28 mar 2015

Sulla Torre Inglese, "fiore dei miei vent'anni"

La "quinta" delle nobili Cinque Torri d'Averau, famosa e rinomata palestra degli Scoiattoli  - che in realtà non sono soltanto cinque, ma dieci, dopo il crollo della piccola Trephor - da oltre un secolo si denomina Torre Inglese
Come per molti altri oronimi, la cui storia spesso è abbastanza recente, anche in questo caso il nome alpinistico ha poco più di un secolo. 
La guglia, alta cinquantatré metri e individuabile già dal fondovalle (ad esempio, dalla località Pezié) per la sua forma a corno, fu scalata, infatti, per la prima volta da sud-est durante l'estate 1901. 
Il trio che raggiunse la bassa, ma slanciata sommità era formato dalle guide ampezzane Angelo Maioni Bociastòrta (1866-1953) e Sigismondo Menardi (Mondo de Jacòbe, 1869-1944), che accompagnavano il cliente James William Wyatt (1857-1939). In omaggio a Wyatt, da quel giorno d'inizio secolo lo snello pinnacolo  fu detto Torre Inglese. 
La Torre Inglese da nord,
foto E.M., 27 giugno 2009
Obiettivo di una salita breve, divertente e adatta ai neofiti (sono due lunghezze di 35 m, 3/3+), sulla solida dolomia della Torre Inglese hanno lasciato il loro nome alcuni noti alpinisti: nel 1924 il giovanissimo Severino Casara tracciò, per sbaglio, una variante alla via originaria; una dozzina d'anni dopo Gino Soldà salì da solo i 25 metri del liscio spigolo est, e nel 1960 Bepi Pellegrinon e Vittorio Fenti si attribuirono la prima salita del fotogenico spigolo ovest. 
L'Inglese fu la mia prima scalata in assoluto, legato alla corda dello Scoiattolo Luciano Da Pozzo (1974), e la quarta cima raggiunta in autonomia con la "ferraglia", dopo il Becco di Mezzodì. la Torre Lusy e la Torre Quarta Bassa. Ero con Luciano Ghezze, il 4 aprile del 1976.
Fu infine una delle rare salite che compii in solitaria, "nel fiore dei miei vent'anni".

19 mar 2015

La "Gran Piastra": una via che c'insegnò qualcosa

Alla fine di giugno del 1993, su proposta di Enrico – amico guida, con un debole per le cose originali - facemmo una via grunge, come si dice nel lessico moderno, divertente e del tutto fuori del consueto. 
Si trattava della via della Gran Piastra sul versante SSE del Piz dles Cunturines, il maestoso 3000 che domina la visuale lungo la strada che dal Passo Valparola scende verso la Val Badia. 
La cima, cui si accede abbastanza facilmente per l'interminabile vallone ghiaioso del Büsc da stlü (buco da chiudere), e in alto per un bel percorso attrezzato, ai rocciatori offre poco, per cui alpinisticamente non ha rilievo. 
La via della Gran Piastra, aperta il 27/6/1954 dal compianto Marino Dall’Oglio con L. Magni e L. Coni, inizia dal cengione del Bandiarac’ (percorrere il quale, oggi, è divenuto quasi un problema). Risale lo spigolo destro della piramide addossata al versante orientale del Piz  (la Piastrae incisa da un tipico solco orizzontale e dalla sua sommità, per canali, cenge e pareti, giunge ai 3064 m della vetta.
Il Piz dles Conturines, salendo al Piz Ciampei
9 settembre 2012 (foto E.M.)
E’ una via d’altri tempi, di difficoltà media ma lunga e tortuosa: dubito fortemente che in sessant'anni molti altri, oltre a Enrico e me, ci abbiano messo le mani! 
Vi trovammo diversi tratti bagnati e innevati, detriti dappertutto, un unico chiodo per di più rotto. L'ascensione in se stessa non mi diede grandi emozioni; i tiri di corda, alcuni dei quali comunque gradevoli, furono forse più di quindici e, dato che i passaggi meno facili si celano alla fine, per uscire in vetta ci occorsero circa otto ore dal parcheggio in Val Sciarè. La discesa in Val di Fanes sulla neve marcia del Büsc da Stlü, fu una tortura, ma ce la prendemmo comoda perché avevamo deciso di pernottare al Rifugio Lavarella e il giorno dopo fare un'altra via
La Gran Piastra non costituirà di certo un percorso da antologia, ma almeno c'insegnò qualcosa, se già non lo sapevamo: l'orientarci ad alta quota,  lo scalare un versante di rocce poco solide, il cercare i passaggi su una parete enorme, tutto sommato abbordabile ma isolata e complessa. 
Un particolare che non ho dimenticato? Giunto in vetta sfinito, mi sedetti per riprendere fiato: senza accorgermi urtai il casco che avevo appoggiato sulle ghiaie, facendolo precipitare per 500-600 metri nei meandri della parete e dando così il mio piccolo contributo all’inquinamento del selvaggio Piz dles Cunturines.

17 mar 2015

L'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", omaggio alla Montagna

Ampezzo vanta l'Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Fiorenzo Filippi, affiancato tre anni fa dall'Atlante toponomastico d'Ampezzo curato da Stefano Lorenzi; a San Vito l'Union Ladina d'Oltreciusa ha edito nel 2009 la Bozza di atlante dei nomi dei luoghi del territorio sanvitese; sui toponimi di Borca avevano scritto Bolcato, Zanetti e Sala nel 1998 e, di recente, a Selva è stata edita una cartina; a Venàs sembra che un lavoro sia quasi fatto, ma qualcuno dovrebbe curarne l'edizione.
Ora, quasi a quadrare il cerchio fra comunità vicine, esce l'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", frutto della passione di Luigi (Jijio) Belfi e del figlio Domenico. In tre tavole di dettaglio e una d'insieme di 125x96 cm, corredate da un volumetto con l’indice dei nomi per una migliore consultazione, gli autori hanno riunito 928 nomi di luogo e 191 di taulàs da monte (fienili di montagna) rinvenuti sui 4.688 ha. del Comune di Vodo. Jijo e Nico, architetto che continua a cercare, camminando, conferme toponomastiche sul terreno, hanno condensato nell'Atlante anni di ricerche, condotte con dedizione e attaccamento al loro paese.
Ritengo quest'operazione di grande valore culturale per le nostre comunità, in cui fino a tempi non antichi baite, boschi, campi, prati, persino rocce avevano tutti un nome, il cui significato spesso si è perso nel vortice della storia ed oggi è sempre meno facile comprendere.
Col declino delle attività agro-silvo-pastorali e il conseguente sfasamento del millenario rapporto dell'uomo con l'ambiente, la toponomastica montana andrebbe purtroppo a perdersi, se non fosse per la fissazione su supporti cartacei o magnetici, da parte di volenterosi appassionati, dei nomi noti o ricavati dai documenti e dal sapere di persone competenti.
Lasciando a chi di dovere l'incarico di analizzare l'etimologia dei toponimi vodesi, molti dei quali comunque appaiono anche nei territori vicini e sembrano chiari da capire, è importante sottolineare l'originalità e la bellezza di tanti nomi di luogo a Vodo, Peaio e Vinigo. E inoltre, il fatto che i Belfi hanno recuperato, fissandola all'anno 2000, anche l'onomastica di un “vanto” vodese: i quasi duecento taulàs da monte che – solo per fare un paragone - sui 25.457 ha. di Cortina (dove sono denominati caśoi)) sono soltanto una quarantina, quasi tutti di proprietà regoliera.
L'Atlante, sostenuto dal Comune, Magnifica Regola Grande, Regola Staccata di Vodo e Union Ladina d'Oltreciusa e patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, è stato presentato nella Sala della Regola a Vodo il 14 marzo scorso, davanti a un centinaio di interessati. Il lavoro ha sancito la passione di Jijio e Nico per la cose di casa, e con esso la toponomastica ladina ha guadagnato un altro tassello, di un puzzle multicolore e sempre da completare.
Un suggerimento a chi si procurerà un cofanetto: non lasciarlo esposto sullo “scaffale ladino” di casa, ma, se può, farsi magari plastificare qualche tavola e portarla con sé nel bosco, sui monti, a funghi, nei fienili, dovunque insomma possa tornargli utile. 
Concludo con un auspicio: che l'atlante toponomastico di Vodo s'imponga come un strumento di valore per conoscere, rispettare e amare il patrimonio inesauribile che è il territorio delle nostre comunità.

13 mar 2015

Bortolo Barbaria e il suo impegnativo camino

“Bortolìn Zuchìn”, al secolo Bortolo Barbaria, membro di un ceppo familiare estintosi poco meno di vent'anni fa e che ha dato a Cortina quattro guide di montagna, ebbe i natali nel villaggio di Bigontina il 9 aprile 1873. 
Primogenito di Giovanni (1850-1939), avventuroso personaggio che fu guida dal 1875 al 1910 circa, e agli inizi del Novecento costruì sulle rive del Lago di Federa il rifugio Barbaria, ceduto nel 1905 alla Sezione di Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco, Bortolo era falegname, e si distinse anche come valente intarsiatore. 
Promosso guida nel 1901, negli anni '10, con i colleghi Angelo Dibona e Celestino de Zanna, divenne uno dei primi tre istruttori, o maestri di sci, di Cortina. 
Barbaria fra Bruno Verzi (sin.) e Celso Degasper, anni '40
(da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Fu conosciuto come “l'uomo dei camini” poiché amava scalarli, e alcuni portano il suo nome. Il più celebre è senz'altro il “Camino Barbaria” (impegnativo ancora oggi!), sulla parete N del Becco di Mezzodì, salito con il collega Giuseppe Menardi Berto, Francesco Berti e Ludovico Miari di Venezia, il 19 agosto 1908. 
Ci sono poi altri due “camini Barbaria”, sulla Torre Wundt (Cadini di Misurina, salito con Secklmann, 1909) e sull'Averau (salito con S. Greenough, 1910). 
Nell'estate del 1913 Barbaria fece da guida all'accademico triestino Marino Lusy; con lui, il 1° agosto si spinse sulla più bassa delle tre vette che formano la Torre Seconda d'Averau, dedicata poi a Lusy dalle guide di Cortina. 
“Bortolìn”, che secondo il libro di vetta del Piz Popena, nell'estate del 1939 risultava ancora attivo come accompagnatore, morì nel febbraio 1953. 
Chi scrive, ovviamente, ha conosciuto questo alpinista solo in forma ideale, frequentando spesso - come migliaia d'altri appassionati - la via originaria della Torre Lusy, una classica delle Cinque Torri, che per oltre ottant'anni è stata associata per errore alla pur valente guida “Śacar de Radešchi”, alias Zaccaria Pompanin da Zuel.

05 mar 2015

Quando il Becco di Mezzodì "indossa il berretto"

Benedetta sapienza degli avi! Il Becco di Mezzodì, guglia di dolomia che svetta lungo il confine fra Cortina e San Vito, accompagna sulla destra orografica la conca di Cortina e si scorge nitidamente in quasi tutta la valle, si chiama così per una ragione astronomica: sulla sua sommità, infatti, il sole culmina a mezzogiorno in punto. 
Questo "orologio solare" fu sempre un punto di riferimento per i valligiani, boscaioli, cacciatori, contadini e pastori. Sembra però che le radici dell'oronimo  non siano poi così antiche: in Ampezzo, infatti, una volta la montagna - già riportata sulla carta dell'Anich a metà del '700, come "Sasso di Mezzodì" - era denominata Ra Ziéta, la civetta. 
Dal nome, che non si sa perché fosse stato affibbiato al torrione, nasce il detto “Canche ra Ziéta bete su ra bareta, inze poco tenpo ra peta” (“Quando il Becco di Mezzodì indossa il berretto, poco dopo picchierà”), ovvero, quando il Becco di Mezzodì si copre di nuvole (e la cosa, con il maltempo, non è certamente infrequente), presto cadrà la grandine. 
Corda doppia dal Becco di Mezzodì
sotto il diluvio, 1980 (foto E.M.)

Chiedendo venia del presenzialismo, a questo punto non posso tacere di aver vissuto anch'io le conseguenze della “bareta” del Becco. Un giorno d'estate dell'80, con gli amici del tempo, andai a salire la cima per la via normale (Siorpaes-Utterson Kelso, 1872), cui sono molto legato perché nel '75 fu la mia prima vera scalata, ed esattamente trent'anni dopo l'ultima. 
Mentre riposavamo beatamente in cima, il Becco "indossò il berretto": il tempo cambiò di brutto, tuoni e lampi scossero il cielo e scese il diluvio. Riunite le nostre cose, ci buttammo a rotta di collo verso valle ma, dovendo preparare le corde doppie necessarie per scendere i larghi camini della via normale, i tempi si allungarono e così ci beccammo tutta l'acqua del mondo. 
Varcammo la soglia del Rifugio Croda da Lago bagnati come pulcini: il rovescio era cessato e il Becco rifulgeva di nuovo nel tramonto dorato di quella giornata.

03 mar 2015

"Sonéte", poesie d'occasione in ladino d'Ampezzo, di Ernesto Majoni

Sonéte. Poesia modernes de ocajion par anpezan di Ernesto Majoni Coleto, 4° titolo della collana di poesia patrocinata dall'Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore, contiene sedici sonéte, poesie d'occasione composte secondo la tradizione ampezzana - un tempo assai vivace - di onorare fatti paesani, soprattutto festosi, con componimenti nell'idioma locale.
Dal 19° secolo, con Don Bortolo Zardini Zesta (1852) e Firmiliano Degasper Meneguto (1860), nella letteratura d'Ampezzo si contano centinaia di sonéte: il verseggiatore  più prolifico al riguardo fu certamente Arcangelo Dandrea (Canjelo Magro, 1895-1966), singolare esempio di autodidatta, autore anche di testi teatrali, attivo alla metà del '900. 
Se ne facevano per nascite, battesimi, genetliaci, sposalizi, coscrizioni, Carnevale, ordinazioni sacerdotali, ingresso di Parroci, inaugurazioni, spettacoli, persone in luce nel paese. Negli anni '80 e '90 del Novecento, l'autore ha voluto rinverdire l'usanza, dedicando versi in ladino anche a lauree, cittadini attivi nello sport, pensionamenti o dimissioni dal lavoro, oppure solo per il gusto di verseggiare, senza motivi specifici da onorare.
Alcuni componimenti seguono le regole del sonetto italiano (14 endecasillabi, con 4 rime alternate AB AB AB AB e 2 ripetute (CDE CDE); altri sono liberi; in tutti, comunque, l'autore ha sempre cercato di valorizzare l'assonanza delle parole rimate fra loro.
Non si tratta forse di letteratura avviata all'immortalità, ma l'autore ricorda con soddisfazione che i sonéte, quando furono offerti ai destinatari, riscossero un buon gradimento. I sonéte di questa piccola pubblicazione riguardano comunque un periodo tramontato, persone che hanno seguito strade diverse o sono scomparse, anni d'ispirazione poetica fervida ma poi rapidamente affievolitasi.
Vanno letti, dunque, senza impegno; vanno visti dal lettore come quadretti di vita locale di un quarto di secolo fa e più: gli anni della gioventù, in cui l'alienazione dei “social network” era ancora di là da venire, v'erano maggiori occasioni di ritrovarsi e stare insieme, e, in momenti festosi, qualcuno si prendeva il tempo di arricchirli con un soneto.
Questo, l'autore crede sia un po' venuto a mancare oggi. Ma forse non tutto è perduto.
Ernesto Majoni Coleto. Sonéte / Poesia modernes de ocajion / par anpezan, pagine 31, Tipografia Ghedina - Cortina d'Ampezzo 2015, € 6,00

Corno d’Angolo: chi l'avrà salito per primo, e perché?

Chi avrà salito per primo il  Corno d’Angolo, e perché?  Già noto ai pionieri con il nome tedesco di Eckhorn, dovuto alla sua posizione a...