30 ago 2014

Tella e la Scala del Menighel

Tra le gite con animali al seguito, oggi usuali visto il pullulare di cani sui sentieri e sulle cime di tutte le difficoltà, ma un tempo molto meno diffuse, ne ricordo una in Val Travenanzes. 
Il protagonista animale dell'escursione agostana di qualche decennio fa fu Nigritella, detta Tella, la cagnetta marrone di razza indefinita dei miei cugini, che allietò per molto tempo la casa dove abitavo. 
Devo risalire almeno al 1972, se non prima, per trovare il giorno in cui percorremmo la valle, partendo a piedi dal Passo Falzarego per Forcella Travenanzes. 
Giunti al bivio sotto la parete N della Tofana de Rozes, ci imbarcammo nella “Scala del Menighel”, con il cane. Tella trovò un comodo spazio in uno zaino giallo sulle spalle di mia madre, e se ne stette incredibilmente buona con la testa fuori e il musetto curioso, lungo tutti i duecentosettanta scalini metallici del prototipo di via ferrata, costruita nel 1907 da Luigi Gillarduzzi, gestore del Rifugio Von Glanvell, per superare il salto nero e rigato dall'acqua noto in ampezzano come “El Souto del Majarié”. 
photo courtesy flickr.com
Al termine della ferrata liberammo la cagnolina, che camminò e corse lungo i ghiaioni con noi fino al Rifugio Giussani, e da lì poi a Cortina. E' un piccolo fatto di rilevanza solo sentimentale, se vogliamo, ma onorevole soprattutto per chi si portò appresso per tutto il giorno tre o quattro ragazzini e un cagnolino nello zaino, lungo una parete attrezzata che - nonostante superi un salto di soli ottanta metri - non è certamente una passeggiata.

26 ago 2014

E' uscita la 4a edizione della Storia di Cortina d'Ampezzo, di Mario Ferruccio Belli

32 anni dopo la precedente, è uscita per i tipi di Dario De Bastiani editore la 4a edizione della "Storia di Cortina d’Ampezzo locus laetissimus" di Mario Ferruccio Belli. Il volume, curato nella grafica da Serena Chies, reca in copertina l’immagine di un caposaldo di confine col leone di San Marco e lo scudo di Maria Teresa d’Austria, collocato nel 1753 in Giau dopo una lunghissima contesa fra Cortina e San Vito. Belli, con il suo consueto stile brillante che alla serietà della ricerca storica unisce uno stile molto piacevole egodibile, vi dedica spazio, rievocando una vicenda lontana che ha lasciato numerosissime testimonianze sulle montagne d’Ampezzo.
La quarta di copertina, invece, riporta l’elogio di Indro Montanelli per la precedente edizione della "Storia": “Caro Belli, solo tu potevi scrivere un libro come questo, all’incrocio fra l’avventura, la scoperta e la nostalgia. In me, montanaro di complemento, evoca i ricordi degli anni e degli amici perduti: tu e Buzzati come capi-cordata. Grazie di averci dato questo lavoro.

Lo scopo precipuo della nuova edizione è la presa d’atto di alcune fortunate scoperte archeologiche avvenute negli ultimi decenni, grazie alle quali è stata rivista la storia di Cortina, anticipandola di almeno una decina di secoli. L'autore ha perciò riscritto integralmente le prime pagine del libro, riguardanti i primi insediamenti nelle vallate dell’alto Bellunese, dal Cadore all’Agordino, facendoli risalire addirittura ai tempi dei Paleoveneti o Venetici.
Così emergerebbe dai ritrovamenti di Giau, Làgole, monte Pore, altopiano del Cansiglio e altrove: ben prima dunque dell’arrivo dei Romani. Anche su quell’evento e, subito dopo, sull’arrivo della religione cristiana, Belli corrobora la sua tesi, citando le incisioni del Civetta, i ritrovamenti del monte Calvario in Auronzo, di Santo Stefano, del Passo Monte Croce Comelico e di San Vito.
Gli ultimi ritrovamenti sono quelli avvenuti nell'autunno 2013, per interessamento delle Regole d’Ampezzo, sullo scoglio di Podestagno; l’antica omonima fortezza, un tempo datata attorno al 1000, viene invece anticipata ai primi secoli dopo Cristo.
Tutto questo in quasi quattrocento pagine, illustrate da una sessantina di incisioni di montagna tratte da volumi tedeschi, francesi e inglesi del XIX secolo.


18 ago 2014

No smoking!

Da giovane, fumai anch'io qualche sigaretta. Niente di strano, se non che dopo qualche anno mi resi conto che la montagna e il fumo non sono proprio grandi amici. 
Ottobre 1980: salivo verso la cima del Sassongher sopra Corvara quando, a metà dell'accesso alla sommità (che, mancando la seggiovia, avevamo dovuto iniziare già dalle case di Pescosta), trovai una panchina. Volli fermarmi, ed accesi una sigaretta. 
Fu una idea molto peregrina; da lì in su (mancavano 600 metri di dislivello alla vetta), nonostante i vent'anni, feci una gran fatica a salire, il doppio della fatica dei miei compagni... 
Nel gennaio 1982, per un concatenamento di circostanze chimico-psico-fisiche a me oscure, smisi di fumare, e in effetti i vantaggi si ripercossero subito anche in montagna. 
Nell'estate che seguì l'ultima sigaretta di sveviana memoria, mi capitò di salire con Mario la via Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" sul Popena Basso. Finita la fessura, mentre avvolgevo la corda, un riflesso condizionato mi portò, dopo tanto tempo, ad infilare la mano in tasca per cercare il pacchetto, che non c'era più. 
Popena Basso, fessura Mazzorana, settembre 1984
Quel giorno, lo confesso, ebbi una certa nostalgia dell'abitudine che avevo instaurato, di godermi qualche boccata sulla cima: come ha scritto da qualche parte l'alpinista Severino Casara “... le poche, più buone sigarette le ho fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non fumo da oltre trent'anni, ma ammetto che in qualche lontana occasione, dopo aver guadagnato con soddisfazione una cima di buon impegno o trascorrendo allegre serate in rifugio, mi veniva ancora spontaneo infilare la mano nella patella dello zaino, dove un tempo tenevo le Marlboro ...

14 ago 2014

La Croce del Pomagagnon torna a risplendere

La "Croce del Pomagagnon", travolta e seriamente danneggiata dall’enorme quantità di neve caduta lo scorso inverno, risplende di nuovo sulla cima della Costa del Bartoldo. 
Riparata dal fabbro Leopoldo Lacedelli, mercoledì 6 agosto la croce è stata riposizionata sulla più nota elevazione del settore centrale del Pomagagnon, da Piero Bosetti (guida alpina), Giovanni Cagnati e Corrado Menardi (Cnsas), Bruno Martinolli (Cai Cortina) e Giorgio Zangiacomi (guardaparco). 
Il simbolo di fede vanta una bella storia, narrata da chi scrive nell'estate 1999 sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi” con l'aiuto di varie immagini d'epoca. Fu Giuseppe Richebuono, al tempo cappellano a Cortina, che decise di erigerla per l’Anno Santo 1950, coinvolgendo nell'operazione trentatrè giovani dell'Azione Cattolica, molti dei quali oggi sono ancora in vita. Dopo tredici anni la croce - messa a dura prova dalle intemperie – fu riassestata per la prima volta da Dino e Aldo Dandrea, Renato e Lorenzo Zangrandi e Paolo Dallago Cè. 
Nell'inverno sul 2000 la croce, ormai cinquantenaria, crollò a causa di una violenta bufera e, grazie anche all'articolo apparso su “Le Dolomiti Bellunesi”, il Cai Cortina deliberò di sostituirla in vista dell'Anno Santo 2000. Compiuto il lavoro, il 9 luglio la Sezione ricordò l’avvenimento in Val Padeon, con una Messa e un raduno conviviale, in presenza del settantasettenne professor Richebuono (che prima volle ritornare in vetta per vedere la nuova croce!), di molti dei ragazzi che lo assecondarono mezzo secolo prima e del Coro Cortina. 
La Croce del Pomagagnon rimessa a nuovo
(photo courtesy Cai Cortina)
Nello scorso aprile l'alpinista Luca Galante di Treviso, salito sulla Costa per una discesa in sci, ha riferito a chi scrive che la croce appariva seriamente danneggiata dalla neve. Su mia segnalazione, il Cai Cortina si è quindi attivato per risolvere il problema e, grazie ai volontari e all’elicottero, ora la croce svetta di nuovo dai 2435 m della Costa del Bartoldo. 
Dapprima la cima è stata raggiunta da due volontari, che hanno imbragato i tronconi del manufatto danneggiato; l’elicottero ha quindi potuto recuperarlo e portarlo a Cortina. Il 6 agosto è stata compiuta l’operazione inversa, con il trasporto e il montaggio della croce rimessa a nuovo. 
Il Cai Cortina si è assunto l'onere dell'intervento e ha voluto ringraziare l’equipaggio dell'Air Service (Hansi Tschurtschenthaler e Ruben Moroder); Piero Bosetti, Giovanni Cagnati, Corrado Menardi, Bruno Martinolli e Giorgio Zangiacomi, nonché Leopoldo Lacedelli, che ha eseguito la riparazione a regola d'arte. 
Da quest'estate la Croce del Pomagagnon, obiettivo di una gita abbastanza impegnativa in una zona selvaggia e molto panoramica, oltre che testimone di 64 anni di storia, potrà quindi vegliare ancora sulla conca d'Ampezzo.

09 ago 2014

Sullo spigolo Castiglioni della Cresta Val d'Inferno

Cresta Val d’Inferno: guglie dal nome un po' truce, sul filo tra il Cadore e la Carnia e facente parte della dorsale dei Brentoni. 
Sono cime fuori mano, angoli dove forse c’è ancora qualcosa da scoprire: questo offre la Cresta, ambiente marginale rispetto agli "hits" alpinistici e ancora ben preservato. Dalla cresta emerge un torrione, non ardito ma con una personalità propria, che si spinge verso Forcella Camporosso e i boschi che scendono in Val Frison. 
Lo spigolo sud del torrione è segnato da una via classica della zona, che chi scrive ha salito due volte. L’aprirono nel giugno 1938 due personaggi illustri, Castiglioni e Detassis, che esploravano le Alpi Carniche in vista della stesura dell’omonima guida, uscita solo nel 1954.
I Brentoni e la Cresta Val d'Inferno, da Casera Doana
(foto E.M., 27/6/2010)
La via non è molto succulenta come scalata, ma vi trovammo comunque alcuni pregi che la fanno ricordare come un gioiellino, godibile se si ama un certo tipo di alpinismo. Ci piacque salire nel fresco mattino verso lo spigolo, dalla strada di Razzo per Forcella Losco, Camporosso e i pendii dominati dal Torrione. Abituati a quelli di casa, lassù i panorami erano insoliti: le Carniche, le Giulie e le Dolomiti si avvicendavano in  piani diversi, cui anche l’occhio più distratto era interessato. 
Nessun rumore; a metà giugno, e ancor di più a fine ottobre, forse il periodo migliore per aggirarsi sui Brentoni, lassù trovammo grandi silenzi. Ci piacque salire con calma, godendo ogni passaggio, mai banale: rampe, paretine, un piccolo liscio diedro, la cresta finale. Poi ci abbandonammo al sole sulla cima, volando col pensiero sui monti che si proponevano alla vista, mai così nitidi come in quelle giornate. 
La fine di entrambe le gite ci vide scendere allegri per la "normale" di quella cima, una serie di viscidi salti e cenge con ghiaia, erbe e tracce di camosci, e lasciare la solitudine dell'altopiano avvicinandoci alla sera. 
Valeva le due visite, il torrione della Cresta Val d’Inferno, nei Brentoni. Mi piacerebbe che quella bella salita fosse sempre ripetuta in silenzio, pensando all’incanto che tanti anni fa trovammo ancora tra quei monti. Chi lo farà, ne sarà certamente ricompensato.

06 ago 2014

Campanile Rosà, cima demodé

Non ricordo esattamente quando ci avventurammo, con alcuni amici, verso ,la cima di una montagna che, sfortunatamente, oggi manca al mio piccolo album dolomitico: il Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Il pinnacolo, alto circa cento metri, fronteggia il versante sud-orientale dell'omonimo Col, e si distingue bene solo da vicino, oppure in particolari condizioni di luce. 
Il Campanile, scendendo per la Val Fiorenza 
(foto E.M., 16/8/2008)
Le prime a porvi piede erano state le guide Angelo Dibona, sempre lui!, e Celestino de Zanna con l'albergatore ampezzano Amedeo Girardi e il medico trentino Leopoldo Paolazzi, il 17/8/1910. La via, un 4° grado di vecchio stampo dove Dibona dovette lasciare un paio di chiodi, fu di moda per qualche tempo, ma è stata anche teatro di alcune disgrazie (Cleto Verocai nel 1924, Giulio Fox e suo figlio nel 1977...), a causa della roccia spesso malsicura. 
Nel 1931, sullo scarso spazio della guglia, i mantovani Dallamano e Ghirardini intuirono una seconda via, esposta e di un certo impegno: dieci anni dopo, infine, le guide Celso Degasper e Beppe Dimai conclusero, con i fratelli Melloni, la breve storia alpinistica del Campanile, correggendo la via Dibona con un tiro di corda di 6°. 
Riprendendo il discorso, il nostro primo (e ultimo) approccio al Campanile Rosà non ebbe proprio fortuna: ben presto si mise a diluviare e, dato l'ambiente non proprio ospitale, credemmo igienico retrocedere e scendere verso casa. Fu sicuramente meglio così: forse avevamo anche sbagliato via, perché - convinti di essere sulla Dibona (dietro mie indicazioni ...) - in realtà dovevamo avere pasticciato sulla Dallamano. 
Non ho più avuto occasione di esplorare da vicino il Campanile Rosà, bello per la forma, l’isolamento, la storia alpinistica che vanta anche nomi noti (mi vengono in mente, fra i tanti, Fritz Terschak, Gianangelo Sperti, il Re Alberto dei Belgi, il fisico Edoardo Amaldi, Mario Salvadori ...) 
Quante visite avrà ricevuto il Campanile, in oltre un secolo? Oggi mi piacerebbe sapere, da chi vi è salito, che cosa ha provato spuntando in mezzo ai mughi della cima su quella lama affilata, nascosta agli occhi del grande pubblico ed oggi fatalmente demodé.
Lo invito magari a scrivermi su questo blog!

02 ago 2014

Spigolo del Sas de Stria, 1939-2014

Mi è sfuggito per un giorno, ma qui non posso tralasciare questo anniversario: il 75° compleanno dello spigolo del Sas de Stria, salito per la prima volta dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti l'1/8/1939, ripetuto in prima invernale nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni e in solitaria moltissime volte.
Negli anni ’70, ’80 e ’90 la via, che percorre lo spigolo SE dell’appuntita cima che incornicia il Passo Falzarego, per noi fu una meta classica. L'itinerario segue diligentemente l'affilato spigolo SE e sotto il ripido salto terminale presenta due soluzioni: l'originale è quella più bella, quella più semplice confluisce in un itinerario di Von Saar e compagni del 1908. 
Il Sas de Stria: a sinistra, lo spigolo (foto E.M.)
Resa sicura da chiodi fissi, la Colbertaldo è una via sempre frequentata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da scuole di roccia e per allenamento. Accesso e il rientro sono quasi da falesia: alla base dello spigolo si giunge in una ventina di minuti per ripida traccia, dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la via normale, che non ha difficoltà di rilievo, anche se prestare un po' di attenzione non è superfluo. 
Dall'ottobre 1977 (quando, portandomi lassù, Enrico  mi fece un regalo per il mio compleanno n° 19) ai primi di giugno 1993, quando rifeci ancora una volta lo spigolo con Claudio, penso di averlo salito una ventina di volte, gustandomi sempre appieno la salita, non troppo lunga, varia e divertente, ricca di situazioni caratteristiche e su roccia sicura. Tra tute, non dimentico quella del giugno 1987 con Nicola, quando - sul tratto più impegnativo - venni colto da un misterioso malore e feci un voletto che poteva avere gravi conseguenze, ma per fortuna mi costò solo un grosso livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare. 
L’ultima volta, condussi lassù un amico di pianura, che credo non avesse mai arrampicato. Giunti in cima, convintissimo che - data la bella giornata, poco meno che primaverile, e la salita rilassata che avevamo compiuto - Claudio fosse rimasto soddisfatto, mi aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da oltre un quindicennio. 
Con aria di sufficienza, l’amico invece brontolò che una scalata che raggiunge una cima su cui si sale a piedi senza difficoltà, ci si ferma a far merenda allegramente e magari si lasciano rifiuti a non finire (ma quante cime così ci sono...), per lui non aveva tanto senso. 
Forse anche un po’ colpito da questa risposta, da allora non salii più il divertente spigolo del Sas de Stria.

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casie...