26 dic 2018

Hansi e il suo famoso trisnonno, la guida Zaccaria Pompanin

Johann “Battista” Mutschlechner, per gli amici Hansi, faceva il carpentiere; oggi, passata la cinquantina, si dedica invece con successo a tutt'altra professione, l'accompagnatore di media montagna. 
Pusterese DOC, nelle sue vene scorre però anche sangue ampezzano: la madre Clara, infatti, era bisnipote di Zaccaria Pompanin “'Sàcar de Radéšchi”, rinomata guida scomparsa quasi centenaria nel 1955, che si ricorda per una ventina di nuove vie, tra cui il Camino Pompanin sulla parete NO della Croda da Lago (28.8.1895, con Leone Sinigaglia e Angelo Zangiacomi, "Pizenìn 'Sachèo") e la parete SE del Col Rosà (26.6.1899, con Robert Corry e Antonio Dimai, "Tone Déo"). 
Hansi coltiva una lodevole passione per la storia del suo trisavolo e così, valendosi dei ricordi trasmessi dalle donne di casa (la madre, la nonna Norma e la bisnonna Lia), va raccogliendo tutto ciò che concerne la figura della guida, di cui parla sempre con sincero trasporto e ammirazione. 
Per renderle onore, recentemente Mutschlechner ha avuto un bel pensiero: è venuto a Cortina e, di propria iniziativa, ha sistemato l’urna cineraria di “’Sacar” nella cripta del cimitero, aggiungendo sulla lapide il soprannome del casato “(de) Radéšchi”, e una fotografia del trisavolo a circa trent'anni di età; per la cronaca, Pompanin fu guida autorizzata dal 1892 e risultò in esercizio fino al 1926. 
La lapide sull'urna di Zaccaria Pompanin
(foto H. Mutschlechner, 20.12.1208)
Il gesto avrà anche un valore unicamente privato, ma prova l'affezione di Hansi verso il ceppo materno e nei confronti della storia alpinistica ampezzana. Tra una escursione e l'altra, il nostro prosegue nelle sue ricerche, raccoglie immagini e testimonianze, parla con altri della figura e dell'attività dell'avo, che non ha conosciuto ma di cui si può ritenere un esperto; al proposito, è auspicabile che il grande lavoro che sta facendo possa trovare sbocco in qualcosa di duraturo, magari una pubblicazione, per perpetuare l'epopea di un pioniere delle Dolomiti. 
In una piacevole conversazione prenatalizia con Hansi, ho appreso una notizia che sapevo solo in parte e mi è rimasta impressa: nel 1912 “’Sacar”, con i colleghi Bortolo Zagonel di Primiero e Giovanni Conti di Resceto, venne ingaggiato dall'inglese Leo Amery, col quale aveva aperto anni prima una nuova via sulla Croda Marcòra, per visitare le Alpi Apuane. 
Da quelle cime marmoree, sulle quali tracciò un paio di itinerari che - almeno a Cortina - sono praticamente sconosciuti, a più di cinquant'anni la guida montanara ... vide per la prima volta il mare!

12 dic 2018

Celestino de Zanna guida alpina, maestro di sci e soldato

Si sta concludendo il centenario dalla fine della Grande Guerra, per cui propongo alcune note su una delle tre guide di Cortina scomparse nel conflitto: Celestino de Zanna "de Bepe de Poulo", nato a Majon nel 1877, guida patentata dal 1902 e istruttore di sci dal 1911, disperso nelle steppe dell'Uzbekistan dall'aprile 1916. 
Le notizie e le immagini che lo riguardano non sono molte: il ceppo familiare è estinto, e non è noto se esista ancora il libretto personale di guida, mestiere che lo consegnò alla storia grazie alla partecipazione a due salite innovative per l’epoca.
Campanile Rosà, da Val Fiorenza
(foto E. Majoni)
La prima delle due, capeggiate da Angelo Dibona "Pilato", ebbe come obiettivo l'intonso Campanile Rosà ai piedi del Col omonimo, sul quale il 17.8.1910 le guide condussero Amedeo Girardi "d'Amadio" dell'Hotel Vittoria e il medico comunale Leopoldo Paolazzi. Un paio di mesi dopo Angelo e Celestino col solo Amedeo salirono la Torre Grande d'Averau da nord, aprendo così sulle Cinque Torri la prima via con un tratto di 5°.
Celestino de Zanna intorno al 1910
(archivio E. Majoni)
Con S. Besso e la guida Remigio Gasperi della Val Rendena, de Zanna compì il 14.9.1909 anche la seconda salita della Punta Iolanda, cima del Brenta slanciata ed elegante ma alpinisticamente poco nota. In vetta i tre trovarono le tracce di una salita precedente per la stessa via, il canale tra la Punta e la vicina Cima Baratieri, compiuta il 18.7.1908. Secondo un'informazione da verificare, la prima salita sarebbe dovuta alla stessa cordata, ritornata sulla vetta un anno dopo.
Che de Zanna abbia salito la Punta Iolanda per primo o per secondo, comunque non ha grande importanza. Certo è che con Dibona e Bortolo Barbaria "Zuchin" fu tra i primissimi ampezzani a svolgere la nuova professione di maestro di sci. Celibe e abile al servizio militare, l'1 agosto 1914 fu richiamato sul fronte russo, ma dall'anno seguente fu dichiarato disperso nella zona di Tashkent. 
Il suo nome resta nel cimitero comunale, sulle lapidi dedicate alle guide defunte ed ai caduti e dispersi in guerra, nonché sulle due vie tracciate sulle cima ampezzane, meno percorse di un tempo, ma significative dell'innovazione registrata all'inizio del '900 nell'esplorazione delle Dolomiti.

30 nov 2018

La croce di vetta del Sas de Stria è caduta

Mercoledì 28 novembre: di buon mattino, incontro in Cooperativa Gianpaolo, membro del Cnsas di Livinallongo del Col di Lana, che viene spesso a Cortina per lavoro e ci tiene a farmi partecipe di un fatto che ha scoperto da qualche ora. 
La croce di vetta del Sas de Stria, il corno roccioso che sorge in territorio fodom fra il Passo Falzarego e il Passo Valparola e arricchisce qualsiasi immagine del valico che collega Ampezzo con l'Agordino, non c’è più. Anch’essa è stata distrutta dalla disastrosa bufera di vento e acqua che ha flagellato l'alto Bellunese alla fine d'ottobre.
La notizia è stata segnalata a Gianpaolo da Cesare, alpinista e membro del Cnsas di Colle Santa Lucia: loro due, nella zona sono proprio "di casa". Mi dispiace, perché sul Sas de Stria per tanti anni mi sono sentito "di casa" anch'io: l'avrò salito almeno trenta volte, per la via normale - semplice, ma dove occorre fare attenzione a due scale metalliche e alle scivolose rocce finali - e soprattutto per lo spigolo SE, risalito dalla divertente via Colbertaldo-Pezzotti del 1939; tra l'altro nella cordata finale di questa, facendo dell'abitudine una mia tradizione, ero solito fare sicurezza ai compagni proprio dal basamento della croce. Su di essa, ben visibile dal Falzarego, una targa ricorda il Sottotenente Mario Fusetti, caduto il 18.10.1915 subito dopo avere espugnato la cima, e per questo decorato di medaglia d'oro.
Non dubito che il manufatto, simbolo di guerra e oggi di pace, presto sarà rialzato dagli amici fodomi, splendente quanto e più di prima. Bisogna dire che il Sas de Stria è un obiettivo comodo e molto frequentato, anche perché fa parte del museo all'aperto della Grande Guerra in Lagazuoi, e il manufatto dovrà riprendere lo spazio in vetta che occupa da tanti anni, per non dimenticare.
Cima del Sas de Stria, verso la Val Badia. 28.11.2018
(foto Gianpaolo Soratroi)
Né fulmini né nevicate né vandali erano finora riusciti a rovinare la croce, dalla quale la vista spazia verso le Dolomiti d'Ampezzo, agordine e badiotte: c’è voluto il disastro del 29 ottobre, scatenatosi giusto un secolo dopo la fine della Grande Guerra, che lassù registrò scontri sanguinosi con decine di caduti e di feriti, per privarci di un importante simulacro. 
Da Gianpaolo ho cortesemente ricevuto tre immagini della croce divelta dal tornado di un mese fa. Con una di esse concludo la triste notizia, in attesa della prossima stagione.

22 nov 2018

Scompare Camillo Berti, grande uomo dolomitico

Prevista, ma sempre triste, è giunta la notizia che nella serata del 19 novembre si è spento novantottenne, nella sua casa di Venezia, l'avvocato Camillo Berti.
Ultimo figlio vivente del medico e alpinista Antonio, Camillo è stato il degno successore e prosecutore della eredità culturale paterna. Lo ha fatto in più modi: con la rivista semestrale “Le Alpi Venete” - fondata nel 1947, diretta e supervisionata fino a qualche tempo fa -; con la Fondazione Berti, nata per tramandare e valorizzare il patrimonio ideale del padre, che per decenni ha promosso molti bivacchi fissi sui monti triveneti; con vaste conoscenze e numerosi incontri.
Berti è stato un solido punto di riferimento per la cultura delle Dolomiti Orientali, che conosceva, amava e ha illustrato in tanti libri di alpinismo, di storia e di toponomastica. 
Davanti a tutti, l'edizione  (aggiornata in tre volumi nel 1971, 1973, 1982) della guida alpinistico-escursionistica del padre “Le Dolomiti Orientali”, uscita per la prima volta novanta anni or sono, custodita negli zaini da tanti alpinisti che la usarono almeno sino agli anni Ottanta e oggi chicca per bibliofili. 
Camillo Berti (1920-2018)
La figura e i meriti di Camillo Berti, che ho avvicinato e apprezzato più volte, saranno sicuramente ricordate in molte sedi dai suoi tanti amici, conoscenti ed estimatori: qui mi limito a un cordiale ringraziamento per quanto ha fatto per diffondere e far amare e rispettare le Dolomiti. Grazie, Camillo!

13 nov 2018

Il Casón dei Cianpeštris non c'è più!

Nutrendo ormai da lungo tempo interesse per l'alpinismo e la storia locale, mi ha colpito un fatto che ritengo utile divulgare – trattandosi di una notizia minima, ma interessante - perché ritengo che chi conosce e ama il territorio e le sue vicende se ne possa anche dispiacere. 
Qualche giorno fa, durante un sopralluogo di routine, la guardia del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo Vittorio Alverà ha constatato che il Casón dei Cianpeštrìs, baita che sorgeva a quota 1900 metri circa in una radura ai piedi delle Rocchette, e costituiva la più antica costruzione agro-silvo-pastorale superstite d'Ampezzo, è stata distrutta dalle intemperie del 29 ottobre, che le hanno rovesciato addosso un robusto abete rosso.
Il Casón, domenica 11.11.2018 
(foto Roberto Vecellio)
Il danno ambientale ed economico non è ovviamente raffrontabile con quelli subiti da acquedotti, alberi, case, linee elettriche, ponti, strade di tanta parte del Bellunese e della Carnia: si tratta comunque della perdita di un bene storico-culturale (sulle travi interne del Casón spiccavano alcune firme di frequentatori antichi, tra i quali la futura guida Angelo Dibona "Pilato", che lassù fu pastore di ovini nell'estate 1897), e di questo dispiace. Consideriamo poi anche che di recente la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente per territorio ha respinto l'idea delle Regole d'Ampezzo, di trasferire il vetusto fabbricato di cui sono proprietarie, ritenuto un bene museale, dai boschi al Museo Etnografico regoliero, in cui avrebbe potuto fungere da eloquente testimone della storia agro-silvo-pastorale d'Ampezzo.
Fino a contrario avviso, dunque, per ora nella radura dei Cianpeštris si vedono assi, pali e travi tristi e mute, e poi resterà il ricordo di un monumento alle secolari fatiche degli ampezzani che avrebbe dovuto, e anche potuto, essere conservato.

29 ott 2018

Il Camino Pompanin sulla Croda da Lago

Fino a oggi la guida alpina di Cortina deceduta in età più avanzata è Zaccaria Pompanin, Şàcar de Radéšchi, nato a Zuel il 26 agosto 1861 e scomparso il 22 marzo 1955, sulla soglia del novantaquattresimo anno. 
Şàcar fece parte del periodo aureo dell’esplorazione dolomitica: ottenuta l'autorizzazione a fare la guida nel 1892, lavorò senza interruzioni per più di un trentennio, ritirandosi a 65 anni quando ormai si parlava di direttissime e di sesto grado.
Sfiorare il secolo di vita pare sia un genotipo familiare, se è vero che tre figlie della guida superarono i novant'anni: Maria, vedova Fontana (classe 1892) si spense novantaseienne; Oliva "Lia" (classe 1894), coniugata con Francesco Bernardi "Cuto Agnèl", giunse a novantacinque; Zita (classe 1905), coniugata con Luigi Michielli Pelèle, al momento della scomparsa di anni ne aveva centotré. 
La più celebre impresa ideata e condotta da Zaccaria, che lasciò la sua firma su una quindicina di nuovi itinerari, è il "Camino Pompanin", che risale la parete nord-ovest della Croda da Lago, in vista dell'alta Val Formin. 
1913. Le guide di Cortina:  Zaccaria Pompanin
è il 2° da sinistra, seduto
L'itinerario, percorso il 28 agosto 1895 col musicista Leone Sinigaglia (1868-1944) e la guida Angelo Zangiacomi "Şachèo" (1861-1937), offre ai visitatori un camino verticale di settanta metri che richiede una arrampicata tecnica e fu di moda tra '800 e '900.
Oggi gran parte degli alpinisti non sarà più neppure in grado di localizzare il camino, che tra i due secoli portò alpinisti da tutta Europa al Rifugio Barbaria, poi Reichenbergerhutte e infine rifugio Croda da Lago-Gianni Palmieri sul lago di Federa. 
Forse su un paio delle vie del “Zacca”, che si dice salisse nei camini come un felino, qualche nostalgico si gratterà ancora le dita nelle belle stagioni: è il destino dell’alpinismo antico, che - a prescindere dal cambio dei gusti e dai mutamenti morfologici di tanti itinerari - il più delle volte ormai richiede troppa fatica e sacrificio per essere gustato.

19 ott 2018

Roberto Pappacena, "ampezzano d'Abruzzo"

Roberto Pappacena, abruzzese di Lanciano classe 1923, spentosi a Bologna il 16 ottobre alla bella età di 95 anni, se non un alpinista, è stato sicuramente un uomo della nostra montagna.
da Il Notiziario di Cortina.com, 15.01.2013
Stimato docente di lettere come la consorte Gianna scomparsa qualche anno fa, negli anni '70 fu preside della Scuola Media Statale di Cortina; animò il Circolo Artistico nel periodo del suo fulgore; fu un fine critico d’arte; fondatore e vivace collaboratore di alcuni periodici e non da ultimo scrittore di storie paesane e delicato poeta di spessore  nazionale (l’ultimo suo lavoro, la raccolta “Tu” dedicata alla moglie, è del 2012). 
Sono davvero molte le qualità che hanno caratterizzato il professore, presente da decenni tra le Dolomiti, che amò e frequentò spesso; al proposito, citava più volte la disgrazia accaduta il 2 settembre 1967 sulla ferrata Merlone della Cima Cadin Nord Est, in cui morirono Armando Benozzi di Mestre e Silvio Pastrello di Mirano, saliti in comitiva con Pappacena, Augusto Menardi e la guida Marino Bianchi.
Cittadino di rilievo di Cortina, Pappacena ha sfiorato il secolo di vita in salute e freschezza d’intelletto. Chi lo ha conosciuto un po' di più saprà che non era certamente propenso a celebrazioni, citazioni, medaglie al merito; ma nel “dies obitus” non gli dispiacerà che la notizia della sua dipartita appaia anche su questo blog di montagna, in ricordo della sua attività, dei suoi meriti, del lungo e appassionato impegno per la cultura locale, portati avanti con energia, entusiasmo e bontà d'animo. 
Caro “Pappa” (il diminutivo affettuoso col quale in molti lo conoscevamo e non c'entra nulla col Papa, come qualche malevolo ha supposto): anche da qui le giunga un pensiero, colmo di stima e di riconoscenza.

13 ott 2018

Nuovo libro per il 50° del rifugio Staulanza

Domenica 23 settembre, la famiglia Sala “Tuze” ha voluto ricordare con un raduno raccolto ma festosamente animato, il cinquantesimo compleanno del rifugio aperto il 1° luglio 1968 ai 1783 metri del Passo Staulanza, tra Pelmo e Civetta.
Il rifugio, ideato da Olivo e Luigia Sala di Borca, all'inizio aveva sede in un prefabbricato ligneo, consolidato e ampliato nel tempo fino a conseguire l'aspetto e le dimensioni attuali e offrire gli agi di un albergo pluristellato; da oltre vent'anni è gestito da Marco, figlio di Olivo, con la moglie Cristina e i figli Giulia e Luca.
Il raduno, tenutosi in un luminoso pomeriggio sulla terrazza esterna del rifugio - sul quale troneggiano imponenti il Pelmo e il Pelmetto - ha visto l'afflusso di autorità, amici e conoscenti dal Cadore, da Cortina, dalla Val Fiorentina e da Zoldo. Hanno portato il proprio saluto e apprezzamento per la tenacia imprenditoriale della famiglia, i Sindaci Bortolo Sala di Borca, Silvia Cestaro di Selva e Camillo De Pellegrin di Val di Zoldo, Comune in cui ricade il rifugio. Poiché il territorio di Staulanza appartiene al censuario della ricostituita Regola di Borca, era presente anche il Presidente di quest'ultima, Omero De Luca.
Ernesto Majoni (Socio Accademico di Cortina del Gism - Gruppo Italiano Scrittori di Montagna), in omaggio all'amicizia con la famiglia ha scritto il volume in ricordo del cinquantenario, “Staulanza 1968-2018. Un rifugio e la sua storia”, 72 pagine ben illustrate, reperibile al rifugio o presso i proprietari. Durante il raduno, Majoni ha preso la parola per illustrare la genesi e il contenuto del lavoro, soffermandosi sulla constatazione che la storia dei rifugi alpini non è solo quella di fabbricati in quota, ma prima di tutto quella di chi li ha ideati, condotti e amati, come i “Tuze” che dal 1968 offrono la loro ospitalità montanara tra la Val Fiorentina e quella di Zoldo.
Una gustosa merenda, rallegrata dalla musica suonata da un gruppo locale e da qualche giro di valzer degli intervenuti, ha abbellito l’incontro, concluso nel tardo pomeriggio con l’auspicio di ritrovarsi in futuro; chi potrà, è invitato fin d'ora al prossimo compleanno del rifugio Staulanza!

5 ott 2018

Un incidente "grottesco" sulla Torre Wundt

Mi sono stupito, leggendo delle circostanze del recupero - avvenuto il 21 settembre - di due spagnoli sui Cadini di Misurina. 
Dopo aver superato la fessura Mazzorana-del Torso sulla Torre Wundt, non trovando la via di discesa, i due hanno tentato di tornare per quella di salita, bivaccando “senza particolari difficoltà” (penso nella grotta del quarto tiro), “fortunati nel riparo su una sosta con anello cementato” come riporta la stampa. 
Le corde non potevano non incastrarsi; così si sono bloccati e alle sette del mattino hanno dovuto essere prelevati dal Cnsas, con l'intervento dell'elicottero e l'uso di un verricello di 65 metri.
Un incidente può sempre capitare, ci mancherebbe altro, e per fortuna si è risolto in breve senza “bisogno di cure mediche”, ma le modalità della disavventura sfiorano, è il caso di dirlo, il "grottesco".
La via Mazzorana (200 metri di 4° grado) sale a SE, quindi perlopiù al sole e in vista del rifugio Fonda Savio, da cui dista solo 10 minuti. Il "neo", evidenziato alla stampa dal gestore del rifugio - lo stesso che nel 1986 cementò i chiodi di sosta lungo la salita e parte della discesa - è che si deve scendere “seguendo un altro itinerario”, la via normale a N: nonostante la tecnologia, “molti questo non lo sanno, e tornano indietro trovandosi poi in difficoltà” perché la fessura è contorta e le corde non scorrono, come è accaduto agli spagnoli.
Sulla Fessura Mazzorana, 27.8.1984
La via sale di fronte al rifugio, quasi a tiro di voce: e nessuno ha visto o sentito niente? Il gestore, che penso collabori ancora col Cnsas, non poteva salire o far salire qualcuno a "salvare" i due iberici, senza dover chiamare l'elicottero da Bressanone? Con le raccolte di scalate scelte che ci sono in libreria, gli smartphone e il Gps che ci insegue ovunque, nel 2018 ci si può perdere su una cima così trafficata?
Salii per la prima volta la Mazzorana molti anni fa, il 12 agosto 1981: usavo ancora il Berti, non conoscevo la discesa, non c'erano chiodi cementati e non avevamo né telefonino né attrezzature sofisticate, ma in montagna ci vuole anche un po' d'ingegno. Dala cima vedemmo tracce nelle ghiaie e un chiodo con cordini poco sotto, e da lì scendemmo. 
L’accaduto è quasi incredibile, e colpisce la “mia” Torre, che ho salito e disceso quasi venti volte, con le mie forze; per fortuna, o semplicemente perché ci si informava e si guardava bene dove si andava.

2 ott 2018

Col Jarinei, una "via normale" lunga 5 minuti

In una frizzante giornata d'ottobre, ci è capitato di conoscere un punto panoramico ignorato dalla folla e senz’altro particolare: la sommità più elevata del  crinale boscoso del Col Jarinéi, che si dirama da Forcella Sonforcia (detta anche de Col Jarinéi) verso nord, dominando il sottostante pascolo e la baita dei cacciatori. 
Col Jarinei, a un passo dalla cima
(foto I.D.F.)
La cima, costituita da affioramenti rocciosi ricoperti di vegetazione e quotata 2102 m, ha un pregio: si raggiunge in soli cinque minuti di cammino dalla citata Forcella, solitario valico prativo a 2069 m sulla displuviale che dalla Rocheta de Prendera si allunga verso nord a separare le testate della Val Federa e della Val d’Ortié. 
Una traccia di passaggio, opera di bestiame e sottolineata da un bollo di vernice su di un masso, immette sul culmine della dorsale, interessante da completare scendendo fin dove si esaurisce sui pascoli bassi verso Federa. 
La zona, sede ab antiquo dell’alpeggio della Regola di Ambrizzola e di battute di caccia, è riservato ad un escursionismo tranquillo e selezionato (quel giorno lassù trovammo soltanto altre due persone, di Cortina): l’atmosfera è malinconica, davvero raccomandabile. 
Non ci fu possibile intravvedere le “jarines” (pernici di monte) che hanno dato il nome alla cresta, e fu un peccato: in compenso gustammo la pace di un angolino fra i meglio conservati dei nostri monti, che auspichiamo si conservi così anche in avvenire.

19 set 2018

Quando ai piedi del Dito di Dio c'era più rispetto!

“Pi se ra mescéda e pi ra puza” (“Più si rimesta (il letame) e più puzza”) si dice a Cortina, e sarebbe meglio non attizzare ancora il fuoco sulle lamentele e le polemiche; ma voglio aggiungere sommessamente qualcosa, sullo stato in cui versa - per suo merito o per "colpa" della Rete che lo magnifica, attraendovi migliaia di persone di ogni risma - il lago glaciale ai piedi del Dito di Dio.
La modesta proposta di prevenzione che avanzo apparirà forse impraticabile, politicamente scorretta, irrispettosa dei diritti e delle aspettative dei fruitori della montagna, ma – posto che i social media sono seguiti da milioni di utenti, che vi riversano tutto e il contrario di tutto, spesso con profitto e spesso con effetti deleteri - apprezzo gli amici di Padova (coi quali, comunque, a Cortina e nei dintorni sono d'accordo anche altri), che hanno scritto alla stampa, ventilando quanto segue. 
Per ovviare al degrado del lago del Sorapis, giacché è difficile cambiare le persone devono cambiare le cose: si tolgano allora dal sentiero del rifugio Vandelli la comoda scalinata metallica e le attrezzature che più sopra facilitano la cengia ai piedi delle Cime di Marcoira, e si installi qualcosa di più “alpinistico” e minimale, come del resto fino a pochi anni fa.
Quando ai piedi del Dito di Dio c'era più rispetto
(rifugio C.L. Luzzatti 1930 ca. Foto G. Ghedina)
Sarebbero utili alcune corde soltanto o scale meno "metropolitane", che filtrino i passanti mettendo in guardia chi non sia allenato, capace e attrezzato e magari dirottandolo verso altri lidi. 
Ci sono, è vero, altre soluzioni per giungere al lago, più o meno impegnative: il sentiero che sale dal Passo Tre Croci però è il meno lungo, il meno ripido, il meno faticoso e per questo è ormai congestionato e bisognoso di regolamentazione.
Continuando a semplificare la Montagna con nuovi bivacchi, ferrate anche su cime insulse, malghe “gourmet”, piste ciclabili e per down hill, sentieri rullati come strade, ad un certo punto non sarà più il caso di deplorare l'assalto montante e sempre più screanzato alle Dolomiti, di chi non ha né preparazione né rispetto. 
Dal punto di vista economico e d'immagine, si può concludere che i "nuovi alpinisti" che giungono e giungeranno al lago del Sorapis in sandali e col canotto, saranno sempre e comunque una fonte di lavoro: per i mass media e per il Soccorso Alpino.

14 set 2018

Pala SO di Misurina, spigolo del Torso-Pompei: una via interessante

In base alle esperienze passate, qualche volta mi sono chiesto perché spesso decidevamo di inoltrarci in avventure piuttosto particolari, in cui le sorprese non mancavano.
Un caso: la Pala SO di Misurina nel gruppo del Cristallo-Popena, uno dei due risalti più evidenti del crinale che verso sud sovrasta il lago, tra la sella su cui si trovava il rifugio Popena e il Passo delle Pale.
A nord i risalti (denominati Pala NE, 2300 m, e Pala SO, 2298 m) dominano la Val Popena Alta con armonici profili, sui quali si svolgono vie di difficoltà classiche, non prive di suggestione. 
Pala SO di Misurina, dal Passo  delle Pale
(foto E. M., 31 agosto 2008)
Quel giovedì 11 settembre di qualche anno fa, fu proprio una di esse, lo spigolo nord-ovest della Pala più bassa, che - avendone trovato la relazione su una guida del Cristallo-Pomagagnon in tedesco - suscitò la mia curiosità. Dello spigolo, 240 m saliti per la prima volta il 13 agosto 1938 dal Conte Sandro del Torso con Gianfranco Pompei, futuro diplomatico e ambasciatore, ricordo una salita varia e tutto sommato piacevole, seppure su una dolomia modesta.
Dei tre tiri che vincono l'arrotondato pilastro iniziale, uno lo trovammo aereo e divertente. Da metà in su, invece, la via si rivelò un po' più banale: il quarto, il quinto e il sesto tiro - di difficoltà intorno al 2° - si svolgono in un largo colatoio ricco di sfasciumi. Li percorremmo quasi a corda corta; ci piacquero, così come ci piacque uscire in cima e salire sulla vicina Pala NE, due metri più alta, per un'esposta cresta lungo la quale - ho saputo recentemente - superare il masso incastrato che collega le due cime oggi è più difficile.
Nonostante non siano molto lontane da Misurina, le Pale sono montagne solitarie e forse anche disertate; fra l'altro, mi è rimasto impresso l'incontro sulla Pala SO con la strampalata croce di vetta, ottenuta da una vecchia antenna TV, che chissà chi si era preso la briga di trascinare fin lassù.
A me e all'amico Andrea lo spigolo del Torso-Pompei sembrò una via apprezzabile, adatta a divertirci ed estranea ad ogni trambusto e rumore. Lassù sulle Pale ci parve di non aver sprecato la giornata, pur essendoci dedicati ad un itinerario che certamente non ha fatto storia.
Mettemmo in carniere una ripetizione originale, di una via che - oltre alla nostra - dopo il 1938 penso non abbia accumulato salite a bizzeffe, e su una cima (questo fu il pregio per cui la segnalo) dove godemmo una pace e un silenzio altrove forse introvabili.

11 set 2018

Corno d'Angolo: dopo 10 anni, il libro di vetta sarà sostituito

I libri di vetta, che da tempi remoti - per simpatica consuetudine - si collocano su alcune cime per registrare nomi e commenti dei salitori, costituiscono un'iniziativa apprezzata da taluni e da altri magari meno, comunque utile per conoscere la storia delle singole montagne e anche per cercare persone in difficoltà o altro.
Tutte le grandi vette, soprattutto dolomitiche, hanno il loro libretto, talvolta riempito dopo una sola stagione e magari dimenticato per lungo tempo, talaltra mal conservato e lasciato alla mercé delle intemperie, che lo rendono poi inutilizzabile. Ci sono però libri anche su tante vette meno alte e note: numerosi sono ben tenuti, custoditi, rimpiazzati in caso di danneggiamento o esaurimento, e i loro contenuti possono interessare chi si diletta di storia.
Sulla vetta del Corno d'Angolo,
9 agosto 2004 (foto A.C.)
È il caso di quello del Corno d'Angolo (2430 m), rilievo del gruppo del Cristallo che sorge alla testata della Val Popena Alta e si sale in breve e senza gravi difficoltà, però su terreno piuttosto friabile. Il primo libro fu portato in vetta il 31.8.2008, durante un'uscita congiunta delle Sezioni del Cai Cortina e Treviso: dieci anni dopo, lo scorso 3 settembre, gli amici Roberto e Clara Vecellio lo hanno prelevato in quanto ormai esaurito, e archiviato presso il Cai Cortina, dove giace insieme a numerosi altri. Prossimamente la Sezione porterà sul Corno un nuovo libro, con un contenitore impermeabile e sicuro, per continuare la tradizione della firma in vetta.
Il libro del Corno consta di 44 pagine, più alcune volanti anteriori al 2008 e tre biglietti da visita. Le firme saranno un paio di centinaia e scorrendole emergono alcuni spunti curiosi. Ci sono nomi noti come Mauro Corona, salito nel 2015; nomi di persone scomparse e di cui fummo amici (Luca Beltrame, Luciano Bernardi, Adriano Cason, Mario Crespan); la notizia della prima salita di uno degli spigoli del Corno, che fino a nove anni fa contava solo una via di Comici e Del Torso del 1933; un cenno alla probabile prima ripetizione della stessa via, esattamente ottant'anni dopo. 
Molte sono firme di appassionati locali di varie età, che talvolta visitano la cima ogni anno; altrettante sono di turisti, e tutti paiono gratificati dalla breve scalata - percorsa più volte dallo scrivente, prima e dopo la posa del libro di vetta - dall’ambiente preservato in cui si svolge, dalla vista che si schiude dalla stretta cima, da secoli battuta dai cacciatori. 
E' un mondo rosato, dunque, quello dei libri di vetta: un aspetto curioso e spesso negletto della cultura alpina, che non merita di essere trascurato.

5 set 2018

Nuovo libro di Ghedina e Da Pozzo sulla Val di Fanes

Due esperti, uno fotografo e uno conoscitore della natura dolomitica, hanno dato vita al primo libro dedicato in esclusiva alla valle ladina di Fanes, "Val di Fanes". Sono circa ottanta pagine, riccamente illustrate e uscite per i tipi di Michael Edizioni di Treviso poco più di un mese fa.
Il proposito di Roberto "Budi" Ghedina con le sue intriganti immagini e di Michele Da Pozzo coi testi adeguati, è quello di procurare al lettore il gusto di scoprire e apprezzare, con la lettura del paesaggio, il fascino di una vallata dolomitica preziosa perché ricca di naturalità e biodiversità.
Nota da tempi remoti per ragioni perlopiù silvo-pastorali, poiché la carrareccia che la solca unisce i territori limitrofi di Ampezzo e Marebbe, la Val di Fanes è giustamente famosa per le caratteristiche ambientali, geologiche, idrologiche e paesaggistiche: molto frequentata dagli escursionisti, genera stupore quasi a ogni passo, grazie alle cime che la fiancheggiano, ai boschi che l'avvolgono, al rio che la solca espandendosi in  scenografiche cascate, alla storia che vi è stata vissuta fin dal Medioevo, alle leggende del Regno dei Fanes che là sono ambientate.
La pubblicazione dei due ampezzani andrà prima di tutto guardata, ma anche letta, per rivisitare con comodo la valle mediante gli occhi e la mente se la si conosce già, o per programmare una visita, sempre e comunque con la civiltà e il rispetto dovuti al  suo valore ambientale.
Prendendo spunto dal risguardo di copertina, aggiungiamo che Fanes non è l'unica valle ampezzana che merita di essere divulgata e frequentata: per questo, plaudendo agli autori e all'editore, che con questo lavoro consentono a tutti di apprezzare un microcosmo straordinario, per il futuro sarebbe utile pianificare un lavoro analogo anche per la non lontana Val Travenànzes, celebre in guerra come in pace, ricca di natura e di storia e degna di altrettanto interesse e riguardo.

31 ago 2018

Alberto, Aldo e il Pelmo, sette anni dopo

Caro Alberto, caro Aldo.
Non ci siete più già da sette anni, dal giorno in cui donaste la vita per salvare due giovani come voi, mai visti né conosciuti. Il 31 agosto 2011 il Pelmo (che favorì la nostra amicizia, rafforzatasi con la festa per i 150 anni della conquista di John Ball e poi con la mostra sull'alpinismo a San Vito del 2008) vi ha chiamato, nel pieno delle vostre forze e della vostra carriera.
Il Pelmo tra le nuvole (foto A. Roilo)
A casa ricordo spesso, sempre con partecipazione, le occasioni in cui fummo vicini: i lavori qui da noi, la cena sun Zopé da Donato, l'inatteso incontro d'inverno in una remota malga di confine con l'Austria, l'ultima volta in cui ci salutammo, alla cena per il 140° di fondazione delle guide di Cortina, un mese prima dell'incidente.
Mercoledì 31 agosto 2011 accadde una tragedia, per tutti: per le famiglie, gli amici, i colleghi, i nostri paesi, il mondo della montagna. Una mazzata tremenda per chi vi conobbe, vi stimò e oggi non vi dimentica.
In questo ultimo giorno d'agosto, umido e svogliato, il Pelmo si nasconde. A nome di tanti amici, vi dedico un pensiero pieno di affetto e di simpatia, cercando di immaginare tra la nebbia la famosa Nord: la vostra ultima parete, dalla quale non siete scesi.
Ancora un abbraccio, "Magico"; ancora un abbraccio, "Olpe".

28 ago 2018

Busc de r'Ancona, il buco del diavolo

Famosa bizzarria naturale, si trova in un luogo che trasuda aria di leggende ed è un balcone panoramico insolito e una meta non banale. 
Mi riferisco al Busc (buco) de r’Ancona, apertura ovoidale alta una quindicina di metri che trafora lo spallone roccioso tra le Ciadénes e la cima della Croda de r’Ancona, nel gruppo dolomitico della Croda Rossa. 
Non è certamente l’unica peculiarità del genere nelle Dolomiti, ma probabilmente è una delle cavità più massicce e meglio osservabili. Un luogo strategico per scorgerla è senz'altro la SS 51 d'Alemagna tra Podestagno e Ospitale, oppure la sottostante ex sede ferroviaria. 

La Croda de r'Ancona con la cresta est, 
dalle pendici della Pala del Asco (foto E.M.)
Dal Busc al ponte stradale sul Ru de r’Ancona scende per 600 m di dislivello un franoso impluvio detritico, privo di tracce e percorribile, ma con molta attenzione. Come per altre realtà alpine, anche questo Busc possiede la sua brava leggenda, secondo la quale l’apertura sarebbe stata forzata a cornate dal diavolo, allontanato dalla valle d'Ampezzo - che aveva tentato di convertire a suo favore - grazie al provvidenziale intervento di un pievano. 
Dal punto di vista panoramico, per avere un’idea di quel finestrone l’unica cosa è salire a vederlo. Il sito, per sua fortuna, non è ancora troppo usurato, e vi si può arrivare per verdi e detriti con tracce militari dalla carrareccia - oggi predominio dei bikers più che dei pedoni - che risale la Val di Gotres fino a Forcella Lerosa, o scendendo lungo la cresta est della Croda de r’Ancona. Un tratto della cresta è attrezzato (ATTENZIONE: non è una via ferrata collaudata secondo gli standard, come fa credere una scritta in vernice sulle rocce sommitali!) e, quantunque breve e non troppo difficile, si svolge su terreno malsicuro ed esposto. 
A questo punto non resta che invitare i curiosi sul Busc de r’Ancona, peculiarità inserita in un Parco Naturale che può essere apprezzata con l'equipaggiamento, la pratica, la disinvoltura e il rispetto che richiede e merita. Se poi - non pago della scoperta - qualcuno decidesse d'impelagarsi nella discesa verso la SS 51, a quanto detto sopra si deve aggiungere un buon paio di calzature, robusti polpacci e un minimo d’occhio nell'intuire i passaggi meno evidenti. 
Sicuramente la zona ha un grande pregio, e non ci si aggirano ancora le folle cafone che stanno minacciando la salute di altri luoghi: non è detto però che, disturbato, nei paraggi non si faccia rivedere ... il diavolo!

23 ago 2018

Il "Calvario", misterioso sentiero del Pomagagnon

Non so quanti frequentatori della Fiames, punta che caratterizza lo sfondo della valle d'Ampezzo verso nord, conoscano il "Calvario". Noto agli scalatori perché utile solo a loro, non è altro che il sentiero, definito ma sempre un po' misterioso, che dalla base del Pomagagnon consente di accedere alle principali vie della Punta: Dimai (1901), Spigolo Jori (1909), Direttissima Castiglioni (1930), Centrale (1933), Paolo Rodèla (1988). 
Per capire il toponimo, dato al sentiero non si sa quando né da chi e diffuso solo oralmente, seguiamolo in un bel giorno di sole, magari in tarda mattinata; complice l'implacabile esposizione a sud, il percorso si rivelerà torrido e faticoso. Se ci aggiungiamo l'assenza d'acqua sul tragitto, che dall'Istituto Putti – comoda base di partenza per la parete - richiede oltre un'ora di cammino, il quadro è completo. 
Sconsigliabile per l'escursionista visto che, a un certo punto, va a sbattere contro venti metri di ripido camino di erba, terra e rocce stimato di III-, il sentiero fu scoperto nel 1901 dalle guide Antonio Dimai e Agostino Verzi studiando la parete, lungo la quale condussero poi con successo il londinese Heath. 
Chapeau alle guide, anime fino alla Grande Guerra della cordata più famosa di Cortina, che intuirono un passaggio da cacciatori nell'intrico vegeto-minerale che sale al vero e proprio attacco delle vie. Il "Calvario" inizia sotto la Punta della Croce (nomen omen), a sinistra della verticale della Fiames; s'insinua tra detriti terrosi e arbusti, obliqua verso la Fiames, scavalca il colatoio che la divide dalla Punta della Croce e raggiunge una macchia ghiaiosa già visibile da lontano. 
Verso il "Calvario" (foto I.D.F.)

Di scritto c'è poco, e per salire ci si è sempre giovati della pratica, di accenni verbali o dell'intuito. Il percorso devia dal sentiero Cai 202 ai piedi del canalone di Forcella Pomagagnon e inizialmente traversa quasi in piano, superando alcuni canali ogni anno più franosi.
Ho ben presente il "Calvario" avendolo percorso venti volte, sempre per salire la Punta Fiames, a parte una: il 16 dicembre 1984, quando partii senza corda per farlo conoscere all'amico Roberto. Giunti alla macchia ghiaiosa, durante la merenda gli nominai la via Dimai, che avevo salito più volte, l'ultima a fine agosto. Il riposo e le chiacchiere in quella nicchia dolomitica isolata e fuori dal tempo, ci resero meno sgradevole del previsto il dover riprendere la via di casa. 
Io gustai appieno quella singolare divagazione, pensando che - debitamente attrezzati - mi sarebbe piaciuto continuare (a metà dicembre!) sulla parete che, per chi dà il giusto valore alle cose, ha anche un'importanza storica, oltre che alpinistica. Tra decine di avventure di ogni livello, ricordo quella escursione prenatalizia con affetto particolare.

20 ago 2018

Cima Piccola di Lavaredo, salendo per la via normale

L'incidente mortale occorso qualche giorno fa a un alpinista solitario che saliva senza mezzi di assicurazione, mi induce a rievocare la prima volta (or sono quasi quarant'anni) in cui volgemmo i nostri passi verso una via normale tra le meno banali delle Dolomiti: quella della Cima Piccola di Lavaredo. 
All'amico Mario, il cui entusiasmo quell'estate mi spronò a diverse scoperte, la salita non diede tanta soddisfazione: a me invece piacque e in seguito la rifeci diverse volte in salita, più una in discesa tornando dalla via Helversen. 
La normale, scoperta dai pusteresi Michl e Hans Innerkofler il 25 luglio 1881 dopo i tentativi di alpinisti illustri, e corretta dai fratelli Zsigmondy nel 1884, è senz'altro una pietra miliare dell'alpinismo, se non dal punto di vista atletico almeno da quello storico. 
Michl Innerkofler, primo salitore
della Piccola di Lavaredo nel 1881
Gran parte delle lunghezze si attestano sul III (grado rilevante per l'epoca): il camino finale, levigatissimo e facilitato da un cordone, si spinge verso il IV, per cui l'Innerkofler, pur essendo la normale, non è un'avventura banale e la Piccola accessi meno impegnativi non ne ha. 
Sull’avancorpo ghiaioso basale, evidente dalla stradina tra i rifugi Auronzo e Lavaredo, scegliemmo sempre di salire slegati, per non perdere tempo in manovre e corde doppie e smuovere sassi il meno possibile. 
Sulla parete soprastante, nota agli amanti di salite classiche e utilizzata anche da chi rientra da altri versanti, i passaggi caratteristici sono più di uno: la traversata, il diedro susseguente, il camino Zsigmondy. Memorabile è l’uscita sulla vetta, composta da tre blocchi uno di fianco all'altro, così lisci da parere quasi piallati. 
Del vuoto respirato sul terrazzino sommitale, a 300 metri dalle ghiaie, ho un ricordo indelebile: che dire della volta in cui, giunti lassù disidratati e desiderosi solo di qualcosa da bere, ci vedemmo invece offrire da due gentili tedeschi ... due grossi e asciutti panini di pane nero e speck? 
Sommando la salita e la discesa (piuttosto lunga con una sola corda, meno complessa con due), la Cima Piccola di Lavaredo non va certamente sottovalutata, anche se è "solo" un III. Posso dire che noi la affrontammo sempre col dovuto rispetto, ed essa ci ricompensò ampiamente, facendoci sentire parte del suggestivo mondo dolomitico.

16 ago 2018

Un pensiero per Sergio De Infanti, alpinista carnico

Ieri 15 agosto, è deceduto all'ospedale di Tolmezzo a 74 anni Sergio De Infanti, alpinista e maestro di sci di Ravascletto, albergatore, scrittore e voce genuina della Carnia. Lo conobbi nel 2005, quando la nostra Sezione del Cai accettò di presentare a Cortina "Vietato volare", diario postumo del suo compagno di cordata Paolo Bizzarro di Udine. In quella piacevole serata, sentii istintivamente Sergio quasi come un amico, ed ebbi poi il modo di approfondirne la conoscenza al raduno del GISM dell'autunno 2014, che venne ospitato alla fine di settembre nel suo albergo "Alla Pace Alpina".
Mirco, Sergio e il sottoscritto
Albergo Alla Pace Alpina - Ravascletto, 28.9.14
Oltre che un dinamico scopritore e valorizzatore delle crode tra Sappada e Tarvisio, protagonista di centinaia di scalate e avventure liete e meno liete in vari angoli della terra, vedevo in Sergio De Infanti un uomo all'apparenza un po' rude ma ricco di sentimento e di cultura, disponibile e comunicativo: un vero figlio della sua dura terra.
Accanto ad alcuni suoi libri e qualche fotografia, desidero conservarne il ricordo attraverso la simpatia che mi seppe trasmettere.

13 ago 2018

Cinquant'anni fa, sulla nord della Cima Nord-Ovest del Cristallo

Sentirsi un “topo di biblioteca” e un “alpinista di penna”, sono qualifiche che tornano sempre utili ed emergono spesso. Come a metà dello scorso giugno, in occasione dell'89° incontro sociale del G.I.S.M. a Pécol di Zoldo. Durante l'assemblea del gruppo, è stata nominata Revisore dei conti una gentile signora che non conoscevo. Sentendo il nome Brunella Marelli, l'ho disturbata per sapere se fosse la stessa che tanti anni fa salì dal versante nord sulla Cima Nord-Ovest del Cristallo, minuscola appendice del noto 3000 ampezzano, che sovrasta di poco la Forcella Staunies e sulla quale svetta una croce, issata dal gestore del vicino rifugio Lorenzi, lo Scoiattolo Beniamino Franceschi “Mescolin” scomparso nel 2001.
Il rifugio Lorenzi, con la croce
della Cima NO del Cristallo
Molto lusingata per la citazione, la signora ha confermato con malcelata emozione di essere proprio lei; ha chiesto come mai ricordassi il suo nome (ho sfogliato molto spesso la guida Berti, viatico di migliaia di amanti della montagna, e Brunella Marelli è uno dei pochi nomi citati per esteso), precisando che il suo capocordata, G. Accorsi, in realtà si chiama C., Claudio, e - ho saputo poi - è cugino e coetaneo del noto fotografo ampezzano Stefano Zardini "Foloin". 
La signora Brunella ha evocato qualche flash della salita, di cui ricorrono oggi i cinquant'anni; ha ricordato la decisione di allora di avventurarsi sulla parete, già visibile dalla Val di Landro ma assai remota; le difficoltà incontrate; il fatto che mezzo secolo fa l'approccio e le rocce erano coperti di neve e ghiaccio, oggi quasi del tutto assenti.
La Cima Nord-Ovest del Cristallo (2950 m) fu salita da un alpinista illustre: il Barone Lorànd von Eötvös, che giunse per primo lassù il 10 luglio 1892 con Seppl Innerkofler, guida di Sesto. La vetta dista pochi passi dalla forcella sottostante, ma a fine Ottocento non c'erano impianti né rifugi, e la cordata dovette sicuramente partire dal fondovalle, 1600 m più sotto. Trovo bello ricordare oggi la Accorsi-Marelli, unica e misconosciuta via su una parete “segreta” di una cima dimenticata delle Dolomiti; e ancor più dimenticata dal 25 luglio 2016, giorno di chiusura del rifugio e dell'ovovia che giungeva a due passi dalla vetta.

7 ago 2018

100 anni dalla nascita di Marino Bianchi, guida alpina di Cortina

Marino Bianchi non è più tra noi. Era un uomo che adorava la montagna. Un uomo che per «andare in montagna» non era mai stanco. Era un uomo tranquillo, aperto, dedito alla famiglia, libero da preconcetti, desideroso di riuscire in qualunque cosa nella vita. Era legato ad un lavoro silenzioso a contatto con la natura, nato perciò per fare la guida alpina. Marino ha tratto in salvo molte persone che si erano ferite in montagna, senza prendere nessuna ricompensa, era perciò un uomo di buon cuore. Scalò tutte le vette delle Dolomiti ed il Kilimangiaro. Dopo ogni impresa descriveva con grande signorilità le sue impressioni sulle scalate. Morì la sera del 23 ottobre 1969 cadendo dalla Torre del Lago. Il giorno prima della tragedia disse: «Sono vecchio, ma la montagna mi vuole molto bene.»” 
È il testo, comprensivo di due imprecisioni, del tema che il titolare di "ramecrodes", nemmeno dodicenne, scriveva sotto la guida della professoressa d'italiano Betty Menardi per “La nostra valle", numero unico dedicato a Cortina nell'anno scolastico 1969-70 dalla classe 1a D della Scuola Media Statale, in ricordo di Marino Bianchi da poco mancato. Il giornalista in erba che esordiva con quello scritto poco meno di mezzo secolo fa, nel quarantesimo della morte ha dedicato alla guida Bianchi la biografia “Il Signore delle montagne” (120 pagine riccamente illustrate, Print House - Cortina, 2009) e desidera ricordarlo ancora una volta a cent'anni dalla nascita, avvenuta il 23 aprile 1918. 
Marino e Margherita Alverà "de chi de Pol" sposi, 
6 novembre 1958 (arch. fam. Bianchi) 

La memoria di Marino Bianchi, “Fouzìgora” nel soprannome di famiglia, dura ancora: nei congiunti e negli amici; in chi lo conobbe, lavorò e scalò con lui; nelle vie che portano il suo nome, sulle Dolomiti (la "Ada" sul Col dei Bòs è indubbiamente la più nota) come sulle cime dell'Africa; nella ferrata della Cima di Mezzo del Cristallo, oggi penalizzata dalla chiusura dell'ovovia di Forcella Staunies e del rifugio Lorenzi; nel cortometraggio di Giuseppe Taffarel (1962); nelle immagini della guida; nel libro e nella cima della Croda da Lago dedicategli. A cento anni dalla nascita, pare giusto rinnovare il ricordo di uno sportivo e amante della montagna buono e sempre disponibile, impegnato sulle crode e nel suo paese dagli anni '30 del Novecento fino al 21 ottobre 1969, quando cadde con una cliente dalla Cima del Lago in Fanes. Il ricordo di una persona che ha lasciato un segno nella Cortina del ventesimo secolo.

3 ago 2018

Il Camino Barbaria del Becco di Mezzodì non attira più nessuno?

In questo agosto potremmo tener conto del 110° anniversario di una via alpinistica che un secolo fa riscosse un cospicuo favore tra i pionieri, ma in seguito fu surclassata da cose più comode e sicure, su rocce più solide e accarezzate dal sole, più divertenti e così via.
Era il "Barbariakamin", il camino che solca quasi verticalmente per circa 200 m il versante nord del Becco di Mezzodì, in faccia al rifugio Croda da Lago. L’ombroso camino, “di un pulito quarto grado” secondo Dino Buzzati, fu salito il 19 agosto 1908 (e non il 2 settembre 1908, come riportano le fonti che copiano da altre fonti inesatte), dai veneziani Francesco Berti - dedicatario del percorso attrezzato della "Cengia del Banco" sulla Croda Marcora - e Ludovico Miari, scortati dagli ampezzani Bortolo Barbaria e Giuseppe Menardi.
Bortolin Zuchin, tra Bruno Sceco
e Celso Meneguto, anno 1941?
“Bortolìn Zuchìn”, figlio e padre di guide e specialista dell'arrampicata in camino, aveva trentacinque anni ed era guida da sette: lo troveremo in montagna per lungo tempo visto che ancora nel 1939, poco meno che settantenne, firmò il libro di vetta del Piz Popena, sul quale era giunto con un cliente.
“Bepe Bèrto”, contadino nel villaggio di Crignes, celibe, di anni ne aveva trentanove ed  era in esercizio dal 1896. Allo scoppio della guerra, nonostante l’età matura fu richiamato lo stesso e concluse tristemente l'esistenza in un ospedale militare nel novembre 1918.
Prime ripetitrici del camino, il 31 luglio 1909, furono le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, scortate dai famosi "Tone Déo" e "Tino Scèco". il 7 agosto 1910 Fritz Terschak fu il primo a cimentarvisi senza guide con A. Mayer; quattordici giorni più tardi Francesco Jori, giovanissima guida, giunse a Cortina da Alba di Canazei per fare il “Barbariakamin” da solo, impiegando due ore dal rifugio alla cima del Becco. Nulla si sa invece di un'eventuale prima salita invernale.
Il camino Barbaria-Berti-Menardi-Miari, salito fino al 1914 circa venticinque volte, manca dalle antologie di scalate dolomitiche classiche. Personalmente mi era venuta voglia di infilarmici nel luglio 1982, ma non trovai chi fosse disposto a condividere l'avventura, che oggi non posso raccontare. Da nessuno degli scalatori che conosco meglio ho sentito mai nominare e apprezzare la via, che fra poco compirà centodieci anni, ricorda un'abile guida che si distinse anche come intarsiatore, ma forse non attira più nessuno.

1 ago 2018

Nel ricordo di Ivano Dibona "Pilato", 1968-2018

Mercoledì 8 agosto (giorno in cui sarà ricordato con due Sante Messe nella Basilica Minore a Cortina), saranno passati giusto cinquant'anni dalla scomparsa di Ivano Dibona "Pilato", caduto con il cliente Antonio Muratori dallo "Spigolo Dibona" della Cima Grande di Lavaredo (salito per la prima volta nell'estate 1909 da suo nonno Angelo, simbolo delle guide ampezzane, con Emil Stubler).
Ivano Dibona
1.6.43 - 8.8.68 

Figlio di Fausto, anch'egli guida, e di "Mitzi" Bachmann, Ivano era nato a Cortina l'1 giugno 1943, e a vent'anni era già Scoiattolo e guida alpina. Esponente di punta dell'alpinismo degli anni '60, in un lustro di esplorazioni avviato nel 1963 con una diretta sulla parete sud della Cima Bel Pra nelle Marmarole - in cui iniziò un sodalizio con l'amico e collega Marcello Bonafede di San Vito di Cadore - Dibona aprì itinerari di alto rango, sia in libera che col massiccio uso di chiodi a espansione (in linea con le tendenze dell'epoca) e ripeté decine di vie dolomitiche, come alpinista e con clienti. Dopo la diretta sulla Bel Pra, tracciò otto vie nuove di estrema difficoltà sul Taburlo, Torrione Salvella e Cima Piccola di Lavaredo (giugno e luglio 1963), Torre Romana (ottobre 1965), Col Rosà, Taé e Tofana di Mezzo (aprile, giugno e settembre 1966) e Punta Giovannina (luglio 1968); quest'ultima fu terminata con Diego Zandanel "Béco", dopo cinquanta ore di salita, meno di un mese prima della morte.
Sempre presente anche negli interventi di soccorso alpino, aveva espresso spesso il proposito di ripetere tutte le settanta vie nuove aperte dal nonno tra il 1903 (sulla Torre Wundt, con Siorpaes e Schubert) e il 1944 (sulla Punta Michele, con Casara, Cavallini, Menardi e Trenker). Subito dopo la disgrazia, amici e colleghi lo ricordarono con una nuova via sulla Torre Fanes (L. Lorenzi e L. Salvadori, 15 agosto 1968), la Direttissima sulla Cima Scotoni (D. Valleferro, B. Menardi e F. Dallago, 10-13 marzo 1969) e con il percorso di cresta da Forcella Staunies al Col dei Stónbe, tracciato in guerra dalle truppe italiane di stanza sul Cristallo, che Dibona aveva esplorato più volte col fratello Fredi, olimpionico di sci nordico e per molti anni conduttore del rifugio Ospitale. Dopo la scomparsa di Ivano, Fredi mantenne l'impegno e con un gruppo di amici completò la sistemazione del sentiero, ufficialmente aperto il 6 settembre 1970.
Battuto da migliaia di persone e teatro anche di numerosi spiacevoli incidenti, il "Sentiero attrezzato Ivano Dibona" - ora "quasi abbandonato", a causa della chiusura dell'ovovia da Sonforca a Staunies e del rifugio Lorenzi in Forcella Staunies - resta una delle passeggiate dolomitiche di croda più note e apprezzate, e ricorda al meglio un giovane alpinista che incise una profonda traccia sulle cime di casa.

30 lug 2018

Pensando alle vie di tanti grandi alpinisti

Saranno forse constatazioni solo intime e immeritevoli di un post; ma avendo visitato negli anni tante montagne, oggi trovo un motivo di orgoglio nel ripensare agli itinerari percorsi su di esse che recano il nome di grandi personaggi dell’alpinismo remoto, prossimo e presente.
Due cime ampezzane, due vie normali
di grandi alpinisti che non mancano nel mio carnet

Seguendo questo pensiero, che non vuole scadere nell'auto-celebrazione, perché riguarda cose normali di una persona normale, e certamente non “giorni grandi” alla Bonatti, Casarotto o Maestri, ho radunato alcuni dati per ricordare. In oltre trent'anni di galoppate, mi è occorso di ricalcare con corda e moschettoni, ma anche senza, le orme di numerosi alpinisti che hanno lasciato un segno nella storia: penso a itinerari aperti da John Ball e Antonio Berti, Severino Casara ed Ettore Castiglioni, Emilio Comici e Marino Dall'Oglio, Sandro Del Torso e i Dibona, i Dimai, Hans Dulfer e Paul Grohmann, gli Innerkofler e Gustav Jahn, Julius Kugy e Piero Mazzorana, Reinhold Messner (anche una via del re degli 8000!) e Tita Piaz, e poi Santo Siorpaes, Luis Trenker, Wolf Von Glanvell...
Per non parlare di vie realizzate da Scoiattoli e guide di Cortina, dal Vecio a Strobel, o da capicordata meno noti alla massa, ma protagonisti di molte scoperte, come Otto Ampferer e Paolo Bonetti, Marcello Bulfoni e i cacciatori ertani, Andrea Colbertaldo e Piero Dallamano, Michele Happacher e Ingenuin Hechenbleikner, Hans Klug e Severino Lussato, Heinrich Noë, Gianni Orsoni e Fred Wiegele... Dall'elenco mancano comunque tanti autori di vie rinomate e acquisite al patrimonio collettivo ma spesso troppo dure, come Riccardo Cassin, Luigi Micheluzzi, Alziro Molin, Gino Soldà, Hans Steger e decine di altri...
Ora che ho messo sulla carta l'elenco (l'idea mi è venuta sfogliando la recente biografia, di Alfredo Paluselli che riguarda Tita Piaz, del quale a fine luglio 1985 con Paolo salii la via Maria sul Sas Pordoi), penso di avere onorato il debito con una schiera di alpinisti di cui sono lieto di aver calcato le orme. Un giorno, ad uso solo statistico e intimistico, alla sfilza di nomi citati potrei collegare quelli delle vie su cui mi è occorso di mettere mani e piedi, e delle quali conservo emozioni e ricordi nella mente e nel cuore.

27 lug 2018

27.7.1978-27.7.2018: ricordo di Severino Casara, poeta delle Dolomiti

14.8.1976: durante una gita alle Tre Cime con mio padre e mio fratello, un temporale ci obbligò a ripararci al rifugio Lavaredo dove, tra la folla, riconoscemmo Severino Casara. L’alpinista era a Cortina in occasione del 20° della scomparsa di Angelo Dibona, per presentare il suo film "Cavalieri della Montagna", girato trent’anni prima proprio in Lavaredo. La guida ampezzana era uno degli interpreti dell'opera, riproposta qualche anno fa ad Auronzo in una rassegna di film di montagna organizzata dal Cai.
Avevo diciott'anni e iniziavo ad appassionarmi di libri di alpinismo; di Casara avevo letto "Il vero arrampicatore" e "Preuss l'alpinista leggendario", sapevo vita, morte e miracoli di rocciatori, cime e scalate, e con grande emozione entrai in confidenza con l'avvocato vicentino, figura significativa e ingiustamente criticata dell’alpinismo del ‘900. Lo portammo a percorrere la facile ferrata “Giovanni Barbara” allo Sbarco de Fanes; d’inverno ci sentimmo al telefono e l’anno dopo, quando Casara tornò a Cortina col compagno di cordata Cavallini, visitammo con lui il cimiterino di San Vito di Braies nel quale, ai piedi della Torre del Signore, voleva essere sepolto. 
L'anno dopo, Enrico e io salimmo il camino N della Torre Toblin dietro il Rifugio Locatelli, per una via sinceramente bruttina aperta da Casara nel 1923; scattammo alcune fotografie e le spedimmo all'avvocato, che le gradì molto. Prima di iniziare l'Università, con un amico fui suo ospite a Vicenza e passammo insieme una bella giornata, parlando solo di montagne. Uomo semplice, dimesso e cordiale, Casara era già molto malato, ma non lo sapevamo; si spense il 27 luglio 1978, e a quel ventenne entusiasta che ero allora dispiacque molto, come se avessi perduto un amico d'infanzia.
Spigolo NO del Pelmetto da Staulanza: cartolina inviata
da Casara a Majoni il 17.12.77
Per conservare qualcosa della sua vita alpina, oltre alla cartolina del Rifugio Staulanza che m’inviò nel 1977 con gli auguri di Natale, iniziai a raccogliere i suoi libri, partendo da quello che giudico il più suggestivo, "Al sole delle Dolomiti". Trovai a caro prezzo "Arrampicate libere nelle Dolomiti", poi “Il libro d’oro delle Dolomiti”, “Fole e folletti delle Dolomiti” e altri, che oggi conservo in biblioteca.
Una volta, a chi gli chiese un parere su Casara, un alpinista che passa per uno dei più forti del mondo rispose che lui si occupava soltanto di grandi personaggi, non di “mezze figure”.
La “mezza figura” sarebbe stato lui, Severino Casara, nato a Vicenza il 26.4.1903. Di famiglia numerosa, crebbe in una casa serena e religiosa. Iniziò ad arrampicare già da bambino sul castello di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore, col nonno che lo guardava terrorizzato, lo aiutò a scendere e come regalo gli affibbiò ... un ceffone. Il 3.11.1918 Severino sale a Trento in bicicletta per assistere alla liberazione della città dagli austriaci. Nel '19 pedala fino a Cortina, Dobbiaco, Brunico, Bolzano, Trento e torna a casa per la Valsugana. L'impresa non è da poco: aveva solo sedici anni, e le strade e i mezzi non erano quelli di oggi...! Frequenta le tendopoli della Sucai e si avvicina alla montagna, iniziando nel 1920 con la prima salita italiana della Punta Frida in Lavaredo. 
Nel 1921 apre sui monti di casa la prima via nuova; l’anno dopo giunge in Dolomiti, dove ne scopre altre. Nel 1924 gli itinerari nuovi sono 10; nel 1925 12, compresa la contestata salita sul Campanile di Val Montanaia. Seguono 9 vie nel 1926, anno in cui inaugura sul Popena Basso una palestra di roccia per Misurina; il 19 settembre di quell'anno risale sul "campanile più bello del mondo” per l'inaugurazione della campana di vetta. Nel 1927 festeggia la laurea con una via sulla parete SE della Croda Marcora, e apre 9 nuovi tracciati; 10 nel 1928, 14 nel 1929, di cui uno con Comici, 4 nel 1931. Poi l'irruenza giovanile diminuisce, subentrano impegni e difficoltà e sulle Dolomiti torna meno frequentemente. 
Nel 1936, con Walter Visentin, sale lo spigolo NO del Pelmetto, nel 1938 tenta con Comici la parete E del Montanaia, ritirandosi per il maltempo. Apre altre tre vie nel 1940 e nel 1942 scappa in Cadore; è antifascista e in pianura per lui tira una pessima aria. Si rifugia in Val d'Ansiei e su quelle crode apre 5 vie nel 1942, 3 nel 1943, 11 nel 1944 (fra cui una molto dura sul Mescol e una sulla Punta Michele, con l'ultrasessantenne guida e amico Angelo Dibona), 7 nel 1945, con la prima salita della torre dedicata a Comici in Lavaredo.
Tornata la pace, risale sulle Dolomiti: sono 4 le vie nuove del 1947 e 2 quelle del 1949. Si sposta quindi in Oltrepiave, dove ne apre 6 nel 1950, 3 nel 1951, 2 nel 1954 e 2 nel 1961. Ha sessant'anni quando, con due bellunesi, apre l'ultima via dolomitica, una variante diretta alla Preuss sulla Piccolissima di Lavaredo; ma l’ultimissima scoperta è del 1972, un 3° grado sulla Bottiglia delle Grime nelle Piccole Dolomiti.
Autografo sdi Severino Casara
Casara aprì tutte le sue vie in libera e solo due in artificiale, sulla Cima d’Auronzo (1937) e sul Salame del Sassolungo (1940): in entrambe era con Comici, che poco dopo il Salame morì in falesia in Val Gardena. In totale le prime assolute di Casara dovrebbero essere oltre 150, un numero importante per la storia delle Dolomiti. 
Il palmarès del vicentino conta poi salite classiche, invernali e sciistiche, e basta per dimostrare che fu un ottimo alpinista, anche se da capocordata non si spinse oltre il 5° grado. Non era solo un entusiasta e un fantasioso, un romantico malato di roccia; era un idealista puro, un uomo schietto.
Lasciata l’avvocatura, iniziò a scrivere, pubblicando nel 1944 “Arrampicate libere nelle Dolomiti” (II ed., 1950), sulle sue amate montagne. Seguirono “Al sole delle Dolomiti” (1947); “Cantico delle Dolomiti” (1955); “L’arte di arrampicare di Emilio Comici” (1957, II ed. 2010) e “Le meraviglie delle Alpi”; “Fole e folletti nelle Dolomiti” (1966); “Le Dolomiti di Feltre” (1969); “Preuss l’alpinista leggendario” (1970). Postumi usciranno “L'incanto delle Dolomiti” e “Il libro d’oro delle Dolomiti”. A nome suo ci sono altri due libri senza anno d’edizione, “Arrampicare come Comici” e “Rapsodia africana”, e un inedito, “Sulle Dolomiti del Piave”, stampato pochi anni fa per completare la trilogia dedicata alle valli del Boite, dell'Ansiei e del Piave. 
Casara voleva scrivere anche il saggio “Processo ad un alpinista”, per raccontare la sua verità sugli strapiombi N del Montanaia e sulla linciatura morale che derivò da quella salita, secondo taluni inventata per farsi un nome. Il saggio non uscì mai; forse non fu mai scritto, anche perché nel suo archivio non se n’è trovata traccia. La questione degli strapiombi è stata riesumata nel 2008 da Dalla Porta Xydias e poco dopo da Gogna e Zandonella Callegher in “La verità obliqua di Severino Casara”. 
L’opera del vicentino annovera dunque 14 titoli letterari. Oltre che alpinista e scrittore, però, Casara fu anche regista cinematografico. Iniziò nel 1947 con “Cavalieri della Montagna”, girato d’inverno con lui stesso nella parte di Comici, Cavallini in quella di Preuss e Angelo Dibona in quella del custode del rifugio Longeres, e terminò l'esperienza nel 1967 con ”Gioventù sul Brenta”, in cui alcuni giovani salgono in Brenta per far festa ma poi, calamitati dalla montagna, rimangono ad ammirare il trentino Diego Baratieri, da solo sul Campanile Basso. In un ventennio, tra corti e lungometraggi, Casara girò 27 lavori, spesso permeati dalla stridente retorica di metà '900, ma tutti nati da sentimenti genuini, privi di finzioni e pieni d’amore per la montagna. 
Questo fu Severino Casara, la “mezza figura” secondo l'infelice definizione di un “grande”. Il Casara delle vie nuove sulle Dolomiti Orientali; dei libri che gli valsero l'ammissione al GISM, dei film, delle conferenze, delle foto, delle amicizie. L’uomo che per la Montagna subì la gogna, solo perché avrebbe raccontato una prima salita ritenuta impossibile per uno come lui. Non si è mai saputo se salì davvero gli strapiombi del Montanaia, perché non ci sono testimoni, ma processarlo non serve. L’inflessibile opinione pubblica e il “puro” mondo degli alpinisti lo inchiodarono crudelmente, e così per mezzo secolo Casara si portò addosso un macigno e rimase un bravo alpinista, ma un emarginato. Ne valeva la pena?
Quello che poteva diventare il Torrione Casara,
dalla Val Orita (foto E.M., luglio 2008)
Nel 1978 avevo pensato di onorare l’amico scomparso: non con una via, ma addirittura intestandogli un torrione senza nome ai piedi della Croda Rotta sul Sorapis. Ero convinto che fosse (e forse è ancora) inviolato: ha una struttura possente ma non ho mai capito se sia una cima indipendente o non piuttosto solo una piramide  di dolomia in bilico sulle ghiaie della Val Orita. 
Pensavamo di provare a salirlo, e in caso dedicarlo al vicentino che si era consacrato alle Dolomiti, inviando relazioni, schizzi e fotografie alle riviste in cambio di un po’ di gloria. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; forse il torrione era troppo difficile, forse la roccia non meritava di rischiare, forse non eravamo motivati o poco organizzati. Non se ne fece nulla e fu un peccato; ancora oggi, quando lo vedo, quello per me è sempre il Torrione Severino Casara!

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