01 giu 2016

La Torre Latina, una misconosciuta guglia delle Dolomiti

L'altro giorno, alla mia raccolta di vecchie cartoline se ne è aggiunta una degli anni '50, di quelle che i fotografi facevano colorare a mano, da esperti e pazienti collaboratori. Essa ritrae le famose Cinque Torri, o Torri d'Averau o meglio “Pénes de Potor" o "de Naeròu”, secondo la toponomastica  ampezzana. 
Dai dossi antistanti le guglie - sui quali non compaiono la seggiovia che sale da Bai de Dònes e il Rifugio Scoiattoli, costruiti alla fine degli anni '60 - le guglie offrono una visione classica e molto sfruttata, apprezzabile specialmente dalla terrazza antistante il rifugio. 
Nel mezzo del bizzarro gruppo emerge la tozza torre detta Terza o Latina, alta circa settanta metri, carente di storia alpinistica propria e poco nota, anche se un quarto di secolo fa è stata un po' attualizzata con alcuni monotiri di falesia. 
Salita per la prima volta, non si sa quando né da chi, per l'inclinato versante sud-est (ideale per iniziare ad arrampicare, è la via meno difficile delle Torri), la Latina appare certamente un po' più appetibile dal lato ovest, rivolto all'Averau ed evidente in primo piano in questa, come in tante altre immagini. 
Le Torri d'Averau (raccolta E.M.)
Da quella parte c'è una seconda via normale, una sessantina di metri di buon terzo grado, anch'essa opera di ignoti. Sulla via, che salii intorno al 1981, ricordo bene di avere trovato un grosso e solido chiodo di foggia antiquata, piantato almeno un trentennio prima che lo incontrassi. Oltre alle due "normali", sulla parete sud della torre, comunque c'è anche una via breve ma molto difficile, aperta nel 1942 dallo Scoiattolo Luigi Menardi con i fratelli Lino e Antonio Zanettin e presto dimenticata. 
Etimologicamente, il toponimo “Latina” ha oscuri natali: a mio giudizio potrebbe risalire all'epoca fascista ed essere stato dato alla guglia in ossequio alla toponomastica di regime allora imperante. 
Che sia andata così o no, sulla terza delle Cinque Torri la gente non si è mai certamente accalcata. A quella guglia misconosciuta, tra l'altro, si sono interessati in pochi: Berti in "Dolomiti Orientali" (1956, 1971), Dallago e Alverà in "Cinque Torri" (1987) e il sottoscritto in “Su par ra Pénes de Naeròu”, dedicato nel 2000 a uno dei gruppi più singolari delle Dolomiti, dove migliaia di persone hanno iniziato ad armeggiare con chiodi, corde, moschettoni e staffe, lasciandoci magari anche un pezzetto di cuore.

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