21 giu 2017

Madonna della Solitudine: un luogo, un nome, una nuova targa

Torno a scrivere della Madonna della Solitudine, ora che il luogo possiede un nuovo orpello: una targa di bronzo a ricordo del fu Bivacco Pia Helbig Dall'Oglio, costruito per iniziativa dell'Accademico del Cai Marino Dall'Oglio all'imbocco della vicina Val Montejèla, inaugurato il 19/9/1965 e demolito nel 2013 dal Cai Cortina per cessata utilità, vetustà e anni di cattivo uso.
Non molti sapranno che in quell'angolo solitario del gruppo della Croda Rossa c'è una piccola statua sacra; pochi poi conoscono l'esatta origine del suo poetico nome, promosso a toponimo e registrato in qualche pubblicazione. 
Siamo a circa 2000 metri, alla base delle Jeràlbes ("ghiaie bianche", ma in realtà rocce grigio-rossastre) che sostengono a nord-ovest la Val Montejèla, cuore selvaggio del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Qui il sentiero che sale da Cianpo de Crosc al Pian de Socroda si biforca. Lasciato a sinistra quello numerato con lo 0 (ufficialmente interdetto dal Parco), che presso la croce dedicata al pastore Simone Alverà "Grisc" s'innesta in quello diretto ai laghi di Fòsses, esso supera un ripido declivio erboso e giunge al sito dove sorgeva il Bivacco.
Sull'incrocio, in una nicchia delle Jeràlbes, il 29 settembre 1946 gli appassionati ampezzani Illuminato de Zanna "Bianco" e Guido Ghedina "Ponùco" si recarono a collocare di propria iniziativa una piccola statua della Vergine.
Il gesto risale ormai a parecchi decenni fa: da lungo tempo i due autori dimorano nel mondo dei più, ma la statua veglia sempre sui passanti, ha dato il nome al luogo e alla fine del '900 alcuni sconosciuti hanno "rotto" la sua solitudine murandole accanto una piastrella dipinta a ricordo di una giovane defunta. 
Da quest'anno poi, ai piedi della Madonna il Cai Cortina ha aggiunto una targa per ricordare il Bivacco demolito e il suo generoso finanziatore. La parete rocciosa si è così riempita di simboli, incluse le scritte ormai stinte che riportano le iniziali di de Zanna e Ghedina, le date di collocazione della statuina e dell'ultima visita di Illuminato, salito lassù a ottantasei anni nel 1982. Non mancano neppure chiodi e tracce di una vecchia via di Eugenio Cipriani, e si spera che a questo punto sia sufficiente.
La Madonna della Solitudine sulle Jeràlbes
(foto Roberto Vecellio, giugno 2017)
Per curiosità, soggiungo che anni fa il luogo fu al centro di una bufala. Qualcuno equivocò, avendo raccolto chissà dove il toponimo "Val Ponùco" ritenuto autoctono e antico, e volendo cimentarsi nella etimologia di quel presunto relitto di origine oscura. Ma era soltanto un "pesce d'aprile": il nome della fantomatica valle era lo stesso della famiglia, oggi estinta, di Guido Ghedina, diffuso da qualcuno a mo' di burla con ottimo risultato. 
Per il rispetto della storia, della cultura e delle persone, la statuina - una delle tante testimonianze devozionali sul territorio d'Ampezzo - andrebbe vigilata e tenuta in ordine. O perlomeno, sarà bene conservare e valorizzare il toponimo, nato dalla gratitudine di chi collocò la Madonna, ringraziando con un atto di fede la fine della guerra e dello sconvolgimento che coinvolse anche la valle d'Ampezzo.

15 giu 2017

La "Tèta", solitaria cima di Fòsses

Giunti ai piedi della Croda del Béco il 21 luglio 2007, fine settimana in cui si festeggiava il primo secolo di vita del rifugio Biella, occupammo una piccola parte della domenica trascorsa all'estremo nord d'Ampezzo, su una cima fino ad allora misconosciuta. 
Spesso presente in immagini del rifugio (sulle cartoline dell'Egererhűtte anteriori alla Grande Guerra, ma anche in seguito), la cima custodisce un unico, ma cospicuo motivo di attrazione: un vasto e istruttivo colpo d'occhio, che si estende fino alla vallata di Cortina e ai suoi nuclei abitati più a nord.
La cima, dal rifugio Biella (foto I.D.F., 22 luglio 2007)
Per questa ragione, molti tra coloro - perlopiù stranieri - che giungono al Biella al termine della prima tappa dell'Alta Via n. 1, attendendo di scendere ai vicini rifugi di Sennes e Fodara Vedla  non disdegnano di considerare per una passeggiata la cima di cui sopra, detta “Ra Téta”. 
Il nome ampezzano (che appresi solo quel giorno da un giovane collaboratore del rifugio), alludendo alla forma, identifica un rilievo di secondaria importanza, isolato e striato da magra vegetazione e del quale non sono noti né la quota né un oronimo ufficiale. 
Il rifugio Biella e la cima, in una cartolina del 1932
(raccolta E.M.)
"Ra Téta" emerge sul lunare altopiano di Fòsses a breve distanza dal rifugio Biella, dal quale si raggiunge in circa trenta minuti di scarso impegno. Sulla cima c'è solo il canonico ometto di sassi: quella mattina, mentre il rifugio brulicava di colori, persone, suoni e voci, noi ci godemmo a lungo la pace della sommità, immersa tra grandi e silenziosi orizzonti. 
Sicuramente la "Téta" fu visitata ab antiquo dai cacciatori che battevano l'altopiano di Fòsses cercando ungulati, un tempo numerosi, poi rarefatti per vari motivi e oggi in buona ripresa; e sicuramente la visitò anche qualche pastore che portava gli ovini a pascolare intorno al lago Grande. 
Penso che non fosse sfuggita nemmeno al pioniere Paul Grohmann, salito lassù nel settembre 1874 col marebbano Willeit, per scrivere da primo alpinista il proprio nome su una vetta che ha tre oronimi, uno per ogni comunità che qui confina: Seekofel per Braies e la Val Pusteria, Gran Sas dla Porta per Marebbe, Croda del Béco per Ampezzo.
Montagna senza eccessive ambizioni, ma comunque piacevole diversivo per chi ama uscire dalle piste troppo consuete, la "Téta" è stata una delle tante cime che hanno popolato i nostri taccuini: una gita breve e facile, ma insolita e gradita.

12 giu 2017

Spiaggia Verde, a quando il via?

10 giugno, sabato; una giornata di piena estate, senza nuvole né vento, temperatura alle 15.30: 23 gradi.
Spiaggia Verde, ex Lido Capo Verde, una delle stazioni "balneari" più elevate d'Italia, che sorge a 1300 m presso il Boite un paio di chilometri a nord di Fiames e dispone di un ristoro in legno con annesso parco giochi, a differenza del Rifugio Croda da Lago, che apriva lo stesso giorno (ma sorge ben più in alto, a 2042 m), è ancora tristemente chiusa. 
Capo Verde si materializzò intorno alla metà degli anni '90 al posto di una vecchia cava di inerti bonificata, grazie alla testardaggine di Alessandro Zardini Nòce, il noto “Zóco”, che aveva acquisito lo spazio dal Demanio, lo battezzò Capo Verde in omaggio all'arcipelago meta delle sue vacanze e con molta fatica riuscì a renderlo turisticamente appetibile. Rinnovato nell'aspetto e nella gestione, oggi costituisce un punto di riferimento per gli ospiti e anche per i locali, ma si preferisce forse sfruttarlo soltanto in luglio-agosto?
Spiaggia Verde: sullo sfondo la cima
delle Lavinores  (foto E.M., 10.6.17)
Il ristoro non è un rifugio alpino e il posto non ha interesse strettamente alpinistico, ma è comunque al centro di varie escursioni, di impegno e durata diversi. Dista circa 7 km da Cortina e, oltre che in auto e in Mtb, vi si giunge a piedi da Fiames in mezz'ora per il Bosco dell'Impero o, con un giro poco più lungo, dal Campeggio Olimpia attraverso il Pian de ra Spines, o ancora dal Tornichè di Podestagno per la strada di Fanes. 
Da qui, chi non riposa dispone di diverse mete a portata di scarponi o di pedali: Pian de Loa, Ponte Alto e Cascate di Fanes, Ponte dei Cadoris, Antruiles, Ra Stua, i ruderi di Podestagno e via via fino alla Val Fiorenza, Passo Posporcora, il sentiero 447 che conduce sul Col Rosà ... 
Ci è dispiaciuto, trovare il luogo ancora deserto in una giornata eccezionale; è sì stagione bassa, ma la gente già da tempo è in movimento, il sole batteva sulle ghiaie e la calura avrebbe offerto agli astanti, che non erano pochissimi, qualche momento di riposo nel verde, magari su una sdraio tra bibite e spuntini... 
Auspichiamo che Spiaggia Verde riesca a dare un lungo servizio alle estati ampezzane: per l'utilità che lo spazio, facilmente accessibile e indicato ad anziani e bambini, ricopre; per chi vuole "stare in montagna" senza fare tanta fatica, e qui può sostare magari dopo una breve escursione o una pedalata; per chi cerca l'aria e il sole, che spesso sui bianchi ciottoli del Pian da Fiames non dà tregua.

05 giu 2017

Nel 1500 si scalavano già le montagne di Cortina?

Nel romanzo storico “Sete di libertà e d’amore”, ambientato nella Cortina del secolo XVI e edito nel 2001, lo studioso Giuseppe Richebuono - muovendosi a cavallo fra mito e storia - ipotizzava che già nel 1500 in valle si fossero avute le conquiste di due montagne: il piccolo Bèco d’Aiàl e un indefinito "Pomagagnon". 
Fuori dalla storia documentata, l'autore collocava dunque le salite nel Medioevo, assegnandole a due ampezzani: Biagio di Col col padre Andrea la prima, Biagio da solo la seconda. 
Aldilà della verosimiglianza dei fatti, cui sarebbe lecito anche credere (di eventuali scalate anteriori al 1863 ben poco sappiamo), piace pensare che una delle antiche conquiste di monti a Cortina riguardi il "Pomagagnon": e poiché quella dorsale si articola in varie elevazioni, magari la Costa del Bartoldo (il nome però non è antichissimo), la più conosciuta - anche se solo la terza in ordine di altezza - tra le cime che incorniciano la conca verso nord. 
Cortina verso il Pomagagnon (cartolina
G. Ghedina, anni '40, raccolta E.M.)
Con la Costa, Richebuono ha un certo feeling: oltre ad aver dedicato alla 5^ Cengia, che vi sale da sud, la lunga poesia in ampezzano El barancio de ra Cuinta Cenja, il 6.7.1950 - come giovane cappellano della Parrocchia - in occasione dell'Anno Santo guidò in vetta 40 ragazzi dell'Azione Cattolica, portando i segmenti di una grande croce di legno e lamiera che fu benedetta e collocata sul punto più alto. 
Il 9.7.2000, per il 50° della lodevole iniziativa, lo storico (allora poco meno che ottantenne) tornò con alcuni amici del Cai Cortina a rivedere la cima e la croce, che da poco sostituiva quella originaria, rovinata dal maltempo. 
Tecnicamente, oggi che la 5^ Cengia non è più molto agevole, sulla Costa del Bartoldo da nord può salire comunque un escursionista, purché dotato di un po' di esperienza e avvedutezza: prima per un vallone detritico e romantico pascolo di camosci, poi per un diedro-canale inclinato di roccia levigata dall'acqua, che porta in cresta. 
Oltre alla romanzesca salita di Biagio di Col, chissà quanti bracconieri, cacciatori, militari, topografi potrebbero essersi spinti lassù, prima del 31.7.1900!
Quel giorno, infatti, i membri della “Squadra della Scarpa grossa” Glanvell, Saar e Domènigg, dopo aver percorso la cresta che unisce la Croda del Pomagagnon alla Costa, calarono in Val Granda per il diedro inclinato, testimoniando così la “prima discesa" di quello che oggi è l'accesso escursionistico, per quanto non banale, alla cima.

Madonna della Solitudine: un luogo, un nome, una nuova targa

Torno a scrivere della Madonna della Solitudine, ora che il luogo possiede un nuovo orpello: una targa di bronzo a ricordo del fu Bivacco P...