22 dic 2014

Al Rifugio Jora, in un inverno che ancora non c'è

In attesa della neve, il giorno del solstizio d'inverno siamo tornati in un luogo scoperto due stagioni fa, dove il fine è senza dubbio una piacevole camminata, che viene però arricchita da proposte gastronomiche tentatrici, di ottimo livello quanto a qualità e presentazione. 
Circa a metà fra il piccolo posteggio sulla SS52 che da San Candido sale a Sesto e il Rifugio Gigante Baranci (meta di molte visite negli anni scorsi, poi un po' "tradito"), c'è un piccolo ristorante d'alta quota, collegato da uno skilift al soprastante Gigante Baranci: è il Rifugio Jora, quotato 1317 m. 
Si tratta di un luogo noto, quindi, in prevalenza agli sciatori, ma ovviamente aperto anche agli escursionisti privi di specifiche attrezzature. Per salirvi, usiamo il consueto accesso al Gigante Baranci, che passa dai diroccati e di anno in anno più inquietanti Bagni di San Candido e dalla chiesa di San Salvatore, suggestiva per la sua posizione solitaria in mezzo al bosco. 
Gli inquietanti Bagni di San Candido,
simbolo della Belle Epoque (foto I.D.F.)
Sopra la chiesa, la stradina forestale continua verso i Prati della Ferrara; un bivio a destra immette invece in un'altra stradina, che scende al vasto recinto delle prese dell'acquedotto comunale di San Candido, e dopo un lungo traverso quasi in piano nel bosco termina, a circa un'ora dalla partenza, presso il Rifugio. 
Durante la salita, purtroppo, la visuale è assai scarsa, ma la forestale su cui si procede è piacevole e spesso, come ieri, deserta. Giunti al Rifugio Jora, già visibile dal centro di San Candido, al "dovere" della camminata subentra il piacere del ristoro: soprattutto in alta stagione, la lista presenta proposte culinarie così allettanti che quasi imbarazzano l'escursionista, il quale aspirerebbe anche solo a un tè e a una minestra fumanti.
Presso il Rifugio Jora, il primo giorno d'inverno
(foto I.D.F.)
Anche per questa ragione - senza voler deprezzare altre strutture ricettive del circondario, dove siamo stati e torneremo ancora - lo Jora (che forse non sarà il prototipo del rifugio alpino, ma richiede comunque un'ora a piedi per essere guadagnato) si propone come un'accattivante meta dell'alta Pusteria. 
Ieri la strada che lo raggiunge era desolatamente priva di neve e piuttosto gelata. Intorno al Rifugio, dove qualche coraggioso già sciava, i cannoni sparavano, con una temperatura poco più che autunnale; davanti ad uno di essi era riuscita a arrivare persino una macchina e di fronte i prati della costa sinistra orografica di San Candido splendevano al sole.

17 dic 2014

Sulla Punta Erbing, un giorno rubato all'inverno

Il 17 dicembre di venti anni fa, a Cortina non era ancora caduta la neve. Il campanile batteva mezzogiorno quando, usciti dalla 3a Cengia del Pomagagnon, giungemmo sulla Punta Erbing, meta di un giorno rubato all'inverno in arrivo. 
A titolo informativo, la Erbing è il “canto del cigno” della dorsale del Pomagagnon, prima che essa vada a morire sul valico di Sonforcia. Quotata 2301 m, cade verso Cortina con una parete di discreto rilievo, mentre dall'altro lato un ampio costone di mughi e rocce consente di salire con impegno poco più che escursionistico. 
Probabilmente già nota prima dell'esplorazione dolomitica come terreno di caccia e anche pastorale, visto che alla sua base settentrionale si estende la Monte de Padeon, alpeggiata fino a qualche decennio fa, la Punta ha avuto il nome da G. Erbing, una meteora dell'alpinismo nelle Dolomiti. 
Punta Erbing, dal sentiero d'accesso
(foto Ernesto Majoni, 20.8.2009)
Costui, non so se fosse tedesco o anglosassone, salì nel 1905 la parete sud della Punta con le guide più ricercate del momento, Antonio Dimai e Agostino Verzi, ma ne risultò una via di importanza marginale. Nell'agosto 1942 due ragazzi, Luigi - Iji - Menardi e Antonio - Toni - Zanettin, tornarono sulla parete per una via più difficile, chiudendo dopo meno di un quarantennio la brevissima storia della Erbing. 
Per giungere sulla cima, più che dall'uscita della 3a Cengia, raccomanderei il sentiero segnalato (e ritracciato recentemente nella parte bassa), che da Forzèla Śumèles sale attraverso un bellissimo bosco e poi per detriti e alcuni facili gradoni rocciosi. 
Suppongo che la cima non rientri fra le "Top Ten" d'Ampezzo: forse, ma proprio forse, si potrà incontrarvi qualcuno dei percorritori del sentiero attrezzato della 3a Cengia, che termina a quattro passi dalla vetta. Lassù, oltre ad un gran panorama su tutta la valle, c'è solo una misera croce di rami; null'altro, neppure un quadernetto per le firme, che avevo intenzione di portare lassù io stesso, qualche tempo fa. 
La Punta Erbing è un pezzo di mondo selvaggio e indisturbato, come gran parte del versante nord del Pomagagnon. Per questa ragione, dopo quel 17 dicembre 1994 vi sono salito ancora due o tre volte in compagnia, e una anche da solo, per godermi la romantica emozione celata da un angolo poco noto, anche se alla vista di tutti.

15 dic 2014

Perle di storia d'Ampezzo: la casa di Tiziano

"Titianus Cadorinus aut Ampitiensis?
Al giorno d'oggi, la questione se le origini di Tiziano Vecellio fossero cadorine o per metà anche ampezzane ha perso il suo valore; fino ai primi del XX secolo, però, i partigiani dell'"ampezzanità" del sommo pittore erano ancora diffusi. 
Secondo la storia (riprendo da Don Pietro Alverà de Pol, che nella sua "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al secolo XX" dedicò al pittore un paio di pagine, scusandomi con chi ne ha scritto dopo, magari trovando qualcosa di nuovo), Tiziano - uno dei quattro figli di Gregorio, consigliere e capitano delle milizie appartenente all'eminente e ricca famiglia Vecellio, e di una certa Lucia - sarebbe nato a Pieve di Cadore fra il 1476 e il 1485, se non addirittura nel 1490. 
In Ampezzo era opinione diffusa, invece, che Tiziano avesse visto la luce a Cianpo de Sote, in una delle poche case sulla riva sinistra del torrente Costeàna, da Maria Pompanin, una ragazza assunta come domestica a Pieve dal ricco Gregorio, e poi rimandata in Ampezzo per il parto. 
Rimasto orfano della madre ad appena sette anni, Tiziano sarebbe stato condotto a Pieve, per poi scendere a studiare a Venezia; su un muro della casa materna avrebbe però lasciato un affresco con la Vergine, il Bambino in braccio e ai suoi piedi un ragazzo proteso verso la Madre.
Comunque sia, il 24 dicembre 1916 un incendio, quasi sicuramente appiccato "manu militari", bruciò due delle case della piccola borgata. 
La presunta casa di Tiziano a Cianpo de Sote, 
in un'immagine di inizio '900 (foto raccolta E.M.)
Una di queste apparteneva a Maria e Colomba Pompanin, e su di essa si leggeva la grande scritta "Casa nativa di Tiziano 1477", poiché la tradizione affermava che proprio lì, oltre quattro secoli prima, Maria Pompanin avesse dato alla luce il futuro grande artista. 
Giacché l'incendio aveva danneggiato anche l'affresco, secondo Don Pietro Alverà il Comando italiano, per evitare problemi, avrebbe fatto radere al suolo l'edificio, che nel 1905 la "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" consigliava ancora come obiettivo di una passeggiata di interesse storico.  
Infine, tra la fine dell'800 e i primi del '900, nei pressi della vecchia casa Pompanin, la guida alpina Angelo Maioni Bociastòrta edificò un ristorante, ampliato in Hotel alla fine degli anni '20, e - memore del dubbio storico - lo dedicò a Tiziano.
E oggi? Della presunta casa natale del sommo pittore a Cianpo de Sote, resta solo un paio di fotografie.

11 dic 2014

Nuovo libro su Cortina: "Rùşin", di Franco Laner

Franco Laner, nato a Cortina nel 1941, è professore ordinario di Tecnologia dell'architettura all'IUAV di Venezia. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni sui prodotti e componenti di laterizio, calcestruzzo, legno e legno lamellare, e sui monumenti della Sardegna preistorica.
Non aveva mai scritto del suo rapporto con Cortina, cui lo lega la discendenza materna, essendo nipote della guida alpina Angelo Dibona. Laner viene poco a Cortina. Sostiene di non averne particolare bisogno; anzi, ha scelto per anni di lasciare in sospeso domande, sentimenti, spiegazioni che forse il rientro avrebbe fatto tornare a galla e lo avrebbero scosso. Per lui, Cortina evoca sentimenti contrastanti: ma tempo fa ha sentito la necessità di ristabilire, fra gli opposti, un'accettabile armonia.
Ecco quindi questi “appunti ampezzani autobiografici”, dal titolo secco ed efficace di ”Rùşin” (Agorà Nuragica, Isili 2014, € 18,50): ruggine con qualcuno, ruggine che ricopre qualcosa, ruggine con la conca che lo ha visto nascere e crescere fino all'adolescenza sentendosi sempre un po' “forèsto”, per poi andare a studiare a Venezia e là fondare la sua esistenza.
Il libro, arricchito da belle immagini del fotografo Stefano Zardini, si divide in due parti: la prima contiene i risultati di un'esercitazione mnemonica, pur nei limiti dell'autoreferenzialità biografica, ed è a sua volta articolata in otto capitoli, in cui l'ampezzano si intercala, senza sovrapporsi, con l'italiano, per esemplificare e rendere più incisivi concetti, emozioni e sensazioni spesso smarrite: “Rùşin e coslupe”, “Ci sosto?”, “Parlà e scrie”, “Mè nono”, in cui Laner ricorda l'uomo Angelo Dibona; “El cianpanin”, col profilo di un ampezzano ingegnoso e risoluto ma forse valutato sempre con sufficienza: Silvestro Franceschi “Tète Dane”, progettista del Campanile; “Mè mare”, “Doi de marzo 1985”, “Schize”.
La seconda parte, invece, contiene alcuni suggerimenti tecnici, frutto del tentativo di Laner di ricreare il paesaggio ampezzano come un palinsesto capace di interferenze innovative, non solo culturali ma, se si può, anche economiche. Essa è divisa in cinque capitoli: “Paroi nos?” “In arboribus robur”, “Ra Scora Industriale”, “El laresc”, “Brascioi, brites e Regoles”.
“Rùşin” è un libro originale, sospeso fra l'autobiografia e il trattato tecnico, pieno d'amore verso Cortina, i suoi boschi, la gioventù dell'autore e di molti paesani mai dimenticati. 
“Rùşin. Appunti ampezzani autobiografici”, patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, sarà presentato in Sala Cultura a Cortina sabato 13 dicembre p.v., con la partecipazione di alcuni ampezzani cui Franco deve riconoscenza, a vario titolo, per la nascita del volume: Eugenio Bernardi, Andrea Franceschi, Ernesto Majoni, Mario Manaigo e Stefano Zardini.

09 dic 2014

Appunti sulla Cortina che non c'è più: il "Museo Elisabettino"

Nel corso del tempo, com'è naturale, anche a Cortina sono andate perse - per i motivi più diversi - strutture importanti per l'aggregazione, la cultura, il turismo. 
E' stato così anche per il “Museo Elisabettino”, la prima realtà museale ampezzana, che purtroppo ebbe vita breve. Fondato nel 1906 come “Museo d’Antichità Ampezzana” su interessamento di alcuni appassionati d’arte e cultura locale, disciplinato da uno Statuto nel 1908, fu dedicato a Sissi, l'Imperatrice Elisabetta d’Austria. Inizialmente la raccolta fu ospitata a Ronco. in casa di Agostino Colle "Tino Codèš", uno dei benemeriti soci fondatori; in seguito, su suggerimento del medico Angelo Majoni, fu trasferita nel Municipio e arricchita con dipinti e altri pezzi d'antiquariato già depositati nel palazzo civico. 
Photo courtesy: "Storia d'Ampezzo"
di G. Richebuono, Mursia - Milano 1974
Lo scrittore, critico d'arte e giornalista Ugo Ojetti, Tenente volontario nella Grande Guerra, fu incaricato di compilare un inventario delle "cose notevoli" del Museo. Fra di esse emersero un Cristo ligneo del 1500, dipinti a olio di soggetto sacro del 1600-700, paliotti decorati, cassapanche intagliate, strumenti musicali, un olio del pittore inglese Edward Theodore Compton (il miglior paesaggista dolomitico), alcune tele dei fratelli pittori Giuseppe, Angelo e Luigi Ghedina "Tomàš", quarantadue fucili, armi antiche, vestiti tradizionali ecc. 
Ci lusinga pensare che ci fosse anche qualcosa inerente all'alpinismo: biglietti di scalatori recuperati da qualche cima, libretti delle prime guide, libri dei primi rifugi d'Ampezzo, qualche attrezzo alpinistico come alpenstock, ramponi o altro...
Durante il conflitto, una granata sconvolse il Museo, e la raccolta andò in gran parte dispersa. Nel 1929, non trovando più spazi espositivi adatti, la società del Museo fu dichiarata sciolta. 
Quel che rimane della collezione è conservato oggi presso il Museo Etnografico delle Regole d'Ampezzo: di quello dedicato a Sissi resta il ricordo attraverso preziose immagini, e l'ammirazione per chi lo volle costituire, pensando già oltre un secolo fa a salvaguardare le cose passate.

07 dic 2014

Incontri d'inverno in Dolomiti: Mauro Corona

Quel giorno, come tanti altri, lo ricordo esattamente: era il 16 febbraio 1981, e con Enrico stavamo completando le corde doppie per scendere verso la terrazza mediana della Torre Grande delle Cinque Torri. Avevamo appena salito la "Via delle Guide", la Dallamano-Ghirardini sulla Cima O, un itinerario che frequentammo diverse volte. 
La Via delle Guide sulla Cima O
(photo courtesy www.summitpost.org)

Non pensavamo certamente che, in una domenica di pieno inverno, sulle pareti della Torre Grande si potessero aggirare altre persone. E invece, poco prima di iniziare la seconda parte della discesa, ci superarono quasi furtivamente due uomini, usciti dalla "Via Miriam" prima della lunghezza della “schéna de mùsc”, che parlavano in uno strano dialetto. per noi quasi incomprensibile. 
Quello che scendeva in testa si fermò un attimo a salutare e ci indicò il compagno silenzioso, che portava pantaloni di lana grigia, un berretto di lana blu alla Lucio Dalla calato sulla faccia barbuta e non pareva un rocciatore. Aggiunse poi quasi sottovoce: “Vedi quello là? È giovane, e farà grandi cose.” 
L'uomo che disse queste parole era Italo Filippin, alpinista e cacciatore divenuto in seguito responsabile del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane; l'altro era Mauro Corona, scultore, alpinista e oggi conosciutissimo scrittore.

03 dic 2014

Col de Giatei, l'"ultima" scoperta

L'affezione che ho maturato per le montagne - concretizzata in più di quarantacinque anni di escursioni e salite di vario livello, e rientrata nell'ultimo triennio nei binari di un alpinismo pacifico, spesso in uscita dai limiti vallivi e teso, se possibile, a luoghi appartati e salvi dalla banalizzazione che purtroppo infesta sempre più la Montagna "turistica" - è congenita. 
Ne do il principale merito ai miei genitori, con i quali respirai l'"aria sottile" fin da giovanissimo, sperimentando già in 4a elementare il brivido della ferrata sulla "Strobel" della Punta Fiames, e l'emozione della notte in rifugio in Sennes e al Lavarella.
Sul Col de Giatei verso i Lastoi del Formin,
5 ottobre 2014 (foto IDF)
Vennero poi gli amici dell'adolescenza, fra i primi Enrico, Sandro e Carlo, con i quali imbastimmo esperimenti di roccia sorretti da tanto entusiasmo e da un po' di incoscienza; e poi ancora la compagnia dei trent'anni, con Alessandro, Denis, Federico, Mauro, Sisto, Tomaso, Roberto (lo "zoccolo duro") e molti altri e altre, con i quali ci spingemmo su tante cime dolomitiche e carniche e  su alcune nevose e ghiacciate nelle Alpi Aurine, sull'Ortles-Cevedale e in Austria. 
Da una quindicina di anni circa, la ricerca "pedibus calcantibus" non è più impetuosa; oggi divido con Iside la scoperta e riscoperta di cose piccole ma spesso nuove: cimette, itinerari dimenticati, laghi, malghe e rifugi sconosciuti, perché al centro di gite troppo brevi o troppo facili, perché un tempo non esisteva la "cultura delle malghe" e perché nei rifugi ci fermavamo poco, specie d'estate. 
Un percorso normale, sempre vivificato dalla passione e dalla voglia di sapere e di capire il perché e il come delle cose, rilassandosi su una vetta, nel bosco, davanti a un "cason", in riva a un lago. 
Le ultime vette scoperte o riscoperte? Golzentipp, Pausa Alta-Hochrast e Cocusso-Kokos nel 2011; Col Pionbin e Piz Ciampei nel 2012; Vedetta di Moccò nel 2013; Col de Giatei solo due mesi fa.
Il nostro è un itinerario di conoscenza permanente che non si è ancora esaurito né, spero, si esaurirà, fin quando sarà possibile.

01 dic 2014

Il sentiero misterioso: "Troi dei milezinche"

Percorrendo la Strada Statale 51 tra Cortina e Dobbiaco, giunto nei pressi di Carbonin, al cartello che segnala l'altitudine "1500 m" mi viene molto spesso automatico controllare se c'è qualche automobile nel piccolo spiazzo sul lato della strada. 
Se ce ne sono, di solito gli occupanti sono partiti per un sentiero che non si trova né sulle carte né nei libri, ma è comunque noto a cacciatori e a pochi camminatori. 
E' quello che a Cortina vien detto “troi dei milezinche” (“sentiero dei 1500”) o “troi de Mariano”, o ancora (l'ho sentito da poco) "sentiero blu", Anzitutto, l’origine dei tre nomi: il primo e il più diffuso, si deve al fatto che il sentiero inizia giusto a quella quota altimetrica. Il secondo si lega a Mariano Gaspari "Baldo", un ampezzano amante della montagna che amava molto percorrerlo e lo fece conoscere a tanti amici; il terzo deriva dal fatto che la traccia è segnata con rari bolli di vernice blu.
Dimenticavo di dire dove si trova e a cosa serve il “troi dei milezinche”: consente di salire da Carbonin a Pratopiazza lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, circa a metà della fascia boscosa sulla sinistra orografica della SS51, ed è meno lungo e senz’altro più divertente della strada ex militare che dall’Hotel Ploner sale al Rifugio Vallandro e traversa poi lungo l’altopiano. 
Le pendici del Col Rotondo dei Canopi, dal Rif. Vallandro
(photo courtesy IDF, 19.10.2014)
Il sentiero inizia sul margine della Statale, sale ripido per un tratto, quindi segue una cengia boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una antica recinzione del confine pascolivo fra Dobbiaco e Braies, a circa 1900 m d'altezza - in una zona di risorgive - si unisce alla lunga strada che sale da Carbonin lungo la Val di Specie. 
Facile da smarrire in un paio di punti, era stato segnato con qualche bollo di vernice, poi raschiato, probabilmente da cacciatori della zona, per difendere la privacy venatoria. A Cortina e Auronzo, a quanto mi consta, è noto a diversi escursionisti: noi l’abbiamo percorso varie volte, tra le quali ricordiamo la suggestiva discesa del 21 gennaio 2007, in cui trovammo neve "in condizioni tardo primaverili" ... 
E’ quantomeno singolare che una traccia comoda e non difficile come quella, non sia mai apparsa su carte e guide, e sia nota solo ai pochi che la scelgono come alternativa alla strada sterrata, inoltrandosi per una buona ora in un bosco solitario percorso certamente più da animali che da esseri umani.

Il "5 Torri": prima albergo e poi rifugio, in un luogo ricco di storia

Lungo la mulattiera d’accesso alla capanna Sachsendank sul Nuvolàu, a distanza di poco più di un’ora da quella e ai piedi della Torre Grand...