20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo oggi l'occasione per ricordare un buon amico di croda, rilevando quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la firma sui libri di vetta che arricchiscono le nostre montagne. 
Una domenica di settembre, tre di noi salirono lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che con l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi parve eccessivamente impegnativa; certamente un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma molto godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente tedesco Emil Stübler, nell'agosto del 1909; secondo la storiografia di parte tedesca, invece, quella di Dibona fu solo la prima ripetizione di un itinerario scoperto un anno prima in solitaria dalla guida di Lienz Rudolf Eller (1882-1977).
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva cinquantadue anni, uno in meno di noi giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva di ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che molto spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro (io invece aspettavo solo quello, per "consegnarmi alla storia"...), temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Sulla Rocchetta di Campolongo, intorno aal 2000
(raccolta R. Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi due giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (che per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo.
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Alla Baita da Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tazze di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno di cordata a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che lui non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico, posso svelare il suo nome: Renzo Alverà Pazifico, classe 1933, di Acquabona.

Corno d’Angolo: chi l'avrà salito per primo, e perché?

Chi avrà salito per primo il  Corno d’Angolo, e perché?  Già noto ai pionieri con il nome tedesco di Eckhorn, dovuto alla sua posizione a...