27 mag 2015

Agostino Girardi, uomo di cultura e amico ampezzano (1929-2000)

15 anni fa, nel settembre 2000, si spegneva all’ospedale di Pieve di Cadore Agostino Girardi, un uomo che fece e lasciò molte cose alla cultura ampezzana. Nato a Pecol l’1 aprile 1929, era il primogenito di Guido de Jesuè, prozio di chi scrive per parte materna, e di Berta Pompanin de Radéschi. Dopo aver frequentato il ginnasio nel Seminario Vescovile "Vinzentinum" a Bressanone, iniziò gli studi di medicina a Padova, che però interruppe, e dal 1963 al 1973 lavorò presso la Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina.
Dalla fondazione - avvenuta mezzo secolo fa - di "Due Soldi ", mensile della banca, che diresse fino alla chiusura e in cui (grazie a ricerche capillari e alla collaborazione di buone penne) raccolse cronache, curiosità, documenti e fece conoscere fatti e persone che altrimenti rischiavano l’oblio, Girardi s'interessò di cultura locale fino alla scomparsa, analizzando alla sua maniera, lucida e profonda ma naif e spesso poco affidabile, le pieghe nascoste dell'amata Cortina, con ingegno, passione e versatilità.
Ne sono prova, oltre a contributi sparsi, gli 8 fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan", pubblicati tra il 1989 e il 1994. In essi, servendosi di una profonda cultura e una vivace memoria, Girardi raccolse e commentò una moltitudine di locuzioni idiomatiche, detti e proverbi, arricchendoli con ironia e bello stile, affinato negli anni.
Chi scrive gli fu amico, collaborò con lui a iniziative culturali e lo seguì fino alla fine. Ricordo spesso le nostre chiacchierate e le sue divagazioni sui temi più svariati; i consigli che dispensava e le critiche al piccolo mondo paesano, osservato con distacco, forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di vaglia, non solo per Cortina.
Agostino e la piccola Maria Pia Ghedina, al lavoro
sulla Mont d'Andrac,  estate 1986 (foto G. Ghedina)
15 anni dopo la sua morte, sarebbe bello almeno rivalutare i suoi 8 fascicoli, scritti lentamente e con meticolosità, a mano con la stilografica, e usciti in copia fotostatica come "quaderni" dalla copertina color tabacco. Modesti forse all'aspetto, ma invero molto ricchi, per la miniera di notizie che contenevano e l’acuto e garbato quadro dell’ampezzanità d’un tempo che seppero comporre.
Prima che tutto si disperda nel turbinare della vita, rilancio un pensiero che faccio da tempo: omaggiare in qualche maniera questo ricercatore. "Tino de Jesuè" può sicuramente accompagnarsi a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini, Giuseppe Richebuono e a tanti altri che hanno onorato Cortina, studiando e valorizzando la sua cultura col lavoro di una vita. Non è giusto che siano dimenticati.

25 mag 2015

Sul campanile più bello del mondo

Nel corso della mia piccola storia d’alpinista mi è occorso di salire, sotto la guida dell'amico Enrico, anche il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. 
La salita risale all’11 settembre 1981: partiti il giorno prima da Trieste - dove frequentavamo l’Università - muniti di pane, prosciutto e una bottiglia d’aranciata, parcheggiammo la 127 bordeaux alla fine della Val Cimoliana, poco sotto il Rifugio Pordenone. 
Le nostre finanze non ci autorizzavano a soggiornare al rifugio, e così ci limitammo a visitarlo la sera e berci qualcosa in compagnia. Non c’era quasi nessuno. In un angolo cenavano due alpinisti, che si presentarono come Vincenzo Altamura di Milano e Stanislav Gilić di Fiume, instancabili esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave, che pochi giorni prima avevano aperto una lunga via sulla Croda Cimoliana. 
Dormimmo in macchina, stretti e male, infastiditi per gran parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo l’erto sentiero che porta alla base del Campanile. 
Sulla celeberrima traversata
(foto E.L.)
La salita fu tranquilla, una lunghezza a testa e senza particolari patemi, a parte il volo della mia giacca a vento dalla seconda cordata, che al ritorno m'impose di risalire un bel pezzo in libera, per recuperarla. 
La traversata, di cui è nota l'allarmante descrizione della guida Berti, non sembrò un granché: più dura la Fessura Cozzi, levigata da ottant'anni di strusciamenti, e scomodo il Camino Glanvell, dove ricordo il mio povero zaino, che dovevo tirarmi dietro e grattava dappertutto. 
In cima, con sorpresa, trovammo un sacchetto da pane con la firma di Mauro Corona, salito poco prima - mi sembra - per l’82a volta; mancava però la celebre campana, collocata lassù da diciannove alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate era stata smontata e portata a Pordenone, per essere riparata! 
L'aerea calata sugli Strapiombi Nord ci divertì assai: nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a raccontare agli amici la nostra ascensione ad una delle vette più note e idealizzate dell’arco dolomitico.

20 mag 2015

Ricordando "Rosa de chi de Ico" (1928-2015)

Ormai da un mese tace la voce di Rosa Menardi. Di "Rosa de chi de Ico", che per una vita intera ha giocato il ruolo di paladina della cultura, dell'idioma, della storia e delle usanze d'Ampezzo, la valle nativa che ha amato con tutte le energie. 
Di Rosa, che con Emma Lacedelli Juscia (1898-2001), Rachele Padovan Mouta (1916-1999), Teresa Michielli Pelele (1922-2012) e Amelia Menardi del Belin (1930-2013) formò un quintetto di donne che hanno interpretato, ognuna nel suo campo, i più schietti e profondi valori di Cortina: dalla gastronomia all'abbigliamento e ai gioielli della tradizione, dalla prosa e poesia in vernacolo ad aneddoti, figure e storie di un universo ormai impallidito.
Rosa Menardi  con i suoi antenati
photo: courtesy lausc.it
Si è già scritto di Rosa, e ancora lo si farà perché - come è stato promesso - una parte della sua antica casa di Gilardon un domani dovrebbe alloggiare il Museo delle Tradizioni Ampezzane. A me interessa far conoscere più che altro la competente, costante e vivace opera prestata da Rosa Menardi per oltre vent'anni, facendo squadra con molti amici quasi tutti scomparsi, per la stesura dei due vocabolari che hanno codificato la parlata ampezzana, usciti nel 1986 e nel 1997. 
Ai lavori per quest'ultimo, per quasi cinque anni prese parte anche il sottoscritto, che da Rosa ebbe sempre stima e affetto. Con lei discutemmo, lavorammo, progettammo, talora ci scontrammo, ma sempre bonariamente e avendo come ultimo, volontaristico fine la coltivazione delle nostre radici. 
Fino al settembre 2014, quando sul bimestrale "Ciasa de ra Regoles" si verificò un fatto passato forse in sordina. Il titolo della rubrica d'apertura dedicata agli "aggiornamenti di vita regoliera", fissato da anni in "Inze e fora da 'l bosco", dopo una vivace discussione con Rosa e la condivisione delle sue ragioni, fu modificato in "Inze e fora par el bosco". Fino all'ultima telefonata col sottoscritto, non molto tempo prima della scomparsa, Rosa ha sempre difeso la sua opinione, a favore del nuovo titolo che per lei - oltre ad essere linguisticamente corretto - qualificava il nostro venticinquennale notiziario, di cui Rosa amava  leggere ogni pezzo. 
Forse non è gran cosa, ma a chi l'ha conosciuta può dare la dimensione e l'incisività della personalità di Rosa, che ha sempre saputo custodire l'anima della Cortina lontana dai salotti e dai clamori, della Cortina "antica" anche se via via più moderna, della Cortina fatta di normalità e quotidianità. 
Lo ha fatto con fede, entusiasmo e tenacia, e ci lascia un esempio che vogliamo ricordare con deferenza e simpatia.

17 mag 2015

Le Dolomiti appartate: la Cima Falzarego

Il 1° ottobre 2006, grazie al suggerimento del sito Vienormali.it - al quale qualche volta collaboro - toccavamo con curiosità e soddisfazione una delle vette ampezzane di difficoltà escursionistica che, stranamente, non avevo ancora mai considerato: la Cima Falzarego. 
Posta immediatamente a sud-est di Forcella Travenanzes, nel gruppo di Fanes e poco lontano dal Passo omonimo, la Cima (m 2563) ha le stesse peculiarità dei vicini Lagazuoi Piccolo e Col dei Bos: alte e ripide pareti verso la Val Costeana e dolce declinazione verso la Val Travenanzes. 
Dalla vetta si staccano verso ovest le due Torri di Falzarego, note per le solide vie di arrampicata sulle quali ha messo le mani la maggior parte degli appassionati delle Dolomiti. 
L'oronimo "Cima Falzarego" è alpinistico, e potrebbe anche precedere la prima salita della parete sud, che si protende verso la Strada delle Dolomiti, compiuta il 7 agosto 1909 da Angelo Dibona e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer. La Cima, occupata da reparti del 45° Fanteria nel luglio 1915, venne dotata di una teleferica a motore che dalla Strada delle Dolomiti saliva fino a un canalone sotto la punta.
photo courtesy
www.frontedolomitico.it
Sull'arrotondata cupola sommitale, fonte di interesse anche dal punto di vista geologico e accessibile in breve tempo e senza dover affrontare roccette da Forcella Travenanzes, la Grande Guerra ha lasciato numerosi resti di gallerie, postazioni e trincee. Negli anni '50, infine, il versante sud della Cima era stato individuato dalle truppe alpine per farvi scuola di roccia. 
Credevo che oggigiorno fosse tenuta in scarsa considerazione: invece in quella umida domenica d'autunno, sulla vetta - caratterizzata da dossi erbosi e avvallamenti bucherellati da bombe e proiettili e ornati da varie rustiche croci a ricordo - saremo stati almeno una quindicina.

11 mag 2015

Le Dolomiti nascoste: il Sasso del Pozzo-Allwartstein

Il  Serla, dalla cresta N del Sasso del Pozzo (foto E.M.)
Scrivo questo post in omaggio a Valentino, l'alpinista di Villabassa che venerdì 8 maggio mi ha fermato a Dobbiaco, complimentandosi per Ramecrodes e del fatto che riservo spesso attenzione anche ai monti "d'oltre Cortina".
Tempo addietro in Val di Braies, dove andavamo spesso, anche in vista della stesura di un contributo escursionistico per "Le Alpi Venete", scoprimmo una cima minore, mai notata prima, che salimmo con piacere per due volte in un mese e mezzo, e poi per altre due negli anni a seguire: il Sasso del Pozzo-Allwartstein, nel gruppo del Picco di Vallandro.  
Dorsale boscosa e rocciosa né imponente né tanto meno appariscente, il Sasso incombe con salti scoscesi sui Prati Camerali - Kameriodwiesen, sopra i Bagni abbandonati di Braies Vecchia - Altprags. Pur non toccando una grande altezza, la vetta (che si ferma a quota 1954 m, ed è costituita da un morbido prato), offre un bel panorama: davanti la Val di Braies e le cime che fronteggiano il Sasso, il Monte Serla - Sarlkopf e il Monte Lungo di Braies - Lungkopf, e via via i Monti di Casies - Gsieser Berge e le più lontane Alpi Aurine - Ahrntaler Berge. 
La traversata del Sasso, che in genere si svolge da S a N con difficoltà escursionistiche, ha luogo in un ambiente boschivo, non comporta un forte impegno né per dislivello né per lunghezza ed è godibile fino a stagione avanzata. Credo che la migliore delle nostre quattro visite, dopo la prima - ispirata da "Escursioni sulle cime del Sudtirolo" di Hanspaul Menara e che costituì un gradevole diversivo - è stata quella compiuta con Carlo a metà novembre, in una giornata da cartolina. 
Dai Prati Camerali per una stradina che fiancheggia  il rio e quindi per un umido vallone raggiungemmo il Passo del Capro - Buchsenriedl, stretto valico tra gli alberi che separa il Sasso del Pozzo dal Serla; da esso, previa brevissima discesa, merita una visita la silente Malga Pozzo - Putzalm. 
Dal Passo. seguendo i segnavia lungo una staccionata per il bestiame e poi per la ripida cresta, in meno di due ore dalla partenza eravamo sulla cima erbosa, poco ardita e caratteristica per la presenza di piante spezzate dai fulmini. 
In vetta, verso il Monte Lungo di Braies (foto E.M.)
Ogni volta, dopo esserci riposati in beata solitudine, scegliemmo di non rifare gli stessi passi, ma di scendere per la cresta N, che divalla tra gli alberi, traversa un prato e si abbassa per un erto pendio di bosco fitto, tagliando una stradina ai piedi delle rocce e terminando tra gli edifici dei Bagni di Braies Vecchia, vicinissimi al punto di partenza. 
Le quattro escursioni hanno svelato, a noi e a chi ha seguito con piacere i nostri passi, una sorpresa dolomitica, in un angolo comunque noto: il Sasso del Pozzo è una cima minore e di poco rilievo ma semplice, molto panoramica, ideale per chi si trova tra i monti di Braies e ha poco tempo da spendere e soprattutto quasi sconosciuta al di fuori del Sudtirolo.

06 mag 2015

Quando uscimmo dal Cason di Lerosa "a riveder le stelle"

Questo post non ha radici nella montagna, come di solito avviene nel mio diario, ma l'idea nasce un sabato in casa, dopo pranzo. 
Il caffè liscio, nero o come si desidera chiamarlo, non mi ha mai attratto, a meno che non sia il nèro che si gusta a Trieste; solo che in frigo non c'era latte, e così "macchiai" l'indispensabile tazzina che corona ogni pranzo con una sorsata di vino. 
Riassaggiando così, dopo anni che me ne mancava il gusto, il cafè da bosco, rustica bevanda usualmente gradita a boscaioli, cacciatori, cavallai, contadini, pastori di un tempo e oggi rivalutata come “specialità” in una festa paesana estiva. 
Caffè d'orzo (o, erroneamente, nero), meglio se fatto sullo sporer come quello, indimenticato, che ci offriva la buona Lucia nella sua cucina di Coiana quando si andava a farle visita tra gli anni '60 e '70, un goccio di buon rosso e un po' di zucchero.
Forse a qualche gourmet il miscuglio farà storcere il naso; a me invece piace, anche perché evoca epoche lontane, inverni nevosi, lavoro e fatica dei nostri predecessori. 
Sferzante se bevuto in giusta quantità, il cafè da bosco ci eccitò un po' troppo quel sabato in cui (era quasi novembre del 1977), con Enrico, mio fratello Federico e Fabio salimmo al Caśon de Lerosa, accogliente e ideale meta delle nostre escursioni e dei primi pernottamenti giovanili, per passare un week-end in montagna. 
Il vecchio Cason de Lerosa, ai piedi della Pala de ra Fedes
(foto G. Mendicino, archivio LDB)
I "pize” avevano nello zaino qualche buona bottiglia,  forse sprecata per la nostra mistura. Lassù ci aspettava Stefano, scomparso ancor giovane nel 1996, che era salito da solo in Lerosa da qualche giorno, per fotografare animali selvatici. Stefano mise sul fuoco una grande caffettiera, miscelammo caffè e vino, li zuccherammo e ne saltò fuori un beverone che animò a dovere la serata, piena di scherzi, risate e ... mal di testa.
Durante la notte  fummo costretti ad uscire “a riveder le stelle”; mi parve allora di vederne molte di più di quelle che realmente brillavano sulla volta celeste, sopra i magici pascoli di Lerosa.

03 mag 2015

Il Taé, la montagna dipinta

Di recente ho avuto modo di  rivedere nella Pinacoteca Rimoldi a Cortina un intrigante dipinto di Luigi de Zanna (1858-1918), pittore ampezzano che apprezzo molto. 
Premetto che de Zanna, in buona parte dei suoi lavori  dipingeva solitudini e montagne, ed è per questo che mi piace la sua arte; un'opera che prediligo è quella che l'artista realizzò il 3 novembre 1909 a Nighelònte, tra Ra Era e Fiames, poi rifatta in varie versioni e formati e dalla quale hanno preso spunto anche altri artisti. 
Al centro del dipinto, avvolta da una luce che ne sbalza in modo straordinario  la fisionomia, campeggia una montagna: il Taé, una delle sei elevazioni del sottogruppo di Bechei, appendice della Croda Rossa e cima ambivalente. 
Sul lato nord, infatti, il Taè si "sfascia" in una cupola detritica che si sale abbastanza facilmente per le Ruoibes de Inze e attraverso un'ampia distesa di blocchi, che porta in cresta. A sud, invece, una parete verticale, stratificata e multicolore, domina la Val de Fanes con strapiombi incisi da sottili cenge, evidenti soprattutto d'inverno. L’analogia della parete con un tagliere rigato dal coltello balza all'occhio, e il nome si rifà proprio a quell’utensile. 
Forse De Zanna non fu un alpinista, ma credo che conoscesse comunque i monti che ritraeva. Il Taé, peraltro, era già noto prima che l'artista gli dedicasse quel magico quadro. Il pascolo di Antruiles alle sue pendici, infatti, è popolato da secoli dagli ovini, che i pastori rincorrevano spesso lungo i pendii sovrastanti, spingendosi fin su nel Ciadin del Taé e, visto che c’erano, raggiungendo probabilmente anche la vetta. Lassù bazzicavano pure i cacciatori, poiché, solitario e silenzioso com’è, il Taè offre un ottimo albergo agli ungulati.
In vetta (foto E.M., giugno 2003)
Nel 1906, i primi a far conoscere il Taé agli alpinisti furono tre tedeschi, saliti da Progoito per il canale che lo separa dal più basso Taburlo. Solo nel 1953, Albino Michielli Strobel e Beniamino Franceschi Mescolin superarono per primi la liscia piastra del "tagliere", dove poi sono stati tracciati altri duri percorsi. 
Il Taé, protagonista di un emozionante dipinto del pittore ampezzano Luigi de Zanna, sembra quasi scontare lo stesso destino dell'artista: non troppo noto e apprezzato, infatti, resta appannaggio di pochi appassionati, anche se per “dominarlo” non servono acrobazie, basta una robusta camminata.

"Argia", del rifugio Angelo Bosi sul Monte Piana

Il  22 luglio è deceduta a Pieve di Cadore Severina Mazzorana, classe 1927: chi ha buona memoria, la ricorderà come "Argia", dagl...