18 ago 2017

Fritz Terschak, pioniere dello sport ampezzano, nel 40° della scomparsa

Friedrich Adolf (detto Fritz, poi Federico) Terschak - credo sia risaputo da chi conosce un po' di storia di Cortina e dai navigatori di questo blog - fu un alpinista, un dirigente sportivo e uno scrittore germanico, naturalizzato ampezzano.
Nato a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, visse a Ortisei dal 1893 al 1897, quando il padre Emil, alpinista, cultore dello sci e ottimo fotografo di montagna con radici boeme (1858-1915), traslocò con la moglie Henriette in Ampezzo del Tirolo per aprirvi uno studio fotografico. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Deutscher und Oesterreichischer Alpenverein già negli anni '10, fino al 1932 aprì una serie di vie e compì molte ripetizioni, alcune anche di elevata difficoltà, sui monti trentini e ampezzani (tra le vie nuove, che realizzò legandosi con vari amici e compagni, fra i quali spesso "Bepi" Degregorio, va ricordato il "Camino Terschak" sul Teston del Bartoldo del Pomagagnon, IV-V grado, superato con Hermann Kees il 19.7.1913). 
Il volume di storia dell'alpinismo
a Cortina di F. Terschak, edito a Roma nel 1953
Pioniere dello scialpinismo con all'attivo anche alcune prime, fu Vicepresidente del Club Alpino Accademico Italiano, cui era stato ammesso negli anni '20. Tra i fondatori del Bob Club Cortina, operò con energia per la crescita degli sport invernali, per i Campionati del Mondo di sci di Cortina nel 1941 e poi per i Giochi Olimpici del 1956, progettò i primi trampolini per il salto di Cortina e lasciò alcuni saggi, fra i quali spiccano la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (pubblicata in una quindicina di edizioni sempre aggiornate, in italiano e in tedesco, tra il 1923 e il 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri (1863-1943)" (Roma, 1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (Roma, 1956). 
Scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "Jàibar", sposata nel 1922; il Comune in cui trovò casa fin da bambino lo ha iscritto sulla lapide dei cittadini benemeriti nel cimitero, e la celebrazione odierna di una messa in suffragio nella Basilica Minore dei SS. Filippo e Giacomo, voluta da alcuni estimatori nel quarantesimo dalla morte, ha inteso ricordare la sua figura agli appassionati di montagna, locali e non.

11 ago 2017

Il Taé, grande montagna

Volendo redigere una classifica "Top Ten" di montagne di Cortina, in particolare di quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegno senza dubbio il posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa cima massiccia, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana Terza e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per 400 m verso la Val di Fanes, è rigata da striature che evocano le incisioni di un coltello su un tagliere: e in ampezzano il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti ad altri che presero da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo di moda. Sono note le vie di alta difficoltà che fin dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene che sia così. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, sicuramente battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un km di dislivello in salita da Antruiles, svela un mansueto culmine di erba e detriti, silenzioso e aperto. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine dei luoghi più usurati.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponticelli o scalette.
La cima richiede di sicuro un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compensa con abbondanza.

08 ago 2017

Sulla Torre Albino, guglia misteriosa delle Tofane

Sino a mezzo secolo fa lo spuntone, celato fra le balze meridionali di Ra Zéstes alle pendici delle Tofane, alto a sufficienza per meritarsi un minimo di considerazione e corposo quanto basta per avere un nome, era sconosciuto. 
Ci pensarono due agguerriti ampezzani, Franz Dallago e Armando Menardi, che giunsero in vetta il 27 agosto 1966. Lo spuntone fu battezzato Torre Albino, per onorare la memoria di Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida alpina che fece molto per la storia dell'alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta del '900, fino alla scomparsa, avvenuta sullo spigolo Comici della Torre Piccola di Falzarego il 19 aprile 1964. 
Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini
Punta Giovannina, 14.7.1960 (da: Fini-Gandini, 1983)

I due giovani avevano attaccato la torre sul versante orientale; ci vollero otto ore e una ventina di chiodi per aver ragione di un percorso lungo soltanto cento metri, ma con difficoltà di quinto e sesto grado. 
Da quel giorno del 1966, la Torre Albino guadagnò un nome e un'identità, per scivolare poi nel silenzio, come accade a tante cime e tante vie che - passata l'euforia dei primi - non diventano di moda. 
Qualche tempo dopo, il 6 luglio 1975, le guide Andrea Menardi e Guido Salton salirono anche loro a visitare quell'esile colonna, forse perché avevano intuito la possibilità di forzare un nuovo passaggio verso la cima.
In un'ora di ascensione ne domarono il diedro sud, che oppose minori difficoltà rispetto alla via Dallago-Menardi, e portarono così a 4 il numero dei visitatori della cima. 
Non indugiamo in deduzioni avventate, poiché gli elementi al riguardo sono scarsi, ma è plausibile che i primi 4 salitori della Torre, siano rimasti 4 o poco più: saremmo comunque contenti se qualcuno aggiungesse qualche dato aggiornato a questa storia. 
La Torre, quasi mimetizzata tra i dossi che da Ra Vales calano verso la Val Druscié, oggi rimane immota nella sua quiete. D'inverno gli sciatori e d'estate qualche escursionista non ci passano nemmeno troppo lontano; ma non sanno, e vanno oltre. 
Forse la curiosità è solo di chi scrive, che non ha mai visto la Torre Albino e non disdegnerebbe di scattare due fotografie a quella guglia misteriosa delle Tofane!

06 ago 2017

Un rifugio sotto il Dito di Dio: prima Pfalzgau, poi Luzzatti, oggi Vandelli

Ai piedi del circo nevoso in cui sgorgano le acque che alimentano il ceruleo lago del Sorapis, incavato nella roccia e privo di emissari superficiali, e s'infilano poi sotto il ciglione del ripiano glaciale uscendo per la cascata (pisc) che dà il nome al gruppo montuoso incombente, "sora (el) pisc" (Sorapìsc, dunque, non Soràpis!), l'8 agosto 1891 aprì la Pfalzgauhütte. 
Terzo dei ricoveri alpini costruiti in Ampezzo, a quota 1928  m poco distante dal confine del Tirolo e sotto l'appuntita cima del Dito di Dio, che si specchia nel lago, il rifugio fu voluto dalla Sezione del Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, città del medio Reno. 
Le vie principali per accedervi erano tre: da Federa Vecchia, sulla strada tra Auronzo e Misurina, per il sentiero che sale a fianco del salto del Pisc; dal valico di Tre Croci (un tempo detto In Zuogo), per il tracciato oggi più frequentato, attrezzato in alcuni punti, che taglia lo zoccolo delle Cime di Marcoira; o ancora, dal 1903, dalle Crepedèles (gli odierni Tondi di Faloria) per il sentiero del Ciadin del Lòudo, aperto dalla Sezione Ampezzo del Club Alpino, anch'esso attrezzato in un punto, e oggi abbreviato dalla Funivia Faloria che porta già in quota. 
La prima capanna presso il lago ebbe una vita assai breve. Sorgendo in una vallecola ombrosa e soggetta a notevoli accumuli nevosi, già nella primavera 1895, infatti,
La capanna Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo
(anno 1908, raccolta E.M.)
venne distrutta da una valanga, e prontamente ricostruita in posizione riparata un centinaio di metri più a nord. 
Nuovamente disastrata nel 1913, dopo il primo conflitto mondiale spettò come "bottino di guerra" alla Sezione del Cai di Venezia, che la rimise in piedi grazie a una donazione del socio Cesare Luigi Luzzatti, e la riaprì al nome del donatore il 22 giugno 1924. 
Cinque anni dopo, il 26-27 agosto 1929, sulla parete della Sorella di Mezzo alle spalle del rifugio, i giovani triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di sesto grado nelle Dolomiti. 
Denominato nel 1939 Rifugio Sorapis in ossequio alle leggi razziali, poiché Luzzatti era ebreo, il ricovero non ebbe danni dal secondo conflitto e poté riprendere a funzionare nel 1947, ma una dozzina di anni dopo fu sfortunatamente devastato da un incendio. 
Ricostruito più grande e confortevole, fu inaugurato il 18 settembre 1966 insieme con tre percorsi attrezzati (Berti, Vandelli e Minazio), che consentono di compiere il periplo del gruppo del Sorapis, e intitolato ad Alfonso Vandelli di Venezia. 
Storica base, tra l'altro, per le ormai obsolete salite sul Sorapis da nord, lungo la via originaria di Grohmann e la più difficile Müller del 1892, affidato per anni a gestori di Cortina (tra i quali si ricordano Teresa Padovan Mòuta, Tullio Alverà Poulùco e, a metà del '900, l'olimpionico di sci nordico "Fredi" Dibona Pilàto), da decenni il rifugio è gestito da famiglie auronzane e oggi si conferma come forse il più frequentato tra Cortina, Auronzo e Misurina.

03 ago 2017

Forcella Camin, tra monti selvaggi

Croda d'Antruiles, Forcella Camin, Croda Camin, 
da Son Pòuses (foto E.M., maggio 2011) 
Tristemente salito alla ribalta nel marzo 2007, quando una valanga investì gli scialpinisti Claudia Pompanin e Antonio Turolla, è un luogo ancora selvaggio e - data la selezione naturale che la sua posizione favorisce - è facile che così rimanga. 
Si tratta di Forcella Camin (2395 m), nel gruppo della Croda Rossa, sottogruppo di Bechéi, in una zona nota a cacciatori, pastori e topografi fin da tempi lontani.
Detritica e di magro pascolo, la forcella (per i marebbani Furcela dal Lé, trovandosi alla testata della Val dal Lé, sede del quasi secco lago Piciodèl) separa la Croda Camin dal Col Bechéi e unisce le Ruoibes de Inze al Valun de Rudo, percorso dalla strada Pederù - Fanes. Meta scialpinistica di un certo impegno, che richiede ottime condizioni di tempo, la Forcella sorge in un circondario di grande suggestione. 
Le Ruoibes "di dentro", parallele a quelle "di fuori", che dal Col Bechéi scendono in Antruiles, si incuneano tra Croda Camin e Lavinòres a N e Col Bechéi e Croda d'Antruiles a S, isolando un angolo affascinante, regno della solitudine e della fauna selvatica, tra cime visitate tra l'800 e il '900 dalla Squadra della Scarpa Grossa di von Glanvell e compagni.
Il terzo superiore delle Ruoibes, perlopiù detritico, è nominato nelle carte Igm come "Valle di mezzo"; quello mediano e quello inferiore sono boscosi e non esenti da frane per cui da Antruiles la valle si risale per un sentiero poco definito e ancor meno segnato, difficile da curare e valorizzare.
Da ragazzino, dopo essere scesi nelle Ruoibes dalla "cengia obliqua" delle Lavinòres (oggi fattasi più impegnativa di allora), non arrivammo in forcella per la salita che ce ne separava. Nel 1976, salito da Antruiles con i miei familiari, dopo aver sostato sul valico, scartammo l'idea di scendere al lago Piciodèl, troppo lontano dal punto di partenza, perché non avevamo la macchina. 
Risalimmo così il ripido e instabile canale a fianco della Croda Camin, fino all'intaglio in capo al Valun Gran. Da lì per lastre e detriti, passando sotto le guglie del Castello di Bancdalsè - sulle quali si era misurato per primo nel 1944 Severino Casara - scendemmo a chiudere con soddisfazione la gita a Fodara Vedla. 
Ripercorsi poi per due volte in senso antiorario l'anello, descritto anche da Danilo Pianetti in Le Alpi Venete (Estate 1988) col titolo "L'alta dimora degli dei è silenziosa": nell'ultima, proprio un 3 agosto, vi inaugurai i robusti scarponi che in seguito mi avrebbero guidato su decine di cime, e gustai a fondo la "wilderness" di quello stupendo angolo di Dolomiti.

29 lug 2017

Col de Giatèi

"Col de Giatèi: robusta collina rocciosa tra Piezza e la Val di Zonia, a 2183 m, con cui si arrestano verso Occidente le punte di Zonia; giatèi è un collettivo da giat, e si riferisce alle chiazze di vegetazione e ai cespugli di mirtilli del dorso settentrionale; peraltro giat è voce che ricorre con frequenza come nome di pianta." 
Col de Giatèi, da Fedàre (foto E.M.)
Così il professor Vito Pallabazzer descriveva il Col, rilievo minore del sottogruppo del Cernera che domina Piezza e Fedàre, nei suoi "Cenni storici, geografici e toponomastici sul Passo del Giau", usciti sulla rivista "Le Dolomiti Bellunesi". Era l'inizio degli anni '80, perché la SP 638 tra il passo e la Val Fiorentina non era ancora completata; oltre alla citazione del linguista collese, non mi è occorso di scovarne altre che - essendoci rimaste da scoprire in questi anni solo montagnette che un tempo non avremmo nemmeno guardato - stimolassero la visita a quel dosso un po' misterioso, per quanto abbastanza vicino a Cortina ed evidente dalla zona del Giau.
Questo finché Gianluca Calamelli non ha descritto il Col de Giatèi nella monografia "Cernera Mondeval Rocchette. Itinerari escursionistici nel comprensorio della Val Fiorentina", ospitata dall’Annuario del Caai 2016, ma forse meritevole di un'edizione autonoma.
Quando Iside e io abbiamo letto le note dell'amico Gianluca, però, già da due anni e mezzo avevamo  all'attivo la salita anche di quella piccola cima. Il Giatèi, per varie circostanze, mi ha dato una soddisfazione inversamente proporzionale alla sua corposità (in ogni caso, meno minuta di quanto non appaia dal basso) e alle peculiarità esclusivamente pedestri. 
Giovedì 27 luglio c’è stata l’occasione di tornare lassù, completando la traversata dal Passo con lo scavalcamento delle Crepe de Zonia, e scoprendo, a un tiro di schioppo da una strada ormai quasi in ostaggio a moto e biciclette, una “arena della solitudine” di messneriana memoria. 
La croce de vetta, verso
Colle Santa Lucia (foto I.D.F.)
Tra l’altro, stavolta sono apparsi evidenti i cippi di confine tra il Tirolo e Venezia, che si divisero la cresta dal 1787 al 1918 (quindi legittimando la conoscenza della cima fin dal 18° secolo), e sotto la sommità una piccola croce di legno, affacciata sulle case di Posàlz e Villagrande.
Col de Giatèi: un ameno poggio erboso, niente di strabiliante per il collezionista di grandi montagne, ma una cima preziosa, adatta per un'uscita breve e tranquilla in un luogo inedito nel cuore delle Dolomiti. 
Per salirvi non occorrono relazioni, anche se una esiste e si trova in un sito web di vie normali: il Col è solo il culmine di una cresta, un centinaio di metri di sbalzo prativo verde d'estate e rosso in autunno, dove tra vegetazione e mirtilli si respirano storia e silenzio e i pensieri corrono in libertà. Romantica cima davvero, il Col de Giatèi: resterà così per sempre?

26 lug 2017

Ricordo di Argìa, Giovanni e Mirka del Monte Piana

In Casa di Riposo a Pieve di Cadore, si è spenta sabato 22 luglio a novant'anni Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà meglio col nome Argìa e il cognome De Francesch. Dagli anni '60 Argìa - cugina della guida Piero Mazzorana, storico gestore del rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo - insieme ai familiari fu l'"anima" del rifugio dedicato al Maggiore romagnolo Angelo Bosi e situato a quota 2205 sul Monte Piana tra Misurina e Carbonin.
Il rifugio Monte Piana, in una cartolina
di epoca ignota (archivio E.M.)
Nel 1962 il consorte Giovanni De Francesch - nativo di Col di Cugnan - aveva acquisito dai miranesi Giuseppe e Lino Coin, che ne erano proprietari dai primi anni '50, l'edificio costruito in legno su iniziativa di Agostino Martinelli Bianchi, già Capitano degli Alpini, per ristorare gli ex combattenti che salivano sul Piana a cercare le tracce della Grande Guerra e commemorare i compagni caduti. Inaugurato il 29.6.1931 e poi ristrutturato, durante il conflitto l'edificio aveva ospitato il Comando tattico del 3° Battaglione del 55° Reggimento fanteria "Treviso" della Brigata Marche.
Dal 1965 al 1972, "Nani" De Francesch sistemò e ampliò il rifugio, posto sul versante sud-est del tavolato del Monte Piana a circa mezz'ora dalla sommità, ricavandone una struttura in muratura a due piani che gestì con la consorte e i figli Mirka e Mauro, e tanti ricordano come gradito obiettivo di escursioni sia estive che invernali.
Privata immaturamente di Giovanni e del sorriso dell'ancora giovane Mirka, ora anche Argìa se n'è andata, lasciando Mauro a gestire - con la consorte Lucia e le figlie - l'esercizio dedicato all'eroico graduato Angelo Bosi, caduto sul "Monte Pianto” il 17 luglio 1915. 
Nel rifugio e in chi lo frequentò resterà sempre il ricordo di Giovanni, Mirka e Argìa De Francesch che, con tanta fatica, dedizione e senso di ospitalità, hanno saputo avvalorare un luogo cruciale per la storia nazionale, arricchito dal "Museo storico all'aperto della grande guerra" che ogni anno richiama visitatori da numerose nazioni.

Fritz Terschak, pioniere dello sport ampezzano, nel 40° della scomparsa

Friedrich Adolf (detto Fritz, poi Federico) Terschak - credo sia risaputo da chi conosce un po' di storia di Cortina e dai navigatori d...