19 giu 2018

Rocchetta di Campolongo: l’aria finissima e i silenzi delle Dolomiti dimenticate

Una cima delle Dolomiti Ampezzane negletta dagli alpinisti, mai relazionata nei libri fino al 2012 e paradossalmente – per quanto sempre poco battuta – più nota oggi, in un'epoca in cui si cercano sempre più spesso luoghi “diversi”, estranei alle mode, alla confusione, al “preconfezionamento alpinistico”, è fuor di dubbio la Rocchetta di Campolongo, quarta e penultima cima per altezza della catena che continua la dorsale del Becco di Mezzodì a SO della conca di Cortina e va a chiudere il perimetro comunale all’altezza di Dogana Vecchia.
Quotata 2371 m e priva di serie difficoltà alpinistiche, raggiungibile con una robusta camminata che può iniziare dal ponte di Socòl (1276 m di dislivello) o da quello di Rocurto sulla strada Pocol - Passo Giau (666 m di dislivello, tragitto comunque piuttosto lungo), è frequentata in buona parte da locali. Secondo il libretto di vetta, che sostituisce quello originario, posto nell'estate 1986 con una tabella altimetrica e qualche segno di vernice sulla via normale, da un gruppo di amici di Zuel, vi salgono però spesso anche alpinisti provenienti da lontano.
Meta di escursioni collettive (la Sezione del Cai di Cortina vi portò diciotto persone e un cagnolino nel settembre 2004, quella di Conegliano vi è salita nell'estate 2013), solcata sul versante cadorino da alcune vie di roccia di difficoltà classiche, la Rocchetta è conosciuta perché il 16.10.1999 una coppia di locali scoprì casualmente sulle rocce sommitali, a 220 anni dall’incisione, un “doppio” termine di confine numero 1 tra Ampezzo e San Vito (allora tra Impero Asburgico e Repubblica di Venezia).
Col Cai di Cortina sulla Rocchetta di Campolongo,
5.9.2004 (foto di C. Bortot)
All'epoca ne scrissi, cercai chiarimenti, feci ipotesi, poi tutto ritornò tra i piccoli misteri della microstoria; comunque, sulla cima e alle sue pendici il segno di confine numero 1 tra Cortina e il Cadore è marcato due volte, e ci sono voluti due secoli e più per evidenziarlo. 
Qualche appassionato di luoghi romiti è salito sulla Rocchetta anche direttamente dal lato nord, che guarda verso la conca d'Ampezzo, per un itinerario forse inedito, di cui però so poco e magari scriverò qualcosa in futuro. 
In ogni caso, la cima ormai sgombra dalla neve anche quest’estate attende qualche altro curioso, che salga a godere l’aria finissima e i silenzi delle Dolomiti dimenticate.

29 mag 2018

Arcangelo Siorpaes, guida alpina e albergatore, nel 70° della morte

Il 27.5.1948, poco prima di compiere ottant'anni, moriva una valente guida alpina ampezzana, forse meno in vista di altre dello stesso periodo storico, ma pur sempre protagonista di molte salite e poi dell'ospitalità turistica della valle: Arcangelo Siorpaes, conosciuto nella valle come “Cànjelo de Valbona”. 
Il Gasthof zur Alpenrose di Fiames
Nipote del famoso pioniere Santo Siorpaes, principalmente Arcangelo fu guardacaccia; promosso guida nel 1893, due anni dopo scortò l'anziano zio Santo nella sua ultima salita con clienti sul Piz Popéna, e rimase in esercizio fino allo scoppio del grande conflitto. La guida arrampicò spesso sulle Marmarole (dove tra il 12 e il 25.8.1900, con vari colleghi e clienti, salì per primo la Cima Belprà dalla Val de Ruséco, la Cima Scotèr dallo stesso versante, la Pala di Meduce dalla Vallonga e la Cima Tiziano dalla forcella omonima), sul Sorapis (dove salì per primo col cliente H. Clive le Tre Sorelle dal Ghiacciaio Orientale, 26.8.1894) e nelle Dolomiti di Sesto. In quel gruppo, l'11.8.1897 prese parte alla sua prima più complessa, la parete N della Croda dei Toni. La salita della via, di buon impegno e svolgentesi in un ambiente severo, fu condotta dal cugino Giovanni Cesare, “Jan de Santo”: le due guide scortavano i forti alpinisti germanici Adolf e Emil Witzenmann. 
Con la guerra, Siorpaes smise il mestiere di guida per seguire il “Gasthof zur Alpenrose” ("Hotel al Rododendro"), che aveva costruito prima del 1905 a Fiames, lungo la Strada di Alemagna a 5 km dal centro di Cortina. L'Hotel passò poi al figlio Massimiliano, ai nipoti Massenzio ed Enrico e oggi continua coi pronipoti Davide e Lara. Un ritratto a colori della struttura risalta ancor oggi nel bar del Gasthof, divenuto dopo la Grande Guerra "Hotel Fiames", molto noto agli ampezzani e punto d'appoggio, fra l'altro, per le vie ferrate dedicate ad Albino Michielli Strobel sulla Punta Fiames e ad Ettore Bovero sul Col Rosà. La fotografia ritrae l'albergo sullo sfondo della prospiciente parete SO del colle: ascesa per la prima volta da Robert Corry con le guide Antonio Dimai e Zaccaria Pompanin nel giugno 1899, la parete - visibile e non molto lontana da Fiames - fu quasi certamente nota anche a “Cànjelo” e ai suoi clienti.

17 mag 2018

Ristampato il libro “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”

La famiglia Alberti Lèlo, proprietaria e gestrice della struttura, ha promosso in questi giorni la ristampa anastatica di “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, volume di Ernesto Majoni uscito 14 anni fa in occasione del secolo di vita del rifugio sotto la Torre Grande d'Averau. Le 64 pagine ricche di immagini d'epoca erano esaurito da tempo ma ancora richieste da alpinisti e bibliofili: ora il volume è nuovamente disponibile presso la famiglia Alberti a Zuel di Sopra, in alcune rivendite e dal 9 giugno al rifugio, che riaprirà per la stagione estiva.
In "Rifugio Cinque Torri 1904-2004" l'autore inizia la storia nel 1842 con la nascita di Giuseppe Ghedina Tomàsc, guida alpina che il 17.9.1880 condusse l’inglese C. G. Wall sulla Torre Grande, massima elevazione del gruppo detto Monte Castellat, dando avvio alla sua esplorazione. Nel 1904 i fratelli Mansueto e Giuseppe Manaigo e Agostino Colli, intuendo che le torri – alcune delle quali già note ai primi alpinisti - costituivano un buon richiamo ma difettavano di un ricovero e ristoro per i visitatori, costruirono l’Albergo 5 Torri, inizialmente in legno a piano unico e poi in muratura a tre piani e con una ventina di cuccette. Uscito praticamente indenne dai due conflitti mondiali, nel '63 l'edificio fu ampliato con la sala da pranzo e oggi – costantemente migliorato e raggiungibile anche con una strada, chiusa in agosto e ottima pista per escursioni invernali con gli sci o le ciaspe - conserva ancora lo stile della casa originaria.
Le Cinque Torri sono una meta molto gettonata e di facile accesso. Tanti escursionisti che passano lassù si dirigono poi più avanti, verso il Nuvolau, la Croda da Lago, i passi Falzarego e Giau o le vie ferrate della Gusela e dell’Averau, ma sulle Torri gli scalatori non mancano. Un tempo erano molto battute tutte le vie classiche delle guglie: Via delle Guide, Myriam, Riss, Diretta, Nord del Barancio, Lusy, Quarta Bassa, Inglese. Da un buon trentennio esse sono state in parte superate dai numerosi tiri moderni, molto duri, spesso brevi ma privi del piacere della vetta.
Il rifugio ha sempre tanto lavoro. Noto anche per la ricca offerta culinaria, è una tappa obbligata per escursionisti, guide alpine e scuole di roccia, scalatori d'antan, climbers, buongustai italiani e stranieri che lassù si satollano. La storia del Cinque Torri offre fatti e curiosità di rilievo: passato per due guerre, dall'Impero al Regno e alla Repubblica, il rifugio lavora da oltre un secolo con impegno e sacrificio, sempre affrontati di buon grado dai proprietari (giunti alla quarta generazione), che sotto le Torri hanno realizzato un valido punto di riferimento per Cortina e l'alpinismo. L’accogliente struttura, in cui si respira ancora l'autentica aria del rifugio alpino, è una pietra miliare dell'ospitalità in Dolomiti, nota e amata, e il libro di Majoni appena ristampato vuole perpetuarne la storia e la memoria.

Ernesto Majoni, “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, Tipografia Print House Cortina d’Ampezzo 2004 – ristampa anastatica 2018, pagine 64 con immagini in b/n.

8 mag 2018

Giacomo Colli, guida e rifugista, a 100 anni dalla morte

Poco meno di un secolo fa, il 22 giugno 1918, concludeva l'esistenza nella sua casa, nel villaggio di Col, Giacomo Colli Saèrio. Nato nel 1855, a trentaquattro anni aveva conseguito la licenza per esercitare la professione di guida, che gli venne poi rinnovata per un quarto di secolo. 
Giacomo Colli Saèrio, guida e rifugista
(20.5.1855-22.6.1918)
Pur trovandosi nella piena maturità nel periodo in cui “il livello tecnico alpinistico delle guide locali era altissimo”, fu soltanto una "guida per montagne basse", una di quelle disponibili a condurre clienti a piedi o a cavallo attraverso i passi e le valli dolomitiche o in semplici escursioni. Nella storia locale, di Colli si ricorda il soprannome “di Falzarego”, poiché fu uno dei primi, se non proprio il primo rifugista della conca. 
Rilevò, infatti, dal padre Francesco Saverio e poi mantenne per lungo tempo la gestione dell’Ospizio Falzarego, situato prima del passo omonimo sulla Strada delle Dolomiti, completata nel 1909, che sostituì la carreggiabile fra Ampezzo e Livinallongo. Il fabbricato, eretto dalla Magnifica Comunità ampezzana già nel 1868 per ospitare chi transitava per Falzarego, pur essendo la prima struttura d'interesse alpinistico della conca, non fu mai ritenuto un rifugio alpino; anzi, dopo essere stato dotato di una stazione postelegrafonica, nel 1905 fu trasformato in un vero e proprio albergo. 
All'epoca, per rilasciare la concessione a gestirlo, il Comune poneva obblighi rigorosi: apertura garantita fino al 20 novembre di ogni anno e in ogni condizione di tempo; obbligo per il custode di “mantenere la strada dal confine di Livinallongo fino a Cianzopé”, e di essere “fornito di vettovaglie e di buone bibite nonché di foraggi, dei quali avrà sempre una provvigione di almeno 300 chili di fieno e sufficiente quantità di avena”; il capitolato infine, curiosamente stabiliva che “l’Ospizio non potrà giammai essere abbandonato in mano a sole donne.” Per cui, tra il lavoro e gli obblighi ai quali sottostare e avendo moglie e due figlie femmine, quando mai il Saèrio avrà avuto il tempo di scorrazzare per le montagne?
Nel 1907 la gestione dell'Ospizio passò all'imprenditore, bolzanino ma nato in Grecia, Theodor Christomannos (1854-1911). Fautore della Strada delle Dolomiti, il successore di Colli  gestiva già una struttura analoga  sul Pordoi e tenne quella di Falzarego per poco tempo, poiché morì a soli cinquantasei anni. Raso al suolo dall'artiglieria allo scoppio della prima guerra mondiale, dell'Ospizio - Albergo Falzarego sopravvive in pratica soltanto qualche fotografia.

4 mag 2018

Su un "quinto stagno" del grande Angelo Dibona

A sinistra della via normale alla Torre Grande d'Averau dal versante Tofana, scoperta il 17 settembre 1880 da Giuseppe Ghedina Tomàsc col britannico C.G. Wall, si eleva l'ombrosa parete nord della Torre, ben visibile solo da chi si interni fra le guglie e solcata da poche, ma impegnative vie.
La più antica di queste ha oltre un secolo di vita: risale, infatti, all'ottobre 1910, si dovette ad Angelo Dibona e Celestino de Zanna che guidavano l'albergatore Amedeo Girardi, e spicca perché su di essa - cinque anni dopo la Dimai del Campanile omonimo e uno dopo lo spigolo Jori della Punta Fiames - si toccò per la prima volta sulle Torri il 5° grado, limite alpinistico del tempo.
Il tratto più "stagno" dell'itinerario, che in totale misura un centinaio di metri, sta nella cordata basale e si sostanzia nella fessura che un grande ”orecchio” di dolomia forma addossandosi alla parete verticale; inizia strapiombando, si fa sempre più larga man mano che sale e la cordata di Dibona la superò, ovviamente, senz'alcun mezzo artificiale.
Torre Grande, parete nord della Cima Nord 
Sulla destra, l'"orecchio" (foto E.M., 2009) 

Non saprei quanto frequenti siano le ascensioni della via, la prima di quelle nuove di Dibona sulle Torri (fra le quali Angelo scalò nel settembre 1911 la Quarta Bassa e Alta, e sedici anni dopo, coi colleghi Apollonio e Verzi, raggiunse in traversata aerea la piccola Trephor. Non ho riscontrato invece nelle fonti la variante alla via Myriam sulla Torre Grande, che Angelo avrebbe tracciato con un cliente ignoto nel luglio 1928. 
Dopo oltre un trentennio, ho ancora in mente quella salita, per vari motivi: la verticalità e la solidità della parete; l’esposizione della prima lunghezza di corda, allora provvista di un solo chiodo di assicurazione; l'orgoglio di conoscere un "quinto" del leggendario Dibona, che proprio nel biennio 1910-1911 compì alcune delle sue prime più “mostruose” sulle Alpi. Al confronto di quelle, la nord della Torre Grande d'Averau dovette sicuramente rappresentare un puro "divertissèment" in chiusura di stagione, prima che l'inverno consigliasse di riporre le corde in soffitta.

27 apr 2018

L'ultima via di 6° grado di Lino Lacedelli

Sono passati quarantacinque anni da quando fu aperta una via nuova sulle Cinque Torri a Cortina. Non è sicuramente un grande anniversario, è soltanto una chicca per i pochi che coltivano storie e memorie legate alla montagna ampezzana, ma è una data degna di menzione, per più di una ragione.
Mi riferisco alla poco nota “via René”, tracciata sulla parete nord della Torre Quarta Alta il 15.4.1973 da due amici quasi cinquantenni e fortissimi scalatori: Lino Lacedelli e Renato De Pol, che nell’estate precedente con Alfonso Colli si erano sbizzarriti sui più rinomati sesti gradi tra le Tofane e le Tre Cime.
Torre Quarta Alta, da est
(foto E.M., giugno 2009)
Seconda ragione: la via fu forse l’ultima aperta sulle Cinque Torri con intenti classici più che sportivi, quindi senza chiodi a pressione e raggiungendo una vetta. Terza: i membri della cordata sono entrambi scomparsi. Mentre Lacedelli si è spento nel suo letto nel 2009, ultraottantenne, “René” cadde solo quindici giorni dopo la via nuova, il 1° maggio, mentre saliva per la ventiseiesima volta il classico spigolo "Jori" della Punta Fiames, facendo da primo di cordata a Lino e a Marisa Zangiacomi.
Quarta ragione: la nord della Quarta Alta, che conta almeno una ripetizione nei primi anni '80, per merito di giovani conoscenti, fu l’ultima via aperta da Lino; ciò accadde quasi ventinove anni dopo la prima, lo spigolo ovest della Torre Grande - Cima Ovest, scalato il 9.7.1944 con Faustino Constantini (classe 1926) e Duilio Alberti (classe 1929).
In ogni caso la via "Renè" manca nelle prime ascensioni compiute da guide di Cortina e riportate in calce al volume di F. Fini e C. Gandini (1983). Relazionata su una rivista del Cai e poi nella guida Cinque Torri. La palestra degli Scoiattoli di F. Dallago e S. Alverà (1987), si sviluppa per circa settanta metri su difficoltà dichiarate di sesto grado e poi riclassificate in quinto e quinto superiore.
L'ascensione della fredda parete nord della Quarta Alta, pinnacolo che pare sfidi la legge di gravità emergendo sbilenco nel mezzo delle fantastiche torri d’Averau, comprova la passione e la bravura di due alpinisti della vecchia guardia e un modo di approcciare la montagna ormai desueto, con buona pace di chi lo ricorda.

19 apr 2018

"Fritz", "Dòro", la Punta Nera e Antonella: spigolature su una via dimenticata

Credo ormai i miei lettori sappiano che, negli studi che conduco sull'alpinismo ampezzano, la sua lunga storia ed i suoi protagonisti, compare spesso un personaggio di valore e mai troppo conosciuto: Federico “Fritz” Terschak (1890-1977). Alpinista, sciatore, dirigente sportivo e scrittore di Monaco di Baviera ma naturalizzato ampezzano, tra gli anni Dieci e i Sessanta del secolo scorso Terschak fornì un contributo importante alla storia di Cortina.
Per più di un quarto di secolo “Fritz” esplorò a fondo – con la corda come con gli sci - le montagne della valle dov'era giunto da bambino, scoprendo molti itinerari su roccia e neve inediti e oggi in gran parte dimenticati, perché surclassati dalle mode. Uno di questi mi ha sempre attirato: la cresta sud della Punta Nera del Sorapis, salita da Terschak con Isidoro Siorpaes (1883-1958), all'epoca referente delle guide per la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., il 10 agosto di novantanove anni fa: quella fu la prima via nuova nella valle appena passata al Regno d'Italia.
San Vito, la Punta Nera e la Croda Marcora
in una cartolina austriaca, 1910 (racc. E.M.)
Ho saputo da poco che la via Terschak - Siorpaes, una lunghissima sgroppata di stampo esplorativo in un contesto molto impervio, che inizia praticamente poco sopra il vecchio confine di Dogana e si conclude a 2847 m, ha almeno una ripetizione, dovuta all'alpinista e scrittrice Antonella Fornari, cadorina d'adozione e brava studiosa delle vicende belliche dolomitiche.
Non possiedo i dati che, da storico dilettante, reputo siano necessari per poter inquadrare i fatti dell'alpinismo (data della salita, nome dei compagni di cordata, tempo impiegato, difficoltà riscontrate), né ho trovato immagini antiche o recenti della via, ma sono lieto di aver persuaso Antonella a ripescare dallo scrigno dei ricordi alcuni flash dell'ormai lontana ascensione, per un articolo che uscirà a fine giugno sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi” col titolo “Sulla Punta Nera per la cresta sud”. Per il momento, questo è sufficiente ad aggiungere un tassello alla storia e al ricordo di “Fritz”, di “Dòro”, della Punta Nera, dell'alpinismo antico nella valle d'Ampezzo e anche di una via che non mi sarebbe dispiaciuto poter conoscere.

Rocchetta di Campolongo: l’aria finissima e i silenzi delle Dolomiti dimenticate

Una cima delle Dolomiti Ampezzane negletta dagli alpinisti, mai relazionata nei libri fino al 2012 e paradossalmente – per quanto sempre po...