29 mar 2016

Un po' di wilderness in Ampezzo? Il Busc de r'Ancona

Ci si può arrivare dall'alto, affidandosi alla breve, rustica e mai collaudata “via ferrata”, che il tenace Giulio attrezzò per ammansire i salti che degradano dalla sommità della Croda de r'Ancona; o altrimenti salire dal basso, superando la costa di mughi e detriti sulla quale si scorgono ancora tracce di un accesso bellico, parcamente segnate in rosso. In entrambi i casi, il Busc de r'Ancona (Bus dell'Ancona, Bus d'Ancona nelle vecchie guide e nella cartografia) è un luogo che non può non indurre una certa suggestione.
Il pertugio naturale, alto almeno venti metri e modellato da millenni di gelo e disgelo nella dolomia grigio-rossastra della displuviale che sale verso la Croda che gli ha dato il nome, risalta evidente dalla sottostante Statale 51 d'Alemagna, poco oltre il cosiddetto "Tornichè" di Sant'Hubertus; il luogo riveste una certa rilevanza per la toponomastica come per l'escursionismo, per le leggende come per la storia militare.
Il Busc de r'Ancona si trova, infatti, al centro di una leggenda, riportata da Karl Felix Wolff per Ampezzo ma comune anche ad altri "fori" dolomitici e non; secondo Wolff sarebbe stato sfondato a colpi di corna dal diavolo inviperito, quando fu messo definitivamente in fuga dal pievano della valle ampezzana, che aveva invano tentato di allontanare dal Cristianesimo. 
Photo by panoramio.com
Il luogo importa anche allo storico militare: durante la Prima Guerra Mondiale, ebbe una certa rinomanza strategica, poiché già nel 1915 sulla dorsale Ciadénes - Croda de r'Ancona fallirono, con un pesante costo di vite umane, gli assalti sferrati dall'esercito italiano al baluardo di Son Pouses.
Il Busc è, poi, una meta curiosa per una ristretta fascia di escursionisti, trovandosi lungo un collegamento per cresta, poco usurato e che si sviluppa fuori da tracce e carte, da Ospitale alla Croda de r'Ancona.
Last but not least, lassù si è registrata una delle prime imprese di sci ripido d'Ampezzo. Nell'inverno 1984, infatti, Nina Ford valicò il foro da sola, scendendo per prima sugli sci lungo l'invaso detritico che, dopo circa seicento metri di dislivello, va a morire presso la Statale d'Alemagna.
Rilevante che sia per l'uno o l'altro motivo, il suggestivo foro piace comunque a molti, e noi cultori della wilderness ampezzana vi siamo tornati e lo pensiamo, sempre volentieri.

20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo l'occasione per ricordare un amico di croda e rilevare quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la propria firma sui libri di vetta che costellano le montagne. 
Il 1° settembre 1985 salimmo lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che per l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi sembrò eccessivamente impegnativa; un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia di parte italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente Emil Stübler, nell'agosto 1909; secondo quella di parte tedesca, invece, Dibona fu il primo ripetitore dell'itinerario scoperto l'anno prima in solitaria da Rudl Eller, guida di Lienz (1882-1977). 
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva passato i cinquant'anni, uno in meno di noi due giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro, temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Renzo sulla Rocheta de Cianpolongo, primi anni 2000
(foto raccolta Roberta Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo. 
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Da Alziro Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico posso svelarne il nome: Renzo Alverà Pazifico (1933-2010), di Acquabona d'Ampezzo.

16 mar 2016

Taburlo, la meta perfetta

Una solida paretina alta almeno 7-8 metri, sulla quale - durante la Prima Guerra Mondiale - era sicuramente ancorata una scaletta, consente di accedere ad una cima ampezzana un po' particolare, della quale non si parla mai: il Taburlo, o Falè. 
Quotato 2268 m, schiacciato fra il soprastante, imponente Taé e il dirimpettaio Col Rosà (una cima nota e frequentata per la via ferrata "Bovero" ma piuttosto scialba se vista da nord), il Taburlo dal nome misterioso sorveglia i boschi di Pian de Loa con una parete rossa e verticale, superata nel 1963 da Ivano Dibona e Marcello Bonafede, che l’avevano provata senza successo nell’autunno dell’anno prima. 
Il libro di vetta, che nei primi anni '90 avevano portato lassù alcuni amici di Cortina - due dei quali, Claudio e Alfonso, non sono più tra noi da lungo tempo - documenta la poca frequentazione di una croda scorbutica, non ricercata e fuori dai grandi circuiti. 
Raggiunto per la prima volta da Domenigg e Rausch nel 1906, utilizzato poi come posto d'osservazione austriaco durante la guerra, il Taburlo è una cima "vecchio stampo", scomoda ma generoso con chi l'apprezza, e risveglia la voglia di natura di pochi scaltriti, impazienti di uscire dal box degli obiettivi noti, addomesticati e recensiti da decine di forum, libri, riviste, siti web. 
Il Taburlo, salendo verso il Ponte dei Cadorìs
(E.M., 30 maggio 2010)
La salita, nel complesso, presenta passi disagevoli e richiede quel po' di impegno fisico e mentale che in montagna insaporisce i traguardi; avendola effettuata cinque volte, in una delle quali - tra l’altro - ero solo, affermo che ogni volta mi sono sentito veramente a posto con me stesso e con la natura nel guadagnare una cupola inaspettatamente ampia e comoda. La cupola, striata da ghiaie e mughi, è difesa su ogni lato da dirupi e tracce ormai labili, rocce mai elementari e spesso esposte. 
Mi sembra ancora di riprovare la sensazione che ebbi in quel settembre di vent'anni fa, quando – facendo impaziente la fila – attendevo che gli altri del gruppo superassero l’ultimo ostacolo, secondo me un bel secondo grado inferiore. 
Per un momento mi sorpresi a pensare che la cima che aspiravo a salire, disturbata negli ultimi 90 anni da presenze umane certamente non esagerate, un po' aspra ma anche un po' dolce, era la meta alpinistica perfetta. 
Oggi, se posso ardire, vi indirizzerei solo coloro che aspirano a conoscere un angolo dolomitico alternativo, una zona solitaria, una via normale non famosa né certamente alla moda, un po' più impegnativa del solito, ma ricca di quel fascino che non tramonta.
Prima che crolli tutto quanto...

07 mar 2016

Torre Quarta (o Torre Andrea): pareti di gioventù

Quarta Alta a sinistra,
Bassa a destra (E.M., giugno '09)
Oh, com'era bello "andare in Cinque Torri!" Ma non sulle vie di 6°, né tanto meno su quelle moderne, che comunque a quei tempi erano ancora poche e circondate da un'aura di "fanta-alpinismo". 
La scuola dei vent'anni furono le classiche, salite e risalite qualche volta con fatica (il Diedro della Romana...) ma sempre con soddisfazione e orgoglio: normale, Nuvolau, via delle Guide sulla Grande; Lusy, Barancio per la via Dibona, il citato Diedro della Romana, le due normali della Latina, la Quarta e l'Inglese.
Le percorrevamo ogni anno, talvolta anche d'inverno, alternandole ogni tanto con qualcosa di difficile, nella speranza di crescere. Ecco allora che ci riuscirono la Olga, l'Armida, la Dibona da N, la Miriam, la Diretta e la Fessura Dimai sulla Grande, e tre salite della Trephor, la torre che da una dozzina d'anni non esiste più. 
Le ricordo tutte nitidamente e di tutte credo di avere scritto almeno una volta: in questo momento mi è sovvenuto in particolare della Quarta (per l'esattezza, Quarta Alta), quel caratteristico parallelepipedo all'apparenza inclinato. 
Salita per la prima volta nel settembre 1911 dalla guida Angelo Dibona con Amedeo Girardi, di primo acchito pareva quasi più difficile di quanto poi non fosse. L'ascensione ha uno sviluppo originale: bisogna salire, infatti, fino a metà dell’adiacente Quarta Bassa (piccola torre molto frequentata come meta a sé stante), quindi traversare al punto d’unione tra le due guglie, un terrazzino sul quale si sta a stento in piedi, e proseguire su roccia scura e quasi verticale, oltrepassando un terrazzino erboso, fino in cima. 
La vetta è piatta e - a differenza di altre torri - invita ad un placido riposo: ricordo che, sotto l’ometto, in quegli anni c’era ancora un umido quaderno con qualche firma interessante. 
Un tempo (quando? Lo scriveva Antonio Berti già nel 1928, ma sicuramente la denominazione è precedente), la Quarta Alta veniva detta anche Torre Andrea: questo antroponimo potrebbe essere oggetto di una piccola ricerca e un articolo, che mi riprometto di scrivere. Oggi che passo di rado da quelle parti, rivedo con piacere la Quarta Alta, la Quarta Bassa e tutte le altre torri nei ricordi e nelle fotografie.

03 mar 2016

1882-2010: le scalate del campanile di Cortina

Poiché le ripide scale di legno all'interno della torre campanaria non sono conformi alle più recenti norme di sicurezza, sul ballatoio del campanile di Cortina (eretto nel 1853-1858 fino all'inusuale altezza di 70,17 m, escluse la croce e la sfera dorata sommitale) di solito non è possibile salire. Dal punto di vista del turismo è un peccato, poiché il campanile costituirebbe di sicuro un'ulteriore e interessante offerta per gli ospiti della conca ampezzana.
La visuale a 360° che si gode dall'alto, infatti, è integrata da una cinquantina di targhe metalliche, infisse lungo la balaustra a segnare i nomi delle numerose montagne che si ammirano da lassù.
Ma chi sale oggi sul campanile? Per tradizione, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, alcuni suonatori della Banda d'Ampezzo con gli strumenti in spalla, che poi dal ballatoio solennizzano in musica la Mezzanotte Santa.
Chi ha visitato il campanile quando era possibile (seppure anche allora saltuariamente), conserverà certo il ricordo della salita: soprattutto durante quella nevicata in cui alcuni ragazzi delle medie, sfruttando la coltre bianca, ebbero la folle idea di lanciare palle di neve da qualche dozzina di metri d'altezza, centrando gli ombrelli di alcuni passanti...!
Fino ad alcuni decenni fa, in occasione di ricorrenze importanti, qualche alpinista scalava il campanile fino in vetta e vi faceva sventolare bandiere e stendardi. Già nel 1882 il pioniere tedesco Emil Zsigmondy sfidò la forza di gravità, percorrendo tutta la balaustra in piedi. Nel 1925 e 1927, in occasione delle visite a Cortina del Principe Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari (Rico Becheréto) raggiunse la croce e vi fissò la bandiera del Regno d'Italia. Intorno alla metà del '900, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bòcia e Luigi Ghedina Bibi tornarono lassù per posizionare stendardi: fu memorabile la salita del 1954, per festeggiare Lino Lacedelli de Mente, tornato dal K2. Nella primavera 1945, infine, anche la guida Marino Bianchi Fouzigora aveva scalato la croce, collocando una provocante bandiera in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. 
La guida Marco Da Pozzo (1966-2010)
photo by www.planetmountain.com)
Non tutte le salite sul campanile, però, sono state momenti lieti. Il 26 aprile 2010, la guida Marco Da Pozzo, che col collega Luca Dapoz stava lavorando sul culmine, scivolò disgraziatamente sulla lamiera; tentando di afferrare il parafulmine senza successo, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto e morì sul colpo. L'episodio provocò grande impressione e dolore ed ha fugato, forse per qualche tempo, la prospettiva di ulteriori scalate sul campanile.

Fodàra Védla: un rifugio, una cappella, una storia

Il nome Fodàra Védla, presente in forme simili a Cortina (Fedèra, Fedaròla), Auronzo (Fedèra Vècia), Colle S. Lucia (Fedàre) e altrove, ide...