18 dic 2017

Isidoro Siorpaes, "amico e buon compagno di corda"

Fra poco saranno sessant'anni dalla morte di un alpinista ampezzano che lasciò una traccia, seppur lieve, sui nostri monti: Isidoro Siorpaes Péar (dal soprannome materno, del casato Godini).
Classe 1883, scomparso settantacinquenne senza eredi, guida alpina secondo qualche autore, Siorpaes fu spesso ricordato da Federico Terschak, benemerito d'Ampezzo, come amico e buon compagno di corda.
Proprio con Terschak, il 10 agosto 1919 si rese protagonista di una salita che, se non per la difficoltà su roccia (2° grado), spicca per l'inventiva e perché fu la prima via aperta in Ampezzo italiana: la cresta sud della Punta Nera, oltre un chilometro sopra la valle del Boite.
Per superare la cresta, che fu ripetuta in tempi non lontani dall'alpinista Antonella Fornari, i due amici impiegarono sette ore, con un impegno non elevatissimo ma in un ambiente aspro.
Dibona, Apollonio e Siorpaes sulla via Dimai
in Tofana de Rozes (foto Terschak, raccolta E.M.)


Almeno finora, non è comunque quella l'unica prova disponibile dell'alpinismo del Péar. Ne ho altre due: una è la probabile prima ripetizione nel dopoguerra della via Dimai-Eötvös sulla parete sud della Tofana de Rozes, compiuta il 9 settembre 1920 con Terschak, Angelo Dibona e Giulio Apollonio; a essa si riferisce l'immagine qui accanto, tratta dall'edizione 1929 della Guida illustrata di Cortina d’Ampezzo e della conca ampezzana, fortunata opera dello stesso Terschak.
L'altra prova risale al 29 ottobre dello stesso 1920, quando Isidoro e Federico, col bellunese di madre ampezzana Gianangelo Sperti e Agostino Cancider, si aggiudicarono la II salita del Campanile Rosà, aguzzo torrione che si staglia sopra la piana di Fiames, per la via aperta un decennio prima da Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amedeo Girardi e Leopoldo Paolazzi.
Nessuna delle tre salite citate fu di scarso rilievo, neppure per il valente Isidoro, del quale purtroppo non ho altri dati. La convinzione che mi sono fatto su di lui, comunque, è che gli si debba riconoscere un ruolo nella cronaca alpinistica di Cortina del secolo scorso. 
Osservando la cresta della Punta Nera, che dai 2847 metri della cima scende verso il vecchio confine di Dogana tra canali, ghiaie, gendarmi e mughi, viene da pensare: ma quanti oggi la affronterebbero con lo spirito, la tecnica, l’attrezzatura di 99 anni fa (e senza la funivia di Faloria, che in un quarto d'ora porta in centro a Cortina)? 
Anche per questo, voglio ricordare il Péar,  con Terschak, Cancider, Apollonio e altri, anzitutto come uno dei primi "senza guida" ampezzani, modesto e valente esploratore delle nostre montagne.

14 dic 2017

79° incontro con "Le Dolomiti Bellunesi", semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno

Anche per questo Natale Le Dolomiti Bellunesi. Dalla Piave in su, semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno, propone ricerche sull'alpinismo, l'escursionismo, la natura e la storia; approfondimenti su uomini e montagne; divagazioni narrative; attività e problemi di alcune Sezioni provinciali del Cai; notizie di prime salite su vette bellunesi; recensioni di opere di autori o su argomenti locali.
Tutto questo anima il 79° numero del semestrale diretto da Silvano Cavallet ed Ernesto Majoni e pubblicato dalle Grafiche Antiga. In 123 pagine, dotate di ampia iconografia, il periodico illustra le opere e l'impegno di alpinisti, scrittori, donne e uomini che vivono tra le crode del Bellunese. Sin dal primo numero (estate 1978), la rivista ha avuto lo stesso obiettivo: quello di dare voce e volto all’alpinismo, nonché alla cultura, alla storia e alla vita delle valli tra il Comelico e il Grappa, di chi vi abita e le ama.
Anno per anno, con l'ausilio di decine di collaboratori, LDB ha acquistato credibilità e interesse fra i soci Cai della Provincia e oltre, riscuotendo il gradimento dei lettori e degli esperti del settore e proponendosi con successo nel panorama della pubblicistica nazionale.
Tra gli studi storico-culturali che occupano le prime 50 pagine del fascicolo, risaltano il racconto, affettuoso più che tecnico, di Andrea Carta sulla via normale alla Punta dei Tre Scarperi, il più misterioso Tremila dolomitico; Biciclette in Dolomiti, sul turismo a pedali tra i monti, di Giorgio Fontanive; Alla riscoperta della “Cava dell'Onice” di Caprile, sulla rivisitazione di una miniera ai piedi della Civetta, compiuta da Gianni Lovato col Gruppo Speleologico Proteo; Lino Conti e il suo Rifugio Popena, in cui Enrico Maioni e Mirella Conti tracciano la storia di un rifugio dalla vita breve e dall'amaro destino. Da segnalare poi La traversata delle quattro Rocchette, da Cortina a San Vito di Bruno Martinolli e Claudio Olivier,  una cavalcata in un angolo selvaggio e ricco di spunti esplorativi, naturalistici e storici, lungo il crinale che fu confine tra Ampezzo e il Cadore, il Tirolo e l'Italia.
La rivista concede spazio a un commosso ricordo di Armando Aste, grande alpinista molto legato alle Dolomiti Bellunesi, a relazioni di nuove salite e a recensioni di libri usciti da poco, che riguardano le nostre montagne. La foto di copertina di Apollonio Da Deppo, con gli Spalti di Toro innevati, rende omaggio al mezzo secolo dalla fondazione della Sezione Cai di Domegge, caduto la scorsa estate. 
Le Dolomiti Bellunesi di Natale 2017 spazia comunque anche su altri argomenti, cercando sempre di raccontare con partecipazione e orgoglio la cultura, la natura, la storia di monti e montanari dalla Piave in su.

9 dic 2017

Punta Giovannina, storia di una montagna difficile

Fa da sentinella, incombente, al rifugio Giussani nel cuore delle Tofane: ma quanti conoscono il nome e la storia di quella montagna?
La massiccia cima in questione si trova sul versante SO della Tofana Seconda ed è divisa dalla vetta più alta d'Ampezzo da Forcella del Valon, valico toccato durante la traversata dalle Tofane Seconda e Terza al rifugio. 
Quotato 2936 metri, domina Forcella Fontananégra con una parete gialla, nera e strapiombante, alta oltre 300 metri e visibile da lontano: il suo nome è Punta Giovannina. 
L'origine del toponimo, non molto antico e verosimilmente dovuto a una donna, è singolare. "Punta Giovannina" fu suggerito dalla guida Celso Degasper, primo salitore il 5 ottobre 1933, col collega Giuseppe Dimai Déo, della parete sud della montagna, che durante la Prima Guerra Mondiale forse gli Italiani avevano già visitato. 
Per festeggiare la salita, la Punta ebbe il nome di Giovann(in)a, Apollonio, dal 1930 moglie di Celso Degasper. La via delle due guide, ripetuta probabilmente una sola volta nell'estate 1951, dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Bruno Alberti Rodèla, fu poi devastata da una frana e oggi non è più percorribile.
Lacedelli, Michielli e Zardini  in vetta alla Giovannina,
14/7/60 (foto: Fini-Gandini, Zanichelli 1983)
In compenso, lungo gli strapiombi sovrastanti il rifugio Giussani, dal luglio 1960 furono aperte quattro vie, tutte di 6°. La prima fu quella di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel; dopo la prima solitaria della via Dibona (Angelo Ursella, 1968), nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego; nel marzo 1976 Modesto Alverà e Diego Ghedina salirono per primi, con un bivacco, la via Lacedelli d'inverno; nel 1996 Davide Alberti e Paolo Tassi hanno aperto "Super Toio", suggellando così, salvo ulteriori novità, la storia della cima. 
La Giovannina non è comunque solo per "iniziati"; è possibile toccare il culmine, con difficoltà non elevate, traversando per cenge da Forcella del Valon. La conquista però ha valore di dettaglio, più panoramico e fotografico che altro.

1 dic 2017

Dove il vecchio Pelèle sparava all'orso

Nell'esplorazione, oggi più storiografica e cartografica che pedestre, dei toponimi legati alle persone che animano, soprattutto, la grande distesa  boschiva ai piedi delle cime delle Rochétes - in una delle zone di Cortina più ricche e misteriose in questo senso - mi è capitata "tra i piedi" la Tòuta del Pelèle.
Come la Sciàra del Zorzi e il Ziérmo del Tòuta, anche questo toponimo è localizzato in destra orografica della Val d'Ortié, alla base della Pala de l Orso, pendio posto ai margini delle rocce sul confine tra Ampezzo e S. Vito.
Secondo la storia, la ceppaia biforcuta che esisteva lassù sotto la quarta Rochéta ("fino a poco tempo fa", secondo il dizionario toponomastico di I. De Zanna e C. Berti, 1983) sarebbe nata tagliando due abeti gemelli e fu usata da un cacciatore Michielli, che di solito vi sistemava il fucile durante i suoi appostamenti.
Non è la "Tòuta del Pelèle", ma rende l'idea!
(foto p. g.c. italianostrasiena, 2015)
Il nome si lega dunque a un ceppo familiare, i Michielli Pelèle di Campo, ancora presenti in Ampezzo e Cadore: il loro nomignolo ricorda una voce dialettale tirolese, ma si trova anche in spagnolo col significato di “fantoccio, pagliaccetto”, e denomina un brano per pianoforte di "Goyescas" (1916), celebre raccolta del musicista iberico Granados.
Nel suo studio “Pallidi nomi di monti. Camminare nel territorio delle Regole d'Ampezzo tra linguistica, natura e storia" (1994), Lorenza Russo dubitava che la "ceppaia d'albero abbattuto del Michielli" (così suona letteralmente il toponimo) esistesse ancora - per cause naturali, giacché è facile pensare che un bosco così remoto non abbia mai subito cospicui tagli - e si poneva anche un'altra domanda. 
Se il Pelèle, cacciatore dei tempi andati ed esperto delle selve sotto le Rochétes, potesse essere stato l'uccisore dell'orso che diede il nome alla vicina Pala: il plantigrado è ufficialmente scomparso da Ampezzo intorno alla metà dell'800, ma si è rivisto nella zona di Pòusa Marza, in una fugace visita nella primavera 2009.

Spiz Gallina, oasi di wilderness ai piedi delle Dolomiti

In questi giorni di primavera, ma nel 1991, tre compagni accolsero la mia idea di provare una delle cime più strane del Bellunese: lo Spiz ...