8 ago 2016

La Zésta: ghiaie, rocce, erbe e camosci

Guardandola dai dintorni del lago del Sorapis, quindi da zone pascolive e di caccia poi divenute turistiche, sicuramente solleticò la fantasia degli avi per la forma di enorme cesta capovolta, dalla quale ha preso il nome di Zésta (del Sorapis, perché ci sono anche altre Zéstes ai piedi della Tofana di Dentro). 
Di grossa stazza ma di poca rilevanza per l'alpinismo, la Zésta fu salita per la prima volta da nord, in tempi e da uomini ignoti; si suppone che i "conquistatori" possano essere stati cartografi, perché sulla vetta fu lasciato un segnale trigonometrico.
La cima raggiunge la rispettabile quota di 2768 m; domina i pascoli delle Crepedèles da oltre 400 m d'altezza e spunta già dalla strada tra Cortina e il Passo Tre Croci. La sua roccia - stratificata in modo bizzarro e poco solida - non la rende di certo una meta appetibile, e per questo è sempre rimasta in disparte. 
Qualcuno peraltro l'ha apprezzata e l'apprezza; negli anni Ottanta un tipo che conosco immaginò persino di trovare una via sul versante dei Tondi di Faloria, foggiato "a canne d'organo"; ma, così come arrivò, quella strampalata immagine si volatilizzò.
Sui fianchi della Zésta, oltre alla via comune da Forcella del Ciadin, ce ne sono altre due, di poco conto per chi in montagna cerca solo il grado: una da SE (di Antonio Berti, Severino Casara, Alberto Musatti e Toti Gastaldis, 6 agosto 1929) e una lì vicino, che l'austriaco Hubert Peterka aprì da solo nel luglio 1930. 
La Zesta dalla Monte de Faloria, sul sentiero Cai 213
(foto E.M.,estate 2012)
La storia della montagna non si esaurì comunque con Peterka, ma registra altre due date: la prima invernale del 7 febbraio 1942, dei triestini Giorgio Brunner, Mauro Botteri e Massimina Cernuschi; la probabile prima solitaria invernale del 5 gennaio 1995, dovuta alla guida Ario Sciolari (la notizia fu trovata nell'estate successiva sul libro di vetta).
Chi scrive ha pestato la Zesta per quattro volte, scendendo in due occasioni lungo la via Berti fino al lago, con una traversata gratificante e al confine fra escursionismo e alpinismo, di bassa difficoltà ma in un ambiente complesso, assolutamente solitario e senza tracce rassicuranti: ghiaie, rocce, erbe e camosci. 
Oggi pare che sulla Zésta, dotata negli anni Novanta anche di un libro di vetta, d'estate si spinga più di qualcuno: lo meritano certamente il sapore alpino che la cima offre e il vasto orizzonte che da lassù spazia, verso il vicino Sorapis e molte altre mete oggetto di avventure, soddisfazioni e sogni. 

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