18 gen 2018

La Cima Cadin del Rifugio, prima arrampicata

Credevo che la prima cima sulla quale arrampicai fosse stata la Torre Inglese, che lo Scoiattolo Luciano Da Pozzo, incontrato per caso mentre passeggiavamo tra le Cinque Torri, ci fece scoprire nell'estate 1974. Nel 2004, però, dalla fotografia e dallo schizzo a pagina 325-326 della guida di Richard Goedeke “Sextener Dolomiten. Cristallo-Tofana–Fanes-Pragser Berge Extrem” prestatami dall'amico Marino Dall'Oglio, mi venne il dubbio che la prima cima su cui avevo messo le mani potesse essere stata un'altra, il Cadin del Rifugio nei Cadini di Misurina.
E così ricostruii la tessera del mosaico. Era il 1973, non avevo ancora quindici anni e con Roberto, un amico meranese che avevo conosciuto per lettera, col quale ci scrivemmo spesso e per un periodo ci scambiammo visite a Merano e in Ampezzo, andai a salire la ferrata Merlone sulla Cima Cadin NE, la nota ferrata "da pompieri” che anni fa nientemeno che Reinhold Messner voleva far smontare per risanare l'ambiente. Alla ferrata aggiungemmo anche l'ascensione del masso che si eleva dietro il rifugio Fonda Savio, tra esso e la Torre Wundt.
Quotato 2436 m, il masso si chiama Cima Cadin del Rifugio: il nome dev'essere stato dato all'inizio degli anni '50 dal gruppo di triestini impiegati nella costruzione del primo rifugio al Passo dei Tocci. Sopra il Fonda Savio, a pochi minuti dalla terrazza, inizia la cresta sud-ovest del Cadin, una settantina di metri di roccia buona, valutata di 2° grado. 
La cresta funge da via normale della Cima e attira chi voglia sgranchirsi un po' durante una sosta al rifugio, ma il Cadin non offre solo quell'accesso: sulle sue pareti e spigoli, infatti, a partire dal 1953 i triestini aprirono alcune brevi vie di medio impegno, ancora utilizzabili come divertente palestra.
Da sinistra: Torre Wundt, Cima Cadin del Rifugio
con la cresta SO e Rifugio Fonda Savio.
Quel giorno Roberto, io e qualcun altro percorremmo dunque in libera la cresta. Giunti in cima, immagino che ci sia parso di aver toccato il cielo, ma stranamente di quella "protoscalata" non mi era rimasto impresso granché.
Nonostante le occasioni che ebbi in seguito di salire al Fonda Savio (del quale ricordo l'ottimo strudel di mele) e soprattutto sulla Torre Wundt, scalata per 19 volte lungo la fessura Mazzorana-del Torso - una delle vie più gratificanti che abbia mai frequentato -, sulla Cima Cadin del Rifugio non rimisi più piede. E gli anni sono irreparabilmente volati.

10 gen 2018

Il Casón dei Cianpestrìs, luogo isolato e suggestivo

C'è troppa neve per salire, e così rivisito col pensiero un luogo quasi magico che ricordo con piacere: il Casón dei Cianpestrìs, che si trova a circa 1800 metri nei grandi boschi della riva sinistra orografica del Ru dei Aiàde, alle pendici del Col Jarinéi (Gruppo della Croda da Lago).
Il Casón sorge in un'area silvestre nella quale non c'è traccia degli eventuali appezzamenti da cui sembrerebbe avere ricavato il nome; si dice sia il ricovero pastorale più antico ancora presente in Ampezzo e non è familiare a molti, essendo accessibile per una pista forestale non segnata, scoscesa e un po' malconcia, che sale da Socòl passando per il Casón de Col de Vido e quello del Crojà de Posuógo. Avvicinarsi ai Cianpestrìs a piedi richiede due ore di cammino, con un dislivello di circa 700 metri.
Il Cason dei Cianpestrìs,
9.10.2004 (foto E.M.) 
Ormai fatiscente, la baita può servire ai pochi che vi transitano solo per ripararsi dalla pioggia, magari in discesa dalla soprastante Rochéta de Cianpolòngo; dal punto di vista storico, però, ha un grande valore, perché le travi interne recano alcune interessanti iscrizioni di pastori, tra le quali una del 1897 di Angelo Dibona, allora giovane vida di ovini e caprini e divenuto poi un mito dell'alpinismo.
Il manufatto, d'indubbio pregio culturale dunque, è in procinto di collassare per gli effetti del tempo: di recente ha attratto l'attenzione delle Regole proprietarie, che stanno pensando di spostarlo dal bosco a Pontechiesa, dove potrebbe godersi il meritato riposo presso il Museo Etnografico regoliero. 
Non so se sia tanto utile, visto il ridotto traffico in zona, ma pare che al suo posto sorgerà un altro baitello, che confido rispetti le sembianze e i materiali del precedente. Più che un richiamo turistico o alpinistico, però, mi figuro che il Cason dei Cianpestrìs rappresenti un emblema della vita, del lavoro, delle fatiche e della magra economia dei nostri avi.

5 gen 2018

5.1.92: compleanno al Prosecco sulla Punta Fiames

Alessandro, amico dal 1984 e ottimo compagno di corda in tante avventure, del quale purtroppo non trovo più i recapiti, compie 60 anni. Tanti cari auguri, "California"!
Nel 1992 Alessandro mi fece partecipe di un'idea: festeggiare insieme il suo 34° compleanno, in arrampicata. Fin qui nulla di eccezionale: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco sottintendeva compiere una salita almeno con un po' di neve e ghiaccio.
La Punta Fiames, d'inverno
(foto E. Maioni, guidedolomiti.com)
Dove andare? Eravamo giovani e decisi, e pensammo di provare la parete sud della Punta Fiames, lungo la quale ero già salito due volte d'inverno, e con Alessandro altre due d'estate. Per fortuna, fino a quel 5 gennaio non si erano viste grandi precipitazioni, per cui la parete era in buono stato e salimmo regolarmente, senza trovare ostacoli di rilievo.
Dopo le canoniche tre ore di scalata, uscimmo in cima allegri, godendo della solitudine assoluta: nel mio zaino c'era poco da mangiare e non c'erano regali, ma – di nascosto da Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a portare lassù una buona bottiglia di prosecco.
Ce la scolammo quasi tutta, mentre saltellavamo per il freddo sulla vetta innevata. Ovviamente gli effetti non mancarono: presi dall’euforia, infatti, alle tre del pomeriggio decidemmo di scendere per la ferrata Strobel. Tralascio i particolari del ritorno, secondo molti più consigliabile d'inverno (ma soltanto se la ferrata non sia troppo innevata!) e comunque più sicuro della traversata a Forcella Pomagagnon lungo la quale, nel marzo di due anni prima da solo, non mi ero trovato tanto bene...
Il tempo passava implacabile: scendevamo lenti, perché sulla pur mansueta ferrata le cenge erano coperte di neve dura, le scarpe non tenevano granché e il ghiaione basale si era trasformato in uno scivolo ripido e compatto, cosicché l'ultima mezz'ora, al tramonto, risultò abbastanza penosa.
Arrivammo integri all'Hotel Fiames solo grazie alla corda che avevamo usato in salita, al piccozzino e alla pila che il previdente amico, come per magia, aveva estratto dal suo zaino di epiche dimensioni. Un "pronto" a casa per rassicurare chi attendeva, e poi via lungo la Statale, a riprendere l’auto al parcheggio del Putti. Nel buio, al freddo e al gelo: ma dentro di noi c'era grande soddisfazione per la bella giornata appena conclusa.
Salutando l'amico che proseguiva per San Vito, gli proposi di festeggiare anche il mio 34° insieme su qualche via: solo che a me "piace vincere facile". Sono nato il 24 ottobre, e – salvo in stagioni anomale – normalmente in quei giorni l'inverno vero deve ancora farsi vedere...

18 dic 2017

Isidoro Siorpaes, "amico e buon compagno di corda"

Fra poco saranno sessant'anni dalla morte di un alpinista ampezzano che lasciò una traccia, seppur lieve, sui nostri monti: Isidoro Siorpaes Péar (dal soprannome materno, del casato Godini).
Classe 1883, scomparso settantacinquenne senza eredi, guida alpina secondo qualche autore, Siorpaes fu spesso ricordato da Federico Terschak, benemerito d'Ampezzo, come amico e buon compagno di corda.
Proprio con Terschak, il 10 agosto 1919 si rese protagonista di una salita che, se non per la difficoltà su roccia (2° grado), spicca per l'inventiva e perché fu la prima via aperta in Ampezzo italiana: la cresta sud della Punta Nera, oltre un chilometro sopra la valle del Boite.
Per superare la cresta, che fu ripetuta in tempi non lontani dall'alpinista Antonella Fornari, i due amici impiegarono sette ore, con un impegno non elevatissimo ma in un ambiente aspro.
Dibona, Apollonio e Siorpaes sulla via Dimai
in Tofana de Rozes (foto Terschak, raccolta E.M.)


Almeno finora, non è comunque quella l'unica prova disponibile dell'alpinismo del Péar. Ne ho altre due: una è la probabile prima ripetizione nel dopoguerra della via Dimai-Eötvös sulla parete sud della Tofana de Rozes, compiuta il 9 settembre 1920 con Terschak, Angelo Dibona e Giulio Apollonio; a essa si riferisce l'immagine qui accanto, tratta dall'edizione 1929 della Guida illustrata di Cortina d’Ampezzo e della conca ampezzana, fortunata opera dello stesso Terschak.
L'altra prova risale al 29 ottobre dello stesso 1920, quando Isidoro e Federico, col bellunese di madre ampezzana Gianangelo Sperti e Agostino Cancider, si aggiudicarono la II salita del Campanile Rosà, aguzzo torrione che si staglia sopra la piana di Fiames, per la via aperta un decennio prima da Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amedeo Girardi e Leopoldo Paolazzi.
Nessuna delle tre salite citate fu di scarso rilievo, neppure per il valente Isidoro, del quale purtroppo non ho altri dati. La convinzione che mi sono fatto su di lui, comunque, è che gli si debba riconoscere un ruolo nella cronaca alpinistica di Cortina del secolo scorso. 
Osservando la cresta della Punta Nera, che dai 2847 metri della cima scende verso il vecchio confine di Dogana tra canali, ghiaie, gendarmi e mughi, viene da pensare: ma quanti oggi la affronterebbero con lo spirito, la tecnica, l’attrezzatura di 99 anni fa (e senza la funivia di Faloria, che in un quarto d'ora porta in centro a Cortina)? 
Anche per questo, voglio ricordare il Péar,  con Terschak, Cancider, Apollonio e altri, anzitutto come uno dei primi "senza guida" ampezzani, modesto e valente esploratore delle nostre montagne.

14 dic 2017

79° incontro con "Le Dolomiti Bellunesi", semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno

Anche per questo Natale Le Dolomiti Bellunesi. Dalla Piave in su, semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno, propone ricerche sull'alpinismo, l'escursionismo, la natura e la storia; approfondimenti su uomini e montagne; divagazioni narrative; attività e problemi di alcune Sezioni provinciali del Cai; notizie di prime salite su vette bellunesi; recensioni di opere di autori o su argomenti locali.
Tutto questo anima il 79° numero del semestrale diretto da Silvano Cavallet ed Ernesto Majoni e pubblicato dalle Grafiche Antiga. In 123 pagine, dotate di ampia iconografia, il periodico illustra le opere e l'impegno di alpinisti, scrittori, donne e uomini che vivono tra le crode del Bellunese. Sin dal primo numero (estate 1978), la rivista ha avuto lo stesso obiettivo: quello di dare voce e volto all’alpinismo, nonché alla cultura, alla storia e alla vita delle valli tra il Comelico e il Grappa, di chi vi abita e le ama.
Anno per anno, con l'ausilio di decine di collaboratori, LDB ha acquistato credibilità e interesse fra i soci Cai della Provincia e oltre, riscuotendo il gradimento dei lettori e degli esperti del settore e proponendosi con successo nel panorama della pubblicistica nazionale.
Tra gli studi storico-culturali che occupano le prime 50 pagine del fascicolo, risaltano il racconto, affettuoso più che tecnico, di Andrea Carta sulla via normale alla Punta dei Tre Scarperi, il più misterioso Tremila dolomitico; Biciclette in Dolomiti, sul turismo a pedali tra i monti, di Giorgio Fontanive; Alla riscoperta della “Cava dell'Onice” di Caprile, sulla rivisitazione di una miniera ai piedi della Civetta, compiuta da Gianni Lovato col Gruppo Speleologico Proteo; Lino Conti e il suo Rifugio Popena, in cui Enrico Maioni e Mirella Conti tracciano la storia di un rifugio dalla vita breve e dall'amaro destino. Da segnalare poi La traversata delle quattro Rocchette, da Cortina a San Vito di Bruno Martinolli e Claudio Olivier,  una cavalcata in un angolo selvaggio e ricco di spunti esplorativi, naturalistici e storici, lungo il crinale che fu confine tra Ampezzo e il Cadore, il Tirolo e l'Italia.
La rivista concede spazio a un commosso ricordo di Armando Aste, grande alpinista molto legato alle Dolomiti Bellunesi, a relazioni di nuove salite e a recensioni di libri usciti da poco, che riguardano le nostre montagne. La foto di copertina di Apollonio Da Deppo, con gli Spalti di Toro innevati, rende omaggio al mezzo secolo dalla fondazione della Sezione Cai di Domegge, caduto la scorsa estate. 
Le Dolomiti Bellunesi di Natale 2017 spazia comunque anche su altri argomenti, cercando sempre di raccontare con partecipazione e orgoglio la cultura, la natura, la storia di monti e montanari dalla Piave in su.

9 dic 2017

Punta Giovannina, storia di una montagna difficile

Fa da sentinella, incombente, al rifugio Giussani nel cuore delle Tofane: ma quanti conoscono il nome e la storia di quella montagna?
La massiccia cima in questione si trova sul versante SO della Tofana Seconda ed è divisa dalla vetta più alta d'Ampezzo da Forcella del Valon, valico toccato durante la traversata dalle Tofane Seconda e Terza al rifugio. 
Quotato 2936 metri, domina Forcella Fontananégra con una parete gialla, nera e strapiombante, alta oltre 300 metri e visibile da lontano: il suo nome è Punta Giovannina. 
L'origine del toponimo, non molto antico e verosimilmente dovuto a una donna, è singolare. "Punta Giovannina" fu suggerito dalla guida Celso Degasper, primo salitore il 5 ottobre 1933, col collega Giuseppe Dimai Déo, della parete sud della montagna, che durante la Prima Guerra Mondiale forse gli Italiani avevano già visitato. 
Per festeggiare la salita, la Punta ebbe il nome di Giovann(in)a, Apollonio, dal 1930 moglie di Celso Degasper. La via delle due guide, ripetuta probabilmente una sola volta nell'estate 1951, dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Bruno Alberti Rodèla, fu poi devastata da una frana e oggi non è più percorribile.
Lacedelli, Michielli e Zardini  in vetta alla Giovannina,
14/7/60 (foto: Fini-Gandini, Zanichelli 1983)
In compenso, lungo gli strapiombi sovrastanti il rifugio Giussani, dal luglio 1960 furono aperte quattro vie, tutte di 6°. La prima fu quella di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel; dopo la prima solitaria della via Dibona (Angelo Ursella, 1968), nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego; nel marzo 1976 Modesto Alverà e Diego Ghedina salirono per primi, con un bivacco, la via Lacedelli d'inverno; nel 1996 Davide Alberti e Paolo Tassi hanno aperto "Super Toio", suggellando così, salvo ulteriori novità, la storia della cima. 
La Giovannina non è comunque solo per "iniziati"; è possibile toccare il culmine, con difficoltà non elevate, traversando per cenge da Forcella del Valon. La conquista però ha valore di dettaglio, più panoramico e fotografico che altro.

1 dic 2017

Dove il vecchio Pelèle sparava all'orso

Nell'esplorazione, oggi più storiografica e cartografica che pedestre, dei toponimi legati alle persone che animano, soprattutto, la grande distesa  boschiva ai piedi delle cime delle Rochétes - in una delle zone di Cortina più ricche e misteriose in questo senso - mi è capitata "tra i piedi" la Tòuta del Pelèle.
Come la Sciàra del Zorzi e il Ziérmo del Tòuta, anche questo toponimo è localizzato in destra orografica della Val d'Ortié, alla base della Pala de l Orso, pendio posto ai margini delle rocce sul confine tra Ampezzo e S. Vito.
Secondo la storia, la ceppaia biforcuta che esisteva lassù sotto la quarta Rochéta ("fino a poco tempo fa", secondo il dizionario toponomastico di I. De Zanna e C. Berti, 1983) sarebbe nata tagliando due abeti gemelli e fu usata da un cacciatore Michielli, che di solito vi sistemava il fucile durante i suoi appostamenti.
Non è la "Tòuta del Pelèle", ma rende l'idea!
(foto p. g.c. italianostrasiena, 2015)
Il nome si lega dunque a un ceppo familiare, i Michielli Pelèle di Campo, ancora presenti in Ampezzo e Cadore: il loro nomignolo ricorda una voce dialettale tirolese, ma si trova anche in spagnolo col significato di “fantoccio, pagliaccetto”, e denomina un brano per pianoforte di "Goyescas" (1916), celebre raccolta del musicista iberico Granados.
Nel suo studio “Pallidi nomi di monti. Camminare nel territorio delle Regole d'Ampezzo tra linguistica, natura e storia" (1994), Lorenza Russo dubitava che la "ceppaia d'albero abbattuto del Michielli" (così suona letteralmente il toponimo) esistesse ancora - per cause naturali, giacché è facile pensare che un bosco così remoto non abbia mai subito cospicui tagli - e si poneva anche un'altra domanda. 
Se il Pelèle, cacciatore dei tempi andati ed esperto delle selve sotto le Rochétes, potesse essere stato l'uccisore dell'orso che diede il nome alla vicina Pala: il plantigrado è ufficialmente scomparso da Ampezzo intorno alla metà dell'800, ma si è rivisto nella zona di Pòusa Marza, in una fugace visita nella primavera 2009.

La Cima Cadin del Rifugio, prima arrampicata

Credevo che la prima cima sulla quale arrampicai fosse stata la Torre Inglese, che lo Scoiattolo Luciano Da Pozzo, incontrato per caso ment...