01 lug 2016

Frammenti di storia del turismo ampezzano: i Bagni di Campo

Già molto tempo prima che le Dolomiti vedessero l'affermarsi della pratica dell'alpinismo, i viaggiatori stranieri che visitavano i Monti Pallidi erano attirati nelle principali località della Val Pusteria (San Candido, Villabassa, Monguelfo, Braies) anche dalla possibilità di usufruire di stabilimenti termali, di dimensioni e con offerte diversificate. 
Già agli inizi dell'800, anche a Cortina, nel piccolo villaggio di Campo di Sotto e sulle sponde del torrente Costeàna, che ha origine presso il laghetto di Ciou de ra Maza alle pendici dei Lastoi del Formin, era stata individuata una sorgente d'acqua leggermente solforosa. 
I Bagni di Campo in un'incisione del 1831
(da Richebuono, Storia d'Ampezzo, Mursia 1974)
Qualche accorto valligiano intuì un possibile business e portò ad Innsbruck alcuni campioni del liquido, per farli analizzare dall'esperto chimico Öllacher. Avuta la garanzia che, per qualità e combinazione chimica delle sostanze minerali presenti, l'acqua ampezzana non era certamente da meno di quelle della Val Pusteria e avrebbe potuto rappresentare un ottimo rimedio soprattutto per alleviare le malattie reumatiche, intorno al 1820 Gaetano Ghedina “Tano de chi de Tomàsc”, albergatore dell'Hotel Aquila Nera e sagace promotore del turismo ampezzano, fece costruire a Campo un piccolo stabilimento di bagni minerali, ampliato a partire dal 1831 fino ad offrire 12 vasche da bagno in legno di cirmolo. 
Il calcolo delle presenze dei bagnanti (1869: 122; 1870: 98; 1880: 25) e i risultati economici dell'impresa, però, nel corso degli anni apparvero sempre meno rispondenti alle attese. 
Così, quando l'alluvione del 1882, che tanti danni causò anche in Ampezzo (la celebre “agajon de l Otantadoi”, efficacemente descritta in un'interessante cronaca manoscritta dal giovane Gianantonio Gillarduzzi "de Jobe"), allagò senza rimedio l'edificio dei Bagni di Campo e le sue pertinenze, nessuno pensò più a ricostruirlo. 
Presso lo stabilimento diroccato, del quale oggi non si trovano più tracce, alla fine del secolo XIX la guida alpina Angelo Maioni “Bociastòrta” (1866-1953, primo salitore nel 1901 dell'ardita Torre Inglese d'Averau) edificò invece un piccolo ristorante, ampliato nel 1928 in Hotel e denominato "Tiziano".

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