20 lug 2018

Giulio Apollonio: alpinista, progettista e protagonista del turismo ampezzano

La storia turistica, e soprattutto impiantistica, di Cortina non può dimenticare l'ing. Giulio Apollonio, deus ex machina della Freccia nel Cielo, una delle funivie più importanti d'Italia che consente di giungere senza fatica sulla Tofana di Mezzo – vetta più alta d'Ampezzo e simbolo dell'alpinismo, sul quale il 29 agosto 1863 Paul Grohmann e Francesco Lacedelli "Checo da Melères" aprirono le porte alla conquista delle cime della valle - e godere di meravigliosi colpi d'occhio.
Figlio di Annibale, per molti anni ingegnere comunale a Trento, Giulio - classe 1896 - si laureò nel primo dopoguerra in ingegneria, tra i pochi a Cortina. Buon alpinista, il 9 settembre 1920 compì con Angelo Dibona, Isidoro Siorpaes e Federico Terschak la prima salita "in Ampezzo italiana" della via Eötvös-Dimai-Verzi-Siorpaes sulla parete sud della Tofana di Rozes. Il 3 agosto 1922, con Dibona, Enrico Gaspari e Agostino Cancider, fu tra i secondi salitori, tredici anni dopo l'apertura, dello spigolo sud-est della Punta Fiames, una delle più severe scalate dolomitiche dell'epoca.
Apollonio tra Dibona e Siorpaes, sulla parete S 
della Tofana de Rozes, 1920 (foto Terschak)
Nel solco della tradizione di famiglia che vide il padre tra i fondatori della Società Alpinisti Tridentini (di cui fu consigliere nel decennio 1881-1890) e il progettista dei curiosi rifugi “a cubo” del Trentino, Giulio Apollonio fu Presidente della SAT dal 1942 al 1944 e nel 1949 e consigliere dal 1934 al 1941, nel 1948 e dal 1950 al 1952. Concentrò gran parte della sua attività professionale sulla progettazione e sul restauro dei rifugi alpini, e il suo impegno confluì nello studio “Come costruire i nostri rifugi”, presentato con successo al 70° Congresso del Cai a Lucca nel 1958.
Il nome del professionista resta legato a un fortunato modello di bivacco in legno e lamiera per il ricovero di alpinisti ed escursionisti. Apollonio lo ideò durante la guerra e lo attuò nel suo paese, inaugurando nel 1954 il primo bivacco ampezzano, posto a Forcella Grande (Gruppo di Fanes) e dedicato a Gianni Della Chiesa. Il ricovero modello Apollonio, dell'ampiezza media di 6 mq, non era a semibotte come i precedenti ma a parallelepipedo con tetto arcuato e 9 brande che, rovesciate, fungono da ripiani e tavolini; la novità era la ventilazione, assicurata da una presa d’aria sulla porta e uno sfiatatoio sul tetto.
Comproprietario del rinomato Hotel Savoia, aperto nel 1923, e presente a Cortina anche nel settore amministrativo, negli anni Sessanta Giulio propugnò il progetto della funivia che sale dallo Stadio Olimpico del Ghiaccio in tre campate fino a 3195 m, sotto la vetta della seconda Tofana. Lo seguì e poté vederlo terminato nell'estate 1971. 
Si spense  il 9 agosto 1981, lasciando alla storia alpinistica e alla valle d'Ampezzo una ricca eredità tecnica, culturale e di accoglienza in campo turistico.

13 lug 2018

Curiosità di storia: la prima guida turistica di "Cortina italiana", 1923

Nonostante ostinate ricerche, fino a un anno fa supponevo che l'attività pubblicistica di promozione del turismo a Cortina svolta per decenni da Federico Terschak, alpinista, dirigente sportivo e scrittore di chiara fama, avesse esordito nel 1929.
È quello, infatti, l'anno cui risale la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, pubblicata dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per almeno quindici volte (fino al 1970) sia in italiano che in tedesco, con titoli e presso  editori diversi. 
Grazie a un incontro con un amico, anch'egli appassionato dell'editoria  su Cortina, però, ho dovuto rivedere le mie nozioni in materia. Terschak aveva esordito come autore di pubblicazioni turistiche a 24 anni, editando col padre Emil - allo scoppio della Grande Guerra - la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”. La guida, interessante pezzo d'antiquariato ristampato con accrescimenti e miglioramenti da S. Hirzel a Lipsia già nello stesso anno della prima edizione, contiene molte immagini, tra le quali alcune di scalate e rifugi alpini scattate da Federico, buon alpinista con e senza guide ed eccellente fotografo.
Passata Cortina all'Italia, nel 1923 la Tipografia Ronzon di Longarone licenziò subito la prima opera di Terschak in italiano, intitolata semplicemente “Guida di Cortina”; il giovane Federico ne risultava editore, mentre le sorelle Apollonio, titolari di un “negozio di chincaglieria” sul Corso Vittorio Emanuele, ne detenevano la proprietà riservata.
Munita di una carta stradale automobilistica curata dall'ufficio viaggi di Albino Dandrea con le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso”, gli orari degli autoservizi e alcuni box pubblicitari, in una quarantina di pagine la Guida contiene gli argomenti essenziali per conoscere Cortina: cenni storici sulla valle, descrizione del paese, passeggiate, gite, attività invernali e cenni pratici, terminando con l'elenco di alberghi, ville e case private, esercizi e servizi turistici. 
Nel piccolo volume, privo di immagini e sicuramente non comune, c'è tutto il germe dell'entusiasmo di Terschak, un germanico che - dopo la baraonda della 1^ Guerra Mondiale e l'aggregazione di Cortina alla Provincia di Belluno – s'impegnava per far continuare l'ascesa del paese nel firmamento turistico internazionale: un progetto meritevole di plauso, di una persona che non va dimenticata.

9 lug 2018

La pace alpina dei Śuoghe

Chi conosce e frequenta quei luoghi estranei al tempo e allo spazio, li denomina “I Śuoghe”, ma la toponomastica ampezzana identifica il punto più strategico della dorsale, in prevalenza boscosa, che scende a est della Croda de r’Ancona fino allo sbocco della Val di Gotres, come “Ra Ciadénes”. 
Un secolo fa, sui Śuoghe i combattenti di entrambi gli schieramenti furono costretti a passare per attaccare e difendere la sottostante posizione di Son Pòuses, e contro la dorsale fallirono senza rimedio i tentativi di assalto portati dal Regio Esercito fin dal giugno 1915. 
La quota 2053, coperta di conifere e distinta da un segnale trigonometrico, e quella - 50 m più bassa e su terreno aperto - dove la traccia di sentiero aperta dai soldati (già segnata e numerata, ma dismessa da decenni per problemi di manutenzione), giungendo lassù dalla SS 51 incontra quella che sale dalla Val di Gotres, offrono uno scenario solitario e struggente, e la possibilità di osservare sia opere belliche che fauna selvatica in un contesto di autentica pace. 
La zona, per fortuna poco reclamizzata, è un'ottima meta primaverile per misurare i garretti in vista di ben altri impegni, e di escursioni autunnali per sfidare la neve, che lassù pare arrivi spesso in ritardo rispetto ad altrove. 
Del resto, il pendio alberato e percorso da più tracce, che s'inerpica da Ospitale per 563 m di dislivello fino alla sommità della dorsale, è ben esposto al sole e al vento, tanto che è capitato di salirci d'inverno su terreno quasi asciutto. 
L'ultima salita in vetta, 26.11.2006
(foto I.D.F.)
Oggi non onoro più l'appuntamento che per anni avevo instaurato coi Śuoghe, ma resta dolce e indelebile il ricordo dell'ultima occasione in cui traversammo da Ospitale a Gotres in condizioni tardo-estive: era un'irripetibile domenica di fine novembre, vissuta fino agli ultimi istanti di cammino. 
Vale sempre l'auspicio di non sapere né vedere se anche lassù dovessero prendere piede le valorizzazioni, talvolta aberranti, di "promotori turistici" di ogni provenienza, che infrangerebbero definitivamente l’atmosfera di quel magnifico mondo. 
Anche da grande ho visitato i Śuoghe o Ra Ciadenes, fondamentali in guerra e quasi dimenticati in pace, sempre con la stessa curiosità e la gioia dello studente che salì per la prima volta lassù coi genitori, firmando a matita la trave di colmo della casamatta sommitale quasi cinquant'anni fa, il 1° maggio 1972. 

5 lug 2018

Punta Nera, cresta sud: una sola ripetizione?

Credo sia noto che, nelle indagini che mi diverto a svolgere sull'alpinismo a Cortina, sulla sua storia più che centenaria e su molti suoi personaggi, compare spesso un uomo dalla vita lunga e movimentata: Federico "Fritz" Terschak, alpinista, scialpinista, dirigente sportivo e scrittore germanico accasato in Ampezzo, che dagli anni '10 fin quasi ai '70 del secolo scorso fornì importanti contributi alla storia locale.
Per decenni Terschak esplorò a fondo - con la corda come con gli sci - la conca dov'era giunto bambino e dove si spense nel 1977, quasi novantenne, lasciando sui monti ampezzani molti percorsi inediti e oggi in massima parte snobbati dalle mode. 
Uno di questi riveste per me una certa curiosità: la cresta sud della Punta Nera, salita il 10 agosto di novantanove anni fa da Terschak e Isidoro Siorpaes, al tempo referente delle guide per la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco (ribattezzata nel 1920 Sezione di Cortina d'Ampezzo del Cai). L'interesse della via, più che nelle sue caratteristiche tecniche, sta nella cornice storica: fu infatti la prima via di roccia - e unica del 1919 - aperta sulle Dolomiti divenute da pochi mesi italiane.
Da S. Vito verso la Punta Nera (cartolina
austriaca del 1910, raccolta E.M.)
La via Terschak, di sviluppo chilometrico e con peculiarità esplorative in un contesto selvaggio, che inizia poco lontano dal trio di case di Dogana Vecchia, per quattro secoli confine di Stato, si conclude a 2847 metri sulla sommità martoriata dai fulmini della Punta Nera. Essa ha avuto almeno una ripetizione: quella di Antonella Fornari, cadorina d'adozione, scrittrice prolifica e cultrice delle vicende della Grande Guerra in Dolomiti.
Non ho i dati che, da "cronista di paese", servirebbero a contestualizzare meglio il fatto (data della ripetizione, nome dei compagni di cordata, ore impiegate, difficoltà riscontrate, eventuali curiosità), né immagini specifiche della cresta, ma sono riuscito a convincere Antonella a fissare qualche flash della sua lontana avventura in un pezzo, apparso nel numero Estate 2018 della rivista “Le Dolomiti Bellunesi” col titolo di “Sulla Punta Nera per la cresta sud”. 
Tanto può bastare, per integrare la storia e la memoria di Terschak, della Punta Nera, dell'alpinismo del primo '900 sulle Dolomiti a cavallo del confine, di una via che mi piacerebbe aver conosciuto.

30 giu 2018

“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, nuova pubblicazione del Parco

È in libreria “Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, un volume in edizione italiana e inglese curato da Michele Da Pozzo, Direttore del Parco Naturale nel territorio di Cortina. Nell'ampio panorama della pubblicistica sulle crode ampezzane, emerge per una caratteristica: nasce da "dentro", cioè da chi il territorio lo possiede e gestisce, le Regole d'Ampezzo.
Il libro mira alla valorizzazione culturale, in modo ragionato, dell’incalcolabile ricchezza paesaggistica e naturalistica della valle, senza intaccarne i lembi di integrità più vulnerabili e preziosi. In 191 pagine, l'opera - agile e di piccolo formato - presenta decine di opportunità di escursioni, suddivise per gruppi montuosi e dotate tutte di un minimo e costante livello di manutenzione, segnalazione e periodico controllo della sicurezza.
Oltre che per singolo gruppo montuoso, le escursioni vengono ripartite per tipo d'accesso: ad anello, con partenza/arrivo in un unico punto, o in traversata, con maggiori necessità di collegamento, anche con mezzi pubblici. Sono poi distribuite per grado di difficoltà, con particolare attenzione alle ferrate, su cui occorrono una congrua attrezzatura e preparazione psico-fisica.
“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo” intende introdurre il fruitore alle peculiarità ambientali, naturalistiche, storico-culturali dei monti di Cortina, e contiene una cartografia essenziale per ubicare gli itinerari nel circondario e nelle sue varie sub-zone geografiche. È pertanto necessario che il lettore intenzionato a partire porti al seguito cartine escursionistiche aggiornate, almeno in scala 1:25.000, per poter individuare nel dettaglio l’itinerario da seguire e i punti critici per l’orientamento.
L’opera offre 137 proposte: 65 anelli, 39 traversate e 33 ferrate, integrate da una ricca iconografia che propone svariati punti di vista, molto spesso inusuali, sull'assortimento e il fascino del paesaggio ampezzano; non mancano ragguagli su tempi e difficoltà di ogni itinerario, basati sulla stima delle capacità di un fruitore “medio”. Il volume si trova presso gli uffici delle Regole d'Ampezzo e in alcuni punti vendita di Cortina, a € 10,00 la copia.

28 giu 2018

Guglia Giuliana, due poco note vie di Comici

Risalendo il sentiero, sconnesso ma sistemato di recente, verso il canalino terminale d'accesso al Popena Basso (la cupola boscosa sopra Misurina, la cui larga parete giallo-grigia - grazie all'intuito di Severino Casara, che la superò per primo - da quasi un secolo fa da falesia di arrampicata), ho scattato alcune immagini a un elegante spuntone di forma curiosa che, nel suo piccolo, ha una bella storia. 
La Guglia Giuliana
(foto tratta da flickr.com)
Lo spuntone, che dal punto più basso si eleva per oltre 60 metri verso il cielo, ma dal lago non si scorge proprio agevolmente, si chiama Guglia Giuliana. Nel 1944 (una targa alla base della parete nord, presso il sentiero che sale sul Popena Basso, ricorda l'evento) la guglia ebbe il nome della padovana Giuliana Massaro, che arrampicò spesso a Misurina, partecipò ad un paio di vie nuove sui Cadini e lassù precipitò, ferendosi mortalmente. 
Fino al '44 la guglia si chiamava GUF, ed era stata dedicata - come volevano i tempi - ai Giovani Universitari Fascisti, articolazione universitaria del Partito, da Cavallini, Cottafavi, Fabjan e Pompei, i quali - con capocordata Emilio Comici, per alcuni anni guida a Misurina - l'avevano salita il 19.7.1934. 
Dopo di allora, sulla guglia tracciarono una variante alla via Comici la guida di Cortina Giuseppe Dimai e una via nuova in solitaria la guida di Auronzo Piero Mazzorana. Nel frattempo, il 4.9.1937, Comici risalì in vetta con Pompei per la parete nord, per un itinerario valutato di 5° e 6°. 
Ecco la cronistoria essenziale della guglia, cui gli eventi di metà secolo fecero cambiare nome. Non è un caso isolato: pure nel Sella c'era una Torre GUF, battezzata così da Arturo Tanesini nel 1934 e, dopo la caduta del regime, riportata al nome originario di Fiechtlturm, e nel gruppo del Cristallo c'è un rilievo che i primi salitori nel 1931 chiamarono "Croda Medaglia d'oro Giuriati" per ricordare Mario Giuriati, eroe di guerra milanese: poi il nome sparì dalle pubblicazioni, nonostante la cima sia massiccia e ben visibile. 
Sono piccoli dilemmi della storia patria!

26 giu 2018

Cinque Torri, via "Felix": itinerario da riscoprire?

Sull'ombrosa parete nord della Torre Grande, tra il percorso con cui nel 1910 Angelo Dibona spinse al 5° il limite dei gradi su quelle pareti, e quello di 5°+ segnato il 6.8.1933 da Angelo e Giuseppe Dimai, in allenamento per il balzo finale sulla nord della Cima Grande di Lavaredo, salita con Emilio Comici il 12-13-14 dello stesso mese, c'è anche la via ”Felix”. E' poco nota, e anche chi scrive la "scordò" nel libro dedicato nel 2000 alle Torri, “Su par ra Pénes de Naeròu. Storia, alpinismo, oronomastica delle Cinque Torri d'Averàu con varie curiosità”.
Parete N della Torre Grande: "Felix" sale a sinistra 
della visibile fessura centrale (foto E.M.) 

“Felix” fu aperta cinquant'anni dopo la vicina Dimai, nell'estate 1983, dal “Ragno” cadorino Icio Dall'Omo con Roberto Gaspari Moroto di Cortina. Potrebbe essere la prima delle circa 100 vie delle Torri aperte in ottica sportiva, poiché dopo due cordate, giunta su una cengia, va a confluire nella Dibona.
Lunga un'ottantina di metri e valutata fino al 6°, fu aperta senza chiodi, supponiamo con protezioni “moderne”, e fu il primo di una serie di tracciati ideati da Dall'Omo e amici sulle Torri e divenuti poi di moda. Corrisponde forse in parte alla via aperta successivamente dalla guida Mario Dibona con Armando Nascè, che però sale dritta fino in vetta alla Torre, con difficoltà più o meno uguali a "Felix".
Credo che la via di Icio e Roberto segni il discrimine tra l'alpinismo classico e quello attuale di itinerari di falesia, d'alto impegno, attrezzati a prova di bomba e sui quali la prestazione mira a limiti sempre più alti. 
Passata la gioventù, non sarei riuscito a salire di là e così, un giorno in cui con l'amico Mirco scendevo per lo sconnesso ghiaione che rasenta la parete, mi accontentai di sostare un attimo per osservare i movimenti di una cordata impegnata lassù.
Voglio ricordare qui la "Felix" a 35 anni dall'apertura, pensando che la solida parete sulla quale fu disegnata, non sia snobbata da chi apprezza anche le salite non fini a sé stesse, indirizzate verso una cima come la Torre Grande, che custodisce tante storie curiose.

Giulio Apollonio: alpinista, progettista e protagonista del turismo ampezzano

La storia turistica, e soprattutto impiantistica, di Cortina non può dimenticare l'ing. Giulio Apollonio, deus ex machina della Frecci...