24 lug 2018

1993-2018, nozze d'argento con l'Aiàrnola

Un quarto di secolo fa, il 25 luglio 1993, con mio fratello e l'amico Carlo decidemmo di far visita a un monte un po' "lontano" dal nostro solito raggio d'azione: l'Aiàrnola, tra Auronzo e Padola. 
immagine da: abcdolomiti.com

Tre domeniche prima eravamo saliti sulla vetta, poco distante e assai remunerativa, del Monte Rinaldo, e ci stuzzicava tornare da quelle parti, che al tempo non conoscevamo. Negli anni ci furono altre occasioni di frequentare i monti tra le Dolomiti Orientali e le Alpi Carniche, e oggi ritengo di aver conosciuto a sufficienza molte delle cime che incorniciano il Comelico.
Della traversata dell'Aiàrnola però mi resta solo qualche impressione, non credo di aver scattato neppure fotografie. Partimmo dal Passo Sant'Antonio di buon'ora, e della gita mi sono rimasti impressi alcuni momenti topici: l'accesso alle rocce tra prati e abetaie umide di rugiada; la traccia di salita sempre più erta, fino all'incrocio col sentiero che giunge dal lontano fondo della Val d'Ansiei; alcuni passaggi di roccia. nonostante l'età e l'allenamento, assolutamente non banali e infine, oltre gli impegnativi mille metri di dislivello, la visuale che si aprì dalla cima immersa nella solitudine.
Alla merenda e al riposino sotto il sole di luglio, seguì la discesa, su rocce friabili e delicate, a Forcella Valdarìn, in un'atmosfera fattasi di colpo nebbiosa e fredda, che aggiunse un po' di pepe alla traversata. Nel primo pomeriggio eravamo di nuovo al Passo, soddisfatti della nuova salita ma senza neppure una birra, poiché era tutto chiuso e abbandonato.
Quel 25 luglio, sui 2456 m della “fosca Aiarnola” di carducciana memoria, un mondo che mi parve quantomai remoto e isolato, non eravamo solo in tre. Accanto a noi vedevo i cacciatori, i pastori, i topografi cadorini e comelicesi e poi Franceschini e Bareggi, Mazzorana e Zandegiacomo, Sacco e De Zolt, Martini e Zambelli, i De Martin Pinter: tutti coloro che su quella cima hanno lasciato tracce di storia, contribuendo a far conoscere e apprezzare l'”avamposto del Popèra”, un angolo di mondo che purtroppo non abbiamo più toccato.

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