22 mar 2021

Montagne d'inverno, o quasi

Se, come si trova nelle fonti, la prima scalata d’inverno sul Cristallo fu quella compiuta il 22 novembre 1882 da Pietro Dimai, ottima guida ampezzana con il Maestro Stradale, fra l’altro poco avvezzo alla montagna, Bortolo Alverà, non si capisce perché non sia mai stata asseverata con uguale logica la prima invernale del Sorapis. L’impresa arrise invece al Tenente veneziano Pietro Paoletti, reduce da alcune salite sulle cime tra San Vito e Cortina, compiute nell’autunno 1881 (secondo la sua testimonianza, in condizioni invernali) con i fratelli e guide sanvitesi Arcangelo e Giuseppe Pordon, il 26 novembre del medesimo anno 1881.
Giudicando inerenti all’inverno meteorologico solo le ascensioni compiute con successo tra il solstizio d’inverno e quello di primavera (cioè tra il 21 dicembre e il 21 marzo; non sarebbe stata quindi invernale neppure la prima ascensione della Croda da Lago, opera di Jeanine Immink con Antonio e Pietro Dimai, il 10 dicembre 1891), l’alpinista Giorgio Brunner di Trieste rivendicò - con un filo di polemica - come sua la conquista del Sorapis d’inverno, portata a termine con l'amico Ovidio Opiglia il 17 marzo 1938.
Punta Nera, marzo 2021 (foto I.D.F.)
Possiamo pure pensare che Brunner, esperto di salite d’inverno anche su vette impegnative (solo tra Ampezzo e Auronzo il Piz Popena, la Cima Cadin di San Lucano, il Cristallino di Misurina, la Punta Nera e la Zesta), avesse ragione; si deve però aggiungere, nel dubbio, che il Sorapis fu salito agli sgoccioli della stagione invernale vera e propria, e forse in condizioni meno severe rispetto a quelle del tardissimo autunno o del cuore dell’inverno.
Già in novembre, su vette elevate, ombrose e severe come il Cristallo e il Sorapis, si possono incontrare bufere, vento, neve e ghiaccio, ordinarie in inverno, che quindi smentirebbero il rispetto del calendario, e forse queste condizioni trovarono pure Paoletti e le guide cadorine, centoquaranta anni or sono.
Oggi questo calcolo pare avere minor senso, tanto è vero che chi scrive salì la parete della Punta Fiames in dicembre, gennaio e marzo e anche, restando sull'escursionistico, raggiunse il remoto Castel de ra Valbones in dicembre; in ognuna delle quattro occasioni, le condizioni meteorologiche e ambientali erano assolutamente tardo-estive.

9 mar 2021

La Torre Lusy

Per scendere dalla Torre Lusy delle 5 Torri (la cui parete nord, salita l'1 agosto 1913 da Marino Lusy con la guida Bortolo Barbaria, offre una delle più belle ascensioni di media difficoltà della «palestra degli Scoiattoli»), bisogna calarsi nel vuoto della parete sud.
La vicenda della discesa, da decenni resa sicura con robusti anelli fissi, interessa forse soltanto gli storici. Si può credere che nel primo decennio i ripetitori della Lusy (se ce ne furono, dato il complicato periodo) scendessero per il versante di salita, come faceva un tempo chi aveva una corda sola.
La calata «normale», assai aerea, misura 40 metri, e per compierla, di corde ne occorrono due. Il primo a scendere lungo la parete fu Vittorio Emanuele Fabbro (1890-1951), un alpinista trentino che lasciò diversi segni anche sulle montagne di Cortina.
La Torre Lusy (foto E.M.)

Fabbro compendiò al meglio l’insieme di interessi naturalistici e geografici, patriottismo irredentista, generosità personale e cultura che caratterizzò l’alpinismo trentino tra l'800 e il 900. Accademico del Cai, presiedette la Sat nel 1938-42 e nel 1944-45, anni difficili in cui lottò per impedire che un intero patrimonio ideale andasse distrutto.
Nella montagna vedeva la sintesi delle sue esperienze, e arricchiva le salite compiute con note ed osservazioni su fitti quaderni. Fra le sue prime, è più nota la cresta ovest-nord-ovest della Brenta Bassa (1913); amò molto anche il Campanile Basso, che salì undici volte da versanti diversi. Combattente nella 1^ guerra mondiale in Marmolada, negli anni '30 redasse le prime guide «Da rifugio a rifugio» del Cai-Tci. La sua biblioteca, oltre 9000 volumi tra i quali rari testi della letteratura alpinistica tedesca e inglese di fine secolo, è oggi conservata nel Museo Tridentino di Scienze Naturali.
Tra gli anni '10 e '20 del secolo scorso venne più volte in Ampezzo, e al termine di una delle prime ripetizioni della Lusy, il 12 settembre 1923, «inventò» la discesa verso sud, sulla quale quarantacinque anni or sono gli amici Ivo e Carlo ci fecero sudare freddo, poiché a metà le loro corde s’ingarbugliarono…

27 feb 2021

Punta Nera: 80 anni fa la prima salita invernale

Ricorre proprio oggi l’80° anniversario della prima invernale di una cima sulla quale, scrivendo, rischio di ripetermi, perché è una fonte di tanti ricordi e da sempre mi ispira simpatia e voglia di conoscenza: la Punta Nera del Sorapìsc.
Credo che la prima invernale sia degna di citazione per due motivi: perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata compiuta il 27 febbraio 1941 da Giorgio Brunner, ingegnere triestino pratico di salite solitarie e già compagno di Emilio Comici; poi perché, grazie alla funivia aperta due anni prima, Brunner riuscì a salire sulla Punta, scendere e rientrare nella casa che aveva affittato nel borgo di Alverà, dopo sole sei ore e mezzo.
Chi segue questo blog saprà che la Punta Nera non è la più alta né la più importante cima del gruppo del Sorapìsc e offre un ambiente selvaggio, un ampio panorama ed una gita non lunga e accessibile all'esperto che non soffra di vertigini. La via consueta, scoperta per caso intorno al 1876 dal cacciatore e pioniere dell’alpinismo "Sandro da Meleres", si dice mentre seguiva un camoscio, richiede circa mezz'ora dalla selletta tra le Crepedeles e i Tonde de Sorapisc, dove passa il sentiero Cai 215, e presenta qualche difficoltà di arrampicata su roccia un po' friabile: servono le mani per l’equilibrio, ma non occorrono funambolismi né attrezzi.
In vetta alla Punta Nera, luglio 2008

Brunner partì in funivia dal centro di Cortina alle 10 del mattino e alle 16.30 era già rientrato: si servì degli sci fino alla selletta sotto la Punta e trovò ottima neve, riuscendo così in un'invernale stranamente ancora ignorata, su una cima che calamita lo sguardo già dal centro del paese, ma tutto sommato rimane in secondo piano.
L’ultima volta che salii lassù con quattro amici, due dei quali purtroppo non sono più qui, rimettemmo sotto l’ometto un libretto per le firme; sul precedente, rimasto lassù per otto anni, i passaggi mediamente non erano più di 20 per stagione.
Strano, perché in un paio d'ore e poco più dalla rinomata zona di Faloria, chi volesse trascorrere alcune belle ore in montagna, troverà una cima con le peculiarità di altre più alte, rinomate e solide: un ambiente grandioso, rocce e cielo, solitudine e pace invidiabili.

27 gen 2021

Dedicato a Ivo Zardini, guida alpina e amico

Sabato 23 gennaio se n'è andato Ivo Zardini "Làresc". Nel desiderio di ricordarlo, mi sono presto reso conto che forse non ne sapevo abbastanza, ma sull’onda della memoria confido di esserci riuscito ugualmente. 
Compaesano e coetaneo della classe 1958, compagno alle scuole medie, alpinista e guida, impiegato per decenni alle Poste come portalettere - per questa ragione era molto conosciuto in paese - «Ivuzzo», come lo chiamavamo, è stato un buon amico e la sua inattesa scomparsa ha causato un gran rincrescimento. 
Figlio di Arturo «Tamps», Scoiattolo e guida che nel giugno 1963 partecipò alla direttissima dedicata al Papa Paolo VI sul Pilastro di Rozes (5 bivacchi, 350 chiodi), Ivo iniziò ad arrampicare a metà degli anni ‘70. Non fu mai ammesso tra gli Scoiattoli, ma in montagna fece cose egregie (ricordo, ad esempio, tra le tante una delle rare ripetizioni della Castiglioni-Pisoni sulla Torre Fanes, un quinto grado "di una volta"), tanto da diventare guida alpina e poter svolgere poi il mestiere per diversi anni. 
Ivo Zardini (1958-2021)

Ribelle nei confronti di norme, imposizioni e di quanto sentiva un limite alla libertà di pensiero e azione secondo il proprio arbitrio, persona intelligente e acuta, Ivo avrebbe voluto studiare psicologia, ma non gli fu possibile. Insieme si parlava spesso di libri – di cui era un vorace consumatore – e di crode. La prima domenica di aprile del 1976 con lui, Luciano e Carlo ebbi il mio battesimo in cordata sulla Torre Lusy, al quale seguì un trafelato ritorno al buio tra la neve: a Bai de Dones c'era il padre di Luciano, preoccupato e inviperito, che non ci negò una sonora ramanzina. Una settimana dopo  ecco la mia seconda salita, la Via delle Guide in Torre Falzarego; venerdì 27 maggio, saltando senza ripensamenti la scuola, la terza avventura: la Via Dimai sulla Punta Fiames, ai piedi della quale salimmo in motorino con un rustico imbrago di pelle e corda (di suo padre), una bottiglia d’acqua minerale, una scatola di zollette di zucchero e la Gazzetta dello Sport. La salita andò bene, ma da allora non ci capitarono altre occasioni di legarci insieme; le nostre strade, come succede sempre, si divisero ma restammo sempre in amicizia e, ad ogni incontro, bastava una battuta per ritrovare una certa sintonia. 
Un giorno di qualche anno fa gli avevo proposto di fuggire ancora una volta in montagna, salendo insieme la via Schloegel-Innerkofler sulla Croda Rossa, che non avevo mai fatto: purtroppo però, rimase soltanto un progetto... 
Citando durante il commovente rito funebre le parole di San Paolo, il nostro Parroco ha affermato che uno dei modi per sentirsi cristiani e fedeli è anche stare accanto ai sofferenti. Nel mio piccolo, spero di avere aiutato qualche volta anch'io il caro, inquieto amico a sentirsi un po' meglio.

13 gen 2021

Compleanno speciale sul Becco di Mezzodì

Quasi un secolo fa, il 13 gennaio 1925, il trentino Giuseppe Bepi Degregorio, detto “el Maestro de Posta” (poiché diresse l’Ufficio Postale di Cortina, fino alle Olimpiadi del '56), alpinista e sci alpinista, Accademico del Cai e del Gism, Presidente per otto lustri della Sezione di Cortina del Cai nonché giornalista e scrittore, saliva al rifugio Croda da Lago in compagnia del custode del tempo, Achille Toscani. 
Quel giorno Bepi aveva in mente di ricordare il proprio trentaseiesimo compleanno in modo speciale: salendo da solo, tra la neve e il ghiaccio, sul Becco di Mezzodì per i camini in cui il leggendario Santo Siorpaes da Sorabances e William Edward Utterson Kelso avevano rivelato al nascente turismo dolomitico le pallide cime attorno al Lago di Federa. 
L’ascensione di Bepi si svolse senza intoppi. Il custode lo aspettò, comunque inquieto, accanto alla stufa rovente del rifugio; nel pomeriggio si avviò verso Forcella Ambrizzola con un badile in spalla, battendo pista nella neve alta per accogliere l’alpinista, e fu molto sollevato nel vederlo rientrare, intirizzito ma sorridente. 
Bepi Degregorio, nel 1966 (raccolta E.M.)

Le fonti non hanno mai considerato quella del 1925 come la probabile prima solitaria invernale del Becco, già salito dall'olandese Jeanine Immink con le guide Dimai nel dicembre 1891, e poi da Angelo Dibona col cliente Von Csaky il 4 gennaio 1913. 
L'autore, scomparso in una luminosa giornata del novembre 1978, raccontò con brio la scalata nel suo diario alpino "Cortina e le sue montagne", uscito per la prima volta nel 1952. Chi riuscisse a farlo, vada utilmente a rileggersi quella romantica pagina di alpinismo "vecchia maniera"!
Oltre novant'anni dopo la salita e a 132 dalla nascita di Degregorio, un personaggio di spicco della Cortina novecentesca, pare doveroso proporre ancora una volta il ricordo di quella piccola, grande avventura.

30 dic 2020

La variante della Dimai sulla Fiames: curiosità storiche

Chiudo l'anno con un post di quelli che mi piacciono di più: un tentativo di ricostruzione storica di parte di una via alpinistica delle nostre montagne. Buon 2021 a tutti i lettori.
Me ne aveva già accennato tempo fa Franco, guida alpina e cultore di storia ampezzana; di recente ho poi riscoperto una fonte, che mi ha indotto a saperne di più. 
Di seguito pertanto cercherò di chiarire quello che giudico un minuscolo "mistero" di storia alpinistica: la paternità della «Variante» alla via Dimai-Heath-Verzi sulla sud-ovest della Punta Fiames, classica aperta 120 anni fa ed ancora oggi amata e frequentata. La via, che sale lungo la vasta parete alla ricerca delle minori difficoltà, nella 10^ cordata nasconde il «passaggio chiave»: un camino liscio, un po' strapiombante e spesso bagnato, che l'aneddotica ricorda come «el camin de Frasto» per una tragicomica vicenda che vi accadde nel 1905.
Per evitarlo e semplificare la via, che veniva percorsa spesso anche in discesa, quando non c'era la ferrata Strobel e le condizioni della normale (facile, ma esposta a nord) non erano sicure per la neve ed il ghiaccio, poco dopo l’apertura fu ideata una variante che dribbla il tratto più difficile della Dimai lungo una serie di camini e vi si riunisce dopo l’11^ cordata. 
Nella loro guida del Pomagagnon-Cristallo del 1981, Jurgen e Angelika Schmidt assegnarono alla variante un dislivello di 80 metri e uno sviluppo più che doppio, con difficoltà inferiori rispetto al camino Dimai. Nel 1908 de Falkner, in «Le Dolomiti del Cadore», aveva spiegato che: «...oggi si preferisce una variante per la quale si raggiunge la via descritta circa a metà parete, evitando l’esposta traversata». Da questo inciso si deduce che, sette anni dopo la conquista della parete, la variante già esisteva ed era utilizzata. 
La relazione e lo schizzo della variante non mancano nel «Berti» dall’edizione del 1928 all’ultima, del 1971: per l'occasione, però, mi sono spinto oltre. Consultando «Dolomiti di Cortina d’Ampezzo», guida firmata nel 1925 da Ugo di Vallepiana con note di Antonio Berti e Federico Terschak, forse ho trovato il busillis: la variante, che «...serve per scansare il camino e le pareti prima e dopo la grotta...» sarebbe stata aperta da «Piaz, Rizzi». 
Il passaggio del "Camin de Frasto" (foto F.G.)
Al riguardo è stato logico pensare alle guide fassane Tita Piaz (1879-1948) e Luigi Rizzi (1869-1948), che negli anni Dieci del '900 lavoravano molto anche fuori dalla valle nativa. La fonte scoperta mi ha incuriosito, soprattutto in ragione del fatto che, nonostante numerose salite della via Dimai negli anni della gioventù, ignorai sempre la «Variante», e non pensai mai di sperimentarla, anche soltanto per fare qualcosa di nuovo.

22 dic 2020

Vagabondando fra i nomi delle montagne d'Ampezzo

Chi scrive ha nel cassetto, in attesa di tempi migliori, una collezione personale di toponimi ed oronimi del territorio ampezzano che vantano origini post-belliche o alpinistiche, per cui in genere non si perdono nelle tenebre medievali e distinguono forcelle, rifugi, vette e luoghi vari scoperti in conseguenza dell'utilizzo turistico delle nostre montagne.

Finora nella collezione se ne sono accumulati oltre 120, a partire da quelli coniati nel 1860-70 da Paul Grohmann, il “primo salitor delle montanie d'Ampezzo” come ebbe a definirlo una delle sue guide, Angelo Dimai Deo senior, e fino a tempi recenti.

Alcuni oronimi e toponimi sono legati a peculiarità morfologiche del territorio, altri a persone - alpinisti o meno - che ebbero qualche relazione con i luoghi o con la storia locale; altri ancora vanno ricondotti ad uomini o cose di cui - man mano che il tempo avanza - è sempre più complesso ricostruire i contorni.

Punta Erbing, oronimo coniato nel 1905 (foto E.M.)

Diversi nomi erano ignoti nella valle d'Ampezzo prima della Grande Guerra (ad esempio, sono di formazione bellica almeno: Becco Muraglia, Castelletto, Col Gallina, Col Pistone, Testaccio); altri sono nati negli ultimi decenni (Guglia Raffaele, Torre Elisabetta e Torre Paola sono creazioni della guida Franz Dallago poco più che "adolescenti", del 1996), altri ancora derivano da toponimi ladini originali "addolciti" ad uso turistico (Cima Prati, Ra Valles, Rio Gere, Forcella Rossa, Vitelli). Tutti insieme formano un gruppo compatto e abbastanza folto di termini, e non tutti sono stati analizzati a fondo dagli autori e dai testi che si sono occupati della toponomastica ampezzana.

Insomma, lavoro da fare al riguardo ce n'é ancora, e sicuramente nel prosieguo delle indagini - che contiamo di fare, complice l'attuale maggior disponibilità di tempo libero - usciranno magari notizie e curiosità stimolanti per chi attende a questi studi, preziosi e particolari.

18 dic 2020

Quarant'anni fa sulla Cima, o Torre del Lago

Ah, quanti ricordi! Negli anni Ottanta, fra tante altre, salimmo più volte una via che, per estetica e qualità, ci parve tra le più belle offerte di stampo classico sulle montagne intorno a Cortina.
Il giudizio, comunque personale, viene anche dal fatto che, lungo l’itinerario e su quella cima, solo una volta ci capitò di incrociare altre persone. Mi riferisco al diedro O.S.O. della Cima del Lago (o Torre del Lago?: la via termina sulla cresta fra le due cime, che di solito non si salgono!) nel gruppo di Fanes, che guarda il Lago del Lagazuoi.
L’itinerario fu tracciato il 2.8.1954 dai romani Dall’Oglio, Consiglio e Micarelli, mentre compivano una campagna esplorativa nella zona. A lungo trascurato, fu riscoperto da Enzo Cozzolino di Trieste, che lo salì - per primo in solitaria - intorno al 1970; da allora è stato ripetuto, incluso in antologie di scalate scelte e giudicato interessante e piacevole.
La via si sviluppa per 400 metri: i primi 150 hanno difficoltà limitate e interesse relativo, mentre il resto si svolge su roccia solida, e sono sei cordate non oltre il 4°+. A quel tempo nel diedro i chiodi erano molti meno degli undici usati dai primi salitori, ma comunque bastevoli, perché ci si assicurava naturalmente un po’ dappertutto.
La mia prima salita personale del diedro risale al 26.9.1980, quando ci andai con Enrico. Nell'agosto 1981 vi tornai da primo con Mario di Bologna, e lasciai lassù un libretto di via; nel 1985 con Sandro superammo il diedro, un tiro a testa, in un’ora e mezza e infine nell’ottobre del 1986 vi tornai con Nicola, ancora da primo.
21 luglio 1985, con Sandro
A queste salite va sommato anche un tentativo, "fallito" ai piedi del tratto superiore per i sassi smossi da una cordata che ci prevedeva, compiuto con mio fratello e due amici ai primi di ottobre 1982. Il ricordo del diedro, tecnico ma mai snervante, in un ambiente maestoso ma non opprimente, con una discesa da scoprire ma non complicata, dopo un quarantennio dal primo approccio è sempre vivo e non svanisce.

8 dic 2020

Il Calvario della Punta Fiames nelle Dolomiti

L'appassionato che conosca la Punta Fiames, cima emergente dal profilo della valle d'Ampezzo verso nord-est, quasi certamente conoscerà anche il "Calvario". Nota agli scalatori perché è utile soltanto a loro, è la traccia, oggi più definita ma ancora un po' arcana, che unisce le pendici cosparse di mughi del Pomagagnon, dette “Cojinàtes”, con gli attacchi degli itinerari sulla parete sud-ovest della Punta: le classiche Dimai e Jori, la Direttissima, la Centrale, la moderna Paolo Rodèla.

Per capire il perché del nome di Calvario, assegnato alla traccia in epoca e da persone ignote e trasmesso solo oralmente, si provi a percorrerlo in un giorno di sole; data l'impietosa esposizione a sud, risulterà torrido e faticoso. Si aggiunga la mancanza di acqua lungo l'accesso, che dalla zona ospedaliera di Cortina, base di partenza per molti scalatori, richiede oltre un'ora (se non si sbagli sentiero), e il quadro è completo.

Il Calvario, non facile - e in ogni caso, illogico - per i semplici escursionisti, poiché ad un certo momento la traccia è sbarrata da un camino di 20 m, di roccia buona ma verticale e sprotetto (3° inf.), fu scoperto dalle guide Antonio Dimai e Agostino Verzi ad inizio secolo, mentre perlustravano la parete cercando la prima via, sulla quale poi accompagnarono il 7 luglio 1901 il cliente J.L. Heath.

Desta senz'altro ammirazione l'intuito dei due ampezzani, che almeno fino alla Grande Guerra formarono una solida e celebre cordata, nell'insinuarsi fra ghiaie, mughi, rocce e terra verso la terrazza inclinata emergente sullo zoccolo, dalla quale iniziano le vie.

Il Calvario prende avvio ai piedi della Punta della Croce, un po' spostato rispetto alla verticale della Fiames; sale sinuosamente, piega verso la Fiames, valica il canale che la stacca dalla Punta della Croce e continua infine sullo zoccolo fino ad una macchia di ghiaie che spicca già da Cortina.

Punta Fiames e Calvario (foto I.D.F. novembre 2020)

Il primo tratto del percorso, che nasce dal sentiero di Forcella Pomagagnon ai piedi del grande ghiaione e traversa dapprima quasi in piano superando vari canali detritici, che ogni anno mutano forma e aspetto, è agevolato da qualche segnavia, che rassicura chi non conosce la zona.

Il 16 dicembre 1984, una giornata tiepida e quasi estiva, salii il Calvario con Roberto, che desiderava conoscerlo. Giunti alla macchia di ghiaie, facendo merenda gli illustrai il percorso della soprastante via Dimai, che quell'anno avevo salito due volte; dopo un bagno di sole, prendemmo contenti la via di casa e per pranzo eravamo a tavola.

Ricordo come molto piacevole quella pur "illogica" divagazione; avendo l'attrezzatura, sarebbe stato bello proseguire per la Dimai, una via che - per chi crede a queste cose - oltre ad un valore alpinistico, ne ha anche uno storico e ambientale. Dopo molti anni, la ricordo bene.

24 nov 2020

L'enigma della Torre Fragele

Da topo di biblioteca, sfoglio spesso pubblicazioni moderne e antiche che, oltre alla pratica sul campo - ormai purtroppo molto ridotta - alimentano le informazioni sull’ambiente e la storia dolomitica e stimolano a una formazione permanente, che investe anche peculiarità storiche ed ambientali minori. 
Nella guida delle Dolomiti Orientali che il medico ed alpinista veneziano Antonio Berti diede alle stampe per la prima volta nel 1908, un breve paragrafo mi ha incuriosito. 
Vi ho trovato, infatti, un oronimo, «Torre Fragele», che seppur esterno al territorio ampezzano riguarda una guida di Cortina che amò in particolare il gruppo, ancora poco esplorato, dei Cadini di Misurina: Giovanni Cesare Siorpaes Salvador (Jan de Santo). Sconosciuto ai più, l’oronimo si riferisce ad una guglia di soli venticinque metri d'altezza, che campeggia sulla Forcella della Neve fra i rami «della Neve» e «di San Lucano» dei Cadini, molto frequentata da escursionisti e scialpinisti.
Il 21 luglio 1900, la piccola torre fu salita e battezzata dalla ventenne baronessa ungherese Ilona von Eötvös, appassionata delle Dolomiti come il padre Loránd e la sorella maggiore Rolanda, e da «Jan», una delle guide preferite della famiglia. Berti descrisse la salita come difficile, ma di essa non ho trovato traccia in alcuna delle mie solite fonti, se non nella preziosa edizione della guida del 1928. 
Giovanni Cesare Siorpaes Salvador,
più noto come Jan de Santo

Non comprendendo la radice dell’oronimo, mi sono appoggiato a Wolfgang Strobl di Dobbiaco, storico esperto del turismo e dell’alpinismo dolomitico, che sta studiando la famiglia von Eötvös, protagonista di tanta storia otto-novecentesca tra Dobbiaco, Cortina e Auronzo. 
L'amico ha risolto prontamente il caso, ricavandone la soluzione da un articolo del 1902 dell'alpinista germanico Adolf Witzenmann. Fragele, termine tedesco-tirolese di cui non è facile decifrare l’etimologia, non era altro che il nome del cane di Jan de Santo...
Quel giorno di centovent'anni fa l’animaletto, giunto in forcella zampettando accanto alla guida e alla cliente e lasciato in sicurezza su un terrazzino, fu testimone della salita, cosicché uno dei due alpinisti volle battezzare la torre in suo onore.

19 nov 2020

Gli inglesi e e la scoperta delle Dolomiti

Ah, questi inglesi! Se non avessero passato la Manica a metà dell'800 in direzione delle Alpi, forse sarebbe arrivato qualcun altro; comunque, il grande merito della rivelazione dei Monti Pallidi, delle loro valli e dei paesi che le popolano, appartiene senza dubbio ad inglesi, scozzesi e irlandesi.
Tra i primi venuti a curiosare, dopo Gilbert e Churchill, ci fu una donna, Amelia Edwards, una viaggiatrice che però non scalò le cime. Nel 1857, John Ball si aggiudicò il Pelmo e nel 1860 la Marmolada di Rocca, e poi via via, in ordine alfabrico : Amery, Broome e Corning, Freshfield, Heath, Phillimore e Raynor, Lovelace, Tomasson, Tuckett, Wall, Withwell, Wyatt,  Tomasson e tanti altri... Fino alla Grande Guerra, perché dopo di essa il mondo cambiò faccia, forestieri ne vennero ancora, ma lo spirito di conquista ormai si era affievolito e cedette il posto ad altri alpinismi. 
I britannici hanno lasciato traccia ovunque nelle Dolomiti, dal Brenta alle Pale, e qui da noi in quasi tutti i gruppi montuosi. Nel 1890 Jones e poi Cockburn salirono, con la giovane guida Constantini, due cime del misconosciuto Pomagagnon, la Croda Longes e la Croda del Pomagagnon. 
Grandi cose fecero poi a fine secolo Phillimore e Raynor sulle Pale, sul Catinaccio, in Tofana, Croda da Lago, Cristallo, Pomagagnon, Antelao, Tre Cime. I due lasciarono i loro nomi a diverse vette e vie: ricordiamo per curiosità il piccolo Ago Inglese, lungo l’accesso alla via normale della Croda da Lago (forse salito da Phillimore, Dimai e Verzi nel 1899, tornando dalla prima del Campanile Federa). 
Il Pomagagnon da Cortina (foto I.D.F.)
La quinta delle 5 Torri, l’Inglese, fu conquistata da Wyatt con Menardi e Maioni nel 1901; in Tofana ci sono due Vie Inglesi, ma la più nota è quella sulla parete SO della Tofana di Mezzo (Phillimore e  Raynor con Dimai e Colli, 1897); sulla Costa del Bartoldo c’è il "Passo Phillimore" sulla parete sud, superata dagli indomabili Phillimore e Raynor con Dimai, 1899; sul Piz Popena c’è una via Inglese sullo spigolo sud, opera di Phillimore, Raynor, Dimai, Innerkofler e Pompanin del 1898, e così via. Altri ne hanno già scritto e non la vogliamo fare troppo lunga: resta il fatto che, per le Dolomiti, le cordate venute da oltre Manica furono fondamentali e indimenticate. 

15 nov 2020

Quattro passi sul Lago Bianco

«Lago Bianco»: quanti possono affermare di conoscere quel luogo a Cortina? Eppure si discosta solo di pochi metri dalla strada statale e da un sentiero assai trafficato; soltanto che, non avendo i requisiti del lago da cartolina, è del tutto ignorato.
Iniziando dal nome, che è particolare poiché lo specchio lacustre così denominato... in realtà non esiste più, ormai da molto tempo.
Ci troviamo a circa 1500 m., sulla destra orografica della SS 51 a sud della sella di Cimabanche e all’imbocco della carrareccia che sale verso Lerosa. Secondo de Zanna-Berti, il lago fu battezzato «Bianco» per il limo che ne copriva il fondo e affiora ancora a tratti, dove la superficie è meno colonizzata da una caratteristica, magra vegetazione, forse oggetto di analisi da parte di chi ne sa più di noi.
Il Lago Bianco con il Knollkopf (foto E.M.)
Nella Grande Guerra ebbe un certo rilievo, poiché nei suoi pressi prendeva avvio una teleferica austriaca che saliva verso la sovrastante Punta Ovest del Forame de Fora. Inesorabilmente sommerso negli anni dalle colate detritiche scivolate dalla conoide di Cimabanche, oggi il lago si è convertito nella magra distesa che ci accompagna passando in automobile, e probabilmente pochi lo notano.
Sul lato a monte, tra la vegetazione il Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo ha allestito una mangiatoia per ungulati che, a giudicare dalle numerose peste riscontrate nei dintorni, certamente non mancano di visitarla.
Negli anni che furono, ovviamente distratti da obiettivi di maggior pregio, non avevamo mai considerato l’idea di impiegare pochi minuti per mettere i piedi sulla morbida superficie del lago che non c’è più; nella zona è il terzo, dopo il Lago Negro e quello di Rufiedo, entrambi posti sul lato opposto della SS 51 ed ormai quasi fusi tra loro.
In verità al Lago Bianco non ci sarebbe tanto da vedere, se non le erbe e gli arbusti che coprono la piana, una pozza dal fondo melmoso e giallastro che ricorda certi fanghi termali, e la visuale, aperta da un lato sugli scoscesi dirupi del Forame de Fora e dall’altro sul Col Rotondo dei Canopi, il Knollkopf dei pusteresi.
Però è un luogo singolare, tant'è che in un pomeriggio d'estate, passando da quelle parti, ci siamo concessi volentieri la visita di un angolo senza fama del nostro territorio, che non ci ha deluso.

11 nov 2020

Pfalzgauhütte, il rifugio dolomitico costruito quattro volte

L’8 agosto 1891, ai piedi del circo da cui escono le acque che alimentano il lago del Sorapis, scavato nella roccia e privo di emissari superficiali, attraversano poi sottoterra la soglia rocciosa del ripiano glaciale e confluiscono nella cascata del Pis (per questo, il soprastante massiccio roccioso si chiama «Sora-Pìs» e non «Soràpis»!) apriva le porte la Pfalzgauhütte. 
Terzo rifugio alpino d’Ampezzo dopo il Sachsendank ed il Tofana, posto a 1928 m. sul confine tra il Tirolo e l’Italia, il rifugio era stato promosso dal Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, una cittadina del medio Reno. Vi si saliva, e ancora vi si sale, per almeno tre sentieri: da Federavecchia di Auronzo inerpicandosi a fianco della cascata; dal Passo Tre Croci, scavalcando lo zoccolo delle Cime del Lòudo con un tracciato facilitato in alcuni punti; dalle Crepedèles (oggi detti Tondi di Faloria), attraversando il Ciadin del Lòudo lungo un sentiero aperto nel 1903, munito anch'esso di qualche fune metallica. 
Il primo edificio non ebbe però fortuna. Trovandosi in una conca ombrosa e soggetta a grossi accumuli di neve (giusto un mese fa, l'11 ottobre, lassù se ne misuravano addirittura 65 centimetri!), nella primavera 1895 fu distrutto da una valanga, e subito spostato un centinaio di metri più a nord, in una posizione riparata. 
Il rifugio Pfalzgau,
con la Zesta sullo sfondo (archivio E.M.)
 
Nel 1913 però la capanna era di nuovo inagibile. Dopo la guerra fu assegnata alla Sezione di Venezia del Cai, che la ricostruì intitolandola a Cesare Luigi Luzzatti e la riaprì il 22 giugno 1924. Sulla parete della 2^ Sorella, proprio alle sue spalle, il 26/27 agosto 1929 i triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di VI grado nelle Dolomiti. 
Ribattezzato nel 1939 Rifugio Sorapis in base alle leggi razziali, il Luzzatti non subì danni nel 2° conflitto mondiale e poté così riaprire nel 1947; il 18-19 ottobre 1959, però, fu vittima dell’ennesimo, inaspettato incendio. Rifabbricato per la quarta volta e aperto il 18 settembre 1966, contemporaneamente alle vie attrezzate che permettono di fare il giro del gruppo del Sorapis, è stato dedicato al veneziano Alfonso Vandelli.
Storica base per salire la Punta del Sorapis per l’antica via Grohmann, o per la più difficile via Müller, entrambe cadute nel dimenticatoio, da molti anni il rifugio è gestito da famiglie auronzane. 

1 nov 2020

Il segreto della Cima Cason de Formin

Negli anni Ottanta, percorremmo più volte la classica via aperta nel 1970 da Franz Dallago e Dino Constantini sul diedro O della Cima Cason di Formin, snella propaggine della Croda da Lago.

La prima salita si verificò a Ferragosto del 1982. Seguendo la relazione della guida “Berti”, trovammo poi subito il "segreto" per scendere dalla vetta: un sinuoso foro tra due massi, in cui ci si doveva infilare senza zaino e quasi trattenendo il respiro; era l'unica possibilità per schivare una zona di roccia friabile e malsicura.

Cima Cason de Formin dalla valle omonima
  (cartolina anni '30, raccolta E.M.)

Sfruttammo tranquillamente il foro dopo altre salite, fino al 1987. Quella volta ero con A.: ma, al momento di scendere… il foro non si trovò più! I massi che lo formavano, dopo secoli erano crollati uno sull’altro, e per risolvere la situazione si doveva uscire e affrontare una paretina esposta, più ripida di tutto il diedro sottostante.

Nulla di strano sulle montagne, dove fin dall'inizio dei tempi la morfologia cambia di continuo: una sorpresa però per noi, che ci eravamo abituati a gattonare ogni volta in un foro molto stretto, ma protetto e comodo. Sicuro non lo era: ma noi questo non lo avevamo previsto.

23 ott 2020

Ricordando Silvana Rovis

Da quindici giorni Silvana Rovis non è più tra noi. 
Silvana era tante cose: alpinista e sci alpinista orgogliosa delle proprie radici istriane; socia delle Sezioni del Cai di Venezia e di Fiume; socia accademica del Gism; confidente e amica di scalatrici e scalatori, artisti e scrittori di montagna, anche a Cortina, Ma anzitutto è stata per anni l’infaticabile Segretaria redazionale e memoria storica di “Le Alpi Venete”, il semestrale triveneto del Cai fondato nel 1947 da Camillo Berti, per il quale ha intervistato tanti rappresentanti di punta del mondo alpinistico, dando loro visibilità con uno stile fondato su competenza, discrezione ed equilibrio. 
Silvana Rovis a La Tor - Forni di Sopra,
7.10.2017 (foto I.D.F.)
Col marito Paolo Rematelli, istruttore di alpinismo e socio attivo di “Giovane Montagna”, Silvana era sempre presente agli incontri del Gism, al Film Festival di Trento, dovunque si potesse portare la voce, le idee e le esperienze delle donne riguardo alla Montagna. Fino al 1° incontro d'arte, poesia, letteratura e cultura “Le Dolomiti al femminile”, promosso da Bepi Pellegrinon sotto l’egida del Gism il 29 agosto a Cencenighe, in cui ricordò con accenti commossi la sua amica alpinista Bianca di Beaco, di Trieste. 
Ora nella casa di Paolo e Silvana a Mestre, tra tanti libri, riviste, fotografie, appunti e ricordi di vette e persone, mancherà la sua figura, la sua cultura della Montagna, la sua presenza gentile nei momenti ufficiali, importanti o lieti che radunano gli amanti delle crode. 
La Montagna, non solo triveneta, ha perso un'interprete entusiasta e combattiva, esploratrice delle cime del mondo ed autrice di interessanti pubblicazioni: in sintesi, una cara amica.

20 ott 2020

Il micio del Col Rosà, una tenera avventura

In montagna ho vissuto anche qualche esperienza particolare e che mi piace ricordare. Sto pensando a tre escursioni con animali domestici: un cane, un gatto e una capra seguirono me, familiari e amici rispettivamente sulla Scala del Minighèl in Tofana, lungo la ferrata e la normale del Col Rosà e nella traversata da Antruiles a Fodara Vedla per Forcella Camin. 

Mi sovviene nitidamente il ricordo del gatto in ferrata. Era la metà degli anni ’70 ed esordivamo nelle nostre scorribande montane quando, con mio fratello e due amici, salii la ferrata Bovero sul Col Rosà, che avevo già percorso con i miei genitori intorno al 1968.

Niente di eroico, certo, visto oggi; ma allora ero il "vecchio" del gruppo e avevo sedici anni! Partendo dal campeggio di Fiames, ci si materializzò subito davanti un micio, che prima ci annusò ben bene e poi, convinto, iniziò a trotterellare con noi lungo la strada bianca di Pian de ra Spines.

A Forcella Posporcora ce l’avevamo ancora tra i piedi, all'attacco della ferrata pure. Che fare? Carlo prese l'iniziativa e ficcò il felino nello zaino, lasciando fuori solo la testa; quello, per nulla intimidito, si lasciò accarezzare - anche da me, che non ho mai avuto un gran feeling con gli animali - e salì "in carrozza" con noi fino in vetta. 

Il Col Rosà, da Fiames (foto I.D.F.)
Presso la croce lo liberammo, ma non scappò: anzi, accettò qualcosa delle nostre merende e poi ci seguì zampettando sulle rocce, tra mughi e conifere e lungo i canali della normale, fino alla base del Col. 

Chiudendo la gita al campeggio, mosso dall’istinto, il micio cambiò strada e, così com'era apparso alcune ore prima, sparì. Non miagolò nulla; tra me e me, però, gli rivolsi un sommesso ringraziamento per la tenera, silenziosa, discreta compagnia che quel giorno ci aveva fatto.

12 ott 2020

Dove nasce il torrente Boite?

Il Boite, nato a nord della conca ampezzana, fluisce lungo l’intera valle alla quale dà il nome e, dopo circa 45 km, si getta nel Piave a Perarolo di Cadore. 
A ben vedere, il torrente non possiede una vera e propria sorgente. Nasce dalle acque che scendono dagli altipiani di Fòsses e Rudo e che, dopo essere filtrate sotto terra attraverso il blocco calcareo su cui poggiano gli altipiani stessi, riemergono a nord della radura di Cianpo de Crósc, oltre Ra Stua. Nel tratto iniziale – caratterizzato da tranquille e scenografiche volute meandriformi e da una rara flora di sorgente e di torbiera – il torrente porta però il nome di Aga de Cianpo de Crósc. 
L'Aga percorre la Val de Rudo fino al pascolo di Pian de Loa; sul margine destro orografico di questo si fonde con le acque del Ru de Fanes, nato sulla Munt de Gran Fanes e disceso per la valle omonima, dando vita a un lago e alle due famose cascate. 
Poco prima di Pian de Loa, il Ru de Fanes riceve quello de Travenànzes, nato presso Forcella Col dei Bos e sceso lungo il solco vallivo omonimo, tra la Tofana e le cime di Fanes. Da ultimo, l'Aga si fa carico di un terzo rio, il Felizon, che sgorga dalle vivaci sorgenti alla base delle Punte del Forame e corre fino a Fiames; solo allora, allo sbocco della forra sotto la rocca di Podestagno, il corso d'acqua può fregiarsi del nome di “Boite”. 
Nella cartografia, tra cui quella ufficiale dell'IGM, e nel patrimonio comune l'idrografia d’Ampezzo è un po' confusa, identificando come Boite anche le sorgenti e il corso dell'Aga de Cianpo de Crosc e fuorviando qualche visitatore del Parco Naturale che, giunto al rifugio Ra Stua in sandali, voleva guadagnare in pochi minuti il luogo natio del principale torrente ampezzano, decantato come "imperdibile". 
Ecco il Boite! (foto E.M., 12 ottobre 2014)
“Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, manuale di toponomastica di De Zanna e Berti, e ”Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Cortina d’Ampezzo” di Filippi (che denomina le sorgenti Aghes de Cianpo de Crosc) hanno riordinato un po' la questione. Nonostante i dubbi sollevati da qualcuno, ci siamo così convinti che si possa parlare di Boite vero e proprio solo a Pian de Loa, nei pressi dei due ponti alla base del canalone franoso che scende dal Col Rosà. Proprio lì, in condizioni meteorologiche autunnali e particolari, ci è occorso di riuscire a distinguere la fusione delle acque provenienti dalla destra e dalla sinistra idrografica, che quel giorno avevano due colori diversi.

26 set 2020

50 anni del Diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin

Il crinale della Croda da Lago nel gruppo omonimo, articolato in aghi, punte e torri, anche se fu esplorato dai pionieri fin dal 1878, non offre dappertutto roccia solidissima. 
Una cima sembra comunque un po’ più solida delle altre. Scalata nel 1930 e da allora costellata di percorsi, l’ultimo dei quali mezza dozzina di anni fa, è la Cima Cason de Formin (m. 2376), che guarda con una parete giallastra il pascolo e il Cason omonimi, e si vede bene salendo dal Ponte di Rocurto al rifugio Croda da Lago. 
Non si sa se la cima, non semplice da raggiungere, avesse un nome già al tempo dei pionieri: dal punto di vista esplorativo, fu scoperta da quattro ampezzani, le guide Angelo Dibona e Luigi Apollonio e i fratelli Rinaldo e Olga Zardini, che il 17 luglio 1930 tracciarono la prima via sul lato ovest. 
Quarant’anni dopo, dunque mezzo secolo fa, la guida Franz Dallago con Dino Constantini battezzò invece il diedro che solca la parete sul versante affacciato alla Val Formin: un diedro grigio e verticale, lungo oltre duecento metri e ricco di clessidre naturali, che offre una salita classica, molto piacevole e coinvolgente. Nella prima lunghezza, il passaggio più difficile della via (V grado) si può furbescamente evitare attaccando per la via Dibona e salendo per rocce gradinate. 
Cima Cason de Formin,
dal sentiero 434 (C. Bortot)


Dallago e Constantini scalarono il diedro, da alcuni detto «del Naza», il 23 settembre 1970, usando un solo chiodo e inaugurando una via di indubbio successo. Nel luglio 1976 Diego Ghedina, Franco Alverà e Ivo Zardini vi tracciarono una breve variante: non conosciamo alcunché della prima ripetizione, prima solitaria e prima invernale, anche perché non risulta che la cima abbia mai avuto un libretto per le firme. 
Dopo cinquant’anni, i primi salitori – ultra settantenni in gamba - certamente ricordano la via scoperta sulla Cima Cason de Formin, che ha dato da impegnarsi e da divertirsi a più di una generazione di frequentatori delle Dolomiti. 
Se ci sarà sempre qualcuno che si trova a proprio agio su rocce non estreme, dove è prima di tutto la Montagna, e poi il gesto atletico, che conta, altri ancora troveranno certamente soddisfazione su quel diedro.

8 set 2020

Hans, storico gestore del "Fonda Savio" (1935-2020)

Il 27 agosto si è spento Hans Pörnbacher, storico gestore del rifugio Fonda Savio. 
Guida alpina e maestro di sci originario della Valle Aurina, uomo di montagna schietto e affabile, si è addormentato nella sua Campo Tures a due mesi dall'85° compleanno. 
Noto fra i suoi paesani come “Öler-Hons”, a metà degli anni '60 aveva rilevato dal precedente gestore, il rifugio al Passo dei Tocci sui Cadini di Misurina, aperto dalla Sezione XXX Ottobre del Cai di Trieste nel 1963 e intitolato ai fratelli Paolo, Piero e Sergio Fonda Savio, nipoti dello scrittore Italo Svevo, caduti durante la 2^ guerra mondiale. 
Con la moglie Lina e i figli Marianna e Florian, che poi gli è succeduto, Pörnbacher condusse il rifugio fino a qualche anno fa, ritirandosi quindi a vita privata nella casa di Campo Tures. 
Per ricordarlo, sconfino nel personale, ed estendo il mio ricordo anche ai familiari di Hans che ho conosciuto. Dopo aver visitato il rifugio già dalla prima gioventù per escursioni e ferrate, nel quindicennio 1981-96 salii per diciannove volte - con una serie di amici – la classica e piacevole via Mazzorana-del Torso sulla fessura sud della Torre Wundt, torrione dolomitico a poca distanza dal rifugio. 
Il rifugio Fonda Savio e la Cima Cadin
del R ifugio (foto B. Contin)
Ogni qual volta si giungeva su al Fonda Savio per arrampicare o solo per camminare, era un'abitudine passare alla capanna per gustare l’ottimo strudel di Lina e una buona birra, e non mancavano mai due battute con i gestori.
Ricordo che Hans, al quale avevo detto della mia parentela diretta con Lino Lacedelli, anche lui affezionato alla zona, vedendomi mi accoglieva, con il suo marcato accento tirolese, quasi sempre così: “Lazzedèli, come stai?” oppure “Sei venuto su per la tua Tore?” 
Ricordo con simpatia il valente rifugista e saluto la famiglia, che gli è stata vicina fino alla fine; pur non avendo da qualche anno l'occasione di raggiungere un rifugio che ho amato più di altri, rivedo ancora la figura di Hans, le sue parole e i suoi consigli.

1 set 2020

1° settembre, sullo Spigolo Dibona

Quanto può contare per qualcuno, lasciare il proprio nome su uno dei tanti libri di vetta che costellano i nostri monti? Molto, e lo dico con convinzione. Il fatto è questo: il 1° settembre di qualche anno fa, salimmo in tre lo “Spigolo Dibona” della Cima Grande di Lavaredo.

Una via famosa, che personalmente non ricordo troppo difficile; ritenuta un po' rischiosa per le scariche di sassi smosse da chi sale, riveste un grande rilievo storico, legandosi ad una figura importante per l'alpinismo, Angelo Dibona, e fu una piacevolissima esperienza.

Giunti sul cengione sotto la cima, il tempo stava cambiando velocemente, ma l’amico Renzo (che aveva già superato la cinquantina ed avrebbe potuto essere nostro padre) volle a tutti i costi salire in vetta, per vedere la croce e firmare il libro. 

L'amico Renzo (1933-2010, foto archivio R .A.)

Gli interessava il panorama che si gode da lassù; disse che forse sulla Grande non sarebbe mai più salito, e dunque avrebbe gradito lasciare il suo nome su una vetta, che spesso gli alpinisti saltano, giudicandola superflua. 

Fummo d'accordo: giunti alla croce firmammo il libro, facemmo merenda e, visto il cielo ormai nero, ci affrettammo a scendere. Lungo il ritorno - in cui incrociammo altre cordate - sopravvenne un furioso temporale, che ci bagnò fino alle ossa, trasformò la parete in un torrente, complicò le manovre di corda e tutto quello che ne consegue.

Giurammo che, se fossimo giunti a terra incolumi, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo: e così fu. Da Molin a Misurina facemmo incetta di tè, tè con rum, vino e infine grappa, tanto che la discesa verso casa... divenne molto più alpinistica della salita.

L’amico se n'è andato dieci anni fa. Quando ci incontravamo, seppure a distanza di tempo, i nostri discorsi vertevano quasi sempre sull'unica ascensione fatta insieme, sulla cima che lui non rivide più, sul furioso temporale, sulla storica "balla" che ci portammo a casa.

Per noi giovani, ma soprattutto per lui, quella domenica sullo Spigolo Dibona penso abbia costituito senza dubbio un ricordo incancellabile.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...