28 set 2017

"Nonno Mode", nuova via sull'Ago Inglese (Croda da Lago)

Il 9 settembre Carlo Alverà, Scoiattolo e guida, ha tracciato con Federico Svaluto “Nonno Mode”, una nuova via sull'Ago Inglese, piccolo monolito che si alza da una gola lungo l’accesso da sud ai torrioni della Croda da Lago, a 15 minuti dal rifugio omonimo. 
La via si sviluppa per 90 metri in quattro tiri di corda; chiodata con 25 spit, presenta difficoltà dal 5b al 6c, in parte peraltro azzerabili. Buona alternativa per una bella giornata su una guglia sconosciuta sopra il lago, magari abbinandovi qualche tiro in falesia, ha detto Carlo, figlio di "Mode" (Modesto) e Monica, gestori dal 1994 del rifugio, e nipote di Alziro Molin, grande guida di Auronzo cui la figlia Uta ha dedicato recentemente un libro per i 60 anni di scalate sulle montagne di tutto il mondo. 
photo by Carlo Alverà
Alverà ci tiene pure a precisare che una volta in cima, scendere dall'Ago è semplice: basta una calata in doppia di 15 metri e poi per canalini sulla destra.
Enrico Maioni, Scoiattolo e guida alpina che segue con attenzione l'alpinismo locale, nel suo sito annota ... oggigiorno gran parte dei giovani scalatori pratica quasi esclusivamente l’arrampicata sportiva, lasciando in disparte l’alpinismo, e fa piacere vedere che qualcuno si dedica con entusiasmo ad ambedue le discipline. Fortunatamente Cortina vanta una tradizione alpinistica che si tramanda di generazione in generazione...
photo by Carlo Alverà
La nuova scoperta fa piacere pure a chi scrive, per un motivo "didattico": quanti fino ad oggi conoscevano, anche solo l'esistenza, del monolito, che già novant'anni fa Antonio Berti citava in "Le Dolomiti Orientali" come ... ardito, piccolo Ago Inglese? Forse la guglia fu detta così in onore di un britannico che la salì; sarà stato magari John Swinnerton Phillimore, appassionato delle nostre crode, quando - nell'agosto 1899 - scalò con Dimai e Verzi il vicino Campanile Federa per la parete est?
Esclusa la citazione di Berti, finora - oltre al ricordo che ne ho per esserci passato sotto tre volte - dell'Ago avevo solo in mente una vecchia fotografia, inserita dall'amico Dino in 1901 Barbaria Hütte. 2001 Rifugio Croda da Lago Gianni Palmieri: un secolo di storia, il libriccino che scrissi per conto del Cai Cortina in occasione dei cento anni del rifugio. 
Con questa loro salita, Carlo e Federico hanno quindi fornito un contributo in più, sia all'offerta alpinistica che alla storia e geografia delle crode che si riflettono nel romantico lago di Federa.

26 set 2017

Riaprirà il rifugio Popena a Misurina?

Domenica 24, un articolo sul Corriere delle Alpi titolava: "Corona: «Riapriamo il rifugio Popena di Misurina». Il giorno prima eravamo stati a Misurina, per un aperitivo da Quinz con amiche: vicino a noi veniva intervistato Corona, e così abbiamo captato qualche parola e intuito il tema. 
Non è casa mia, ma conosco e apprezzo la zona da molti anni, ho salito cime e vie di roccia, percorso diversi sentieri e del Popena ho scritto più volte. Di ricostruire il rifugio - distrutto nel 1948 e alla storia del quale dedicherà un pezzo l'amico Enrico Maioni su "Le Dolomiti Bellunesi" di Natale 2017 - si sente parlare da anni, e personalmente, la vedo come una operazione delicata.
Già Luca Visentini, che con Corona esplorò a fondo tutte le cime della zona, nel volume "Gruppo del Cristallo" (Athesia 1996) derivato dalle loro salite, paventava l'idea di ricostruire l'immobile, posto su una sella in continua erosione - basta vedere il sentiero che vi sale dal Ponte Rudavoi - a un'ora soltanto di cammino dagli hotel, negozi e pizzerie di Misurina; privo di una presa d'acqua e di un accesso di servizio (che forse risalirebbe la Val Popena Alta), ma soprattutto incastonato in un angolo dolomitico ancora puro.
Macerie ineleganti, ma suggestive nel loro silenzio! 
(foto R. Vecellio) 
Il rifugio originario, costruito e gestito con molti sacrifici dal trentino Lino Conti e consorte, ebbe vita breve. In circa dieci anni diede di sicuro un impulso al turismo del Popena, ma erano altri tempi e il turismo era diverso. La piccola costruzione forniva ricovero e servizi spartani a clienti motivati, forse più rispettosi della natura e meno pretenziosi di quelli che oggi cercano vizi e virtù di hotel o ristoranti pluri-stellati anche in mezzo alle crode. Quando qualcuno appiccò malvagiamente il fuoco alla casetta, Lino Conti si disperò; tentò di rimetterla in piedi, ma infine si arrese. Oggi lassù restano solo macerie, ineleganti ma suggestive nel loro silenzio.
Non ho motivo di osteggiare il ricordo di Valerio Quinz, guida e albergatore di Misurina che ho conosciuto e al quale Corona vorrebbe dedicare il rifugio, che a suo dire non costerebbe più di 200.000 euro e "valorizzerebbe" il gruppo; mi chiedo solo se dal punto di vista economico l'operazione si reggerebbe in piedi e se ad essa non farebbero da contorno nuovi sentieri, ferrate e altro. E' senz'altro giusto il ricordo di Quinz a Misurina, ma lassù non andrebbero dimenticati neppure altri personaggi, come Buzzati, Casara, Comici, Mazzorana, Scheibmeier!
Le macerie sulla sella, la dolce Val Popena Alta, la Val de le Barache di bellica memoria, il Corno d'Angolo di Comici, il Cristallino di Grohmann, la Croda de Pòusa Marza e le Torri di Popena di Michl, il Piz Popena di Santo, il Popena Basso di Casara e Mazzorana, la Punta Michele di Sepp, le guglie di Val Popena Alta di Dibona e Duelfer, sono perle dolomitiche splendenti; degne di grande rispetto, non di essere avviate all'usura, magari col rischio di trasformarsi in "pattumiere d'alta quota", come si sta purtroppo verificando al contiguo Lago del Sorapis.

23 set 2017

23 settembre 1931-2017: il diedro Mazzorana sul Popéna Basso

Sono passati 86 anni dal 23 settembre 1931. Quel giorno Piero Mazzorana (un giovane venuto con la famiglia da Longarone ad Auronzo, dove si accasò, dal 1936 fu guida alpina e per ventisei anni gestì il grande rifugio Auronzo ai piedi delle Tre Cime), saliva da solo per la mulattiera militare che serpeggia nel bosco sopra il Grand Hotel Misurina verso il Popéna Basso, rilievo roccioso e boscoso posto tra il lago e la Val Popéna Alta. 
Probabilmente Piero – che aveva iniziato da poco a esplorare i monti del Cadore - aveva messo gli occhi su una parete che non sfugge a chi guarda da Misurina verso le cime del Popéna, e vide una possibile linea di salita: un diedro grigio e fessurato a sinistra della fascia di strapiombi che caratterizza la parte centro-orientale della parete. 
Piero superò di slancio il diedro, trovando difficoltà fino al quarto e forse non lasciò nemmeno tracce di passaggio; il suo risultò un percorso breve ma non banale, che sarebbe diventato molto presto un'apprezzata classica dolomitica. 
La via "Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli” si sviluppa in modo logico su una parete articolata e in complesso salda (stamattina però, guardandola dal basso, ho visto una macchia bianca di frana a sinistra del diedro, che spero non lo abbia danneggiato), e offre una simpatica avventura dolomitica. 
23 settembre 2017: il Popéna Basso da Misurina (foto E.M.)

Cinquant'anni e qualche giorno dopo la solitaria della guida che, una volta in pensione, si era trasferita a Merano, dove si spense per problemi cardiaci a soli settant'anni nell'aprile del 1980, in un cupo sabato d'ottobre anche Ernesto poté avventurarsi per la prima volta sul diedro, in compagnia di Dande, Didi e Lustra.
Erano anni di incalzanti avventure, e quella gli piacque subito: per l'ambiente che incornicia il diedro, per l'impegno che richiede (senz'altro alla sua portata) e per la simpatica uscita, su una cima quasi piatta tra i mughi da dove gli amici scesero veloci, a grandi balzi fra ghiaie e conifere, per l'agognata birra da Quinz, che coronò la bella giornata. 
Dopo quel sabato nebbioso, Ernesto risalì diverse volte su quel simpatico cimotto: per il diedro, per l'altra via aperta da Mazzorana con Adler nel 1936, sulla destra della parete, e poi semplicemente per la facile via normale. 
Oggi, riguardando il Popéna, esso gli ha ricordato lo slancio del ragazzo che quasi novant'anni fa tastò per primo gli appigli del diedro ampliando la storia della palestra, inaugurata cinque anni prima da Severino Casara, il vicentino "matto per le crode", e tutto sommato sempre in voga.

19 set 2017

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casies, ai quali possa interessare il Salzla (Monte di Tesido, secondo la toponomastica di Tolomei)? 
Anzitutto, dove siamo? Ci troviamo di fronte ad un "modesto ripiano prativo", un belvedere verde e in parte alberato in Val Pusteria, a meno di cinquanta chilometri da Cortina. Quotato 2131 metri, il Salzla ha in vetta la sua croce, un tavolino e una panca, secondo le migliori tradizioni sudtirolesi. 
Come ci si arriva? Dalla Malga di Tesido-Neue Taistner Sennhuette, nota meta estiva e invernale in circa mezz'ora, seguendo prima una carrareccia sassosa e deviando poi su una traccia erbosa segnalata e numerata col 38/b. Dal ristoro Mudlerhof, raggiungibile in auto dal paese di Taisten-Tesido presso Monguelfo-Welsberg, fino alla cima occorre in complesso un paio d'ore, per cinquecentoundici metri di dislivello: volendo, non è proprio una "passeggiata digestiva"...
In vetta (foto E.M.)
Noi abbiamo apprezzato il Salzla come traguardo di un'uscita di primo autunno, per l'ambiente panoramico, solitario e riposante. Una meta interessante, sempre ignorata e riscoperta grazie all'età, che impone di calibrare le ambizioni (un proverbio Masai dice: "Il giovane cammina più veloce dell'anziano, ma l'anziano conosce la strada"...) e alle guide di Fabio Cammelli delle Alpi Pusteresi. La cima che abbiamo calcato, la custodiamo ora tra i ricordi più vivi dei Monti di Casies, così diversi dalle Dolomiti ma così affascinanti per chi li sa capire. 
Per quota e impegno, forse il Salzla non fa "curriculum", e la sua salita non richiede di sicuro sforzi sovrumani; noi lo ricordiamo come un luogo particolarmente bucolico, in cui siamo riusciti ad apprezzare la vera poesia della Montagna. 
Caro Salzla, o Monte di Tesido, ti siamo grati per quanto ci hai donato in una malinconica domenica.

14 set 2017

Sui monti con Tone Belòbelo, guida "dandy"

Antonio Soravia nasce a Cortina centonovantasei anni fa e si spegne ottantaduenne, nel 1903. Noto in paese come Tone Belòbelo, fu una guida alpina (o solo un portatore?), tra le prime munite di permesso nella valle d'Ampezzo.
Di lui non sono molte le notizie, a partire dalla data d'inizio della professione: difettano anche le tracce della sua presenza in rifugi, su crode e passi e nel primo elenco delle guide autorizzate a Cortina (datato 1° marzo 1876) il nome di Soravia non c'è. 
Nel libriccino di Leone Woerl Cortina und Umgebung. Führer im Ampezzothal mit Plan von Cortina und Spezialkarte des Ampezzothales, edito a Würzburg nel 1891 e ristampato in traduzione italiana a cura di Giovanna Mariotti nel 1992, invece, il portatore - già anziano per l'epoca - c'è. Munito di un cartellino col numero 13, compare anche tra le guide in servizio attivo nel 1893; nel ritratto di gruppo scattato a Volpera quattro anni più tardi, infine, il nostro non c'è più.
Più che per avventure alpine d'alto rango - che forse non era abilitato a compiere - pare che il Belòbelo si distinguesse per le molteplici attività e servizi prestati (fra i quali era compreso anche quello di guida o portatore), e perché conduceva una vita ben adeguata all'epoca delle Belle Èpoque ampezzana.
Guide e portatori ampezzani in servizio attivo nel 1893.
Antonio Soravia è il 1° da destra, in alto (archivio E.M.) 
Tratteggiare la sua vicenda umana, come quella degli altri pionieri che con lui fecero conoscere le Dolomiti, non è agevole. Il ceppo familiare risulta estinto; non so se esistano un libretto professionale o immagini della guida, oltre a quella presentata qui di fianco; ignoro quali cronisti dell'alpinismo di allora, di solito poco generosi verso i portatori, si ricordarono di Soravia in qualche scritto. Così, con le fonti a disposizione (Le guide di Cortina d'Ampezzo di Franco Fini e Carlo Gandini, 1983; i dati dell'Archivio Parrocchiale e quelli della lapide nel cimitero di Cortina, che commemora le guide e portatori scomparsi), la figura di Tone e il suo transito nella storia sono impalliditi nella memoria individuale e collettiva.
In base ai "si dice", immagino che fosse un simpatico gigione, di favella veloce e umorismo salace, ancora disposto a 70 anni e oltre a guidare "signori" - o, forse meglio, signore... - in gite semplici e nel contempo redditizie: grotte di Volpera e Tofana, Crépa, Porta del Dio Silvano, Cuàire, rifugio Nuvolau o, chissà, anche su una delle cime che dall'800 richiamano in Ampezzo appassionati da ogni nazione. 
Mi pare di vederlo su qualche altura, narrare ai clienti storie alpine o venatorie reali o iperboliche, dando ogni tanto di bocca alla fiasca d'acquavite e osservando le volute di fumo della pipa che salgono al cielo. Mentre i suoi clienti schizzano panorami sui taccuini, fotografano, studiano il tempo, le rocce e le piante, Tone Belòbelo, guida "dandy", li guarda e se la ride sotto i baffi.

11 set 2017

Torre Romana o Torre Zaccaria?

La seconda delle Torri d'Averau (che, come alcuni sapranno, in realtà non sono 5, ma una decina) è formata da tre elevazioni, distinte ma quasi saldate l'una con l'altra. 
Quella di destra guardando da nord, da 105 anni è nota come Torre Romana. Come per molte altre montagne, che spesso non vantano storie antiche, nemmeno per la Romana sono certo del motivo dell'oronimo e di quando le sia stato dato. 
Alta circa cinquanta metri dal lato meno ostico e quasi il doppio da quello opposto, la Torre fu salita per la prima volta un giorno d'estate del 1912. La cordata che giunse in vetta era formata dalla guida cinquantenne Zaccaria Pompanin "de Radéschi" e da un cliente rimasto senza nome, forse romano: con lui, quel giorno, "Zàcar" salì anche la torre contigua, di qualche metro più alta, detta "del Barancio" per il ciuffo di mughi che cresce (spero ancora oggi) sulla sottile cima. 
Torre del Barancio a sin. e Torre Romana: in centro, 
il diedro con due cordate all'opera (foto E.M.)

La terza, e più impegnativa elevazione del trio, fu scalata invece il 1° agosto 1913 da un'altra valente guida, Bortolo Barbaria "Zuchìn" col cliente triestino Marino Lusy, e venne dedicata a quest'ultimo. 
Oggi la via originaria della Romana, che s'infila in un camino stretto e umido, penso sia molto poco percorsa: la torre è frequentata invece per il diedro nord, cento metri di buon quarto grado, scalati per la prima volta da alcuni Scoiattoli di Cortina nell'estate 1944. 
Sulla solida dolomia della guglia sono poi state aperte altre vie, ma da anni essa s'identifica col "diedro della Romana". Breve, atletico e non banale soprattutto se salito con basse temperature, ha attratto alcune volte anche chi scrive.
Non sarebbe bello - dopo un secolo - che, accanto al cliente che forse ricorda, la Torre ricordasse anche un protagonista della storia dell'alpinismo locale, che ha dato il nome ad un camino sulla Croda da Lago, nel quale però non si inoltra quasi più nessuno?
Perché dunque, non avere una "Torre Romana - Torre Zaccaria", o Torre Pompanin, o anche Torre Radéschi?

Punta Marietta, una cima misteriosa

Una cima in vista, in un punto fra i più visitati delle Dolomiti: nonostante questo, di essa non si conosce molto e riserva ancora interrog...