29 ago 2017

Torre Trephor: 50 anni fa la via di Strobel

29 agosto 1967, cinquant'anni fa. Paolo Michielli "Strobel", giovane fratello di Albino (caduto il 19 aprile 1964 dalla Torre Piccola di Falzarego), sale con A. Zanier la parete est della Torre Trephor, la più piccola e ostica delle Torri d'Averau. La via, circa 30 metri di dislivello per 50 metri di sviluppo stimati di VI-VI+, richiede cinque ore e diciotto chiodi, di cui quattro restano in parete.
La Torre, dall'indecifrabile toponimo, aveva già un vissuto, essendo stata salita nel 1927, ultima tra le sommità del gruppo. La conquista era spettata a tre guide: Angelo Dibona che, dopo il vulcanico primo quindicennio del XX secolo e la parentesi bellica, era tornato con successo sulla scena; Luigi Apollonio Longo, "ragazzo del '99" che con Dibona fece spesso cordata; Angelo Verzi, giovane e già affermato. 
Fu proprio il "bòcia" a calcare per primo la vergine cima. Lanciata una corda da una torretta antistante, fu stabilita una teleferica, su cui Verzi traversò per 15 metri nel vuoto verso la Trephor, che strapiombava da ogni lato. Dalla vetta, Angelo recuperò i compagni che, usufruendo della fune in tensione, raggiunsero velocemente anche loro la Torre, con un impegno più ginnico che alpinistico. 
Ciò che restava della Trephor, cinque anni dopo il crollo 
(foto E.M., 27.06.2009) 
Come per la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis e il Campanile Paola, anche la Trephor venne salita per roccia solo anni dopo. La prima via vera e propria, infatti, fu aperta ad ovest da "Piero Lòngo", fratello di Luigi e anch'egli guida, nel 1939; sebbene il suo percorso si limitasse a due sole cordate, Piero vi incontrò alte difficoltà e dovette usare qualche chiodo.
Nonostante le misure ridotte, la torre ospitò poi altre vie: intorno al 1959 la guida Marino Bianchi ne aprì una da solo, e fra gli anni '80 e '90 ne vennero chiodate quattro "moderne". Fino al dilagare del free climbing, posso credere che la Torre Trephor non abbia comunque attirato frotte di alpinisti, almeno lungo la via originaria, che la guida "Dolomiti Orientali" valutò di V-VI e di cui ricordo con affetto le mie tre salite. 
Fino ai primi anni 2000, la guglia ha vissuto quindi una storia articolata e interessante, ispirando persino una novella in ampezzano, italiano e tedesco (Ernesto Majoni, Ra tore che r'à vorù morì. Storia de na croda, Print House - Cortina 2007). Dalla primavera di tre anni prima, però, la Trephor non c'era più; per chissà quale fatalità geologica si era schiantata in una nuvola di detriti, lasciando un vuoto tra le Torri d'Averau e nei ricordi di chi la salì: tra loro, forse, anche "Strobel" e l'amico Zanier.

1 commento:

  1. Scorro sempre con grande curiosità le tue cronache di alpinismo vecchio e nuovo, e mi stupisco ogni volta di quanta storia ci sia tra le Dolomiti, quanto (poco) ne sappiamo e del fatto che non sono molti a coltivarla con uno stile "romantico" come il tuo.
    Spero che il tuo lavoro torni utile, più che a costituire l'ennesima guida turistico-alpinistica (gratuita e non senza rischi, tra l'altro) alle montagne ampezzane e dei dintorni, a stimolare sempre più utenti della montagna ad alzare gli occhi mentre camminano e magari farsi qualche domanda non sportiva. Forse allora il Soccorso Alpino avrebbe meno lavoro e la cultura ne guadagnerebbe qualcosa.
    Grazie, come sempre, per quanto ci racconti con garbo e senza trionfalismi ormai da anni.
    Toni

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