25 mag 2015

Sul campanile più bello del mondo

Nel corso della mia piccola storia d’alpinista mi è occorso di salire, sotto la guida dell'amico Enrico, anche il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. 
La salita risale all’11 settembre 1981: partiti il giorno prima da Trieste - dove frequentavamo l’Università - muniti di pane, prosciutto e una bottiglia d’aranciata, parcheggiammo la 127 bordeaux alla fine della Val Cimoliana, poco sotto il Rifugio Pordenone. 
Le nostre finanze non ci autorizzavano a soggiornare al rifugio, e così ci limitammo a visitarlo la sera e berci qualcosa in compagnia. Non c’era quasi nessuno. In un angolo cenavano due alpinisti, che si presentarono come Vincenzo Altamura di Milano e Stanislav Gilić di Fiume, instancabili esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave, che pochi giorni prima avevano aperto una lunga via sulla Croda Cimoliana. 
Dormimmo in macchina, stretti e male, infastiditi per gran parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo l’erto sentiero che porta alla base del Campanile. 
Sulla celeberrima traversata
(foto E.L.)
La salita fu tranquilla, una lunghezza a testa e senza particolari patemi, a parte il volo della mia giacca a vento dalla seconda cordata, che al ritorno m'impose di risalire un bel pezzo in libera, per recuperarla. 
La traversata, di cui è nota l'allarmante descrizione della guida Berti, non sembrò un granché: più dura la Fessura Cozzi, levigata da ottant'anni di strusciamenti, e scomodo il Camino Glanvell, dove ricordo il mio povero zaino, che dovevo tirarmi dietro e grattava dappertutto. 
In cima, con sorpresa, trovammo un sacchetto da pane con la firma di Mauro Corona, salito poco prima - mi sembra - per l’82a volta; mancava però la celebre campana, collocata lassù da diciannove alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate era stata smontata e portata a Pordenone, per essere riparata! 
L'aerea calata sugli Strapiombi Nord ci divertì assai: nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a raccontare agli amici la nostra ascensione ad una delle vette più note e idealizzate dell’arco dolomitico.

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