anche il nome con cui i nostri antenati indicavano il Becco, e del quale non so il perché: «ra Ziéta», la civetta, forse legato all’omonimo rapace? Al riguardo, nel vocabolario ampezzano, novant'anni fa il medico Angelo Majoni riportava un bel detto  meteorologico: «Canche ra Zieta bete su ra bareta, in poco tenpo ra peta», cioè «Quando il Becco si copre di nuvole, in breve tempo grandinerà». 
Il Becco di Mezzodì da sud, dal Monte Fertazza
(foto E .M.)
Credo che chi mastica un po’ di storia dei nostri monti, sappia che i primi due uomini a mettere piede sul Becco, il 5 luglio 1872, furono la guida Santo Siorpaes Salvadór con il cliente scozzese William Edward Utterson Kelso; il fatto, che segnò l’avvio della conoscenza delle cime che circondano il Lago di Fedèra, è ricordato dal 30 luglio 1972 con una targa all'ingresso del rifugio Croda da Lago. 
Una chicca storica legata al Becco, che ho scoperto da poco, è questa. Per trentasei anni, cioè fino al 19 agosto 1908, quando le guide Bortolo Barbaria Zuchìn e Giuseppe Menardi Berto salirono con i clienti veneti Francesco Berti e Ludovico Miari il camino nord-ovest che fronteggia il rifugio sul versante ampezzano, detto «Camino Barbaria», la scalata del Becco da Cortina - che allora faceva parte dell'Impero austro-ungarico - si poteva fare soltanto espatriando, cioè valicando, anche se per un breve tratto, il confine con il Regno d’Italia posto presso la Forcella Ambrizzola. 
La via normale che ancora si percorre, infatti, si svolge tutta sul lato sud-ovest, che ricade nel territorio di San Vito di Cadore.

6 giu 2020

Prima di salire il Piz dles Cunturines

I frequentatori di questo blog (che crede di non essere soltanto un "suggeritore" di proposte per gite o salite più o meno conosciute e pubblicizzate, ma anche la fonte di curiosità linguistiche, storiche, toponomastiche legate alla montagna) avranno quasi certamente «inventato» nella loro vita frasi, modi di dire, parole singolari, poi ricordate e usate in contesti amicali, familiari, sportivi. 
Per chi scrive, una di queste espressioni, dialettale e lapidaria, fu senza dubbio «ma agnó m aeo menà a dromì, inze un parù?» (in italiano: «ma dove mi avete portato a dormire, in una palude?»).
L’espressione ha una data e un luogo di nascita ben precisi e definiti: permane invece qualche incertezza nel ricordo di tutti gli amici che ne furono testimoni. 
Ricordo di averla coniata il 2 settembre 1979, dopo aver pernottato con parte della compagnia di allora nella casermetta che si trova a 2170 m. presso il Passo e il Lago di Limo, sull'altopiano di Fanes. Il menù del giorno seguente era il Piz dles Cunturines (3064 m.), uno dei colossi dolomitici di minor impegno alpinistico e molto panoramico, che sorge in alta Val Badia e fu conquistato nel 1880 da Santo Siorpaes di Cortina con Albrecht Grünwald. La salita riuscì poi ottimamente, con grande soddisfazione di tutti.
La circostanza fu la seguente: durante la notte tra l'1 e il 2 settembre, nello stanzone in muratura della caserma (allora in buono stato, ma impossibile da riscaldare) dove eravamo arrivati salendo per la Val di Fanes, si era formata una condensa tale che, all’uscita mattutina dal sacco a pelo, chi scrive fu obbligato a calzare gli scarponi del tutto fradici per l'umidità, avendoli incautamente lasciati nella stanza senza preoccuparsi di coprirli. 
La Caserma Mario Feruglio
presso il Lago di Limo (foto R. Vecellio)
Non so se qualcuno dei presenti ricorderà le parole con cui sbottai, seccato ma anche divertito, prima di lasciare la fredda caserma, intitolata al Capitano Mario Feruglio del 7° Reggimento Alpini, Medaglia d’Oro al valor militare nel dicembre 1917.
Io non le ho dimenticate, e mi sono tornate in mente tempo fa, mentre raccoglievo espressioni, modi di dire e parole ampezzane da destinare a un libro di prossima uscita. 
Ovviamente non ho ripescato solo la frase, legata a un contesto irripetibile: ad essa ho collegato due giorni di gioventù spensierata, un'esperienza dell’alpinismo dei nostri vent’anni, la compagnia scanzonata e altri dettagli, che lascio nel cassetto dei ricordi.

23 mag 2020

Il "vento Matteo" nel bosco di Cianpo Marzo

Ci lasciamo alle spalle il valico di Tre Croci dove, tra un cantiere in corso da anni che oggi ingloba anche la cappella voluta da Giuseppe Menardi nel 1905, container, palizzate della pista di fondo, vetture lasciate lungo decine di metri della SR 48 dagli escursionisti già diretti al lago del Sorapis, l'aria è quasi da periferia urbana.
Ci avviamo nel bosco, per una camminata lungo il sentiero 213. Dapprima il sentiero è l'ex strada militare, con poco dislivello, ma più avanti diventerà traccia e proseguirà ripido verso Forcella Marcoira.
Sotto la radura di Cianpo Marzo, che ebbe un attimo di fama negli anni '90 ospitando la casa del Colonnello Procolo, protagonista del film che Ermanno Olmi ricavò dal libro di Buzzati "Il segreto del Bosco Vecchio", ci fermiamo in una radura, in vista del Cristallo, del Piz Popena e del Corno d'Angolo.
Cianpo Marzo, senza vento... (foto I.D.F.)
Il sole è primaverile, il silenzio è grande, si sta bene. Ad un certo momento, tra le piante inizia a spirare una brezza, che presto diviene vento e si fa più forte; sembra quasi che compia un girotondo, rumoreggia, rinfresca l'aria, rompe il silenzio e mette anche un filo di inquietudine.
Dopo alcuni minuti, così com'è arrivata, la brezza tace e il bosco riprende la calma consueta. Oggi leggo sul giornale ciò che afferma Mauro Corona: secondo i vecchi ertani, il 21 maggio a mezzanotte tutti gli alberi emettono una vibrazione percepibile con l'orecchio, un fruscio come di vento tra le foglie, un fenomeno che non si ripete nelle altre stagioni...
Ecco: non eravamo a Erto, non era mezzanotte e non è stata forse la stessa cosa, ma siamo convinti che in quel pomeriggio tra le conifere di Cianpo Marzo, nel momento in cui riposavamo, il fruscio che ci passava accanto fosse quello del "Vento Matteo" del Bosco Vecchio di buzzatiana memoria...

18 mag 2020

Escursione al Pian de Federa, il "piccolo Everest"

Da qualche tempo, per ragioni che non sto qui a riassumere, non riuscivo più a fare un'escursione "come si deve".
Per sconfiggere l'inerzia di questo lungo e surreale periodo, Iside e io siamo tornati in un luogo che ci è simpatico, perché non molto noto ma comodo, tranquillo e sempre silenzioso: il Pian de Federa, un piccolo pascolo della Regola Bassa di Larieto, che si trova alla base dell'ultima propaggine rocciosa della dorsale di Zumeles.
Il crocifisso del Pian de Federa 
(foto I.D.F.)
Non è lunga, né è granché ripida la traccia che giunge a quell'isola verde: una volta alla meta, davanti a noi sfilano il Faloria, la Croda Rotta, la Punta Nera e la Zesta, le Cime di Marcoira e - alle nostre spalle - la Cima di Mezzo e quella più alta del Cristallo, tutte ancora innevate in abbondanza.
Sul Pian, dove si è accolti da una croce e due abbeveratoi per il bestiame, ancora asciutti in attesa dell'alpeggio, ci siamo trattenuti al sole per un'oretta. Il riposo è stato interrotto dal fragoroso rombo di una valanga nel canale tra le cime del Cristallo, che dovrebbe essersi arrestata sulla "Porta" che chiude il canale o sulla pista di sci del Cristallo. Sono passati, velocemente, anche cinque escursionisti di Cortina, forse provenienti da Sonforca o da Zumeles.
Poco dopo, puntuale come nell'ultima occasione in cui salimmo al Pian, nel luglio 2017, ci ha sorpreso la pioggia, permettendoci comunque di scendere fino a Rio Gere bagnati, ma non ancora zuppi. Giunti a casa però si è scatenato il diluvio, con tuoni e lampi.
Grazie, Pian de Federa! Ieri sei stato il mio "piccolo Everest"!

9 mag 2020

Dubbi, misteri e segreti tra le crode d'Ampezzo

Quanti misteri e quali segreti nasconde ancora la conca ampezzana, al pari di altre valli alpine?
Ci rifletto soprattutto quando escono notizie sulla scoperta di qualche materiale antico e logicamente inedito. Si tratti di archeologia, botanica, geologia, archeologia industriale, pastorale o storia militare, ogni ritrovamento suscita emozione. E non solo: anche un pizzico di invidia nei confronti di coloro che -  muniti delle dovute conoscenze e dell'occhio che dedicandosi a certe indagini si può sviluppare - incappano in qualcosa di originale, mai toccato, udito o visto.
Spesso le novità sconvolgono l'impianto della storia (due esempi abbastanza freschi: gli scavi iniziati sulla rocca di Podestagno, che sembrano retrodatare di molto vicende che parevano cristallizzate nel Medioevo; la doppia croce confinaria n. 1 con San Vito sulla cresta delle Rocchette, riscoperta soltanto duecentoventi anni dopo l'incisione, nell'ottobre 1999).
La croce n. 1 del confine Ampezzo - San Vito,
riscoperta soltanto nel 1999 (foto E.M.)
Talvolta anche elementi non millenari incidono tra le pieghe della microstoria; ricordo la pagina della rivista del 1914 che dava merito a Bortolo Barbaria, e non a Zaccaria Pompanin come sostenuto da tutte le fonti, per la prima salita - 1.8.1913 - della Torre Lusy in Averau.
Segreti e misteri generano entusiasmo e – con le forze, l'occhio, la scienza necessari - spingono ad indagare sempre più a fondo gli eventi di una valle tra le più pubblicizzate delle Alpi intere. Comunque, alcuni piccoli dubbi sono rimasti in parte insoluti.
Donde venivano, e dove saranno le monete trovate nel 1914 da una signora ampezzana nel suo orto a Cadin, e giudicate d'epoca romana? A che cosa servivano i blocchi di pietra posti in circolo sulle rive del laghetto sotto i Lastoi del Formin? C'era veramente una chiesetta vicino al vecchio confine col Cadore, che Don Pietro (Alverà o Da Ronco?) scriveva esistesse ancora nel 1866? Che cosa potrebbero contenere i cunicoli tra Son Pòusses e Podestagno?
Assodato che le ricerche sul campo e sui documenti sono comunque impegnative, a noi - che sul campo andiamo molto poco -  oggi interessano soprattutto i fatterelli di una branca della storia, stimolante ancorché non sempre valutata a dovere: quella delle nostre crode. Perché, se è vero che ai nostri antenati la montagna “serviva” soltanto fin dove finisce la vegetazione e quindi la produttività, siamo certi che quel limite riservi sempre piccole novità e sorprese.

1 mag 2020

Sui Zuoghe, luogo del tempo immobile

Chi conosce il luogo, per comodità lo denomina “I Zuoghe”, cioè "i gioghi" (Z = s di rosa). In verità, la dorsale che dal finestrone del Busc de r’Ancona si allunga verso est, viene identificata più precisamente con il toponimo di “Ra Ciadenes”, ovvero "le catene". 
Siamo nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, in una zona divenuta tristemente famosa ai primi di giugno 1915, quando divenne un varco obbligato per assaltare la roccaforte di Son Pousses. Contro la dorsale delle Ciadenes s’infransero, infatti, con grande versamento di sangue i tentativi di sfondamento della linea da parte degli italiani. 
La quota 2053, dove si trova un segnale trigonometrico, e quella - 50 m. più bassa - su cui la traccia che sale dalla Statale d'Alemagna incrocia quella che scende dalla dorsale in Val di Gotres, offrono un ambiente unico, che permette di osservare animali selvatici e resti di guerra. 
La ripida salita da Ospitale è indicata in primavera per saggiare i muscoli in previsione della stagione estiva, e poi alla fine dell'estate per sfidare l’inverno, che lassù pare sempre arrivare un po' più tardi. Del resto l'intricato pendio boscoso che sale in cima, solcato da tracce che si ricongiungono ad anello e di recente interessato in parte da un incendio, è ben esposto al sole: ricordo che ci capitò di salirci in marzo e aprile e poi in novembre e dicembre senza neppure bagnarci gli scarponi. 
Sui Zuoghe, il 1° maggio 2005
Oggi abbiamo purtroppo abbandonato quello che fu un appuntamento di rito, pre o post-stagionale, con i nostri Zuoghe, che chiudemmo un 26 novembre trovando tutto l’anello in condizioni tardo-estive. 
Invitiamo gli aspiranti visitatori a salire con il dovuto rispetto su quella dorsale, dove il tempo sembra sia rimasto immobile. Ci auguriamo anche di non venire mai a sapere di eventuali manomissioni sui Zuoghe, perpetrate da “valorizzatori” turistici più o meno istituzionali, sempre all'erta.
Esse servirebbero solo a spezzare l'atmosfera che caratterizza quei dirupi, tanto strategici in guerra quanto poi disertati in pace, che frequentai per trent'anni e oltre, sempre con l'entusiasmo e la curiosità del ragazzo salito per la prima volta coi genitori 48 anni fa, il 1° maggio 1972.

22 apr 2020

Iaron de Pampanin, un'idea molto originale

Fino a qualche anno fa, gli ampi pendii di pini, mughi e detriti sopra la Statale d’Alemagna nel tratto da Acquabona - presso Cortina - a Chiapuzza, all’imbocco nord di San Vito, erano sicuramente un po' più appetibili per l'escursionista. 
In seguito alle grandi colate di ghiaia, reali o prevedibili, che affliggono il versante sud della Croda Marcora e ai lavori di regimazione in corso di completamento, infatti, l'area ha perso un po' in estetica e in agibilità, e incute un certo riguardo anche ai più smaliziati. Solcata da un solo sentiero segnato, un paio di piste forestali e numerose tracce di animali e di cacciatori, a inizio e fine stagione - data la quota e la favorevole esposizione - offre comunque possibilità alternative di svago. 
Le nostre mete più frequenti erano tre: la galleria militare ai piedi della Punta Nera, «Ra man», con gli antichi segni confinari numero 9 e 10 tra Ampezzo e il Cadore, Tirolo e Venezia, la Baita Peniés e la soprastante pala erbosa sovrastata da una cascata intermittente. Luoghi minori, ma di sicuro fascino e solitudine: a parte una volta «su da ra man» e una ai Peniés, per molti anni lassù ci accolse il silenzio. 
Di mete perseguibili ce ne sono poche altre e a una di esse, scelta forse per caso, salii con Clara e Roberto, un giorno di primavera. L’obiettivo era il Iaron (ghiaione) de Pampanin, il lungo e ripido canale detritico che dal bosco s’insinua tra le rocce, terminando sotto una cospicua frana che ha smosso una porzione della parete soprastante, lasciando una grande nicchia giallastra e dal sinistro aspetto. 
Il versante meridionale della Croda Marcora:
a destra in basso, la grande nicchia di frana (foto I.D.F.)
Quella mattina salimmo sotto la nicchia, con un po' di fatica a causa delle ghiaie mobili e della carenza di tracce, e lassù sostammo per poco, accompagnati dal ronzio inquietante di qualche sasso in caduta. Fu tra l'altro singolare scoprire proprio al culmine del canalone ...una piccola cassetta di legno per la frutta, portata chissà quando, forse dal vento? 
Il Iaron de Pampanin, oronimo che si collega ai casati Pompanin di Cortina e Pampanin di Zoppè di Cadore (un tempo anche di San Vito), non fu di certo un traguardo indimenticabile, ma un'idea molto originale; e come tale ci ricorda quelle primavere.

3 apr 2020

Ezio, "rifugista ad honorem" in Valbona

In questi giorni se n'è andato Ezio Bellodis, classe 1946, già guardia campestre del Comune di Cortina. Per tanti di noi che lo frequentammo tra gli anni '80 e '90 del Novecento, è  stato sicuramente il «rifugista ad honorem» di Valbona. 
Non praticava la montagna da alpinista, ma amava la cultura, le Regole e tutto ciò che riguarda la conca d'Ampezzo, e si cimentò anche nel teatro e nella scrittura. Nel periodo che ricordo, aveva in comodato un Cason (baita) regoliero sul pascolo di Valbona, verso Auronzo; quello piccolo in muratura, a destra della strada che da Federa Vecchia sale verso Tre Croci. Con l’aiuto di alcuni amici lo aveva risistemato per bene e lo usò assiduamente e in ogni stagione per diversi anni. 
Il Cason in muratura de Valbona
In Valbona si andava soprattutto con i giovani del gruppo di ballo ladino, e là partecipammo a scampagnate e serate memorabili, persino a una rustica gara di fondo, spesso accompagnate da grigliate e libagioni. 
Nel Cason erano di casa, tra i tanti, gli scomparsi Roberto ed Elio, ragazze e ragazzi del "Baleto", ma le porte erano aperte a molti amici, di Cortina e non solo. Ricordo in particolare quando Ezio accolse in Valbona Teofilo, «ragazzo del ‘99» che a quasi novant'anni, una sera di fine novembre con un freddo polare, aveva «sbagliato» un cervo durante una battuta col guardiacaccia Bruno. 
In Cason il via vai era quasi continuo; c’era sempre da fare e da divertirsi ed Ezio lo manteneva e lo curava con passione, sorvegliandolo anche dopo il lavoro, quando ne aveva il tempo. Con la sua regia (pensandoci, come dimenticare le gustose braciole che gli forniva il macellaio Caldara?) si stava tanto, e bene, in compagnia; in quegli anni, per me Valbona era diventata una piccola succursale della nostra comunità, in un angolo pieno di pace. 
Quando, passati i 40, Ezio «mise la testa a posto» sposandosi e lasciando il Cason, affidato a turno ad altri regolieri, pian piano ci perdemmo. Salvo ritrovarci qualche tempo fa, in un confronto breve e un po' acido sull’aggiornamento dell’antico Laudo delle Regole d’Ampezzo, operazione sulla quale era fortemente critico. Ciao Ezio!

29 mar 2020

Una cima da (ri)scoprire: il Piz Checco sul Sorapis

È possibile che il pioniere dell’esplorazione dolomitica Francesco Lacedelli, il famoso «Chéco da Meleres», a Cortina non abbia neppure un angolo che lo onori? 
Ci sono, bisogna dirlo, la targa in cimitero sulla quale il suo nome è inciso al terzo posto, e quella all’inizio di Via Grohmann, che lo ricorda col suo primo e affezionato cliente: e basta. 
Ovvero qualcosa c’è, ma non si sa esattamente dove sia e se esista ancora. Sfogliando il volume di Grohmann «Wanderungen in den Dolomiten» (1877), che 105 anni dopo i coniugi Sanmarchi resero accessibile a chi non sa il tedesco, traducendolo in «La scoperta delle Dolomiti. 1862», è emerso un riferimento. 
Nella precisa cronaca della conquista del Sorapis, Grohmann propose un oronimo con cui intendeva battezzare «un sottile rilievo, una guglia che Checco salì ad esplorare» durante la prima ascensione del "3000" ampezzano, compiuta il 16 settembre 1864 con Francesco Lacedelli e il guardaboschi Angelo Dimai Deo. 
Chéco da Melères, 
intorno al 1865
Secondo l'austriaco, la guglia, che svetta sulla «Forcelletta Pian della Foppa, la più alta del gruppo del Sorapiss», da cui «scendevano ripide le rocce nell’imponente Fond de Rusecco» non aveva un nome per i cadorini: il versante sud del Sorapis ricade, infatti, verso San Vito, allora parte del Regno d’Italia. Fu così che Grohmann volle denominarla Piz Checco, «in onore dell’uomo al quale tanto devo per la mia attività nelle Dolomiti». 
156 anni dopo l’incredibile tour de force del trio, che per salire il Sorapis, scendere e tornare a Cortina camminò senza sosta per ventidue ore (e Chéco aveva quasi settant'anni), il Piz non è semplice da individuare sul terreno e nei documenti.
Nonostante anche il nome si sia praticamente perso, resta però l’unico omaggio a Lacedelli, che non fu solo un cacciatore e un alpinista, ma anche un abile orologiaio e un combattente per la libertà. Chéco morì a novant'anni il 30 agosto 1886, due settimane dopo l’inaugurazione del secondo rifugio della conca ampezzanaa Forcella Fontananegra, tra due delle vette che proprio lui aveva conquistato: la Tofana di Mezzo e quella di Rozes.

22 mar 2020

Torrione Guido Lorenzi, una cima da conoscere

Poiché non sappiamo quando si potrà avvicinare di nuovo, o anche solo fotografarla dal basso senza una giustificazione opportuna, facciamo un volo pindarico verso una cima sicuramente poco nota della valle d'Ampezzo: il Torrione Guido Lorenzi. 
L’occasione viene dalla recente scomparsa di Candido Bellodis, uno dei cinque che lo scalarono per primi sessantun anni fa: deceduti Bruno Menardi, Beniamino Franceschi e Claudio Zardini, del quintetto è ancora tra noi soltanto Carlo Gandini. 
Dove ci troviamo? Al cospetto di un «pronunciato spuntone che, a foggia di prora, si stacca sul versante meridionale della Costa del Pin», «intitolato dai primi salitori alla memoria dello Scoiattolo cortinese Guido Lorenzi»
Il Torrione, per chi lo volesse localizzare, è evidente dalla sella di Cimabanche, e ci si passa sotto traversando da Pratopiazza per la forcellina «della Quaira del Pin»; probabilmente poche persone lo fanno d’estate, forse qualcuna di più d’inverno con gli sci. 
Indubbiamente fuori dal mondo, il luogo non ha grande rilevanza confronto ad obiettivi più gettonati; può attrarre più che altro dal punto di vista della storia e della memoria. 
Guido Lorenzi, lo Scoiattolo e guida morto giovanissimo nel 1956 a seguito di un incidente sul lavoro, oltre che dal Torrione è ricordato dal rifugio a Forcella Staunies (attualmente chiuso), dedicatogli dal collega «Mescolin», che lo costruì e lo gestì per decenni con la moglie Antonia. 
Da Valfonda verso la Croda Rossa d'Ampezzo.
Il Torrione Lorenzi è in basso a destra (foto E.M., 2011)
Gli Scoiattoli che s’inventarono di salire la cima il 17.6.1959, formavano due cordate: in una c'erano Bellodis e Zardini e nell'altra Franceschi, Menardi e Gandini. Essi giunsero in vetta rispettivamente per la parete e lo spigolo S (V grado) e per il camino S (IV) dopo tre ore di salita. 
Del Torrione oltre a quelle che ci dà la guida Berti, ci sono poche attestazioni: ma  la cosa non è importante. Per gli appassionati di storia alpinistica conta il ricordo dell’avventura di quei giovani (Bellodis e Franceschi, avevano 27 anni, Zardini 26, Menardi e Gandini, solo 20); conta il fatto che lo sfortunato Lorenzi sia ancora presente tra le sue montagne, e soprattutto conta il ricordo di chi non c’è più. 

14 mar 2020

In ricordo di Candido Bellodis, Scoiattolo e guida

Ieri se n'è andata la seconda guida ampezzana in ordine di età, tra quelle ancora in vita: Candido Bellodis, il "Fantorìn". Valente artigiano lattoniere, Bellodis era nato nel 1932; divenne guida autorizzata nel 1956 e fu anche maestro di sci. Scoiattolo dai primi anni ‘50, si mise in luce a vent'anni iniziando con il coetaneo Beniamino Franceschi Mescolin (deceduto nel 2001) una serie di scalate di grande rilievo. 
Il 23 gennaio 1953 esordì con la prima salita invernale della via Dallamano-Ghirardini sulla parete O del Cristallo, con il Mescolin ed Elio Valleferro. Il 26 luglio con Lino Lacedelli, il Mescolin e Claudio Zardini partecipò alla sua prima nuova salita, la parete S del Cernera, visibile da Selva in Val Fiorentina; un sesto grado che si dice non sia mai stato ripetuto. 
Nel giugno 1954 toccò a un altro sesto grado dolomitico: il "Gran Diedro" SE della Croda dei Rondoi in Val Pusteria, salito in giornata con Franceschi, Zardini e Bibi Ghedina; l’anno seguente a Ferragosto Candido superò, in venti ore con un bivacco in parete e con l’inseparabile Mescolin, l’ambita parete NO della Torre d'Alleghe, nel gruppo della Civetta. Un mese prima, sempre con Franceschi, aveva salito in diciotto ore consecutive il Torrione S del Pelmo, difficile pilastro che domina il sottostante rifugio Venezia-Alba Maria De Luca. 
1956. Scoiattoli di Cortina allo Stadio Olimpico
del Ghiaccio. Candido Bellodis è il 2° da sinistra
Nel 1959, ancora una volta col Mescolìn, Candido fu al centro della polemica con gli svizzeri Albin Schelbert e Hugo Weber, per la conquista della Direttissima sulla parete N della Cima Ovest di Lavaredo. Dopo la pacificazione delle due cordate la via, conclusa il 6 luglio, fu battezzata «Via Italo- Svizzera». Nel corso della sua attività, il Fantorin aprì anche altri itinerari nei gruppi del Cridola, Cristallo, Spalti di Toro, Tofana e Tre Cime; nel settembre 1970, con Luciano Da Pozzo, si cimentò in un'ultima via nuova di sesto grado, la parete S della Cima Formenton, ai piedi della Tofana Terza. 
Con Candido scompare uno degli ultimi tra gli Scoiattoli e guide ampezzane attive soprattutto negli anni Cinquanta del ‘900; un alpinista tenace e parco di parole, che ricordiamo con riconoscenza.

1 mar 2020

Prima invernale sulla Croda Rossa d'Ampezzo

Il 9 marzo di sessantasette anni or sono fu realizzata l’impresa che qui ricordo. Ne fu sede la Croda Rossa d'Ampezzo, importante cima dolomitica tentata per la prima volta nel 1865, da Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo e Angelo Dimai Pizo. Poco sotto la vetta, i tre commisero un errore di valutazione che fece fallire la salita, e il successo toccò poi a Whitwell, Christian Lauener e Santo Siorpaes il 20 giugno 1870. Durante la guerra, l’esercito austro-ungarico installò sul culmine un osservatorio, destinato forse a funzionare tutto l’anno, ma non è noto se fu mai usato. 
Per la prima salita della Croda d'inverno occorsero 83 anni. Riuscirono a compierla infatti il 9 marzo 1953 tre guide, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin e Guido Lorenzi, e Angelo Menardi Milar, all'epoca segretario del CAI Cortina. 
Dopo aver dormito al Cason dei Cazadore di Ra Stua, i quattro partirono prima dell’alba, in una giornata radiosa, e per la via Wachtler uscirono in vetta insieme al sole. Prescindendo dalla difficoltà della via, che con neve e ghiaccio sicuramente oppose qualche ostacolo, la prima della Croda Rossa d’inverno fu anzitutto un'avventura tra amici, allora tutti poco più che ventenni. 
La Croda Rossa d'Ampezzo (foto C.B.)
Durante una gita a Malga Federa mezzo secolo dopo, Lino confidò che per il quartetto, molto allenato, l’invernale fu soltanto una bella gita, portata a termine con il preciso intento di «soffiarla» al gruppo di alpinisti romani che in quei decenni batteva a tappeto le Dolomiti. 
In seguito la Croda, forse l’ultimo grande 3000 dolomitico ad essere salito d’inverno, è stata raggiunta altre volte. La seconda salita, nel 1967, spettò a uno dei romani, Marino Dall’Oglio, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, che salì con la moglie e la guida Bruno Menardi Gim. Secondo Dall’Oglio, la salita fu meno difficile di quella estiva, poiché il freddo aveva saldato le pietre mobili rendendo più sicura la roccia della Croda, tristemente nota per la sua consistenza inquietante. 
Oggi la cima è poco visitata anche d’estate; per questo, è bello ricordare gli autori della scalata del 1953 (dei quali rimane soltanto Ugo Pompanin, inossidabile novantatreenne), evocando una «bella gita» che chiuse il periodo pionieristico dei nostri monti. 

17 feb 2020

Scalatori inglesi sulle Dolomiti

Ah, gli inglesi! Se dalle isole britanniche non fossero sbarcati loro intorno al 1860 per visitare le Dolomiti, senza dubbio sarebbe venuto qualcun altro. Ma furono praticamente i primi, e così il merito dell’apertura al mondo dei Monti Pallidi, delle valli e dei paesi che li popolano, va attribuito a gallesi, inglesi, irlandesi e scozzesi. 
Una delle prime turiste a varcare la Manica per vedere i nostri monti fu Amelia Edwards, che camminò molto, ma non scalò grandi cime. Nel settembre 1857 arrivò John Ball da Dublino e, grazie una guida cadorina, salì il Pelmo; poi, via via, comparvero Tuckett, Freshfield, Phillimore e Raynor, Wall, Wyatt, Heath, Broome e Corning, solo per citare alcuni che hanno lasciato il nome nelle fonti. Questo fino alla Grande  Guerra: poi tutto cambiò e lo spirito della conquista si affievolì, cedendo il posto ad altri alpinismi. 
Con la loro presenza e metodicità, gli inglesi esplorarono le Dolomiti dal Brenta alle Pale di San Martino; anche a Cortina e nel Cadore frequentarono quasi tutti i gruppi montuosi. Nell'agosto del 1890 Sidney Jones e poi E.M. Cockburn furono i primi a salire, guidati da Antonio Constantini, la Croda Longes e la Croda del Pomagagnon nella valle d'Ampezzo. 
Dal 1896 al 1900, grandi cose fece la coppia John S. Phillimore - Arthur G.S. Raynor, con nuove vie sul Catinaccio, Tofana, Croda da Lago, Cristallo, Pomagagnon, Antelao, Tre Cime, Paterno. I due lasciarono la sigla su diverse vie: si ricorda l’ardito Ago Inglese, lungo l’accesso alla via normale della Croda da Lago (forse salito da Phillimore con Antonio Dimai e Agostino Verzi nell'estate 1899, di rientro dall'ascensione del Campanile Federa). 
Piz Popena sulla ds., con la cresta S
della via Inglese (foto E.M., 2003)
Poi la quinta delle Cinque Torri, detta proprio Torre Inglese, salita da G.W. Wyatt con Sigismondo Menardi e Angelo Maioni nel 1901; due Vie Inglesi in Tofana, di cui la più nota è quella sulla parete SO della Tofana II (Phillimore e Raynor con Dimai e Giuseppe Colli, agosto 1897); il Passo Phillimore, punto più ostico della prima via sulla parete S della Costa del Bartoldo del Pomagagnon, dove salirono  Phillimore e Raynor con Dimai, nel 1899. Infine, anche il Piz Popena ha la sua via Inglese sulla cresta S, salita da Phillimore, Raynor, Dimai, Michl Innerkofler, Zaccaria Pompanin nel 1898. Sugli alpinisti, e sulle alpiniste inglesi si è già scritto a profusione e approfonditamente: qui ci limitiamo a constatare che, soprattutto per la conoscenza delle crode d'Ampezzo, le cordate d'oltre Manica furono fondamentali, e la storia non le ha dimenticate. 

30 gen 2020

Il sentiero attrezzato più breve delle Dolomiti

Ai lettori pongo un curioso interrogativo: qual era il sentiero attrezzato più breve - e anche semplice - delle Dolomiti, forse anche delle Alpi?
Dico "era", perché da tempo - con l’avvio degli scavi archeologici sulla rocca - è stato sostituito da una robusta scala metallica, e rispondo: il sentiero creato dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo per giungere più agevolmente al ripiano dove sorgeva la torre del castello di Podestagno.
Fino agli anni '80 tutta la zona - che culmina a 1513 m. di quota, a strapiombo sulla Strada d'Alemagna - non era battutissima. Per salire sul luogo del castello, fortilizio risalente al 1100 che durò otto secoli, fu abbandonato a metà '800 e raso al suolo durante la Grande Guerra, per lasciare spazio ad un osservatorio italiano atto a sorvegliare la 1a linea, oltre alla curiosità occorreva un po' di piede fermo.
Il "sentiero attrezzato" sulla rocca di Podestagno, 
oggi scomparso (foto E.M. del 3.04.2011) 
Nel 1990 il neonato Parco intraprese i primi lavori di miglioria intorno all’ingresso all'area protetta. A scanso di incidenti, si ritenne opportuno sistemare subito la traccia per l’accesso alla rocca dalla SS51, alcuni cunicoli e i resti del muro originario del castello. 
Così, per giungere sulla rocca di Podestagno si usufruì per un periodo abbastanza lungo di un cavo metallico di una decina di metri, ancorato ai resti di muratura con alcuni spit. Fu senz'altro il sentiero attrezzato più breve dei monti d’Ampezzo, sui quali - tra gli anni '50 e '70 del Novecento, ma poi di nuovo in questo secolo - chiodi, corde, scale e scalini ne sono stati posti a iosa.
Sul culmine magramente erboso e con qualche pianta, sul quale si spingevano anche i camosci, era bello fermarsi a guardare il mondo. Visitando il luogo in ogni stagione, per dodici volte negli ultimi sette anni prima che iniziassero gli scavi, lassù ci trovammo spesso da soli; il sito era l'optimum per chi, dopo una gita piacevole e non lunga, desiderava godere in silenzio del profumo della natura e della storia.
La ferratina di Podestagno non ha fatto in tempo a essere inserita nelle guide escursionistiche e sulle carte topografiche; ma è esistita ed è stata usata con profitto, per rendere sicuri gli ultimi passi verso un luogo che testimonia fatti cruciali del nostro passato.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...