29 giu 2014

Malga Stolla, a due passi dalla confusione

La Stollaalm-Malga Stolla, posta a 1930 m di quota sul versante orientale della Croda Rossa d'Ampezzo in Comune di Braies, è un luogo non molto noto, ma con un "che" di particolare. 
Malga Stolla,
photo courtesy commons.wikimedia.org
Pur distando solo mezz'ora dal frequentato altopiano di Pratopiazza, tutto sommato è un angolo appartato, dove di solito non si transita ma occorre recarsi apposta. 
Quando ripetevamo ogni anno la via normale della Punta del Pin, passammo a Malga Stolla un paio di volte: la dimessa capanna era chiusa e pareva quasi abbandonata, per cui non suscitò in noi alcuna  curiosità. Con sorpresa la trovammo aperta e gestita nel luglio 2003, quando arrivammo fin lì con un paio di amici divagando da Pratopiazza, dopo aver salito la Val dei Canopi. 
Qualche tempo dopo tornammo in condizioni nettamente invernali, un 20 novembre, risalendo da Ponticello la valle da cui la malga prende il nome. 
Salendo mi colpì in modo particolare la stradina d'accesso, che d'inverno si copre di numerose cascatelle d'acqua gelata nel freddo tratto inferiore e di neve in quello superiore: quel giorno si camminava bene, ma senza ramponi ci volle tutta l'attenzione possibile, dalla partenza all'arrivo. Il fascino della piccola conca che ospita la malga, seppure questa fosse deserta, in quella giornata "alaskana" è rimasto nel ricordo. 
Immagino che Malga Stolla, ammodernata di recente con una seconda costruzione al fianco e l'allargamento della stradina che viene dalla valle, non voglia/possa aprire anche d'inverno perché, fra l'altro, forse non sopporterebbe un pesante afflusso turistico e non potrebbe garantire un servizio adeguato. 
Il luogo, anche senza mucche al pascolo e pur avaro di sole, riveste comunque un certo fascino anche fuori stagione. 
Quel 20 novembre, unica nostra visita d'inverno, prima di lasciare la silenziosa conca ci pensammo un attimo: ma un brivido di freddo ci diede il "la", obbligandoci a fare gli ultimi due passi e affrontare la consueta, bonaria confusione che pervade Pratopiazza quasi tutto l'anno.

26 giu 2014

Croda de Pousa Marza, meta nobile e illustre

La via comune della Croda de Pousa Marza (m 2504), nel sottogruppo del Popena, non rientra di sicuro nei canoni delle scalate dolomitiche di gran moda. 
Scoperta il 29/7/1884 dalla guida pusterese Michl Innerkofler, che  salì dapprima in vetta da solo e nella stessa giornata risalì portando in cima la giovane cliente boema Mitzl Eckerth, consente di conseguire un torrione esteticamente molto elegante, specie se lo si osserva dalla Strada 48 bis delle Dolomiti, nei pressi del ponte sul torrente Rudavoi. 
Esclusa quella estetica, non ritengo però che la Croda abbia altre pregevolezze: la roccia piuttosto malsicura, oltre alla comune, ha consentito di aprirvi un'unica altra via, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (parete SO, 4/4/1976).
Attratto dalla breve relazione che ne avevo letto su una guida in lingua tedesca, ripetei la via comune della Croda de Pousa Marza con l’amico Roberto giusto vent'anni fa, il 9/7/1994, ed entrambi la giudicammo una vietta simpatica. Tutto sommato, l’Innerkofler-Eckerth non è tanto malvagia, ma originale e godibile: lo ammise anche Visentini, nella sua guida del Cristallo pubblicata nel 1996 e dalla quale ho tratto numerosi spunti per vagabondare fra quelle crode. 
La Croda con il versante di salita, 
dal Corno d'Angolo
(foto E.M., agosto 2008)
Sono circa 100 m di 2° abbondante con due tratti più difficili, su una parete esposta, di roccia non granitica ma neppure infame. Chiodi non ne trovammo, e per sicurezza bastarono vari spuntoni e clessidre: per scendere ci affidammo a tre doppie su cordini, rimasti lassù a memoria della nostra visita. 
La cima era pulita, senza alcuna traccia umana, anche se hanno visitato la Croda in anni lontani alpinisti nobili e illustri: Severino Casara, Alberto Re dei Belgi con le guide Antonio e Angelo Dimai di Cortina (1926), Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz di Misurina (1930) e molti altri. 
Il passaggio chiave, uno strapiombo di qualche metro da superare di slancio da una cengetta, è solido e atletico. La via conserva tutto il sapore pionieristico ed esplorativo proprio dei suoi 130 anni di età: sommata all’accesso per il circo esterno dei due dominati dal Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, ancor meno battuto, riempì di gioia quella lontana giornata.

09 giu 2014

Cima NE di Marcoira, una bella via normale

Pensate che a Cortina, soprattutto nella stagione di maggior fermento, non esistano quasi più gli angoli di tranquillità? Sottovalutate Cortina! 
“Via dalla pazza folla” (e senza voler offendere la folla), solo allargando di poco il facile orizzonte di comodi rifugi e famose vie ferrate e spostandosi di qualche passo dai soliti sentieri, Cortina svela  - infatti - un ventaglio di boschi silenziosi, cime deserte, forcelle solitarie, valli isolate, dove la sola compagnia è quasi sempre quella di se stessi. 
Esempio, vissuto più volte negli anni e sempre con grande piacere? La normale della Cima NE di Marcoira (un satellite minore del Sorapìs, con l'accento sulla i), di accesso semplice seppure non banale, gratificante e poco noto anche ai locali. La Cima NE di Marcoira (o Malquoira, 2422 m), è ben visibile dal Passo Tre Croci, e i suoi fianchi, per fortuna, sono ben distanti dalla saturazione di presenze umane. 
In cima, verso le Tofane, 19/7/2003 
(foto E.M.)
La Cima cominciò a ricevere qualche visita in più dalla fine degli anni '90 grazie a un articolo che chi scrive pubblicò sulla rivista "Cortina", e alla posa in vetta del primo libretto per le firme, avvenuta il 10/10/1999. 
Anche se Forcella Marcoira e la vicina Forcella del Ciadin, trovandosi lungo i sentieri che collegano Faloria e il Passo Tre Croci con il Lago del Sorapis, sono luoghi abbastanza reclamizzati, la Cima NE di Marcoira, che si abbassa verso le citate forcelle con un enorme, ripido pascolo costellato di stelle alpine, gode da sempre una invidiabile tranquillità. 
Frequentata da antichi pastori, i quali alpeggiavano gli ovini nella conca del Ciadin del Lòudo che si stende ai suoi piedi, e da rari scalatori, che fin dagli anni Venti del '900 aprirono alcune vie sulle sue pareti, la cima è un vero gioiello ambientale.
Se ne raggiunge l'angusta sommità da Forcella Marcoira, seguendo labili tracce di ovini e ungulati, che richiedono solo un piede abbastanza fermo. Se già tra gli alberi di Tardeiba, man mano che ci si alza è palpabile l'isolamento da ogni rumore, sulla sommità della Cima ci si sente proprio distanti da tutto: lo confermano le numerose salite di un "Bergvagabunde" che ha sempre cercato mete simili, scoprendone numerose ed estendendo sempre le sensazioni provate lassù a chi era con lui.
Per una giornata, magari intorno a Ferragosto, "la Marcoira" potrebbe rivelarsi un’esperienza da provare!

01 giu 2014

10 anni fa crollava la Torre Trephor

La Trephor, la più piccola ma anche la più scorbutica delle Torri d’Averau, fu salita per la prima volta nel settembre del 1927, ultima fra le undici guglie del gruppo. 
La scalata spettò a tre guide di Cortina: Angelo Dibona Pilato (1879-1956), quasi cinquantenne che, dopo la frenetica attività  degli anni giovanili, saliva ancora montagne difficili; Luigi Apollonio Longo (1899-1978), che  di Dibona fu spesso compagno di cordata; Angelo Verzi Scèco (1901-86). 
Fu quest’ultimo, il “bocia” del trio, a porre per primo i piedi sulla Torre. Lanciando una corda da un pinnacolo adiacente, fu improvvisata una teleferica che permise a Verzi di portarsi in cima alla Trephor, strapiombante su ogni lato. Egli provvide poi ad agevolare gli altri componenti la cordata che, aiutati dall’alto, trovarono difficoltà tra il ginnico e l'alpinistico. 
Pare che il nome della guglia, per quanto storpiato, si rifaccia a quello di Edward de Trafford, britannico residente a Madera (1892-1960), che tra gli anni '20 e i '30 del Novecento venne spesso a Cortina, e arrampicò molto con Dibona e Apollonio.
Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche la Trephor fu scalata dal basso soltanto alcuni anni dopo la conquista. La prima salita se l’aggiudicò nel 1939 "Piero Longo", fratello di Luigi e anche lui guida, che sul breve percorso incontrò difficoltà abbastanza elevate. 
Ciò che resta oggi della Torre Trephor
(foto E.M., 27/6/09)

Nonostante le misure della torre, negli anni seguenti su di essa furono scoperte altre sei vie: alla fine degli anni '50 salì la guida Marino Bianchi, non si sa per quale tracciato; una via in artificiale fu aperta da Paolo Michielli Strobel con A. Zanier nel 1967; altri quattro itinerari di tipo "sportivo" comparvero fra gli anni ’80 e i ‘90.
Penso che ultimamente la cima della Trephor non ospitasse più tanti scalatori, almeno quelli amanti delle classiche: il mio personale è un buon ricordo, avendola salita tre volte  lungo la via di Piero Longo. 
La guglia era una delle cime più minute delle Alpi, ma nel suo piccolo vantava una storia animata e di un certo interesse: esattamente dieci anni fa, il 4 giugno del 2004, si accasciò all'improvviso su se stessa, lasciando un posto vuoto in mezzo alle torri d'Averau e un po' di rimpianto nella memoria di chi l'aveva conosciuta.

Fodàra Védla: un rifugio, una cappella, una storia

Il nome Fodàra Védla, presente in forme simili a Cortina (Fedèra, Fedaròla), Auronzo (Fedèra Vècia), Colle S. Lucia (Fedàre) e altrove, ide...