16 mar 2016

Taburlo, la meta perfetta

Una solida paretina alta almeno 7-8 metri, sulla quale - durante la Prima Guerra Mondiale - era sicuramente ancorata una scaletta, consente di accedere ad una cima ampezzana un po' particolare, della quale non si parla mai: il Taburlo, o Falè. 
Quotato 2268 m, schiacciato fra il soprastante, imponente Taé e il dirimpettaio Col Rosà (una cima nota e frequentata per la via ferrata "Bovero" ma piuttosto scialba se vista da nord), il Taburlo dal nome misterioso sorveglia i boschi di Pian de Loa con una parete rossa e verticale, superata nel 1963 da Ivano Dibona e Marcello Bonafede, che l’avevano provata senza successo nell’autunno dell’anno prima. 
Il libro di vetta, che nei primi anni '90 avevano portato lassù alcuni amici di Cortina - due dei quali, Claudio e Alfonso, non sono più tra noi da lungo tempo - documenta la poca frequentazione di una croda scorbutica, non ricercata e fuori dai grandi circuiti. 
Raggiunto per la prima volta da Domenigg e Rausch nel 1906, utilizzato poi come posto d'osservazione austriaco durante la guerra, il Taburlo è una cima "vecchio stampo", scomoda ma generoso con chi l'apprezza, e risveglia la voglia di natura di pochi scaltriti, impazienti di uscire dal box degli obiettivi noti, addomesticati e recensiti da decine di forum, libri, riviste, siti web. 
Il Taburlo, salendo verso il Ponte dei Cadorìs
(E.M., 30 maggio 2010)
La salita, nel complesso, presenta passi disagevoli e richiede quel po' di impegno fisico e mentale che in montagna insaporisce i traguardi; avendola effettuata cinque volte, in una delle quali - tra l’altro - ero solo, affermo che ogni volta mi sono sentito veramente a posto con me stesso e con la natura nel guadagnare una cupola inaspettatamente ampia e comoda. La cupola, striata da ghiaie e mughi, è difesa su ogni lato da dirupi e tracce ormai labili, rocce mai elementari e spesso esposte. 
Mi sembra ancora di riprovare la sensazione che ebbi in quel settembre di vent'anni fa, quando – facendo impaziente la fila – attendevo che gli altri del gruppo superassero l’ultimo ostacolo, secondo me un bel secondo grado inferiore. 
Per un momento mi sorpresi a pensare che la cima che aspiravo a salire, disturbata negli ultimi 90 anni da presenze umane certamente non esagerate, un po' aspra ma anche un po' dolce, era la meta alpinistica perfetta. 
Oggi, se posso ardire, vi indirizzerei solo coloro che aspirano a conoscere un angolo dolomitico alternativo, una zona solitaria, una via normale non famosa né certamente alla moda, un po' più impegnativa del solito, ma ricca di quel fascino che non tramonta.
Prima che crolli tutto quanto...

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