31 ago 2017

Emozioni d'altri tempi: la Comici sulla Punta Col de Varda e il biglietto di Piero Mazzorana

4 settembre 1977, appena finito il liceo. 
Con Enrico – più giovane di me e più portato per il "difficile" – vogliamo conoscere una via, aperta il 1° settembre 1934 dai famosi scalatori Comici e del Torso. Siamo diretti verso la Punta Col de Varda, la piramide che spicca da Misurina a fianco dell'omonimo rifugio e fu "terreno di gioco" di generazioni di alpinisti fra i quali Buzzati, primo a ripetere la Comici con Zanutti e un’amica, una settimana dopo l'apertura,
La via supera l'esposta e salda parete orientale della Punta, ed è frequentata per un mix di peculiarità, che vi convogliano spesso i cultori dell'alpinismo classico. In alto, una cordata contiene una quindicina di metri aerei e non facili; per quanto si possano evitare, nelle salite successive li approccerò sempre con rispetto. 
Punta Col de Varda d'inverno, dal rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
Conclusa la fatica, sotto l'ometto scopro un biglietto sgualcito e scritto con grafia tremolante, che leggo con grande curiosità. Esso dice che, se fossimo arrivati in vetta il giorno prima, vi avremmo trovato nientemeno che Piero Mazzorana, storica guida cadorina e gestore per 26 anni del rifugio Auronzo alle Tre Cime. Perché so di Mazzorana? Ho quasi imparato a memoria la guida Berti, leggendo e rileggendo le relazioni delle vie (una sessantina) che aprì in un ventennio: molte furono realizzate nel giardino di pietra dei Cadini, e in seguito alcune le salirò. 
Ieri Mazzorana è giunto quassù da solo per la via Obliqua, un percorso di ignoti, aperto in epoca imprecisata e che penso oggi venga disertato, perché "troppo" facile e un po' friabile. L'Obliqua incrocia la Comici: ancora non la conosco, ma ripeterò anch'essa, la prima volta con mio fratello nel 1983 e la seconda in solitaria un anno dopo. 
Forse, penso mentre mi godo la salita appena conclusa e la cima silenziosa, Piero è stato spinto di nuovo sulla Col de Varda dalla grande passione che lo ha visto esplorare per anni le punte e le puntine dei Brentoni, Cadini, Cristallo, Croda dei Toni, Lavaredo, Popera, Sella. Che personaggio dell'alpinismo!
Il pezzo di carta mi emozionò, soltanto pensando che la guida aveva già sessantasette anni e, nonostante il passare del tempo, evidentemente non aveva ancora perso la voglia della dolomia. Nel 1980, quando seppi da mio padre - che lo aveva conosciuto – dell'improvviso decesso della guida, il primo pensiero fu: “... ma perché non ho fatto una foto anche a quel biglietto tra i sassi della Punta Col de Varda?” 
Oggi potrei avere nel mio archivio una delle ultime testimonianze della passione di Piero Mazzorana, grande alpinista e guida dolomitica.

29 ago 2017

Torre Trephor: 50 anni fa la via di Strobel

29 agosto 1967, cinquant'anni fa. Paolo Michielli "Strobel", giovane fratello di Albino (caduto il 19 aprile 1964 dalla Torre Piccola di Falzarego), sale con A. Zanier la parete est della Torre Trephor, la più piccola e ostica delle Torri d'Averau. La via, circa 30 metri di dislivello per 50 metri di sviluppo stimati di VI-VI+, richiede cinque ore e diciotto chiodi, di cui quattro restano in parete.
La Torre, dall'indecifrabile toponimo, aveva già un vissuto, essendo stata salita nel 1927, ultima tra le sommità del gruppo. La conquista era spettata a tre guide: Angelo Dibona che, dopo il vulcanico primo quindicennio del XX secolo e la parentesi bellica, era tornato con successo sulla scena; Luigi Apollonio Longo, "ragazzo del '99" che con Dibona fece spesso cordata; Angelo Verzi, giovane e già affermato. 
Fu proprio il "bòcia" a calcare per primo la vergine cima. Lanciata una corda da una torretta antistante, fu stabilita una teleferica, su cui Verzi traversò per 15 metri nel vuoto verso la Trephor, che strapiombava da ogni lato. Dalla vetta, Angelo recuperò i compagni che, usufruendo della fune in tensione, raggiunsero velocemente anche loro la Torre, con un impegno più ginnico che alpinistico. 
Ciò che restava della Trephor, cinque anni dopo il crollo 
(foto E.M., 27.06.2009) 
Come per la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis e il Campanile Paola, anche la Trephor venne salita per roccia solo anni dopo. La prima via vera e propria, infatti, fu aperta ad ovest da "Piero Lòngo", fratello di Luigi e anch'egli guida, nel 1939; sebbene il suo percorso si limitasse a due sole cordate, Piero vi incontrò alte difficoltà e dovette usare qualche chiodo.
Nonostante le misure ridotte, la torre ospitò poi altre vie: intorno al 1959 la guida Marino Bianchi ne aprì una da solo, e fra gli anni '80 e '90 ne vennero chiodate quattro "moderne". Fino al dilagare del free climbing, posso credere che la Torre Trephor non abbia comunque attirato frotte di alpinisti, almeno lungo la via originaria, che la guida "Dolomiti Orientali" valutò di V-VI e di cui ricordo con affetto le mie tre salite. 
Fino ai primi anni 2000, la guglia ha vissuto quindi una storia articolata e interessante, ispirando persino una novella in ampezzano, italiano e tedesco (Ernesto Majoni, Ra tore che r'à vorù morì. Storia de na croda, Print House - Cortina 2007). Dalla primavera di tre anni prima, però, la Trephor non c'era più; per chissà quale fatalità geologica si era schiantata in una nuvola di detriti, lasciando un vuoto tra le Torri d'Averau e nei ricordi di chi la salì: tra loro, forse, anche "Strobel" e l'amico Zanier.

25 ago 2017

Al Rifugio Nuvolao il ricordo di un amico della montagna

Sergio Zambelli Nìchelo, ampezzano appassionato della montagna nonché artista del legno, ha voluto recentemente dedicare un pensiero all'amico Luciano Bernardi, che fu volontario del Soccorso Alpino di Cortina e per quasi un trentennio consigliere della locale Sezione del Cai con delega alla manutenzione sentieri, deceduto il 29 dicembre 2016 dopo una dolorosa malattia (cfr. al riguardo ramecrodes.blogspot.it/2017/01/ricordo-di-luciano-bernardi.html). Zambelli ha quindi realizzato e fatto dono alla Sezione di un bassorilievo ligneo, che reca l'iscrizione “Luciano Bernardi Agnel - Un amico della montagna”.
Il bassorilievo che ricorda Luciano Bernardi,
presso il rifugio Nuvolao (foto Roberto Vecellio) 

Nel corso dell'estate, la pregevole opera è stata collocata su una parete della sala da pranzo del Nuvolao, secondo rifugio per quota (2575 m), ma primo per longevità (fu infatti inaugurato l'11 agosto 1883, col nome di rifugio Sachsendank) dei tre di proprietà del Cai Cortina, che sorge sulla panoramica vetta omonima, e anche al quale Bernardi riservò costante attenzione e simpatia nella sua attività di volontariato nell'ambito del Cai.
Il pensiero di Sergio Zambelli e della Sezione di Cortina, che meritano senza dubbio un cenno di riconoscenza, consoliderà ora il ricordo di Luciano "Agnèl" tra le montagne che ha tanto amato.

18 ago 2017

Federico Terschak, alpinista, sportivo e scrittore, nel 40° della scomparsa

Chi conosce qualcosa di Cortina, magari sa anche chi è stato Friedrich Adolf Terschak, detto Fritz e poi Federico: alpinista, dirigente sportivo e scrittore nato in Germania, ma "naturalizzato" ampezzano.
Terschak vide la luce a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, figlio unico di Emil (1858-1915), alpinista, pioniere dello sci e della fotografia alpina, e di Henriette Stremell (1865-1939). Visse a Ortisei fino al 1897, quando il padre e la madre decisero di spostarsi a Cortina, dove aprirono un laboratorio  fotografico nel centro del paese. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco fin dagli anni '10, sino agli anni '30 Federico aprì numerose vie e compì salite, alcune anche di difficoltà sostenute, su tante crode dolomitiche. Tra le nuove vie, realizzate con amici e compagni fra i quali spicca "Bepi" Degregorio, ricordiamo il Camino Terschak sulla parete sud della Testa del Bartoldo (Pomagagnon): 600 m di IV-V, superati con Hermann Kees il 19 luglio 1913. 
Precursore dello scialpinismo con alcune prime all'attivo (Lavinòres, 1910 - Picco di Vallandro, 1934), Terschak ricoprì tra l'altro la vice Presidenza del Club Alpino Accademico Italiano, di cui faceva parte già dagli anni '20. Fu tra i fondatori del Bob Club Cortina, del quale venne poi nominato Presidente Onorario; operò con energia per lo sviluppo degli sport invernali a Cortina, per i mondiali di sci del 1941, per le Olimpiadi del 1956 e fino ai mondiali di bob del 1966. Progettò e curò i lavori di costruzione dei primi trampolini di salto e scrisse la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (almeno 15 edizioni, sempre aggiornate, dal 1923 al 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri 1863-1943" (1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (1956). 
Autografo di Federico Terschak, anno 1953 (raccolta E.M.)
Scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "de Fràsto", sposata nel 1922. Il paese che lo aveva accolto alla fine dell'800, onorò il nome dello sportivo iscrivendolo sulla lapide ai benemeriti in cimitero; la celebrazione nella Basilica Minore di una messa di suffragio, richiesta da alcuni estimatori nel quarantennale dalla morte, caduto oggi, intendeva riproporre il suo ricordo agli appassionati di montagna e sport, locali e non.
Peccato che costoro, in specie i locali, si siano contati sulle dita di una mano.

11 ago 2017

Il Taé, una grande cima

Volendo individuare le "Top Ten" fra le montagne di Cortina, in particolare quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegnerei senza esitare un posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa massiccia cima, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana III e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per quattrocento metri in Val di Fanes, è rigata da incisioni che evocano quelle di un coltello su un tagliere domestico: nel parlare d'Ampezzo il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti a chi prese da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo alla moda. Sono note le vie di alta difficoltà che dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un chilometro di dislivello in salita da Antruiles, svela un culmine di erba e detriti silentee aperto sull'orizzonte. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine di luoghi più noti.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponti o scalette.
La cima richiede un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compenserà generosità.

08 ago 2017

Sulla Torre Albino, guglia misteriosa delle Tofane

Sino a poco più di mezzo secolo fa lo spuntone che si cela tra le balze meridionali di Ra Zéstes alle pendici delle Tofane, alto a sufficienza per meritarsi un minimo di considerazione e corposo quanto basta per avere un nome, era sconosciuto. 
Ci pensarono due giovani ampezzani, Franz Dallago e Armando Menardi, giunti per primi sulla vetta il 27 agosto 1966. Lo spuntone fu battezzato Torre Albino, per onorare la memoria di Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida alpina che fece molto per la storia dell'alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta del '900, fino alla scomparsa, avvenuta sullo spigolo Comici della Torre Piccola di Falzarego il 19 aprile 1964. 
Albino Michielli Strobel (1928 - 1964)

I due avevano attaccato la torre dal versante orientale; ci misero otto ore e piaantarono quasi venti chiodi per aver ragione di un percorso lungo solo cento metri, con difficoltà di quinto e sesto grado. 
Da quel giorno del 1966, la Torre Albino ebbe un nome e un'identità, per scivolare poi rapidamente nel silenzio, come accade a tante cime e tante vie che - passata l'euforia dei primi - non diventano di moda. 
Tempo dopo, il 6 luglio 1975, altri due giovani, Andrea Menardi e Guido Salton, andarono anche loro a visitare quell'esile colonna, forse perché avevano intuito la possibilità di forzare un nuovo passaggio verso la cima.
In un'ora di ascensione ne domarono il diedro sud, che oppose minori difficoltà rispetto alla via Dallago-Menardi, e portarono così a quattro il numero dei visitatori della cima. 
Non indugiamo in deduzioni avventate, poiché gli elementi al riguardo sono scarsi, ma è plausibile che i primi quattro salitori della Torre, tanti siano rimasti o poco più: saremmo comunque contenti di poter aggiungere dati aggiornati a questa storia!
La Torre, quasi mimetizzata tra i dossi che da Ra Vales calano verso la Val Druscié, oggi rimane immota nella sua quiete. D'inverno gli sciatori e d'estate qualche escursionista non ci passano nemmeno troppo lontano; ma non sanno, e vanno oltre. 
Forse la curiosità è solo di chi scrive, che non ha mai visto la Torre Albino e non disdegnerebbe di scattare due fotografie a quella guglia misteriosa delle Tofane!

06 ago 2017

Un rifugio sotto il Dito di Dio: prima Pfalzgau, poi Luzzatti, oggi Vandelli

Ai piedi del circo nevoso in cui sgorgano le acque che alimentano il ceruleo lago del Sorapis, incavato nella roccia e privo di emissari superficiali, e s'infilano poi sotto il ciglione del ripiano glaciale uscendo per la cascata (pisc) che dà il nome al gruppo montuoso incombente, "sora (el) pisc" (Sorapìsc, dunque, non Soràpis!), l'8 agosto 1891 aprì la Pfalzgauhütte. 
Terzo dei ricoveri alpini costruiti in Ampezzo, a quota 1928  m poco distante dal confine del Tirolo e sotto l'appuntita cima del Dito di Dio, che si specchia nel lago, il rifugio fu voluto dalla Sezione del Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, città del medio Reno. 
Le vie principali per accedervi erano tre: da Federa Vecchia, sulla strada tra Auronzo e Misurina, per il sentiero che sale a fianco del salto del Pisc; dal valico di Tre Croci (un tempo detto In Zuogo), per il tracciato oggi più frequentato, attrezzato in alcuni punti, che taglia lo zoccolo delle Cime di Marcoira; o ancora, dal 1903, dalle Crepedèles (gli odierni Tondi di Faloria) per il sentiero del Ciadin del Lòudo, aperto dalla Sezione Ampezzo del Club Alpino, anch'esso attrezzato in un punto, e oggi abbreviato dalla Funivia Faloria che porta già in quota. 
La prima capanna presso il lago ebbe una vita assai breve. Sorgendo in una vallecola ombrosa e soggetta a notevoli accumuli nevosi, già nella primavera 1895, infatti,
La capanna Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo
(anno 1908, raccolta E.M.)
venne distrutta da una valanga, e prontamente ricostruita in posizione riparata un centinaio di metri più a nord. 
Nuovamente disastrata nel 1913, dopo il primo conflitto mondiale spettò come "bottino di guerra" alla Sezione del Cai di Venezia, che la rimise in piedi grazie a una donazione del socio Cesare Luigi Luzzatti, e la riaprì al nome del donatore il 22 giugno 1924. 
Cinque anni dopo, il 26-27 agosto 1929, sulla parete della Sorella di Mezzo alle spalle del rifugio, i giovani triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di sesto grado nelle Dolomiti. 
Denominato nel 1939 Rifugio Sorapis in ossequio alle leggi razziali, poiché Luzzatti era ebreo, il ricovero non ebbe danni dal secondo conflitto e poté riprendere a funzionare nel 1947, ma una dozzina di anni dopo fu sfortunatamente devastato da un incendio. 
Ricostruito più grande e confortevole, fu inaugurato il 18 settembre 1966 insieme con tre percorsi attrezzati (Berti, Vandelli e Minazio), che consentono di compiere il periplo del gruppo del Sorapis, e intitolato ad Alfonso Vandelli di Venezia. 
Storica base, tra l'altro, per le ormai obsolete salite sul Sorapis da nord, lungo la via originaria di Grohmann e la più difficile Müller del 1892, affidato per anni a gestori di Cortina (tra i quali si ricordano Teresa Padovan Mòuta, Tullio Alverà Poulùco e, a metà del '900, l'olimpionico di sci nordico "Fredi" Dibona Pilàto), da decenni il rifugio è gestito da famiglie auronzane e oggi si conferma come forse il più frequentato tra Cortina, Auronzo e Misurina.

03 ago 2017

Forcella Camin, tra monti selvaggi

Croda d'Antruiles, Forcella Camin, Croda Camin, 
da Son Pòuses (foto E.M., maggio 2011) 
Tristemente salito alla ribalta nel marzo 2007, quando una valanga investì gli scialpinisti Claudia Pompanin e Antonio Turolla, è un luogo ancora selvaggio e - data la selezione naturale che la sua posizione favorisce - è facile che così rimanga. 
Si tratta di Forcella Camin (2395 m), nel gruppo della Croda Rossa, sottogruppo di Bechéi, in una zona nota a cacciatori, pastori e topografi fin da tempi lontani.
Detritica e di magro pascolo, la forcella (per i marebbani Furcela dal Lé, trovandosi alla testata della Val dal Lé, sede del quasi secco lago Piciodèl) separa la Croda Camin dal Col Bechéi e unisce le Ruoibes de Inze al Valun de Rudo, percorso dalla strada Pederù - Fanes. Meta scialpinistica di un certo impegno, che richiede ottime condizioni di tempo, la Forcella sorge in un circondario di grande suggestione. 
Le Ruoibes "di dentro", parallele a quelle "di fuori", che dal Col Bechéi scendono in Antruiles, si incuneano tra Croda Camin e Lavinòres a N e Col Bechéi e Croda d'Antruiles a S, isolando un angolo affascinante, regno della solitudine e della fauna selvatica, tra cime visitate tra l'800 e il '900 dalla Squadra della Scarpa Grossa di von Glanvell e compagni.
Il terzo superiore delle Ruoibes, perlopiù detritico, è nominato nelle carte Igm come "Valle di mezzo"; quello mediano e quello inferiore sono boscosi e non esenti da frane per cui da Antruiles la valle si risale per un sentiero poco definito e ancor meno segnato, difficile da curare e valorizzare.
Da ragazzino, dopo essere scesi nelle Ruoibes dalla "cengia obliqua" delle Lavinòres (oggi fattasi più impegnativa di allora), non arrivammo in forcella per la salita che ce ne separava. Nel 1976, salito da Antruiles con i miei familiari, dopo aver sostato sul valico, scartammo l'idea di scendere al lago Piciodèl, troppo lontano dal punto di partenza, perché non avevamo la macchina. 
Risalimmo così il ripido e instabile canale a fianco della Croda Camin, fino all'intaglio in capo al Valun Gran. Da lì per lastre e detriti, passando sotto le guglie del Castello di Bancdalsè - sulle quali si era misurato per primo nel 1944 Severino Casara - scendemmo a chiudere con soddisfazione la gita a Fodara Vedla. 
Ripercorsi poi per due volte in senso antiorario l'anello, descritto anche da Danilo Pianetti in Le Alpi Venete (Estate 1988) col titolo "L'alta dimora degli dei è silenziosa": nell'ultima, proprio un 3 agosto, vi inaugurai i robusti scarponi che in seguito mi avrebbero guidato su decine di cime, e gustai a fondo la "wilderness" di quello stupendo angolo di Dolomiti.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un risalto, né molto ardito né armonioso, che conclude lo sperone a ovest della Punta Nera: il suo nome, Croda Rotta, funge già da bigli...