12 set 2019

Punta Marietta, una cima misteriosa

Una cima ben in vista, in un punto tra i più visitati delle Dolomiti: e nonostante questo, è poco conosciuta e genera ancora qualche interrogativo dal punto di vista storico-alpinistico. Mi riferisco a Punta Marietta, massiccio torrione diviso in due guglie che si alza sul versante E della Tofana di Rozes, dalla schiena ghiaiosa lungo la quale sale la storica via normale.
Pare che la Punta celi qualche stranezza, dicevamo. Prima: la cima, quotata 2973 m, ha un nome italiano, pur essendo stata conquistata in epoca austro-ungarica (il 4/7/1894) e da sudditi tirolesi (J. Müller con le guide Angelo Zangiacomi "Pizenin 'Sachèo" di Ampezzo del Tirolo e Luigi Bernard di Campitello di Fassa), che - come spesso accadeva nel periodo pionieristico - forse avevano già raggiunto la vetta, per proporre poi la primizia al cliente.
Punta Marietta: sullo sfondo, la Tofana di Rozes
(foto D.D.V., 3.9.2019)
Seconda stranezza. La cima fu occupata a scopo tattico e strategico il 2/8/1915 da una pattuglia di Alpini: si potrebbe così pensare che i soldati stessi l'avessero battezzata, forse col nome di qualche ragazza della zona. Si è trovato però che l'oronimo identificava la Punta assai prima della guerra (lo citava Von Glanvell nella sua Dolomitenführer del 1898), e quindi forse apparteneva alla cima già fin dalla conquista.
Dopo il conflitto, la Punta fu raggiunta per una seconda via, il 29/8/1923, da Oliviero Olivo, di origini cadorine, che si dice in quegli anni abbia sfiorato da solo il 6° grado sulle Marmarole. C'è infine  notizia anche di una terza via, opera di Bruno Menardi Gim, la guida che fino al 1972 gestì il sottostante rifugio Cantore.
Due cordate, di cui una capeggiata da una valente guida ampezzana, su quella cima però persero un po' l'orientamento: in pratica non riuscirono a individuare la via originaria, e ancor meno la Olivo. Delle due, l'una: o in un secolo (un po' di più, visto che il primo dei due tentativi, quello senza la guida, risale al luglio 1994 e fu ideato per ricordare il 100° della conquista), la geomorfologia della Marietta si è tanto modificata da sconvolgerne i versanti; oppure le relazioni seguite erano errate e i quattro salitori non ci capirono niente.
Resta il fatto che la Punta non l'hanno salita ed uno dei quattro ogni tanto pensa ancora a chi abbia dato il nome alla cima, che si vede fin dal Cadore ed è tanto massiccia quanto ignorata dall'alpinismo.

6 set 2019

Punta Giovannina, oceano giallo-nero

Nel cuore delle Tofane, sul versante sud-ovest della Tofana di Mezzo, c'è una punta, separata da essa dalla Forcella del Valon, l'alta insellatura che tocca chi traversa dalla Tofana Terza o dalla Seconda al rifugio Camillo Giussani. 
La punta, quotata 2936 m, domina Forcella Fontananegra con una parete giallo-nera perlopiù verticale e strapiombante alta circa 350 m, e si chiama Punta Giovannina. 
Punta Giovannina, col rifugio Camillo Giussani
(foto D.D.V., settembre 2019)
Dubito siano in molti a conoscere l'origine di questo oronimo, legato a una donna. Il nome della Punta fu suggerito dalla guida Celso Degasper (1903-84) che il 5 ottobre del 1933, in cordata con il collega e coetaneo Giuseppe Dimai Deo (1903-46), salì per primo la Punta dal versante sud. 
Per festeggiare la salita, la Punta innominata fu dedicata a Giovanna Apollonio, consorte di Degasper. La via delle guide ampezzane sulla Giovannina, ripercorsa  per la prima, e con una certa probabilità anche unica volta, il 16 luglio 1951 in meno di tre ore dagli Scoiattoli Ettore Costantini (1921-98) e Bruno Alberti Rodela (1925-2002), oggi non si salirebbe più a causa di un franamento che la sconvolse qualche decennio fa. 
In compenso, sulla parete che guarda il rifugio Giussani, dal 1960 in poi sono stati tracciati altri itinerari. Iniziarono, in quattro giorni di scalata, Albino Michielli, Lino Lacedelli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel, che per la loro via impiegarono tre giorni; nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego e infine, nel 1996, Davide Alberti e Paolo Tassi hanno concluso, almeno fino a ora, la cronologia alpinistica della Punta.
Sulla sommità suppongo sia possibile arrivare con difficoltà moderate, in traversata da Forcella del Valon, ma non mi sento di confermarlo, non avendola mai raggiunta e mancando di notizie in merito.

22 ago 2019

Un paradiso da salvaguardare: la Sella dell'ex rifugio Popena

Nel 1938, sull'ampia sella tra il Corno d’Angolo e le Pale di Misurina, dove le Torri di Popena dividono la testata della Val Popena Alta in due conche e a pochi passi dal confine fra Auronzo e Ampezzo, il trentino Lino Conti aprì - a prezzo di grandi fatiche - un piccolo e grazioso rifugio. 
L'iniziativa mirava a fornire la zona di una base per salire e conoscere le cime dei dintorni (il severo Piz Popena proprio di fronte, il facile e malsicuro Corno d’Angolo dove salì anche Comici, il Cristallino di Misurina celebre in guerra, la Croda di Pousa Marza dominio di Michl Innerkofler, le guglie di Val Popena Alta testimoni dei quinti gradi di Dibona e Dulfer, le mansuete Pale di Misurina, la Punta Michele di Eckerth e poi di Casara), e anche per una frequentazione invernale della valle, da decenni meta scialpinistica. 
... e i ruderi stanno a guardare ...
(foto I.D.F.)
Il rifugio ebbe vita breve, poiché fu distrutto da un incendio nel secondo dopoguerra, e non più ricostruito. La questione del rifacimento è tornata di nuovo alla ribalta, sostenuta da un noto scrittore, ed ogni stagione potrebbe essere quella buona per avviare la "valorizzazione turistica" di quei sassi ultra settuagenari che occhieggiano malinconici sulla sella, un paradiso tra crode semi deserte. 
Il valico funge da snodo per escursioni e salite molto interessanti, e secondo molti la struttura sarebbe indispensabile, pur trovandosi solo a un’ora di cammino dal traffico di Misurina e in un contesto ambientale ben preservato. Il sottoscritto, dovendo scegliere, preferirebbe senz'altro che la sella – anziché l'ennesimo ristorantino d'alta quota con menù gourmet o una finta malga – ospitasse al limite solo un rustico ricovero per il maltempo. Sarebbe un “affare” per l'alpinismo, la storia e la natura, non certamente per l'economia. Però così la franosa Val Popena Alta non rischierebbe di ricadere nella banalizzazione, magari riempiendosi di “quad”, motoslitte e quant’altro, e si sottrarrebbe ai successi ed  eccessi di un turismo spesso cafone ed improvvido. Si attendono sviluppi: se non ne verranno, ci riterremo ugualmente soddisfatti e anche di più.

16 ago 2019

Giovanni, un rifugio e tre torri

Il 25 novembre 1939 morì in tarda età un ampezzano noto per intraprendenza, irrequietezza e originalità: Giovanni Barbaria detto Zuchìn. 
Falegname, divenne guida nel 1875 e fu la prima della seconda generazione. Andava in montagna anche perché - seppur molto giovane - aveva già famiglia (il primo figlio Bortolo, destinato anch'egli alla carriera di guida, era nato nel 1873). Forse qualcosa non girò per il verso giusto e così di punto in bianco l'estroso Giovanni se ne andò in America, senza preoccuparsi di avvisare i parenti. Dieci anni dopo fece ritorno e riprese tranquillamente la vita di sempre.
Il Tridente Cantore, dal rifugio omonimo
(cartolina anni '40, raccolta E.M.)
Al suo nome si contano alcune prime salite sulle cime della Croda da Lago, delle Marmarole e in Tofana. In quel gruppo, di fronte alla Tofanahütte inaugurata 133 anni fa (il 16 agosto 1886), col figlio e due austriaci il sessantenne Barbaria salì le guglie chiamate dapprima Wienertürme-Torri Viennesi e nel dopoguerra Tridente Cantore, in omaggio al Generale caduto lassù il 20 luglio 1915.
Intuendo lo sviluppo turistico dell'area del lago di Federa, dominata dal Becco di Mezzodì e dalla Croda da Lago e nota a turisti e alpinisti fin dal 1872, all’inizio del secolo Giovanni aveva voluto dotarla del primo rifugio del gruppo. Il terreno e il legname da opera glieli aveva donati la Magnifica Comunità d'Ampezzo, che nel contratto di concessione inserì anche una clausola curiosa: “... non abusare nel somministrare bevande ai pastori” della vicina malga di Federa. Non si sa la guida se l'abbia rispettata in pieno.
Il rifugio aprì il 2 settembre 1901, ma non ebbe vita facile; quattro anni dopo Barbaria si stufò e lo vendette, trovando l'acquirente nella Sektion Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco. Nonostante la zona richiamasse già molti alpinisti, i guadagni non corrispondevano alle aspettative del proprietario: si diceva però che Giovanni non negasse mai da bere ai visitatori amici, ovviamente gratis!
Conclusa la parentesi da rifugista, il Zuchin continuò come guida ancora per qualche tempo; con la Grande Guerra, come altri colleghi, si pose a riposo e passò il resto della sua esistenza ricordando il passato e trasmettendo le sue esperienze ai giovani, tra i quali il nipote Giovanni, guida dal 1931 ed ultimo del ramo familiare, cessato con lui nel 1982.

7 ago 2019

Amedeo Girardi e le "sue" vie nuove

Sulla lapide posta nel cimitero di Cortina a ricordo dei cittadini benemeriti, appare il nome di Amedeo Girardi "de Amadio" (1877-1933). Conduttore dell’Hotel Vittoria, alla fine del 19° secolo - quando studiava legge a Innsbruck – s’impegnò politicamente a favore dell’irredentismo, cosa che nel suo paese, per ovvi motivi, non poteva essere apprezzata. 
Torre Grande d'Averau, parete nord
della Cima Nord (foto E.M.)
Di Girardi e della sua militanza filo-italiana, però, si è dato conto in altre sedi. Qui l'uomo interessa perché, tra le varie attività, trovò anche il tempo di fare dell'alpinismo. Nelle cronache del primo '900, infatti, lo si trova citato più volte. La prima il 17 agosto 1910 quando, col farmacista Leopoldo Paolazzi e le guide Angelo Dibona "Pilato" e Celestino de Zanna "de Bèpe de Pòulo" (coetaneo di Amedeo, disperso in Russia nel 1915), Girardi fece parte dei conquistatori dell'arcigno Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Posto di fronte all'omonimo Col, il campanile - un centinaio di metri di buona dolomia - fu salito in quattro ore con l’uso, insolito per il capocordata Dibona, anche di alcuni chiodi. Nell'ottobre successivo, con le stesse due guide l’albergatore partecipò alla prima salita della parete nord della Torre Grande d’Averau - Cima Nord: nella cordata iniziale, verticale ed esposta, i tre incontrarono difficoltà di V, che superarono senza usare mezzi artificiali. 
Nel mese di settembre 1911 Amedeo tornò sulle torri d'Averau dove, sempre con Dibona, firmò la prima ascensione di ambedue le guglie (la Bassa e la Alta) che formano la Torre Quarta. Gli ampezzani tracciarono due itinerari di difficoltà media, molto frequentati ancora oggi. 
Altre informazioni sull’alpinista Girardi, per ora, non ne ho trovate: penso comunque che nel periodo antecedente la Grande Guerra, ricco di successi per l’alpinismo ampezzano, abbia vissuto sicuramente altre avventure. Queste contribuirono ad arricchire la storia locale e a far sì che il suo nome resti ancora presente su ben quattro cime attorno a Cortina.

25 lug 2019

Chi scoprì la variante al "Camin de Frasto" sulla Punta Fiames? Piccolo mistero dell'alpinismo ampezzano

Conosco bene la via Dimai-Heath-Verzi sulla Punta Fiames del Pomagagnon e la sua storia. Pur avendo consultato varie fonti bibliografiche però, non sono ancora riuscito a rispondere a uno di quei micro-enigmi che solleticano la curiosità e arricchiscono la storia dei nostri monti.
Chi scoprì, e quando lo fece, la risolutiva variante al passaggio chiave della via sulla parete sud-est della Punta, classica intramontabile aperta nel 1901?
La variante, lunga forse 30 metri e abbastanza tosta, aggira lo scuro camino, scivoloso se bagnato dall'acqua che cola dall’alto, che ha preso il nome di «Camin de Frasto» dopo una tragicomica avventura accaduta lassù al corpulento Teofrasto Dandrea «Jàibar».
Lungo il "Camin de Frasto" (foto F.G.)
Per evitare il camino quando non era in buone condizioni, per tradizione si usciva alla base, si traversava sul labbro sinistro e, stando attenti alla trazione della corda sullo spigolo intermedio, si rimontava l'espostissima parete parallela al camino; su di essa, almeno ai nostri bei tempi, faceva mostra di sé un chiodo, che dava la giusta sicurezza per mirare in alto senza guardare in basso.
Nelle descrizioni e schizzi delle guide d'arrampicata, anche di quelle recenti e più analitiche, non ho trovato traccia della furba scappatoia che, allo scrivente come a molti altri, consentì di eludere più volte lo scabroso anfratto, salito per la prima volta dalla guida Antonio Dimai e oggi valutato 4b. Il camino ha affidato all’aneddotica l'immagine di «Frasto» (1862-1944), insegnante, oste e albergatore che nel triennio 1898-1901 resse la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco e si rese benemerito in vari ambiti. Proprio in quel camino, il 13 settembre 1905 Dimai «Tone Deo» e Verzi «Tino Sceco» riuscirono a mettere bonariamente un freno all’abituale arroganza del loro compaesano. Ma della variante nessuno sa alcunché.

22 lug 2019

Il poco noto "Troi dei milezinche"

Lungo la Strada Statale 51 d’Alemagna, poco prima di Carbonin-Schluderbach e accanto alla tabella che precisa la quota altimetrica, un piccolo slargo a bordo strada ospita spesso veicoli in sosta. Quando ve ne sono, solitamente appartengono ai battitori di un sentiero che nessuna pubblicazione o cartina considera, ma esiste ed è noto sia nella valle d'Ampezzo sia in Cadore e in Pusteria. 
Il sentiero si chiama “Troi dei milezinche” (“sentiero dei millecinquecento”), “Troi de Mariano” o (secondo una recente testimonianza) "Sentiero blu". Anzitutto, qual è l’etimologia del nome? Il primo, più diffuso significato nasce dal fatto che il sentiero inizia proprio a quota 1500 m. Il secondo ricorda Mariano Gaspari "Baldo", falegname ampezzano deceduto nel 1990, che lo percorreva spesso, decantandolo a paesani e amici; il terzo, più banale, deriva dal fatto che la traccia è segnata con pochi bolli di colore blu. 
Ma dove si trova, e a cosa serve? Col "Troi" si può salire all’altopiano di Pratopiazza-Plätzwiese tenendosi lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, nel pieno della fascia boschiva che sovrasta la Strada Statale 51, ed esso è meno lungo e più piacevole della carrareccia che sale da Carbonin al rifugio Vallandro. 
Il “Troi” inizia sulla strada, s’inerpica piuttosto ripido per un tratto, percorre una terrazza boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una recinzione di pascolo tra i territori di Dobbiaco e di Braies, a 1900 m circa e presso alcune sorgenti si unisce alla carrareccia che percorre la Val di Specie, di recente dedicata a Paul Grohmann.
Il Col Rotondo dei Canopi,
dal termine del "Troi dei milezinche" (foto I.D.F.)
Facile da smarrire in un paio di punti, qualche anno fa fu segnalato con qualche bollo, poi cancellato forse da cacciatori, decisi a difendere la "privacy" venatoria della zona. Pur trovandosi in Pusteria è conosciuto anche da diversi appassionati della nostra provincia e non, e pure chi scrive l’ha percorso più volte, d'estate come d’inverno. 
È singolare, ma non ci turba per nulla, che la traccia non sia universalmente pubblicizzata, e venga praticata - in alternativa alla lunga e monotona strada bianca - solo da pochi buongustai, che accedono per un paio d’ore a una zona solitaria, certamente più calpestata da animali che da esseri umani.

24 giu 2019

Ciao Gianni! Per Gianni Pontel, alpinista e amico (1941-2019)

34 anni fa, ai primi di settembre. Ero giunto da poco ad Aiello del Friuli per svolgervi il servizio civile; non conoscevo ancora nessuno e mi dissero di presentarmi a Gianni Pontel, appassionato di montagna e bravo scalatore, un’autorità in materia in un paese a 17 metri sul livello del mare. 
Ernesto, Andrea (+), Paolo e Gianni (+)
in vetta al Monte Verzegnis, 6.1.1986
Detto e fatto: suggellata la conoscenza davanti a una bottiglia di bianco e recuperati uno zaino e un imbrago, domenica 8 settembre con Gianni e Paolo Birri andai a tentare una via nuova tra le Crode dei Longerin. Avevo già salito tante cime, ma l'esperienza della via nuova mi mancava. Ogni dubbio si sciolse subito pensando che ero piuttosto in forma, sette giorni prima avevo fatto lo Spigolo Dibona sulla Grande di Lavaredo, e soprattutto mi stavo affidando a due rocciatori più grandi di me, entusiasti e molto comunicativi. 
La via non ci riuscì: dopo un paio di cordate, ci fermò una parete marcia dove sarebbero occorsi fittoni più che chiodi, e a malincuore dovemmo ripiegare. Non tutto però era perduto: l’instancabile e pragmatico Gianni propose di "consolarci" con una via del suo amico Bulfoni su una guglia vicina, che solo anni dopo seppi chiamarsi Torrione Ezio Culino. Dopo tanto cammino non potevamo certo sprecare la giornata, e quella via poteva fare al caso nostro! 
La parete, 300 metri di III, fu un’esperienza senza infamia né lode: dopo quattro cordate preferimmo slegarci e salire ognuno per proprio conto in vetta allo slanciato torrione, posto al centro di un anfiteatro delizioso, allora a me sconosciuto pur trovandosi a soli 60 km da casa mia. In vetta, respirai a pieni polmoni il piacere della salita, della compagnia, del mio “battesimo” alpinistico con gli amici di pianura, svoltosi rapidamente e con successo. La discesa fu quasi più complicata della salita, ma tutto andò bene e tornammo soddisfatti a Casera Melin per il bicchiere della staffa. 
Ero al settimo cielo: avevo ripetuto una via di un ottimo scalatore friulano e proprio nel suo regno, i Longerin. Ho rivisitato ancora la zona, l'ultima volta una decina d'anni fa: il torrione sul quale Gianni e Paolo mi offrirono per la prima volta la corda e l'amicizia per una salita in compagnia, ormai mi era familiare. 
Ieri purtroppo, dopo anni di tormenti, Gianni ha smesso di combattere e ci ha lasciati: lo ricordo qui con affetto, simpatia e particolare nostalgia, per quella giornata di oltre trent’anni fa e per molte altre trascorse insieme d’estate e d’inverno, per ognuna delle quali avrei un ricordo da raccontare. 
Mandi Gianni, riposa in pace.

10 giu 2019

Salendo la Croda Rotta: dov'è l'erba?

Una slanciata appendice della Punta Nera, nel gruppo del Sorapis, chiude verso ovest l'impluvio detritico alla testata della Val Orìta culminando a 2670 m d'altezza. Raggiunta in epoca e da persone ignote, fu denominata "Croda Rotta", un toponimo che parla da solo. 
Per farsi un'idea della consistenza, basta osservare la cuspide, che si affianca dirigendosi da Faloria verso la Sella di Punta Nera per l'accidentato e faticoso sentiero Cai 215, che poi scende in ambiente grandioso al lago del Sorapis.
Un giorno, avendo letto la brevissima relazione della guida Berti, che prometteva un accesso alla cima "facile e su terreno erboso", mi venne in mente di andare a vedere, abbinando magari la Croda alla soprastante Punta Nera, grande e poco frequentata montagna. 
La Croda Rotta,. osservata dalla via normale
alla Punta Nera (foto M.G., luglio 2008)
Ero solo e mi limitai alla Punta Nera, ma al momento non mi pentii. Seppi poi da un conoscente, sbucato quasi per caso lassù durante una rocambolesca galoppata solitaria da Cortina a Cortina attraverso Faloria, i Tondi, la Punta Nera e il rifugio Vandelli, che la Croda Rotta non gli si era dimostrata né facile né tanto meno erbosa, ma l'ascensione si risolve in una lunga e ripida placca, con ghiaia scivolosa e passaggi delicati, dove il conoscente disse che il problema non fu tanto salire, quanto tornare indietro. 
Ho raccolto poi altre testimonianze di salite sulla Croda, tra cui quella di Sandro (inserita nel volume "Cime attorno a Cortina. 130 vie normali ...", che uscirà quest'estate per i tipi di Idea Montagna a Padova). Leggendola, ho rivissuto la mancata salita alla cima, visibile da Cortina, dall'accesso non molto lungo se si approfitta della Funivia Faloria e fonte di un vasto scenario sulla valle d'Ampezzo e oltre. 
Con buona pace dell'inimitabile Berti, mi sono chiesto: perché nel 1928, 1950, 1956, 1971 (anni di pubblicazione delle edizioni della guida delle Dolomiti Orientali) si volle scrivere, e riscrivere che la cima è “facilmente accessibile, preferibilmente dalla forcella tra Croda Rotta e Punta Nera, nei pressi della Sella di Punta Nera, per terreno in gran parte erboso”? Dove mai sarà finita l'erba che decorava la cima, oggi sconsolatamente pietrosa e malferma?

4 giu 2019

Alla scoperta del Sas Peron, falesia mancata

Un pomeriggio della primavera 19.., con Carlo, Sandro e qualche altro - attrezzati in maniera primitiva e, come al solito, di nascosto dai genitori - partimmo in bici col fermo proposito di conquistare il Sas Perón. 
La "nostra" falesia del Sas Peron
(foto E.M., 15.9.2013)
Il Sas (in italiano «Sasso Sassóne») è un alto blocco dolomitico che si fa largo tra gli alberi sulla destra del Boite, di fronte alla fabbrica Lacedelli a Nighelònte. Ben visibile dalla Statale 51 poco oltre le case di La Vèra, il blocco chiude a meridione la strettoia che la valle d’Ampezzo incontra a Fiames. 
Ai suoi piedi passa una carrareccia militare, numerata dal Cai col 413 e frequentata sia a piedi sia in MTB, che unisce Fiames alla borgata di Cadin di Sopra e fu la meta di tante nostre escursioni familiari. 
Il misterioso culmine del Sas - che si eleva modestamente a 1342 m. di quota e dovrebbe essere il meno alto d’Ampezzo - si potrebbe salire con minimo dislivello dalla strada, anch'essa militare, che dal campeggio di Fiames porta al Lago Ghedina, attualmente chiusa per frane, avanzando tra la vegetazione fitta e caotica; non ho ragguagli da alcuno che vi sia salito e pure noi ci abbiamo provato, senza esito. 
Era destino: l'assalto al Sas Perón - iniziato sul lato che scoscende sulla carrareccia (varie decine di metri di roccia verticale e anche strapiombante, sporca d'erba e ghiaia e non proprio ideale) - alla fine fallì e pensandoci, non dispiacque a nessuno. 
Passando di recente in zona, riflettevo sulla giornata e mi ha colpito l'entusiasmo col quale noi, dotati di poca tecnica e attrezzi scarsi, ma entusiasti come solo a sedici anni si poteva essere, avremmo preteso – in anticipo sull'apertura dei principali luoghi d'arrampicata d’Ampezzo - di crearci una falesia tutta nostra, a bassa quota e accessibile persino in bici. 
Dopo la batosta inflittaci dal Sas, non passò molto che potemmo comunque rinforzare la nostra passione, con risultati disomogenei per i singoli membri della compagnia che si stava formando (alcuni furono ammessi al Gruppo Scoiattoli e due poi anche a quello delle Guide). Il modo, diverso rispetto a quello di chi scala oggi, fu riferirsi a chi sapeva, nutrirsi di guide e manuali, lanciarsi subito su vie di montagna senza perdere tempo su massi infidi fioriti di rododendri. Se, come ci sembrò di capire, prima di noi nessuno si era spellato le dita sul Sas Perón, una ragione ci sarà stata di certo! 
Finisco constatando che non soltanto il «Sasso Sassóne» è rimasto una "falesia mancata", ma tempo fa (complice un progetto di riattivazione dell'aviosuperficie di Fiames, chiusa dopo la tragedia del 31 maggio 1976) avrebbe persino potuto correre un grosso rischio. Trovandosi proprio lungo il corridoio scelto per il decollo e l’atterraggio dei mezzi, alcuni illuminati progettisti pensavano di facilitare le manovre aeree ... proponendo di decapitare letteralmente  il romantico blocco, colpevole soltanto di trovarsi nel posto sbagliato e al momento sbagliato.

21 mag 2019

Spiz Gallina, wilderness ai piedi delle Dolomiti

In questi giorni di primavera, ma nel 1991, tre compagni accolsero la mia idea di provare una delle cime più "strane" del Bellunese: lo Spiz Gallina (1545 m), nel gruppo del Col Nudo-Cavallo e al margine delle Dolomiti.
Lo Spiz, boscoso, roccioso e non tanto semplice nonostante l'apparenza, prese il nome dalla valle sottostante; si slancia alto sul Piave di fronte a Longarone e fu definito dal primo salitore il "Cervino delle Dolomiti”.
Costui era il medico longaronese Giovanni Battista Protti, che giunse in vetta il 27 marzo 1898, con un compagno e due cacciatori locali ingaggiati come guide. 
Quasi un secolo più tardi, in una bella domenica di maggio partimmo da Provagna, borgata di Longarone oltre il fiume, e risalita l'aspra Val Masarei ci portammo sulla sella che separa lo Spiz dal massiccio retrostante. Qui c'era una baita di cacciatori, al tempo fatiscente e piena di zecche, che nel 2013 è stata riedificata in forma di rustica villetta e ricorda Franco Mezzavilla, caduto nella zona. 
Dalla sella la gita si trasformò in un’arrampicata "vegeto-minerale", con spezzoni di filo metallico assicurati alle piante come mancorrenti e un tratto di catena per superare un ostico salto. L'ultimo inciampo fu un ripido pendio di lope, dal quale spuntavano alcuni massi, utili per la direzione perché dipinti di rosso e come appigli, soprattutto per la discesa.
La morbida piattaforma di vetta, incerta tra la terra e il cielo e che evoca la nostra Bujèla de Padeon, stemperò la tensione offrendoci un ampio panorama sull’Oltrepiave e sulla Valbelluna, ma soprattutto estraniandoci col suo isolamento: lo Spiz, che è alto come il borgo di Pocol (300 metri più del centro di Cortina d'Ampezzo), domina la vallata da oltre un chilometro d’altezza! 
Lo Spiz Gallina  dalla valle omonima
(foto E.M., 20.4.2008)
Dopo essere scesi con attenzione alla sella, a valle incrociammo, più per fortuna che per giudizio, un sentiero alto sulla Val Gallina e con un ampio giro tornammo all'automobile, soddisfatti di una camminata che avevamo stimato durasse mezza giornata, ma in realtà ci occupò per quasi sette ore. 
Passando a Longarone, dopo tanto tempo da quella giornata lo sguardo cade ancora sulla piramide, evocando una salita che penso pochi conoscenti abbiano avuto l'occasione di compiere. In chiusura, ricordo con simpatia Luca Beltrame, l'amico di Udine caduto in montagna sei anni fa che nel gennaio 2004 salì lo Spiz in un'impegnativa invernale, affidandone la testimonianza a un pezzo sul semestrale "Le Alpi Venete".

10 mag 2019

La Gusèla (o Bujèla) de Padeon, angolo misterioso del Pomagagnon

Luglio '91: finalmente ho l'occasione di visitare un angolo d’Ampezzo che ignoravo, e nel quale vivrò una bella scoperta: la Gusèla (o Bujèla) de Padeon, nel sottogruppo del Pomagagnon. La cupola, rocciosa e cosparsa di mughi, raggiunge quota 2252 m e s'impone alla vista dalla SS51 d'Alemagna nei pressi della chiesa di Ospitale d'Ampezzo. Fino a poco più di trent'anni fa offriva due sole vie di accesso, tra cui la misconosciuta normale.
Il 28.7.1985 Paolo Bellodis - Scoiattolo e guida, mio coetaneo e amico - e Massimo Da Pozzo, nemmeno diciottenne, aprirono sul piastrone SO, alto duecento metri e lisciato da un’antica frana, la via "Gipsy" (V/VI), che in seguito sarà abbastanza ripetuta.
La Bujèla di Padeon, in un originale scorcio
dalla Val omonima (foto R. Vecellio)
Giusto ottantacinque anni prima, il 28.7.1900, in vetta erano giunti per la prima volta con intenti alpinistici gli austriaci von Glanvell e von Saar,  i quali seguirono la cengia che attornia la guglia con una spirale quasi regolare. il 30 luglio il terzo del gruppo, Karl Doménigg, salì da solo un alto camino che incrocia la via precedente; non ho capito da che parte sia, ma sono certo che se allora l'avessimo individuato, forse avremmo provato a salire anche quello.
Ignorata per decenni, anche se nel volume "Gruppo del Cristallo" (1996) Luca Visentini la cita tra le più suggestive della zona, la Gusèla (in ampezzano Bujèla, cioè ago), si pone tra l’escursionismo per esperti (EE) e il primo alpinismo (F). Non è una passeggiata, ma neppure una prova estrema: nel salirla ci si alterna tra vegetazione, detriti e roccette, e sotto la vetta c'è una solida paretina  quasi verticale, su cui una volta diedi una craniata che mi lasciò abbastanza stranito. Per toccare una sommità quasi piatta come un campo di calcio e ricoperta più di erba che di roccia, l’impegno non è di certo trascurabile.
Sono ritornato lassù in due occasioni: un sabato di novembre in cui la cengia era già in parte gelata, e una fresca domenica di settembre, in cui non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta su quella cima solitaria.
Prima che gli sconvolgimenti meteorologici danneggino la via d'accesso e compromettano una gita molto gratificante, alla scorbutica Bujèla de Padeon i cultori di terreni aspri e di "wilderness" dovrebbero fare un pensiero. Da due anni in vetta c'è persino il libretto!

21 apr 2019

Sul Sassolungo di Cibiana: una via "che non esiste"

Il Sassolungo di Cibiana (2413 m, Gruppo del Bosconero) inquadra i boschi in destra orografica del Boite, dominando il paese e la valle del Rite con una parete di 500 m, che a sera si veste spesso dei colori dell'enrosadira.
Frequentata ab antiquo da cacciatori per le cenge e gli scaglioni ghiaiosi del versante O, la cima - classica meta dei cibianesi fin dai primi del XX secolo - ha richiamato l’interesse di molti alpinisti, tra cui compaiono per due volte quelli di Cortina.
Il 21.VI.1961 Marino Bianchi, guida di padre cibianese ma nato e vissuto sempre in Ampezzo, col cliente Erwin Urban tracciò una diretta di III-IV sulla parete N del Sasso; di essa non mancano i dati ma, almeno fino all'uscita del libro «Il Signore delle Montagne», dedicato da chi scrive al 40° della caduta della guida in montagna (Print House Cortina, 2009), pareva non fosse stata mai ripetuta.
Già quattordici anni prima di Bianchi, però, gli Scoiattoli Silvio Alverà e Lino Lacedelli erano saliti sul Sasso per lo spigolo NO, anch'esso di IV. Della via non abbiamo descrizioni, ed essa fu apparentemente dimenticata anche nel 1983, dal volume della «Guida dei Monti d'Italia» dedicato  da Angelini e Sommavilla al Pelmo e ai monti di Zoldo.
Il Sassolungo, versante N,
da Forcella Cibiana  (foto E.M., 21.6.2003)
La via Alverà-Lacedelli, citata per la prima volta in un opuscolo sull'attività degli Scoiattoli, opera di Carlo Gandini del 1968, rimane dunque pressoché ignota. Facilmente incrocia o ricalca qualche altra via sull'ampia parete, che salirono per primi Severino Casara e amici nel 1924, ma Boricio e Lino non possono più raccontare la giornata (era il 28.8.1947) trascorsa sulla N del Sassolungo, per cui alla fine si può affermare che la loro via "non esiste".
Problema soltanto bibliografico ed enciclopedico? Forse sì, ma comunque è un peccato non poter abbinare la memoria dei due alpinisti - almeno con uno schizzo su una foto - all'elegante cima simbolo di Cibiana, non proprio elementare e molto panoramica che abbiamo salito più volte con grande piacere.

27 mar 2019

Tra Pezié de Parù e il Lago de Federa: il monumento scomparso

Lungo il sentiero del Cai 434, che dall'agriturismo a Pezié de Parù, posto sulla Strada Provinciale 638 del Passo Giau, sale al pascolo di Formin e al Cason omonimo, per poi continuare verso il rifugio Croda da Lago, c'era una volta ... un piccolo monumento.
Un cippo di circa un metro d’altezza, in pietra rossa e di stile inequivocabilmente fascista, sulla sinistra orografica del sentiero, ai piedi de Ra Ciadénes, ricordava un italiano illustre, del quale noi stessi e tanti come noi sapevano poco e nulla.
Lombardo Radice con alcuni scolari 
durante una gita, anni Venti del '900
Qualche anno dopo, appresi che in quel punto preciso, il 16 agosto 1938, un malore aveva stroncato il cinquantanovenne professore Giuseppe Lombardo Radice, il pedagogista siciliano che nel 1923/1924 aveva tenuto - su incarico del ministro Giovanni Gentile - la direzione generale per l’istruzione elementare, collaborando alla riforma scolastica intitolata al ministro stesso. Passato alla cattedra di Pedagogia dell’Università di Roma, dopo l’omicidio Matteotti Lombardo Radice abbandonò gli incarichi ministeriali, in segno di opposizione al regime. Fondatore e direttore di periodici, autore di numerose opere di pedagogia, è ricordato come uno dei docenti “che dissero di no al Duce”. Appassionato di montagna, mentre si stava dirigendo in Svizzera si era fermato qualche giorno a Cortina, dove inaspettatamente trovò la morte. 
Non percorro da tempo il 434, oggi quasi sostituito dal più breve e meno ripido 437, che giunge a Formin dal ponte di Rucurto, e non ho più rivisto il monumento all'intellettuale, che mi era quasi sfuggito di mente. Un giorno Ermenegildo Rova, appassionato ricercatore e divulgatore degli “Amici del Museo" di Selva di Cadore, mi consegnò alcune immagini di un suo ritrovamento, chiedendomi se sapevo cosa fosse, se si trattasse magari di un reperto archeologico, se meritasse qualche ricerca.
Per quanto ormai poco leggibile, riconobbi a vista la lapide del 1938, spezzata e gettata tra l’erba sul ciglio del sentiero, e disillusi subito l’amico Gildo sul suo presunto "scoop" scientifico: il tempo e il disinteresse avevano semplicemente fatto sparire un cimelio di ottanta anni fa, che non dico andrebbe ripristinato, ma è giusto almeno ricordare, così come il personaggio che celebrava.

12 mar 2019

Montagne e compleanni

È cosa che ricorre tutti gli anni, e il 2019 non si esime dalla logica degli anniversari. Quanto alle storie dell’alpinismo e del turismo a Cortina, tema caro a chi scrive, è già in agenda il bicentenario dalla nascita di Angelo Dimai (1819-1880), precursore della scoperta e conquista delle Dolomiti e capostipite di una famosa dinastia di guide. Cento cinquant’anni fa, poi, nascevano quattro guide della schiatta che seguì quella dei pionieri: Angelo Colle, Giuseppe Menardi, “Jan de Santo” (Giovanni Siorpaes) e Agostino Verzi; cento anni or sono, infine, fu tracciata la prima via nella valle d'Ampezzo da poco passata all'Italia, la cresta sud della Punta Nera, sulla quale si misurarono i “senza guida” Federico Terschak ed Isidoro Siorpaes. 
Procedendo nei decenni, troviamo poi due ottantesimi di spessore: quello della fondazione della Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo, il Gruppo Scoiattoli di oggi, che cadrà il 1° luglio, e quello dell’inaugurazione della funivia Cortina-Faloria, solida realtà dell’impiantistica ampezzana, ricordato il 5 febbraio scorso.
La Funivia Faloria, cartolina
degli anni Sessanta del '900 (raccolta E.M.)
 Avremo due sessantesimi, quello della via “Italo-Svizzera” sulla parete N della Cima Ovest di Lavaredo, di cui furono artefici gli Scoiattoli Beniamino Franceschi e Candido Bellodis, tuttora vivente, e quello dello "Spigolo Scoiattoli" sulla stessa cima, opera di Lorenzo Lorenzi, Albino Michielli, Lino Lacedelli e Gualtiero Ghedina, che seguì la via "Italo-Svizzera" di pochi giorni. In ottobre sarà mezzo secolo dalla fatale caduta dalla Cima del Lago della guida Marino Bianchi, e così via, lustro dopo lustro, con varie ricorrenze degne di risalto. Di alcune si è già scritto, anche ampiamente, in più occasioni; altre, per la loro unicità, finiranno sotto traccia nel calderone della Storia, ma tutte meriterebbero comunque un cenno nella microstoria. 
Sconfinando nelle giornate vissute sui monti, mi riprometto fin d’ora di ricordare l'80° dello spigolo sud-est del Sas de Stria. Salito dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti il 1° agosto 1939, unica nuova via dell’anno a Cortina, lo ripetei molte volte, la prima nel 1977 e l'ultima nel 1993, e rimane fonte di tanti ricordi.

1 mar 2019

Sul Cristallo in pieno inverno

Ogni tanto tra i pochi appassionati riemerge l'interesse a una questione che oso dire “di lana caprina”, di quelle che invogliano i ricercatori a mettere il naso in articoli, guide, libri, testimonianze: la prima salita invernale del Cristallo, dovuta al Maestro Stradale Bortolo Alverà - per il quale forse fu l'unica salita importante - con Pietro Dimai a fargli da guida, cento quarant'anni fa, il 22 febbraio 1882.
Nel dettagliato studio «L’alpinismo a Cortina dai suoi primordi ai nostri giorni. 1863-1943», a pagina 32 (nota 5) Federico Terschak colloca la salita al 22 novembre 1882, citando quali fonti Don Pietro Alverà, fratello del primo salitore - ma senza accennare alla sua «Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi fino al XX secolo» - e la rivista «Der Tourist» n. 8 del 1882. Quest'ultima fonte, recentemente consultata dall'amico di Dobbiaco Wolfgang Strobl, riporta una data ancora diversa, 21 febbraio 1882. 
Il Monte Cristallo, dai prati di Convento
(cartolina degli anni '40, raccolta E.M.)
Non è escluso che in questo caso il meticoloso Terschak abbia preso un abbaglio. Antonio Berti, fonte italiana ripresa da molta letteratura fin dall'inizio del '900, in «Le Dolomiti del Cadore» del 1908 datava la salita «22 febbr. 1882»; nelle edizioni successive del suo libro, fino all'ultima del 1971, dal titolo «Dolomiti Orientali Vol. I-Parte 1^», forse per un refuso apparve la data «22 XI 1882».
Quest'ultima data è stata ripresa praticamente da tutti coloro che hanno consultato la famosa guida del Cai-Tci, senza comunque considerare che, per quanto riguarda la storiografia, sono ritenute invernali solo le salite compiute tra il 21 dicembre e il 21 marzo, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Quindi oggi, assodato che «Piero de Jènzio» (morto poco più che cinquantenne nel 1908) e «Bórtel de chi de Pòl», distintosi nel paese per molte iniziative tra cui la fondazione della prima banca locale, salirono per primi d'inverno l'ambito Cristallo, già tentato senza fortuna nel 1872 da Moritz Holzmann e Santo Siorpaes «Salvadór», gli appassionati si chiedono: a quando risalirà esattamente la prima invernale della grande cima? Al 22 novembre 1882 o allo stesso giorno, magari gelido e nevoso, di nove mesi prima?

20 feb 2019

L'appiglio risolutivo della Fessura Dimai

La Torre Grande d'Averua, con il rifugio Cinque Torri
(foto Ghedina, 1929 - raccolta E.M.)
La storia dell'alpinismo, in questo caso ampezzano, contiene alcuni caratteristici oronimi dialettali, perlopiù sconosciuti ai vocabolari della parlata locale e a molte fonti sull'argomento - a partire dalla guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti - e tramandati soltanto in forma orale da chi ha frequentato e frequenta determinate cime e itinerari. 
Uno degli oronimi è «el secèl», voce che corrisponde all'acquasantiera («el secèl de r aga sènta»). L'oronimo ha circa novant'anni e si riferisce a un appiglio concavo che si trova lungo la via che solca la parete est della Torre Grande d’Averau - Cima Sud, aperta il 31 agosto 1932, sotto la pioggia incombente e in sole due ore, dalle guide Angelo e Giuseppe Dimai Déo e Celso Degasper Meneguto. 
La via, battezzata Fessura Dimai-Degasper, è conosciuta anche con l'oronimo di origine tedesca «el Ris»: sale verticalmente per 120 metri su una parete compatta e sempre esposta, con difficoltà valutate VI inf., e grazie anche al comodo accesso, fin dall'apertura fu apprezzata dai più ardimentosi. 
La prima ripetizione della Fessura, infatti, si fece attendere soltanto diciotto giorni. Il 18 settembre 1932, i secondi salitori furono Emilio Comici, Ernani Faé di Belluno e Fosco Maraini. Il giorno dopo la via fu salita da altri tre personaggi, l'agordino Attilio Tissi, Domenico Rudatis di Alleghe e il Barone Carlo Franchetti. La quinta salita, il 27 settembre, che fu pure la prima femminile, spettò alla statunitense Jane Tutino Steel, con Comici e Lucien Devies. Il 13 ottobre 1932, quarantatré giorni dopo la prima, sulla Fessura Dimai-Degasper si registrava la decima visita, ultima della stagione, per merito delle giovani guide ampezzane Enrico Lacedelli Melero e Giovanni Barbaria Zuchin.
L’appiglio, che permette di superare uno strapiombo duro ed esposto della fessura, ha proprio la forma del secchiello dell'acqua benedetta, un tempo presente nella maggior parte delle case di Cortina, di solito sulla parete della "stua". E sicuramente il nome glielo diede un ampezzano.

3 feb 2019

Punta Nera, una grande passione

Tanto nera, proprio non mi pare: la sua dolomia, in gran parte sfasciata e pericolante, è grigia con qualche intrusione giallo-rossastra, soprattutto presso la vetta, sbrecciata dai fulmini. Dunque, per quale strana ragione la cima più alta della Diramazione Ampezzana del Sorapis, fin da tempi antichi porta il nome di Punta Nera? Dovremmo chiederlo agli studiosi di toponomastica!
Molto tempo fa, passando una domenica sul sentiero che da Faloria raggiunge il solitario Ciadin del Loudo, me la indicò mio padre, e il nome mi fece una certa impressione: era una giornata nuvolosa, l'ambiente lassù - in condizioni di tempo sfavorevoli - è piuttosto tetro, e così per decenni ebbi la sensazione che la Punta nascondesse qualcosa di oscuro. 
In realtò, e lo capii nella prima salita il 30.8.1987, dopo aver lasciato i miei compagni di escursione Sisto e Paolo (frenati dalla paretina iniziale) sulla sella ai piedi della cresta, di oscuro la Punta non ha alcunché
La Punta Nera e la Croda Rotta, da Forcella Faloria
(foto E.M., luglio 2012)
È una montagna di cui ho scritto spesso e che conservo nel cuore. Questa volta desidero ricordare alcune persone che vi hanno legato il nome: Alessandro Lacedelli "Sandro da Melères", cacciatore e guida (primo a giungere in vetta da solo prima del 1877, forse inseguendo un camoscio); Zaccaria Pompanin "de Radéschi" (che ai primi del ‘900 aprì sulla Punta una via nuova, di cui il pronipote H. Mutschlechner ha trovato testimonianza nel libretto di guida); Federico Terschak e Isidoro Siorpaes (che salirono per primi la lunghissima cresta sud, il 10 agosto di cento anni fa); Giorgio Brunner di Trieste (che scalò per primo la "Nera" da solo e d’inverno, il 27.2.1941); l'amico Giulio Lancedelli "Iéza" (salito a 79 anni, portando lassù il primo libro di vetta); Mario Crespan (che il 26.7.2008, con sua moglie Paola e altri tre amici, collocò in cima il secondo libro, forse ancora presente). 
Altri uomini e donne protagonisti di quasi un secolo e mezzo di storia della Punta, non mi pare ce ne siano: immodestamente mi ci metto anch'io, visto che in un ventennio ho calcato la friabile vetta per sette volte, metà delle quali in «beata solitudo». Se non è passione, questa!

23 gen 2019

Quattro amici e la Fiames: cronaca di un'invernale

Trentasei anni fa, il 23 gennaio 1983, era una domenica anomala: si era nel pieno dell'inverno, ma la giornata era asciutta, la neve scarsa, la temperatura autunnale e c'era anche un pallido sole.
Quattro amici di nemmeno novant'anni in tutto, per chi ama i numeri (chi scrive, ventiquattrenne, era il "vecio"; i ventiduenni Enrico e Federico i "mediani" e il ventenne Mauro il "bocia"), salirono spensieratamente la via Dimai-Verzi sulla parete sud della Punta Fiames, rinomato "playground" per generazioni di appassionati, rivelato ottant'anni prima all'alpinismo dolomitico.
Dopo poco più di tre ore dalla partenza, conclusero felicemente una delle tante salite invernali della parete - tra l'altro, per due di loro era già la seconda occasione e non sarebbe stata neppure l'ultima - con l'entusiasmo e la fiducia nelle proprie capacità tipici dell'età.
Il "vecio", Enrico, Federico e il "bocia"
dopo la salita, 23 gennaio 1983
Dopo il rituale autoscatto in vetta in perfetta solitudine, la discesa – elementare in condizioni estive - fu invece fonte di qualche fastidio, giacché l'ombroso canale che scende da Forcella Pomagagnon era gelato e con le scarpette  leggere e lisce non fu una passeggiata. La domenica terminò comunque al meglio, lasciando uno dei ricordi che - soprattutto nel "vecio", affezionato a queste cose – non si sono mai scoloriti. 
Solo una settimana dopo, invece, era tornato l'inverno: il vento era pungente, nevischiava e non si andò sui monti: proprio quella mattina, nostra zia ci lasciò.

14 gen 2019

Bortolin, l'ultimo dei fondatori degli Scoiattoli, è andato avanti

Il 1° luglio ricorreranno ottant'anni dalla fondazione della Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo, gruppo di alpinisti ampezzani che fece delle Torri d'Averau la propria palestra e formò la prima società del genere in Italia. 
Stamane, nella sua casa a Crignes è mancato l’ultimo ancora in vita dei soci fondatori, Bartolomeo Pompanin Bartòldo, per tutti “Bortolin”. Nato nel 1922, iniziò ad arrampicare da ragazzo e nel 1939 con gli amici Albino Alverà "Bòni" (classe '23), Silvio Alverà "Borìcio" ('21), Romano Apollonio "Nano" ('22), Angelo Bernardi "Alo" ('21), Ettore Costantini "Vecio" ('21), Siro Dandrea "Cajùto" ('21), Giuseppe Ghedina "Tomàsc" ('21), Luigi Ghedina "Bibi" ('24) e Mario Zardini "Zesta" ('21), creò un sodalizio ancora prospero, composto da amanti della montagna che hanno arrampicato in tutto il mondo: dalle Dolomiti alle Alpi, dall’Himalaya alla Cordillera Blanca e al Karakorum dove uno di loro, Lino Lacedelli, calcò il 31.7.1954 con Achille Compagnoni il K2, seconda vetta del pianeta. 
“Bortolin” fu uno sportivo polivalente: giocò a hockey in nazionale, fu maestro di sci e dal 1951 guida alpina, oltre che volontario del Soccorso Alpino e negli anni Novanta  consigliere della Sezione del Cai  di Cortina. 
"Bortolin" in Cinque Torri, anni '40
(arch. Gruppo Scoiattoli Cortina
)

Il suo curriculum di scalatore vanta moltissime vie, tra cui alcune prime nei gruppi della Croda da Lago, Fanes e Tofana: la “Via del Foro” sul Campanile Federa (con Ettore Costantini, Gino Soldà, Ivo Pozza, Ugo Illing "Manni", 1945), la parete SO della Cima Scotoni (con Costantini e Armando Apollonio "Bòcia", 1945), la fessura SO del Tridente Cantore (con Luigi Ghedina, 1945), lo Sperone Destro della Tofana di Mezzo, parete E (con Costantini, 1945), oltre alla prima ripetizione della Direttissima sulla parete S della Torre Grande d’Averau (1943). Simpatico ed estroverso, amante della compagnia, della buona musica e sempre pronto a ricordare in allegria i vecchi tempi, lascia la moglie Nadia e i figli Roberto - campione di sci e oggi pilota aeronautico - e Viana. Cortina lo ricorderà con simpatia.

3 gen 2019

Le 12 perle nascoste di Cortina, nel "lunario" 2019 della Cooperativa

Come ogni anno, è a disposizione di soci, clienti e ospiti “el lunario par el 2019 de ra Sozietà Coperatia de Anpezo”, calendario allestito e diffuso dalla Cooperativa di Cortina ogni dodici mesi. 
Date da ricordare, acquisti da compiere, bollette da saldare, scadenze da segnare: da anni ormai la Cooperativa si avvicina ai clienti proponendo il tradizionale calendario, che per qualcuno diventa un diario, quando le note a margine si trasformano in appunti di vita quotidiana. 
L’edizione del 2019 è dedicata, con l’occhio di riguardo che l'ente riserva all’ambiente, alla cultura e alla storia, anch'essa a un argomento locale: quest’anno tocca alle acque, con circa 20 suggestive immagini di cascate, laghetti, rii, sorgenti della valle, le quali dipingono un affresco del “bene acqua” che, oltre ad arricchire l’ambiente, implementa anche la cultura. 
Dalle tre fotografie della copertina, dedicate al lago del Sorapisc (noto per le acque cerulee, ma anche per la pressione turistica che ne insidia la fragilità) ai Pantàne de Fanes bagnati dall'omonimo rio, alle sorgenti del Felizon, che forniscono a Cortina gran parte dell’acqua potabile, fino al romantico lago de Limedes che guarda le Tofane: ogni mese svela una perla ambientale celata tra i monti.
Dalla cascata dello Sbarco de Fanes si passa poi all'Ansiei - il torrente che segna il confine con Auronzo - arabescato di ghiaccio; dalla profonda forra del rio Felizon si sale all’Aga de Cianpo de Crosc, porzione iniziale del Boite che bagna l'alpeggio di Ra Stua. Si avvicendano quindi il bucolico Lago Gran de Fosses, alle falde della Croda Rossa d'Ampezzo; le rumorose sorgenti del Rufiedo in Val de Gotres; il rio di Ra Vales de Sote, che scorre ai piedi della Tofana di Dentro; la cascata detta Souto de Ra Stua, da poco accessibile mediante un sentiero protetto; il rio di Federa, che dal lago omonimo scende ad alimentare quello della Costeana; e avanti col lago Ghedina, meta di escursionisti fin dall'800; il lago Negro al confine con Dobbiaco e quello di Federa, il più grande della conca d'Ampezzo, in cui si specchiano le guglie merlate della Croda da Lago. 
Il calendario si chiude con la statistica delle precipitazioni nevose a Cortina dell'ultimo settantennio, cui seguono tre approfondimenti: sui canyon, cascate e torrenti della conca, sulla salubrità dell’acqua locale e sulla geografia del Boite, che solca la vallata ampezzana scendendo poi lungo il Cadore fino al Piave. 
Alla pubblicazione, che si può trovare gratuitamente in Cooperativa, hanno fornito testi e immagini Thomas Bellodis, Francesco Chiamulera, Dino Colli, Michele Da Pozzo, Ernesto Majoni, Filippo Manaigo.

Punta Marietta, una cima misteriosa

Una cima ben in vista, in un punto tra i più visitati delle Dolomiti: e nonostante questo, è poco conosciuta e genera ancora qualche interr...