16 ott 2017

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un risalto, né molto ardito né armonico, che conclude lo sperone a ovest della Punta Nera: già il suo nome, Croda Rotta, funge da bel biglietto da visita! Posto al centro del potente ghiaione che scende verso le Crepedèles (odierni "Tondi di Faloria"), sulla cui destra orografica si snoda il sentiero che collega Faloria alla Sella di Punta Nera, alpinisticamente la Croda non ha grande rilievo: non si sanno neppure i nomi di chi la salì per primo, né quando ciò sia avvenuto. 
Descritta in "Le Dolomiti Orientali" fin dal 1928 come “facile salita per terreno in gran parte erboso”, secondo le informazioni assunte da più di qualcuno, risulta invece che la salita si risolve in una lunga placca ghiaiosa ed esposta, con difficoltà tra il II e il II+. 
La Croda Rotta,da Forcella Faloria 
(foto E.M., 26.7.12) 
Assodato che, pur avendo oggi sempre meno cime da scoprire, saranno pochi a mettersi in fila per attaccare a Croda Rotta, dalle fonti emerge comunque l'approssimazione di certa letteratura, che ha rischiato e rischia ancora di trarre in inganno e in difficoltà chi si avventuri fuori dalle tracce. 
E' probabile che la salita non sia stata verificata di persona dal compilatore della guida, o questi si sia magari fidato di una traduzione da una lingua straniera; poi, nei decenni, la zona ha sicuramente subito mutamenti morfologici (un altro esempio: la Bujèla de Padeon in Berti 1971 risultava interessata da “un recente franamento”, con un inciso uguale a quello contenuto in Berti ... 1928!) 
Fatto sta che ai pochi che l'hanno salita, ne hanno scritto o parlato (Andrea, Fabio, Luca, Sandro, Stefano), la Croda non è sembrata di certo facile né erbosa, ma ripida e malsicura. Al Majoni, che aveva una certa predisposizione a collezionare marciumi, pur essendoci passato spesso vicino, la cima non ha mai fornito stimoli. Se l'è osservata da varie angolature (dal sentiero verso la Sella di Punta Nera, dalla spianata detritica ai piedi della Punta, dalla Punta stessa), donde si intuisce la presunta via normale, ma non l'ha salita.
Facilmente, per sua fortuna o sfortuna, la Croda Rotta non richiamerà mai folle di visitatori, e potrà così sopravvivere appartata e battuta dai camosci, che ai suoi piedi riescono a brucare qualche ciuffo d’erba tra i detriti, e in balia dei mutamenti geologici, che chissà se la risparmieranno...

12 ott 2017

"Quiete dopo la tempesta", nuova via sul Cristallino di Misurina

Un amico guida diceva che oggi sulle Dolomiti non si trova più facilmente terreno ancora "intonso" da scalare con logica e in sicurezza e, un po' paradossalmente, accade di scoprire linee sempre più difficili piuttosto che tracciati di ordine classico.
"Calm after the storm", Cristallino di Misurina
(foto L. Alverà) 
Chi arrampica - tra cui anche gli Scoiattoli di Cortina - non demorde comunque mai dal cercare cime e pareti per esercitarsi e (perché no?) lasciare il nome a futura memoria; in questo modo - per merito dell'allenamento, della tecnica e della tecnologia - le vie odierne risultano in prevalenza molto più dure di quelle di un tempo.
È il caso di “Calm after the storm” (ma non suona meglio "Quiete dopo la tempesta", di leopardiana memoria?), aperta da una cordata di Scoiattoli su una torre a nord del Cristallino di Misurina, nell'isolata Val Cristallino e ad un'ora e mezza di cammino dal Ponte de la Marògna, tra Carbonin e Misurina.
Autori dell'itinerario, aperto in due riprese il 20 e il 27 agosto 2017, sono Luca Alverà “Pòpo”, della nota famiglia di artisti del vetro, e Aldo Da Vià; entrambi sono entrati da poco nel sodalizio dal maglione rosso ed erano alla prima via nuova.
Calm after the storm”, dedicata al nubifragio che ai primi di agosto ha sconvolto la zona tra Rio Gere, il Lago Scin e Alverà lasciando un morto e ingenti danni, si sviluppa in sette tiri di corda per 200 m di lunghezza: le difficoltà, da 5c a 6c+, sono state superate con 19 spit e la discesa è stata attrezzata lungo la via di salita con quattro calate. 
La nuova scoperta degli Scoiattoli, in un angolo del sottogruppo del Popéna conosciuto da cacciatori ed escursionisti fantasiosi, ma nel quale non credo fossero mai state cercate vie (e non è escluso che se ne trovino altre), conferma la passione dei locali nello scandagliare le vette a Cortina e dintorni. 
Fin dall'agosto 1863, quando l'anziano cacciatore e orologiaio Francesco Lacedelli guidò con successo il giovane Paul Grohmann - primo salitore, un anno dopo, anche del Cristallino di Misurina - sulla cima simbolo della conca d'Ampezzo: la Tofana di Mezzo.

09 ott 2017

La Miriam sulle Cinque Torri ha compiuto 90 anni

Il 18 agosto 1940 gli Scoiattoli Ettore Costantini Vècio e Mario Zardini Zésta (appena 38 anni in due), furono autori della centesima ripetizione documentata della via Miriam sulla parete sud della Grande delle Cinque Torri. 
Al riguardo, di recente la Miriam ha compiuto novant'anni: la scoprirono, infatti, il 29 giugno 1927 Angelo e Giuseppe Dimai Déo, giovani guide di Cortina, con l'amico Arturo Gaspari Becheréto, reclutato quasi a forza dai fratelli avendo scommesso con loro che - pur se privo di grande esperienza - sulla parete della Grande d'Averau avrebbe potuto salire anch'egli. 
Il percorso, battezzato "via Miriam" soltanto 9 giorni dopo la prima salita - cioè quando Miriam O' Brien di Boston, con Margaret Helburn di Cambridge e le guide Angelo e Antonio Dimai e Angelo Dibona, ne effettuò la seconda - divenne in breve tempo una classica delle Cinque Torri, nota a livello internazionale. 
La via Dimai-Gaspari-Dimai, mirabile esempio di ricerca di un tracciato naturale e accessibile sulla parete che la Grande rivolge al sottostante rifugio, alta 160 m e di roccia rossastra d'alta difficoltà, riserva ai salitori due strapiombi, di cui quello superiore noto da allora come schéna de musc (schiena d’asino), e fu valutata "molto difficile". 
La parete S della Torre Grande
(foto D. Da Vià, settembre 2017)
Nel libro di vetta, i primi salitori lasciarono scritto “Questa salita è molto interessante ed è certamente una delle scalate più difficili delle Dolomiti e delle più esposte”. In quel libro e nei successivi, che coprono il ventennio dal 1927 al 1948 e fortunatamente sono stati portati a Cortina e archiviati dalla Sezione del Cai, sono riportate tutte le salite della Miriam, sino alla duecentosedicesima. 
Per curiosità statistica, osservo che la decima salita della Miriam giunse ben due anni dopo la prima. Le due cordate che la compirono, il 15 luglio 1929, erano formate da Emmy Mendl di Karlsbad con Angelo Verzi e da Angelo e Ignazio Dibona, suo primogenito ancora diciassettenne, ma già alpinista di vaglia instradato sulle orme paterne.

04 ott 2017

"Tesido", malga e montagne da conoscere

La Taistner Vorderalm - Malga di Tesido di Fuori (“Tesido”, per gli habitué), ha precorso l'escursionismo invernale a Nord-Est, divenuto di moda negli anni Novanta del '900. Quella di Tesido di Fuori (le malghe sono due: c'è anche la Hinteralm, di Dentro, ma è chiusa) è stata una delle prime aziende ristorative d'alta quota in Pusteria a intuire il business dell'apertura d'inverno. Fu anche la prima della zona alla quale salii con alcuni amici trent'anni fa, il 4 ottobre 1987. Non c'erano né Internet né i libri sui monti pusteresi di Cammelli, ma per orientarci avevamo due belle guide: "I monti della Valle Aurina" di Fincato-Galli e il libro di Kammerer sulle cime e rifugi dal Passo Stalle alle Dolomiti ampezzane e cadorine. Anche grazie a loro iniziammo a setacciare quelle zone, e fin dal 1991 mi divertii, una volta giunto a casa, a "spuntare" su entrambi i volumi buona parte dei rifugi, malghe, cime e forcelle di quella parte della Val Pusteria.
"Tesido" in autunno
(foto I.D.F.)
“Tesido” si trova a circa 2000 m, al limite inferiore dell'Alpe omonima sopra la bella frazione di Monguelfo. In sinistra orografica, la malga è dominata da una dorsale che dal Salzla, attraverso il Rudlhorn, sale all’Eisatz (la cima più alta dei dintorni, 2493 m), e continua verso il Col Million e oltre. In destra orografica, invece, una cresta boscosa presenta due risalti, Durakopf e Lutterkopf, uniti da una remunerativa escursione. Tutte le cime intorno a "Tesido" sono indicate per salite e traversate, anche lunghe, ma in complesso non difficilie molto panoramiche.
Apprezzata da tanti ampezzani e cortinesi pur non trovandosi proprio sulla porta di casa, la malga offre anche una pista di slittino notissima in Pusteria: è la strada forestale lunga quasi 5 km che dal Mudlerhof (ristoro che merita la sosta, perché dalla veranda garantisce la visione di 53 cime dolomitiche) sale per 400 m di dislivello nella fitta abetaia. 
Per giungere a "Tesido", basta seguire per un’ora e un quarto circa la strada citata: subito sopra il Mudlerhof, il grande parcheggio - che serve anche per salire alla meno nota malga Brunnerwiesen, alla base della Lutterkopf - testimonia quanto sia ricercata la zona, d'estate come d'inverno.
Siamo nei Monti di Casies, o Gsieser Berge: un sottogruppo molto caratteristico, forse sottovalutato dagli escursionisti italiani perché formato perlopiù da vette erbose di roccia fratturata, che non possono certo competere con le Dolomiti. Le vette degne di attenzione però sono tante, e d'inverno attirano sci-alpinisti dall'intero Nord-Est. Tra il Passo Stalle e il confine di Prato Drava i Monti di Casies celano forcelle, malghe, valli e vette molto belle, da noi battute in ogni stagione, in luminose giornate al cospetto delle altezze.
“Tesido” (e il suo Kaiserschmarren!) e le cime che le fanno corona, sono luoghi che riteniamo meritevoli di essere conosciuti e amati.

28 set 2017

"Nonno Mode", nuova via sull'Ago Inglese (Croda da Lago)

Il 9 settembre Carlo Alverà, Scoiattolo e guida, ha tracciato con Federico Svaluto “Nonno Mode”, una nuova via sull'Ago Inglese, piccolo monolito che si alza da una gola lungo l’accesso da sud ai torrioni della Croda da Lago, a 15 minuti dal rifugio omonimo. 
La via si sviluppa per 90 metri in quattro tiri di corda; chiodata con 25 spit, presenta difficoltà dal 5b al 6c, in parte peraltro azzerabili. Buona alternativa per una bella giornata su una guglia sconosciuta sopra il lago, magari abbinandovi qualche tiro in falesia, ha detto Carlo, figlio di "Mode" (Modesto) e Monica, gestori dal 1994 del rifugio, e nipote di Alziro Molin, grande guida di Auronzo cui la figlia Uta ha dedicato recentemente un libro per i 60 anni di scalate sulle montagne di tutto il mondo. 
photo by Carlo Alverà
Alverà ci tiene pure a precisare che una volta in cima, scendere dall'Ago è semplice: basta una calata in doppia di 15 metri e poi per canalini sulla destra.
Enrico Maioni, Scoiattolo e guida alpina che segue con attenzione l'alpinismo locale, nel suo sito annota ... oggigiorno gran parte dei giovani scalatori pratica quasi esclusivamente l’arrampicata sportiva, lasciando in disparte l’alpinismo, e fa piacere vedere che qualcuno si dedica con entusiasmo ad ambedue le discipline. Fortunatamente Cortina vanta una tradizione alpinistica che si tramanda di generazione in generazione...
photo by Carlo Alverà
La nuova scoperta fa piacere pure a chi scrive, per un motivo "didattico": quanti fino ad oggi conoscevano, anche solo l'esistenza, del monolito, che già novant'anni fa Antonio Berti citava in "Le Dolomiti Orientali" come ... ardito, piccolo Ago Inglese? Forse la guglia fu detta così in onore di un britannico che la salì; sarà stato magari John Swinnerton Phillimore, appassionato delle nostre crode, quando - nell'agosto 1899 - scalò con Dimai e Verzi il vicino Campanile Federa per la parete est?
Esclusa la citazione di Berti, finora - oltre al ricordo che ne ho per esserci passato sotto tre volte - dell'Ago avevo solo in mente una vecchia fotografia, inserita dall'amico Dino in 1901 Barbaria Hütte. 2001 Rifugio Croda da Lago Gianni Palmieri: un secolo di storia, il libriccino che scrissi per conto del Cai Cortina in occasione dei cento anni del rifugio. 
Con questa loro salita, Carlo e Federico hanno quindi fornito un contributo in più, sia all'offerta alpinistica che alla storia e geografia delle crode che si riflettono nel romantico lago di Federa.

26 set 2017

Riaprirà il rifugio Popena a Misurina?

Domenica 24, un articolo sul Corriere delle Alpi titolava: "Corona: «Riapriamo il rifugio Popena di Misurina». Il giorno prima eravamo stati a Misurina, per un aperitivo da Quinz con amiche: vicino a noi veniva intervistato Corona, e così abbiamo captato qualche parola e intuito il tema. 
Non è casa mia, ma conosco e apprezzo la zona da molti anni, ho salito cime e vie di roccia, percorso diversi sentieri e del Popena ho scritto più volte. Di ricostruire il rifugio - distrutto nel 1948 e alla storia del quale dedicherà un pezzo l'amico Enrico Maioni su "Le Dolomiti Bellunesi" di Natale 2017 - si sente parlare da anni, e personalmente, la vedo come una operazione delicata.
Già Luca Visentini, che con Corona esplorò a fondo tutte le cime della zona, nel volume "Gruppo del Cristallo" (Athesia 1996) derivato dalle loro salite, paventava l'idea di ricostruire l'immobile, posto su una sella in continua erosione - basta vedere il sentiero che vi sale dal Ponte Rudavoi - a un'ora soltanto di cammino dagli hotel, negozi e pizzerie di Misurina; privo di una presa d'acqua e di un accesso di servizio (che forse risalirebbe la Val Popena Alta), ma soprattutto incastonato in un angolo dolomitico ancora puro.
Macerie ineleganti, ma suggestive nel loro silenzio! 
(foto R. Vecellio) 
Il rifugio originario, costruito e gestito con molti sacrifici dal trentino Lino Conti e consorte, ebbe vita breve. In circa dieci anni diede di sicuro un impulso al turismo del Popena, ma erano altri tempi e il turismo era diverso. La piccola costruzione forniva ricovero e servizi spartani a clienti motivati, forse più rispettosi della natura e meno pretenziosi di quelli che oggi cercano vizi e virtù di hotel o ristoranti pluri-stellati anche in mezzo alle crode. Quando qualcuno appiccò malvagiamente il fuoco alla casetta, Lino Conti si disperò; tentò di rimetterla in piedi, ma infine si arrese. Oggi lassù restano solo macerie, ineleganti ma suggestive nel loro silenzio.
Non ho motivo di osteggiare il ricordo di Valerio Quinz, guida e albergatore di Misurina che ho conosciuto e al quale Corona vorrebbe dedicare il rifugio, che a suo dire non costerebbe più di 200.000 euro e "valorizzerebbe" il gruppo; mi chiedo solo se dal punto di vista economico l'operazione si reggerebbe in piedi e se ad essa non farebbero da contorno nuovi sentieri, ferrate e altro. E' senz'altro giusto il ricordo di Quinz a Misurina, ma lassù non andrebbero dimenticati neppure altri personaggi, come Buzzati, Casara, Comici, Mazzorana, Scheibmeier!
Le macerie sulla sella, la dolce Val Popena Alta, la Val de le Barache di bellica memoria, il Corno d'Angolo di Comici, il Cristallino di Grohmann, la Croda de Pòusa Marza e le Torri di Popena di Michl, il Piz Popena di Santo, il Popena Basso di Casara e Mazzorana, la Punta Michele di Sepp, le guglie di Val Popena Alta di Dibona e Duelfer, sono perle dolomitiche splendenti; degne di grande rispetto, non di essere avviate all'usura, magari col rischio di trasformarsi in "pattumiere d'alta quota", come si sta purtroppo verificando al contiguo Lago del Sorapis.

23 set 2017

23 settembre 1931-2017: il diedro Mazzorana sul Popéna Basso

Sono passati 86 anni dal 23 settembre 1931. Quel giorno Piero Mazzorana (un giovane venuto con la famiglia da Longarone ad Auronzo, dove si accasò, dal 1936 fu guida alpina e per ventisei anni gestì il grande rifugio Auronzo ai piedi delle Tre Cime), saliva da solo per la mulattiera militare che serpeggia nel bosco sopra il Grand Hotel Misurina verso il Popéna Basso, rilievo roccioso e boscoso posto tra il lago e la Val Popéna Alta. 
Probabilmente Piero – che aveva iniziato da poco a esplorare i monti del Cadore - aveva messo gli occhi su una parete che non sfugge a chi guarda da Misurina verso le cime del Popéna, e vide una possibile linea di salita: un diedro grigio e fessurato a sinistra della fascia di strapiombi che caratterizza la parte centro-orientale della parete. 
Piero superò di slancio il diedro, trovando difficoltà fino al quarto e forse non lasciò nemmeno tracce di passaggio; il suo risultò un percorso breve ma non banale, che sarebbe diventato molto presto un'apprezzata classica dolomitica. 
La via "Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli” si sviluppa in modo logico su una parete articolata e in complesso salda (stamattina però, guardandola dal basso, ho visto una macchia bianca di frana a sinistra del diedro, che spero non lo abbia danneggiato), e offre una simpatica avventura dolomitica. 
23 settembre 2017: il Popéna Basso da Misurina (foto E.M.)

Cinquant'anni e qualche giorno dopo la solitaria della guida che, una volta in pensione, si era trasferita a Merano, dove si spense per problemi cardiaci a soli settant'anni nell'aprile del 1980, in un cupo sabato d'ottobre anche Ernesto poté avventurarsi per la prima volta sul diedro, in compagnia di Dande, Didi e Lustra.
Erano anni di incalzanti avventure, e quella gli piacque subito: per l'ambiente che incornicia il diedro, per l'impegno che richiede (senz'altro alla sua portata) e per la simpatica uscita, su una cima quasi piatta tra i mughi da dove gli amici scesero veloci, a grandi balzi fra ghiaie e conifere, per l'agognata birra da Quinz, che coronò la bella giornata. 
Dopo quel sabato nebbioso, Ernesto risalì diverse volte su quel simpatico cimotto: per il diedro, per l'altra via aperta da Mazzorana con Adler nel 1936, sulla destra della parete, e poi semplicemente per la facile via normale. 
Oggi, riguardando il Popéna, esso gli ha ricordato lo slancio del ragazzo che quasi novant'anni fa tastò per primo gli appigli del diedro ampliando la storia della palestra, inaugurata cinque anni prima da Severino Casara, il vicentino "matto per le crode", e tutto sommato sempre in voga.

19 set 2017

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casies, ai quali possa interessare il Salzla (Monte di Tesido, secondo la toponomastica di Tolomei)? 
Anzitutto, dove siamo? Ci troviamo di fronte ad un "modesto ripiano prativo", un belvedere verde e in parte alberato in Val Pusteria, a meno di cinquanta chilometri da Cortina. Quotato 2131 metri, il Salzla ha in vetta la sua croce, un tavolino e una panca, secondo le migliori tradizioni sudtirolesi. 
Come ci si arriva? Dalla Malga di Tesido-Neue Taistner Sennhuette, nota meta estiva e invernale in circa mezz'ora, seguendo prima una carrareccia sassosa e deviando poi su una traccia erbosa segnalata e numerata col 38/b. Dal ristoro Mudlerhof, raggiungibile in auto dal paese di Taisten-Tesido presso Monguelfo-Welsberg, fino alla cima occorre in complesso un paio d'ore, per cinquecentoundici metri di dislivello: volendo, non è proprio una "passeggiata digestiva"...
In vetta (foto E.M.)
Noi abbiamo apprezzato il Salzla come traguardo di un'uscita di primo autunno, per l'ambiente panoramico, solitario e riposante. Una meta interessante, sempre ignorata e riscoperta grazie all'età, che impone di calibrare le ambizioni (un proverbio Masai dice: "Il giovane cammina più veloce dell'anziano, ma l'anziano conosce la strada"...) e alle guide di Fabio Cammelli delle Alpi Pusteresi. La cima che abbiamo calcato, la custodiamo ora tra i ricordi più vivi dei Monti di Casies, così diversi dalle Dolomiti ma così affascinanti per chi li sa capire. 
Per quota e impegno, forse il Salzla non fa "curriculum", e la sua salita non richiede di sicuro sforzi sovrumani; noi lo ricordiamo come un luogo particolarmente bucolico, in cui siamo riusciti ad apprezzare la vera poesia della Montagna. 
Caro Salzla, o Monte di Tesido, ti siamo grati per quanto ci hai donato in una malinconica domenica.

14 set 2017

Sui monti con Tone Belòbelo, guida "dandy"

Antonio Soravia nasce a Cortina centonovantasei anni fa e si spegne ottantaduenne, nel 1903. Noto in paese come Tone Belòbelo, fu una guida alpina (o solo un portatore?), tra le prime munite di permesso nella valle d'Ampezzo.
Di lui non sono molte le notizie, a partire dalla data d'inizio della professione: difettano anche le tracce della sua presenza in rifugi, su crode e passi e nel primo elenco delle guide autorizzate a Cortina (datato 1° marzo 1876) il nome di Soravia non c'è. 
Nel libriccino di Leone Woerl Cortina und Umgebung. Führer im Ampezzothal mit Plan von Cortina und Spezialkarte des Ampezzothales, edito a Würzburg nel 1891 e ristampato in traduzione italiana a cura di Giovanna Mariotti nel 1992, invece, il portatore - già anziano per l'epoca - c'è. Munito di un cartellino col numero 13, compare anche tra le guide in servizio attivo nel 1893; nel ritratto di gruppo scattato a Volpera quattro anni più tardi, infine, il nostro non c'è più.
Più che per avventure alpine d'alto rango - che forse non era abilitato a compiere - pare che il Belòbelo si distinguesse per le molteplici attività e servizi prestati (fra i quali era compreso anche quello di guida o portatore), e perché conduceva una vita ben adeguata all'epoca delle Belle Èpoque ampezzana.
Guide e portatori ampezzani in servizio attivo nel 1893.
Antonio Soravia è il 1° da destra, in alto (archivio E.M.) 
Tratteggiare la sua vicenda umana, come quella degli altri pionieri che con lui fecero conoscere le Dolomiti, non è agevole. Il ceppo familiare risulta estinto; non so se esistano un libretto professionale o immagini della guida, oltre a quella presentata qui di fianco; ignoro quali cronisti dell'alpinismo di allora, di solito poco generosi verso i portatori, si ricordarono di Soravia in qualche scritto. Così, con le fonti a disposizione (Le guide di Cortina d'Ampezzo di Franco Fini e Carlo Gandini, 1983; i dati dell'Archivio Parrocchiale e quelli della lapide nel cimitero di Cortina, che commemora le guide e portatori scomparsi), la figura di Tone e il suo transito nella storia sono impalliditi nella memoria individuale e collettiva.
In base ai "si dice", immagino che fosse un simpatico gigione, di favella veloce e umorismo salace, ancora disposto a 70 anni e oltre a guidare "signori" - o, forse meglio, signore... - in gite semplici e nel contempo redditizie: grotte di Volpera e Tofana, Crépa, Porta del Dio Silvano, Cuàire, rifugio Nuvolau o, chissà, anche su una delle cime che dall'800 richiamano in Ampezzo appassionati da ogni nazione. 
Mi pare di vederlo su qualche altura, narrare ai clienti storie alpine o venatorie reali o iperboliche, dando ogni tanto di bocca alla fiasca d'acquavite e osservando le volute di fumo della pipa che salgono al cielo. Mentre i suoi clienti schizzano panorami sui taccuini, fotografano, studiano il tempo, le rocce e le piante, Tone Belòbelo, guida "dandy", li guarda e se la ride sotto i baffi.

11 set 2017

Torre Romana o Torre Zaccaria?

La seconda delle Torri d'Averau (che, come alcuni sapranno, in realtà non sono 5, ma una decina) è formata da tre elevazioni, distinte ma quasi saldate l'una con l'altra. 
Quella di destra guardando da nord, da 105 anni è nota come Torre Romana. Come per molte altre montagne, che spesso non vantano storie antiche, nemmeno per la Romana sono certo del motivo dell'oronimo e di quando le sia stato dato. 
Alta circa cinquanta metri dal lato meno ostico e quasi il doppio da quello opposto, la Torre fu salita per la prima volta un giorno d'estate del 1912. La cordata che giunse in vetta era formata dalla guida cinquantenne Zaccaria Pompanin "de Radéschi" e da un cliente rimasto senza nome, forse romano: con lui, quel giorno, "Zàcar" salì anche la torre contigua, di qualche metro più alta, detta "del Barancio" per il ciuffo di mughi che cresce (spero ancora oggi) sulla sottile cima. 
Torre del Barancio a sin. e Torre Romana: in centro, 
il diedro con due cordate all'opera (foto E.M.)

La terza, e più impegnativa elevazione del trio, fu scalata invece il 1° agosto 1913 da un'altra valente guida, Bortolo Barbaria "Zuchìn" col cliente triestino Marino Lusy, e venne dedicata a quest'ultimo. 
Oggi la via originaria della Romana, che s'infila in un camino stretto e umido, penso sia molto poco percorsa: la torre è frequentata invece per il diedro nord, cento metri di buon quarto grado, scalati per la prima volta da alcuni Scoiattoli di Cortina nell'estate 1944. 
Sulla solida dolomia della guglia sono poi state aperte altre vie, ma da anni essa s'identifica col "diedro della Romana". Breve, atletico e non banale soprattutto se salito con basse temperature, ha attratto alcune volte anche chi scrive.
Non sarebbe bello - dopo un secolo - che, accanto al cliente che forse ricorda, la Torre ricordasse anche un protagonista della storia dell'alpinismo locale, che ha dato il nome ad un camino sulla Croda da Lago, nel quale però non si inoltra quasi più nessuno?
Perché dunque, non avere una "Torre Romana - Torre Zaccaria", o Torre Pompanin, o anche Torre Radéschi?

31 ago 2017

Emozioni d'altri tempi: la Comici sulla Punta Col de Varda e il biglietto di Piero Mazzorana

4 settembre 1977, appena finito il liceo. 
Con Enrico – più giovane di me e più portato per il "difficile" – vogliamo conoscere una via, aperta il 1° settembre 1934 dai famosi scalatori Comici e del Torso. Siamo diretti verso la Punta Col de Varda, la piramide che spicca da Misurina a fianco dell'omonimo rifugio e fu "terreno di gioco" di generazioni di alpinisti fra i quali Buzzati, primo a ripetere la Comici con Zanutti e un’amica, una settimana dopo l'apertura,
La via supera l'esposta e salda parete orientale della Punta, ed è frequentata per un mix di peculiarità, che vi convogliano spesso i cultori dell'alpinismo classico. In alto, una cordata contiene una quindicina di metri aerei e non facili; per quanto si possano evitare, nelle salite successive li approccerò sempre con rispetto. 
Punta Col de Varda d'inverno, dal rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
Conclusa la fatica, sotto l'ometto scopro un biglietto sgualcito e scritto con grafia tremolante, che leggo con grande curiosità. Esso dice che, se fossimo arrivati in vetta il giorno prima, vi avremmo trovato nientemeno che Piero Mazzorana, storica guida cadorina e gestore per 26 anni del rifugio Auronzo alle Tre Cime. Perché so di Mazzorana? Ho quasi imparato a memoria la guida Berti, leggendo e rileggendo le relazioni delle vie (una sessantina) che aprì in un ventennio: molte furono realizzate nel giardino di pietra dei Cadini, e in seguito alcune le salirò. 
Ieri Mazzorana è giunto quassù da solo per la via Obliqua, un percorso di ignoti, aperto in epoca imprecisata e che penso oggi venga disertato, perché "troppo" facile e un po' friabile. L'Obliqua incrocia la Comici: ancora non la conosco, ma ripeterò anch'essa, la prima volta con mio fratello nel 1983 e la seconda in solitaria un anno dopo. 
Forse, penso mentre mi godo la salita appena conclusa e la cima silenziosa, Piero è stato spinto di nuovo sulla Col de Varda dalla grande passione che lo ha visto esplorare per anni le punte e le puntine dei Brentoni, Cadini, Cristallo, Croda dei Toni, Lavaredo, Popera, Sella. Che personaggio dell'alpinismo!
Il pezzo di carta mi emozionò, soltanto pensando che la guida aveva già sessantasette anni e, nonostante il passare del tempo, evidentemente non aveva ancora perso la voglia della dolomia. Nel 1980, quando seppi da mio padre - che lo aveva conosciuto – dell'improvviso decesso della guida, il primo pensiero fu: “... ma perché non ho fatto una foto anche a quel biglietto tra i sassi della Punta Col de Varda?” 
Oggi potrei avere nel mio archivio una delle ultime testimonianze della passione di Piero Mazzorana, grande alpinista e guida dolomitica.

29 ago 2017

Torre Trephor: 50 anni fa la via di Strobel

29 agosto 1967, cinquant'anni fa. Paolo Michielli "Strobel", giovane fratello di Albino (caduto il 19 aprile 1964 dalla Torre Piccola di Falzarego), sale con A. Zanier la parete est della Torre Trephor, la più piccola e ostica delle Torri d'Averau. La via, circa 30 metri di dislivello per 50 metri di sviluppo stimati di VI-VI+, richiede cinque ore e diciotto chiodi, di cui quattro restano in parete.
La Torre, dall'indecifrabile toponimo, aveva già un vissuto, essendo stata salita nel 1927, ultima tra le sommità del gruppo. La conquista era spettata a tre guide: Angelo Dibona che, dopo il vulcanico primo quindicennio del XX secolo e la parentesi bellica, era tornato con successo sulla scena; Luigi Apollonio Longo, "ragazzo del '99" che con Dibona fece spesso cordata; Angelo Verzi, giovane e già affermato. 
Fu proprio il "bòcia" a calcare per primo la vergine cima. Lanciata una corda da una torretta antistante, fu stabilita una teleferica, su cui Verzi traversò per 15 metri nel vuoto verso la Trephor, che strapiombava da ogni lato. Dalla vetta, Angelo recuperò i compagni che, usufruendo della fune in tensione, raggiunsero velocemente anche loro la Torre, con un impegno più ginnico che alpinistico. 
Ciò che restava della Trephor, cinque anni dopo il crollo 
(foto E.M., 27.06.2009) 
Come per la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis e il Campanile Paola, anche la Trephor venne salita per roccia solo anni dopo. La prima via vera e propria, infatti, fu aperta ad ovest da "Piero Lòngo", fratello di Luigi e anch'egli guida, nel 1939; sebbene il suo percorso si limitasse a due sole cordate, Piero vi incontrò alte difficoltà e dovette usare qualche chiodo.
Nonostante le misure ridotte, la torre ospitò poi altre vie: intorno al 1959 la guida Marino Bianchi ne aprì una da solo, e fra gli anni '80 e '90 ne vennero chiodate quattro "moderne". Fino al dilagare del free climbing, posso credere che la Torre Trephor non abbia comunque attirato frotte di alpinisti, almeno lungo la via originaria, che la guida "Dolomiti Orientali" valutò di V-VI e di cui ricordo con affetto le mie tre salite. 
Fino ai primi anni 2000, la guglia ha vissuto quindi una storia articolata e interessante, ispirando persino una novella in ampezzano, italiano e tedesco (Ernesto Majoni, Ra tore che r'à vorù morì. Storia de na croda, Print House - Cortina 2007). Dalla primavera di tre anni prima, però, la Trephor non c'era più; per chissà quale fatalità geologica si era schiantata in una nuvola di detriti, lasciando un vuoto tra le Torri d'Averau e nei ricordi di chi la salì: tra loro, forse, anche "Strobel" e l'amico Zanier.

25 ago 2017

Al Rifugio Nuvolao il ricordo di un amico della montagna

Sergio Zambelli Nìchelo, ampezzano appassionato della montagna nonché artista del legno, ha voluto recentemente dedicare un pensiero all'amico Luciano Bernardi, che fu volontario del Soccorso Alpino di Cortina e per quasi un trentennio consigliere della locale Sezione del Cai con delega alla manutenzione sentieri, deceduto il 29 dicembre 2016 dopo una dolorosa malattia (cfr. al riguardo ramecrodes.blogspot.it/2017/01/ricordo-di-luciano-bernardi.html). Zambelli ha quindi realizzato e fatto dono alla Sezione di un bassorilievo ligneo, che reca l'iscrizione “Luciano Bernardi Agnel - Un amico della montagna”.
Il bassorilievo che ricorda Luciano Bernardi,
presso il rifugio Nuvolao (foto Roberto Vecellio) 

Nel corso dell'estate, la pregevole opera è stata collocata su una parete della sala da pranzo del Nuvolao, secondo rifugio per quota (2575 m), ma primo per longevità (fu infatti inaugurato l'11 agosto 1883, col nome di rifugio Sachsendank) dei tre di proprietà del Cai Cortina, che sorge sulla panoramica vetta omonima, e anche al quale Bernardi riservò costante attenzione e simpatia nella sua attività di volontariato nell'ambito del Cai.
Il pensiero di Sergio Zambelli e della Sezione di Cortina, che meritano senza dubbio un cenno di riconoscenza, consoliderà ora il ricordo di Luciano "Agnèl" tra le montagne che ha tanto amato.

18 ago 2017

Federico Terschak, alpinista, sportivo e scrittore, nel 40° della scomparsa

Chi conosce qualcosa di Cortina, magari sa anche chi è stato Friedrich Adolf Terschak, detto Fritz e poi Federico: alpinista, dirigente sportivo e scrittore nato in Germania, ma "naturalizzato" ampezzano.
Terschak vide la luce a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, figlio unico di Emil (1858-1915), alpinista, pioniere dello sci e della fotografia alpina, e di Henriette Stremell (1865-1939). Visse a Ortisei fino al 1897, quando il padre e la madre decisero di spostarsi a Cortina, dove aprirono un laboratorio  fotografico nel centro del paese. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco fin dagli anni '10, sino agli anni '30 Federico aprì numerose vie e compì salite, alcune anche di difficoltà sostenute, su tante crode dolomitiche. Tra le nuove vie, realizzate con amici e compagni fra i quali spicca "Bepi" Degregorio, ricordiamo il Camino Terschak sulla parete sud della Testa del Bartoldo (Pomagagnon): 600 m di IV-V, superati con Hermann Kees il 19 luglio 1913. 
Precursore dello scialpinismo con alcune prime all'attivo (Lavinòres, 1910 - Picco di Vallandro, 1934), Terschak ricoprì tra l'altro la vice Presidenza del Club Alpino Accademico Italiano, di cui faceva parte già dagli anni '20. Fu tra i fondatori del Bob Club Cortina, del quale venne poi nominato Presidente Onorario; operò con energia per lo sviluppo degli sport invernali a Cortina, per i mondiali di sci del 1941, per le Olimpiadi del 1956 e fino ai mondiali di bob del 1966. Progettò e curò i lavori di costruzione dei primi trampolini di salto e scrisse la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (almeno 15 edizioni, sempre aggiornate, dal 1923 al 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri 1863-1943" (1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (1956). 
Autografo di Federico Terschak, anno 1953 (raccolta E.M.)
Scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "de Fràsto", sposata nel 1922. Il paese che lo aveva accolto alla fine dell'800, onorò il nome dello sportivo iscrivendolo sulla lapide ai benemeriti in cimitero; la celebrazione nella Basilica Minore di una messa di suffragio, richiesta da alcuni estimatori nel quarantennale dalla morte, caduto oggi, intendeva riproporre il suo ricordo agli appassionati di montagna e sport, locali e non.
Peccato che costoro, in specie i locali, si siano contati sulle dita di una mano.

11 ago 2017

Il Taé, una grande cima

Volendo individuare le "Top Ten" fra le montagne di Cortina, in particolare quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegnerei senza esitare un posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa massiccia cima, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana III e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per quattrocento metri in Val di Fanes, è rigata da incisioni che evocano quelle di un coltello su un tagliere domestico: nel parlare d'Ampezzo il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti a chi prese da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo alla moda. Sono note le vie di alta difficoltà che dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un chilometro di dislivello in salita da Antruiles, svela un culmine di erba e detriti silentee aperto sull'orizzonte. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine di luoghi più noti.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponti o scalette.
La cima richiede un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compenserà generosità.

08 ago 2017

Sulla Torre Albino, guglia misteriosa delle Tofane

Sino a poco più di mezzo secolo fa lo spuntone che si cela tra le balze meridionali di Ra Zéstes alle pendici delle Tofane, alto a sufficienza per meritarsi un minimo di considerazione e corposo quanto basta per avere un nome, era sconosciuto. 
Ci pensarono due giovani ampezzani, Franz Dallago e Armando Menardi, giunti per primi sulla vetta il 27 agosto 1966. Lo spuntone fu battezzato Torre Albino, per onorare la memoria di Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida alpina che fece molto per la storia dell'alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta del '900, fino alla scomparsa, avvenuta sullo spigolo Comici della Torre Piccola di Falzarego il 19 aprile 1964. 
Albino Michielli Strobel (1928 - 1964)

I due avevano attaccato la torre dal versante orientale; ci misero otto ore e piaantarono quasi venti chiodi per aver ragione di un percorso lungo solo cento metri, con difficoltà di quinto e sesto grado. 
Da quel giorno del 1966, la Torre Albino ebbe un nome e un'identità, per scivolare poi rapidamente nel silenzio, come accade a tante cime e tante vie che - passata l'euforia dei primi - non diventano di moda. 
Tempo dopo, il 6 luglio 1975, altri due giovani, Andrea Menardi e Guido Salton, andarono anche loro a visitare quell'esile colonna, forse perché avevano intuito la possibilità di forzare un nuovo passaggio verso la cima.
In un'ora di ascensione ne domarono il diedro sud, che oppose minori difficoltà rispetto alla via Dallago-Menardi, e portarono così a quattro il numero dei visitatori della cima. 
Non indugiamo in deduzioni avventate, poiché gli elementi al riguardo sono scarsi, ma è plausibile che i primi quattro salitori della Torre, tanti siano rimasti o poco più: saremmo comunque contenti di poter aggiungere dati aggiornati a questa storia!
La Torre, quasi mimetizzata tra i dossi che da Ra Vales calano verso la Val Druscié, oggi rimane immota nella sua quiete. D'inverno gli sciatori e d'estate qualche escursionista non ci passano nemmeno troppo lontano; ma non sanno, e vanno oltre. 
Forse la curiosità è solo di chi scrive, che non ha mai visto la Torre Albino e non disdegnerebbe di scattare due fotografie a quella guglia misteriosa delle Tofane!

06 ago 2017

Un rifugio sotto il Dito di Dio: prima Pfalzgau, poi Luzzatti, oggi Vandelli

Ai piedi del circo nevoso in cui sgorgano le acque che alimentano il ceruleo lago del Sorapis, incavato nella roccia e privo di emissari superficiali, e s'infilano poi sotto il ciglione del ripiano glaciale uscendo per la cascata (pisc) che dà il nome al gruppo montuoso incombente, "sora (el) pisc" (Sorapìsc, dunque, non Soràpis!), l'8 agosto 1891 aprì la Pfalzgauhütte. 
Terzo dei ricoveri alpini costruiti in Ampezzo, a quota 1928  m poco distante dal confine del Tirolo e sotto l'appuntita cima del Dito di Dio, che si specchia nel lago, il rifugio fu voluto dalla Sezione del Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, città del medio Reno. 
Le vie principali per accedervi erano tre: da Federa Vecchia, sulla strada tra Auronzo e Misurina, per il sentiero che sale a fianco del salto del Pisc; dal valico di Tre Croci (un tempo detto In Zuogo), per il tracciato oggi più frequentato, attrezzato in alcuni punti, che taglia lo zoccolo delle Cime di Marcoira; o ancora, dal 1903, dalle Crepedèles (gli odierni Tondi di Faloria) per il sentiero del Ciadin del Lòudo, aperto dalla Sezione Ampezzo del Club Alpino, anch'esso attrezzato in un punto, e oggi abbreviato dalla Funivia Faloria che porta già in quota. 
La prima capanna presso il lago ebbe una vita assai breve. Sorgendo in una vallecola ombrosa e soggetta a notevoli accumuli nevosi, già nella primavera 1895, infatti,
La capanna Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo
(anno 1908, raccolta E.M.)
venne distrutta da una valanga, e prontamente ricostruita in posizione riparata un centinaio di metri più a nord. 
Nuovamente disastrata nel 1913, dopo il primo conflitto mondiale spettò come "bottino di guerra" alla Sezione del Cai di Venezia, che la rimise in piedi grazie a una donazione del socio Cesare Luigi Luzzatti, e la riaprì al nome del donatore il 22 giugno 1924. 
Cinque anni dopo, il 26-27 agosto 1929, sulla parete della Sorella di Mezzo alle spalle del rifugio, i giovani triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di sesto grado nelle Dolomiti. 
Denominato nel 1939 Rifugio Sorapis in ossequio alle leggi razziali, poiché Luzzatti era ebreo, il ricovero non ebbe danni dal secondo conflitto e poté riprendere a funzionare nel 1947, ma una dozzina di anni dopo fu sfortunatamente devastato da un incendio. 
Ricostruito più grande e confortevole, fu inaugurato il 18 settembre 1966 insieme con tre percorsi attrezzati (Berti, Vandelli e Minazio), che consentono di compiere il periplo del gruppo del Sorapis, e intitolato ad Alfonso Vandelli di Venezia. 
Storica base, tra l'altro, per le ormai obsolete salite sul Sorapis da nord, lungo la via originaria di Grohmann e la più difficile Müller del 1892, affidato per anni a gestori di Cortina (tra i quali si ricordano Teresa Padovan Mòuta, Tullio Alverà Poulùco e, a metà del '900, l'olimpionico di sci nordico "Fredi" Dibona Pilàto), da decenni il rifugio è gestito da famiglie auronzane e oggi si conferma come forse il più frequentato tra Cortina, Auronzo e Misurina.

03 ago 2017

Forcella Camin, tra monti selvaggi

Croda d'Antruiles, Forcella Camin, Croda Camin, 
da Son Pòuses (foto E.M., maggio 2011) 
Tristemente salito alla ribalta nel marzo 2007, quando una valanga investì gli scialpinisti Claudia Pompanin e Antonio Turolla, è un luogo ancora selvaggio e - data la selezione naturale che la sua posizione favorisce - è facile che così rimanga. 
Si tratta di Forcella Camin (2395 m), nel gruppo della Croda Rossa, sottogruppo di Bechéi, in una zona nota a cacciatori, pastori e topografi fin da tempi lontani.
Detritica e di magro pascolo, la forcella (per i marebbani Furcela dal Lé, trovandosi alla testata della Val dal Lé, sede del quasi secco lago Piciodèl) separa la Croda Camin dal Col Bechéi e unisce le Ruoibes de Inze al Valun de Rudo, percorso dalla strada Pederù - Fanes. Meta scialpinistica di un certo impegno, che richiede ottime condizioni di tempo, la Forcella sorge in un circondario di grande suggestione. 
Le Ruoibes "di dentro", parallele a quelle "di fuori", che dal Col Bechéi scendono in Antruiles, si incuneano tra Croda Camin e Lavinòres a N e Col Bechéi e Croda d'Antruiles a S, isolando un angolo affascinante, regno della solitudine e della fauna selvatica, tra cime visitate tra l'800 e il '900 dalla Squadra della Scarpa Grossa di von Glanvell e compagni.
Il terzo superiore delle Ruoibes, perlopiù detritico, è nominato nelle carte Igm come "Valle di mezzo"; quello mediano e quello inferiore sono boscosi e non esenti da frane per cui da Antruiles la valle si risale per un sentiero poco definito e ancor meno segnato, difficile da curare e valorizzare.
Da ragazzino, dopo essere scesi nelle Ruoibes dalla "cengia obliqua" delle Lavinòres (oggi fattasi più impegnativa di allora), non arrivammo in forcella per la salita che ce ne separava. Nel 1976, salito da Antruiles con i miei familiari, dopo aver sostato sul valico, scartammo l'idea di scendere al lago Piciodèl, troppo lontano dal punto di partenza, perché non avevamo la macchina. 
Risalimmo così il ripido e instabile canale a fianco della Croda Camin, fino all'intaglio in capo al Valun Gran. Da lì per lastre e detriti, passando sotto le guglie del Castello di Bancdalsè - sulle quali si era misurato per primo nel 1944 Severino Casara - scendemmo a chiudere con soddisfazione la gita a Fodara Vedla. 
Ripercorsi poi per due volte in senso antiorario l'anello, descritto anche da Danilo Pianetti in Le Alpi Venete (Estate 1988) col titolo "L'alta dimora degli dei è silenziosa": nell'ultima, proprio un 3 agosto, vi inaugurai i robusti scarponi che in seguito mi avrebbero guidato su decine di cime, e gustai a fondo la "wilderness" di quello stupendo angolo di Dolomiti.

29 lug 2017

Col de Giatèi

"Col de Giatèi: robusta collina rocciosa tra Piezza e la Val di Zonia, a 2183 m, con cui si arrestano verso Occidente le punte di Zonia; giatèi è un collettivo da giat, e si riferisce alle chiazze di vegetazione e ai cespugli di mirtilli del dorso settentrionale; peraltro giat è voce che ricorre con frequenza come nome di pianta." 
Col de Giatèi, da Fedàre (foto E.M.)
Così il professor Vito Pallabazzer descriveva il Col, rilievo minore del sottogruppo del Cernera che domina Piezza e Fedàre, nei suoi "Cenni storici, geografici e toponomastici sul Passo del Giau", usciti sulla rivista "Le Dolomiti Bellunesi". Era l'inizio degli anni '80, perché la SP 638 tra il passo e la Val Fiorentina non era ancora completata; oltre alla citazione del linguista collese, non mi è occorso di scovarne altre che - essendoci rimaste da scoprire in questi anni solo montagnette che un tempo non avremmo nemmeno guardato - stimolassero la visita a quel dosso un po' misterioso, per quanto abbastanza vicino a Cortina ed evidente dalla zona del Giau.
Questo finché Gianluca Calamelli non ha descritto il Col de Giatèi nella monografia "Cernera Mondeval Rocchette. Itinerari escursionistici nel comprensorio della Val Fiorentina", ospitata dall’Annuario del Caai 2016, ma forse meritevole di un'edizione autonoma.
Quando Iside e io abbiamo letto le note dell'amico Gianluca, però, già da due anni e mezzo avevamo  all'attivo la salita anche di quella piccola cima. Il Giatèi, per varie circostanze, mi ha dato una soddisfazione inversamente proporzionale alla sua corposità (in ogni caso, meno minuta di quanto non appaia dal basso) e alle peculiarità esclusivamente pedestri. 
Giovedì 27 luglio c’è stata l’occasione di tornare lassù, completando la traversata dal Passo con lo scavalcamento delle Crepe de Zonia, e scoprendo, a un tiro di schioppo da una strada ormai quasi in ostaggio a moto e biciclette, una “arena della solitudine” di messneriana memoria. 
La croce de vetta, verso
Colle Santa Lucia (foto I.D.F.)
Tra l’altro, stavolta sono apparsi evidenti i cippi di confine tra il Tirolo e Venezia, che si divisero la cresta dal 1787 al 1918 (quindi legittimando la conoscenza della cima fin dal 18° secolo), e sotto la sommità una piccola croce di legno, affacciata sulle case di Posàlz e Villagrande.
Col de Giatèi: un ameno poggio erboso, niente di strabiliante per il collezionista di grandi montagne, ma una cima preziosa, adatta per un'uscita breve e tranquilla in un luogo inedito nel cuore delle Dolomiti. 
Per salirvi non occorrono relazioni, anche se una esiste e si trova in un sito web di vie normali: il Col è solo il culmine di una cresta, un centinaio di metri di sbalzo prativo verde d'estate e rosso in autunno, dove tra vegetazione e mirtilli si respirano storia e silenzio e i pensieri corrono in libertà. Romantica cima davvero, il Col de Giatèi: resterà così per sempre?

26 lug 2017

Ricordo di Argìa, Giovanni e Mirka del Monte Piana

In Casa di Riposo a Pieve di Cadore, si è spenta sabato 22 luglio a novant'anni Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà meglio col nome Argìa e il cognome De Francesch. Dagli anni '60 Argìa - cugina della guida Piero Mazzorana, storico gestore del rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo - insieme ai familiari fu l'"anima" del rifugio dedicato al Maggiore romagnolo Angelo Bosi e situato a quota 2205 sul Monte Piana tra Misurina e Carbonin.
Il rifugio Monte Piana, in una cartolina
di epoca ignota (archivio E.M.)
Nel 1962 il consorte Giovanni De Francesch - nativo di Col di Cugnan - aveva acquisito dai miranesi Giuseppe e Lino Coin, che ne erano proprietari dai primi anni '50, l'edificio costruito in legno su iniziativa di Agostino Martinelli Bianchi, già Capitano degli Alpini, per ristorare gli ex combattenti che salivano sul Piana a cercare le tracce della Grande Guerra e commemorare i compagni caduti. Inaugurato il 29.6.1931 e poi ristrutturato, durante il conflitto l'edificio aveva ospitato il Comando tattico del 3° Battaglione del 55° Reggimento fanteria "Treviso" della Brigata Marche.
Dal 1965 al 1972, "Nani" De Francesch sistemò e ampliò il rifugio, posto sul versante sud-est del tavolato del Monte Piana a circa mezz'ora dalla sommità, ricavandone una struttura in muratura a due piani che gestì con la consorte e i figli Mirka e Mauro, e tanti ricordano come gradito obiettivo di escursioni sia estive che invernali.
Privata immaturamente di Giovanni e del sorriso dell'ancora giovane Mirka, ora anche Argìa se n'è andata, lasciando Mauro a gestire - con la consorte Lucia e le figlie - l'esercizio dedicato all'eroico graduato Angelo Bosi, caduto sul "Monte Pianto” il 17 luglio 1915. 
Nel rifugio e in chi lo frequentò resterà sempre il ricordo di Giovanni, Mirka e Argìa De Francesch che, con tanta fatica, dedizione e senso di ospitalità, hanno saputo avvalorare un luogo cruciale per la storia nazionale, arricchito dal "Museo storico all'aperto della grande guerra" che ogni anno richiama visitatori da numerose nazioni.

24 lug 2017

Il "Cinque Torri": albergo e poi rifugio, ricco di storia

Lungo la via d'accesso alla capanna Sachsendank, edificata nel 1883 sul Nuvolàu, a un’ora abbondante di marcia da quella e alla base della Torre Grande d’Averàu, il 14 giugno 1904 apriva i battenti l’Albergo Cinque Torri. 
Voluta dagli avveduti ampezzani Giuseppe e Mansueto Manaigo da Lago e Agostino Colli Codèsc, che ampliarono un fabbricato di legno già esistente, la costruzione - dotata dei requisiti di un autentico hotel d'alta quota - fu benedetta il 4 ottobre dello stesso anno. 
Per arrivarci, attraverso Crépa e Cianzopé, ci volevano non meno di quattro ore da Cortina. Posto in mezzo a distese prative interamente falciate, l'Albergo serviva da tappa intermedia verso il rinomato belvedere del Nuvolàu; con esso però si voleva in primo luogo favorire la conoscenza delle Torri d’Averàu, pinnacoli di varie forme e altezze noti agli alpinisti fin dal 1880, ma in gran parte ancora da scoprire. 
Sorgendo a ridosso del fronte, durante la Grande Guerra la zona circostante l'Albergo fu fortificata con trincee e postazioni, oggi ripristinate e visitabili con un bel percorso della memoria; per un certo tempo, inoltre, l'Albergo fu adibito a sede del Comando della Brigata Reggio, 45° e 46° Reggimento di Fanteria. 
Pressoché risparmiato da entrambi i conflitti del '900, nel 1937 il Cinque Torri, divenuto Rifugio, era stato comprato dal guardacaccia Pietro Alberti Lèlo. Salve alcune brevi interruzioni, in cui la gestione fu tenuta da altri, la famiglia Alberti - giunta alla quarta generazione con Massimo (valente chef) e con la vigile supervisione di mamma Ines e papà Uberto - è lassù da ottant'anni. 
Campo base del gruppo di alpinisti nato l'1.7.1939 col nome di "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", che sulle Torri apprese e portò ai massimi livelli l’arte dell’arrampicata, nel 1963 il rifugio fu ammodernato, e a quei lavori negli anni ne seguirono altri, fino al nuovo parcheggio, aperto nel 2016 al termine della strada che sale da Cianzopè. 
Il rifugio Cinque Torri con la Torre Grande d'Averau
(cartolina datata 1949, raccolta E.M.)
Dopo la frana del settembre 1976, che obbligò a ricostruire con criteri moderni gran parte della strada d'accesso, oggi si sale fino ai piedi della Torre Grande in auto. La strada asfaltata, sempre chiusa al traffico in alta stagione, non ha però intaccato più di tanto l'atmosfera che si respira "su dal Lèlo"! 
Il rifugio Cinque Torri è amato e frequentato, da escursionisti, alpinisti e climbers:  offre un ampio ventaglio di vie di roccia dal I-II fino ai gradi estremi, oltre a belle passeggiate, traversate e suggestivi panorami; tra le sue mura echeggiano ancora tante delle storie che iniziarono lassù 140 anni fa. 
Dopo aver ricevuto nell'aprile 1976 sulle Torri il battesimo in roccia (salendo in giornata la Lusy, la IV Bassa e l'Inglese, con Carlo, Ivo e Luciano), nel 2004 ebbi dalla famiglia Albertì l'onorevole e gradito incarico di scrivere la "biografia" del rifugio centenario. 
Il lavoro che ne sortì ebbe un buon successo, è ancora in circolazione e ha aggiunto qualche bella e spesso inedita notizia alla storia ampezzana del Novecento. 
Ai piedi della Grande d'Averàu e delle sue vie più classiche - la Myriam, di cui il 29 giugno è caduto il 90° della prima salita delle guide Angelo e Giuseppe Dimai Déo con Arturo Gaspari Becheréto; il Riss (1932); la Diretta Dimai (1934); la Franceschi (1936) - si gode sempre di una calda ospitalità e di un'ottima cucina; il Cinque Torri resta un caposaldo indefettibile per la conoscenza della conca ampezzana, al quale saliamo sempre con affetto.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un risalto, né molto ardito né armonico, che conclude lo sperone a ovest della Punta Nera: già il suo nome, Croda Rotta, funge da bel bi...