1 giu 2016

La Torre Latina, una misconosciuta guglia delle Dolomiti

L'altro giorno, alla mia raccolta di vecchie cartoline se ne è aggiunta una degli anni '50, di quelle che i fotografi facevano colorare a mano, da esperti e pazienti collaboratori. Essa ritrae le famose Cinque Torri, o Torri d'Averau o meglio “Pénes de Potor" o "de Naeròu”, secondo la toponomastica  ampezzana. 
Dai dossi antistanti le guglie - sui quali non compaiono la seggiovia che sale da Bai de Dònes e il Rifugio Scoiattoli, costruiti alla fine degli anni '60 - le guglie offrono una visione classica e molto sfruttata, apprezzabile specialmente dalla terrazza antistante il rifugio. 
Nel mezzo del bizzarro gruppo emerge la tozza torre detta Terza o Latina, alta circa settanta metri, carente di storia alpinistica propria e poco nota, anche se un quarto di secolo fa è stata un po' attualizzata con alcuni monotiri di falesia. 
Salita per la prima volta, non si sa quando né da chi, per l'inclinato versante sud-est (ideale per iniziare ad arrampicare, è la via meno difficile delle Torri), la Latina appare certamente un po' più appetibile dal lato ovest, rivolto all'Averau ed evidente in primo piano in questa, come in tante altre immagini. 
Le Torri d'Averau (raccolta E.M.)
Da quella parte c'è una seconda via normale, una sessantina di metri di buon terzo grado, anch'essa opera di ignoti. Sulla via, che salii intorno al 1981, ricordo bene di avere trovato un grosso e solido chiodo di foggia antiquata, piantato almeno un trentennio prima che lo incontrassi. Oltre alle due "normali", sulla parete sud della torre, comunque c'è anche una via breve ma molto difficile, aperta nel 1942 dallo Scoiattolo Luigi Menardi con i fratelli Lino e Antonio Zanettin e presto dimenticata. 
Etimologicamente, il toponimo “Latina” ha oscuri natali: a mio giudizio potrebbe risalire all'epoca fascista ed essere stato dato alla guglia in ossequio alla toponomastica di regime allora imperante. 
Che sia andata così o no, sulla terza delle Cinque Torri la gente non si è mai certamente accalcata. A quella guglia misconosciuta, tra l'altro, si sono interessati in pochi: Berti in "Dolomiti Orientali" (1956, 1971), Dallago e Alverà in "Cinque Torri" (1987) e il sottoscritto in “Su par ra Pénes de Naeròu”, dedicato nel 2000 a uno dei gruppi più singolari delle Dolomiti, dove migliaia di persone hanno iniziato ad armeggiare con chiodi, corde, moschettoni e staffe, lasciandoci magari anche un pezzetto di cuore.

27 mag 2016

Il Tridente Cantore, una (o due, o tre?) cima mancata

Nel 1901 Giovanni Barbaria dei "Zupriàne", detto "Zuchìn" (testardo), costruì sulla riva del Lago di Federa un piccolo rifugio, che quattro anni dopo però vendette alla Sezione di Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco, perché gli affari non andavano come aveva creduto. 
Barbaria aveva un nome, poiché già dal 1875 faceva parte del nucleo fondatore delle guide alpine ampezzane. Giunto a sessant'anni ancora in forma, già nonno di alcuni nipoti, si teneva comunque in esercizio; così, un giorno imprecisato di settembre del 1910, col figlio Bortolo, anch'egli rinomata guida, accompagnò due viennesi in un'avventura, alla quale manca forse qualche tassello. 
La comitiva salì per prima il più alto dei denti che dalla cresta della Tofana di Mezzo si spingono verso il Valon de Tofana, poco distante da Forcella Fontananegra, dove fin dal 1886 esisteva la Tofanahűtte, l'attuale Rifugio Camillo Giussani. 
In omaggio ai clienti, i tre denti furono battezzati Wienertűrme (Torri Viennesi), ma di quella fantomatica prima mancano i particolari. Intorno al 1921 i torrioni, insieme al rifugio ricavato dall'adattamento del casermone italiano poco sopra Forcella Fontananegra, furono dedicati al Generale degli Alpini Antonio Cantore, caduto nei pressi della forcella il 20 luglio 1915. 
Il Rifugio Cantore verso il Tridente, 
in una cartolina d'epoca (raccolta E.M.) 

Le torri furono rispettivamente nominate Torrione Cantore, Torrione Centrale e Torre Ovest: penso siano state completamente abbandonate, perché vi mancano itinerari di richiamo e la roccia non dev'essere proprio da manuale. Tra l'altro soltanto due di esse, salvo errori, hanno vie di salita (e quindi, c'è un ulteriore mistero...).
La torre più alta fu scalata nel luglio 1916, a scopo tattico, dai soldati Emanuele Celli e Giuseppe De Carlo di Calalzo, e nell'agosto del 1941 vi tornarono per lo spigolo sud-est i fratelli Mariano e Ermanno De Toni, guide alpine di Alleghe. 
Il 17 giugno 1945, invece, Bibi Ghedina e Bortolin Pompanin, oggi ultra novantenne ed unico rimasto del gruppo di giovani che nel 1939 diede vita alla "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", salirono la torre minore da sud-ovest.
L'itinerario degli Scoiattoli supera una marcata fessura alta centoventi metri; pare abbia difficoltà di 4°, che quindi potevano essere accessibili anche a noi giovani. Quella fu solo una delle idee che stuzzicarono la nostra curiosità; ci interessavano "pericolosamente" itinerari strani, poco noti e in cima al mondo, e così un giorno andammo a guardare. 
La visita però non fu lunga, e finimmo al Rifugio Giussani, dove un'allegra bevuta ci allontanò dal Tridente, ricco di storia e magari anche bello da vedere, ma poco idoneo a dare sicurezze alla nostra fantasia.

24 mag 2016

Cima Cason de Formin: da Angelo a Franz, a Massimo ... e oltre

Mi pare un po' strano, ma plausibile: tra le sommità maggiormente rilevanti della cresta della Croda da Lago, quella più a nord (che fa da sfondo al piccolo pascolo di Formìn, sorvegliando l'accesso alla valle omonima con una parete verticale di roccia rossastra: vedi l'immagine qui sotto, ripresa dal sentiero del Rifugio Croda da Lago nel punto in cui attraversa il Ru de Formin), fino al 1930 non aveva un nome. 
Per quale ragione? Forse soltanto perché, al contrario della restante cresta, che presenta numerose elevazioni esplorate fin dagli anni Settanta dell'800, quella sommità - evidente se osservata dal sentiero che sale al Lago di Federa - non era mai stata oggetto di curiosità.
Le cose mutarono un giorno di metà di luglio del 1930, quando il vulcanico Angelo Dibona, il giovane collega Luigi Apollonio e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini decisero di salire la parete occidentale della cima ancora innominata, che si scorge d'infilata nella classica escursione da Pezié de Parù o Rocurto al lago sopra citato. 
La via Dibona (un po' sottovalutata nella relazione della guida Berti, secondo  un conoscente che l'ha salita qualche anno fa) non dev'essere un capolavoro, e invero non deve avere avuto moltissime visite. Essa rivelò comunque ai primi salitori una cima sulla quale nessuno aveva ancora messo mano, che fu battezzata col nome odierno. 
Cima Cason de Formin, in una 
inconsueta cartolina  (arch. Majoni)
Dopo il 1930 una lunga serie di alpinisti, singolarmente tutti di Cortina, si avvicendò nel salire da ogni versante la vetta che - a differenza di quelle vicine - almeno presenta roccia perlopiù solida.
Da Marino Bianchi, che nell'agosto del 1944 passò con Dino Menardi nel centro della parete nord, incombente sulla radura di Formìn, si giunge fino a Massimo Da Pozzo, che nel settembre 2012 - con Pierfrancesco Smaltini e un trapano - sulla stessa parete ha trovato l'ultima (?) possibilità logica di salita. 
Tra tutti loro si posiziona Franz Dallago, che sulla cima ci lascia tre nuovi itinerari. Quarant'anni dopo Dibona, il 23 settembre 1970, la guida salì infatti con Dino Constantini il regolare diedro occidentale, quasi parallelo alla via Dibona ma inspiegabilmente ancora ignorato. 
Il "diedro del Naza" riscuote ancora oggi il gradimento degli appassionati, per le difficoltà classiche (IV sostenuto, con passaggi atletici su parete compatta, fino al rovinoso canale finale) e per l'ambiente solitario e tranquillo. Anche il sottoscritto ha avuto il piacere di ripetere quella bella salita, per quattro volte. 
Dimenticavo: la cima di cui si discute, quotata 2376 m, per la cronaca si chiama "Cima Cason de Formìn".

21 mag 2016

La traversata del Rauhkofel: c'erano Santo, Pietro o Giovanni?

Un capitolo di Wanderungen in den Dolomiten, opera dello scalatore e fotografo germanico Theodor von Wundt, tradotta in Sulle Dolomiti d’Ampezzo e edita dalla Cooperativa di Cortina, è dedicato al Rauhkofel o Rauchkofel (2358 m, Monte Scabro o Monte Fumo), nel gruppo del Cristallo.
Una celebre immagine di quel libro ritrae uno strapiombo di almeno venti metri, dal quale una persona sta scendendo lungo la corda, secondo la tecnica di un tempo. Sulla destra in basso, c'è un'altra persona che guarda. L'immagine risale a 123 anni fa ed è vittima di un'imprecisione storico-linguistica incancrenita, che vale la pena segnalare. 
Assodato che le persone che accompagnarono Wundt nel 1893 erano due guide di Cortina, le pubblicazioni successive, nelle quali forse non si erano lette o ben capite le parole del germanico, identificarono correttamente la guida in basso a destra in Mansueto Barbaria Zupriàn (1850-1932). 
Quella che scende sulla corda, sarebbe stata invece Santo Siorpaes Salvador (1832-1900), pioniere dell’alpinismo dolomitico tra il 1860 e il 1880. 
L'immagine scattata  da Wundt
(raccolta E.M.)
Wundt però non citava Santo, anzi scriveva Santobùa. Bua o Pua, che distingueva anche un ceppo familiare ampezzano oggi estinto, è la storpiatura tirolese del tedesco Bube (ragazzo, moccioso), tradotta a ragione in giovane Santo
Ora: all'epoca dell'immagine Santo aveva sessantun anni e aveva smesso da tempo di fare la guida, salvo il colpo di coda dell'estate 1895 quando, con il nipote Arcangelo de Valbòna (1868-1948), portò un cliente sul Piz Popena.
Il giovane Santo poteva facilmente essere invece uno dei suoi due figli, Pietro (Piero de Santo, 1868) o Giovanni Cesare (Jan de Santo, 1869), anch'essi guide, giovani e promettenti. 
Lungi da me privare il Salvador, cui nel 2004 ho dedicato una breve ed apprezzata biografia, dell'onore di questa possibile impresa "senile", che andrebbe ad allungare la lista di quelle compiute. 
Rilevo solo che spesso, scrivendo di storia, un termine equivocato stravolge fatti che per gli studiosi, in questo caso di alpinismo, possono avere interesse nella ricerca e interpretazione di cose lontane. 
La traversata del Rauhkofel (cima priva di sostanziali difficoltà, salita per la prima volta con intenti alpinistici da Wenzel e Mitzl Eckerth con Michl Innerkofler di Sesto il 2.7.1883, ma forse già nota ai cacciatori locali) dalla Val di San Sigismondo in Valfonda, non rappresentava un pressante problema, benché l’ambiente, alle falde settentrionali del Cristallo, sia molto suggestivo.
Eckerth l'aveva suggerita nella monografia Il Gruppo del Monte Cristallo del 1891, e Berti ne fece poi cenno nella guida Dolomiti Orientali: Wundt raccolse la sfida e la portò a buon fine con due guide, ma una delle due forse non era quella che, mal traducendo dal tedesco, si è sempre supposto.

17 mag 2016

Il Sas Scendù, bizzarria della Val di Rudo

Lungo la frequentata strada che dal grande tornante di Podestagno sale per l'ombrosa Val di Rudo e dopo tre chilometri giunge all'alpeggio di Ra Stua, a circa 1500 m di quota c'è un piazzale ghiaioso, un tempo usato come cava. 
Da qui una stradina forestale scende all'Aga de Cianpo de Crosc, scavalca il rio che viene dalle Ruoibes de Inze e in breve porta al pascolo e al Cason de Antruiles; a sinistra, poco a valle del bivio, c'è un angolo particolare.
In questo luogo, d'interesse più che altro toponomastico, un antichissimo scoscendimento del costone che sostiene l'altopiano di Son Pòusses, ha lasciato un enorme macigno: il Sas Scendù, ossia il "sasso scisso, tagliato in due parti nel senso della lunghezza". 
Il pietrone, frantumatosi nell'urto col terreno in due porzioni, si è adagiato nella vegetazione ed è visibile, anche se magari risulta un po' anonimo, a pochi passi dalla strada. Chissà se offre storie o aneddoti di carattere bellico, silvopastorale, venatorio; ma è là alla vista di tutti, e il passante un po' curioso non può non notarlo, anche transitando veloce in auto. 
Spinto dall'interesse per le bizzarrie naturali, scendendo un giorno da Ra Stua mi fermai a dare un occhio alla fessurazione tra i blocchi, notando piccoli ma inequivocabili resti di opere umane in cemento. 
Il primo pensiero fu che – data l'importanza della strada per il fronte del 1915-17 - nel Sas Scendù l'Esercito Italiano avesse intravisto una certa utilità, come apprestamento di difesa, garitta o osservatorio. 
Allora la cosa finì lì, ma andai comunque a cercare qualche riferimento sui testi disponibili (de Zanna-Berti, Filippi, Russo). Oggi vado a Ra Stua meno spesso di un tempo: non ho mai più curiosato tra i due blocchi e non so se ultimamente il cemento che sembrava unirli sia ancora presente. Penso comunque che, più che di un'emergenza archeologica, per i massi si possa senza dubbio parlare di una testimonianza storica ormai ultra centenaria.
Il Sas Scendù in veste invernale
(foto E.M., gennaio 2009)
Il Sas merita uno sguardo passandoci vicino magari d'inverno, quando sulla strada di Ra Stua si circola solo lentamente, a piedi, con le ciaspes o gli sci. Ha poco di succulento su cui congetturare, se non una domanda: quanti sasc scendude di quella consistenza ci saranno sul territorio ampezzano? Uno me l'ha segnalato da poco l'amico Franco: è un masso di circa 10 m per 10 e alto tre, posto 200 m a destra del Rifugio Dibona. Una crepa lo incide nel mezzo e - al dire di Franco, che ha ricordi più "vecchi" dei miei - sulla sommità si è visto spesso vigilare una marmotta. Per arrivarci si scavalcano delle ghiaie, ma tutto intorno c'è prato ed erba per i roditori, che è quasi un lusso scorgere da breve distanza.
Soltanto due sasc comunque, salvo errori ed omissioni, possiedono un toponimo storicizzato: uno di essi si trova nel bosco alle spalle di Ronco, ed è detto Sas de ra (sete) scendedùres (Sasso delle (sette) spaccature). Un secolo fa il macigno fu in parte demolito, ricavandone pietrame per ricostruire il ponte sul Boite (il Ponte Corona) lungo la Strada delle Dolomiti, fatto saltare nel 1917. Logicamente, la genesi del morfotoponimo, per entrambi i massi sarà la stessa. 
Chiudo con una considerazione: al di là del valore ambientale e storico dei luoghi, sarebbe un peccato che, impallidendo e banalizzandosi la parlata ampezzana, la ricca toponomastica collegata e nella quale rientrano anche i sasc scendude, un giorno perdesse di significato.

11 mag 2016

Nel Camino Casara della Torre Toblin

Della vigilia di Ferragosto del 1977 conservo un ricordo particolare, ovviamente legato ai monti. Quel giorno, infatti, sull'onda di un suggerimento di Severino Casara, il cantore delle Dolomiti che avevamo conosciuto giusto un anno prima al Rifugio Lavaredo, Enrico e io pensammo di fargli un regalo. 
Andammo così a salire il camino superato dal giovane vicentino con Meneghello, Baldi e Rosenberg il 5 agosto 1923 sulla Torre Toblin. La torre si eleva nei pressi del Rifugio Locatelli-Innerkofler e in guerra fu uno strategico osservatorio, saldamente tenuto dagli austriaci; oggi è una nota meta escursionistica, che offre un grande panorama sulle Tre Cime e tante altre vette.
All'epoca avevamo solo trentasei anni in due e stavamo iniziando il nostro alpinismo. Per la fine del mese, la guida Giorgio Peretti aveva promesso di condurci sulla famosa via Myriam della Torre Grande d’Averau (che effettivamente salimmo il 26 agosto, e per entrambi fu il battesimo del fuoco), e la Torre Toblin ci sembrava un bell'"aperitivo".
Mi sono peraltro chiesto spesso, perché avevamo scelto quel camino (Dohlenkloake, cloaca di cornacchie, lo definì con feroce ironia Richard Goedeke nella guida "Sextener Dolomiten", 1983). Ricordo, ormai a tratti, un cunicolo alto, oscuro e di roccia perlopiù friabile, dove lo zaino passava a stento e ad un certo punto il gusto di arrampicare fu quasi sopraffatto dal desiderio di uscire in fretta e senza danni.
Suppongo che le cordate che l'avevano scalato oltre mezzo secolo prima, avessero ritenuto quel "verticale e nero camino" di un certo valore; forse perché si trattava di una delle prime vie nuove post-belliche in Dolomiti, o perché giungeva su una cima resa eroica dalle azioni belliche e da poco annessa ai confini del Regno.
A noi la Toblin diede sensazioni piuttosto modeste: fu divertente l’aerea discesa a corda doppia sui fittoni residuati dal conflitto, spariti due anni dopo tra le funi e le scale della ferrata che – valendosi delle memorie dei combattimenti - ha attualizzato la Torre per gli escursionisti.
Ho perso alcune fotografie che scattammo e spedimmo a Vicenza all'anziano Casara, commosso del fatto che giovani amici avessero ripercorso le sue orme. In esse rivedo due ragazzi - maglioni rossi, pantaloni alla zuava, casco e cordame - su una cima certamente più significativa in tempo di guerra che per la storia dolomitica, e atteggiati a "reduci" da chissà quale impresa.
Enrico in vette alla Torre Toblin
14/8/1977 (foto E.M.)
Tanti anni dopo, in un'epoca in cui quelle avventure sono praticamente improponibili, penso che sarebbe dura invitare qualcuno a ripetere il Camino Casara, il quale peraltro vantava anche visite illustri, come Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, probabili secondi a salirlo, il 25 giugno 1930. La via ferrata che giunge in cima alla Torre dal versante opposto, detta "Sentiero delle Scalette", anche se in alta stagione, data la vicinanza del rifugio Locatelli, non rappresenta un paradiso di solitudine e silenzio, è certamente più divertente e sicura.
Se però qualche alpinista vecchia maniera decidesse di rifare il camino, mi piacerebbe che verificasse se è ancora al suo posto il primo dei due chiodi da roccia che piantai in vita mia, per evitare di mettere a rischio i nostri vent'anni in un cunicolo buio, ghiaioso, umido e inadatto ai claustrofobici.
Per me il camino della Torre Toblin e quello della vicina Torre Comici (che salii nel settembre 1982), restano comunque due cari ricordi di Severino Casara, poeta della Montagna.

4 mag 2016

Sul Popena Basso o Monte Popena

A metà agosto, cadrà un anniversario che dubito qualcuno ricorderà, se non qualche storico o cultore di curiosità alpinistiche: i novant'anni dell'inaugurazione della "palestra di roccia " (voce oggi dismessa, a favore del più esotico "falesia") di Misurina, sul Popena Basso o Monte Popena nel gruppo del Cristallo.
Nel 1953, in "L'alpinismo a Cortina dai suoi primordi ai giorni nostri 1863-1943", l'accademico Federico Terschak registrava così la notizia: "1926. In data 19 agosto i senza-guida Casara e Granzotto salgono per primi al Monte Popena, m. 2225, per la parete est". Severino Casara, febbrile esploratore delle Dolomiti - sulle cui cime scoprì decine e decine di vie, oggi in gran parte dimenticate - e il concittadino Lorenzo Granzotto, Medaglia d'oro caduto sul fronte greco nella II guerra mondiale, inaugurarono la "palestra" salendo il camino che solca nettamente la parete sull'estrema sinistra, guardando dal basso.
La parete del Popena Basso col Camino Casara,
dal sentiero d'accesso (foto E.M., sett. 2008)
Il Popena è una cupola coperta di mughi, che sorge da grandi boschi e domina il lago. Noto ab antiquo a cacciatori, pastori, topografi, verso est presenta un'ampia parete alta fino a duecento metri. E' strano che quella parete, grigia e verticale nel settore di sinistra, più gialla e in parte strapiombante in quello di destra, sia stata scoperta solo nel 1926 dal giovane Casara, che le diede una fortuna insperata.
Dagli anni '30 del Novecento, infatti, il Popena fu frequentato per le scalate di Mazzorana, Zanutti, della squadra lecchese di Cassin, degli Scoiattoli Alverà (Albino, e cinquant'anni dopo Modesto), Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, di Molin e alcuni altri.
Verso la fine del XX secolo, anche lassù si è affermata l'arrampicata "plaisir" di Cipriani e amici, che ha quasi ridotto a zero eventuali possibilità esplorative. Le vie classiche che godono ancora di consenso, e che ci onoriamo di avere salito più volte, dovrebbero essere due: il Diedro Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" (salito da Piero Mazzorana da solo nel 1931) e la Mazzorana-Adler, sull'estrema destra della parete, a pochi metri dal sentiero d'accesso (salita da Mazzorana con Mulli Adler nel 1936).
Il sentiero "normale" che porta sul culmine, invece, è una insolita e non lunga passeggiata su una mulattiera militare discretamente conservata e priva di tabelle e bolli, in un ambiente aspro e solitario che purtroppo, o per fortuna, non coinvolge troppa gente. E' senz'altro una gita meritevole, nella natura e nella storia.

29 apr 2016

Considerazioni di un habitué dello spigolo del Sas de Stria

Sono stato un "habitué" ed estimatore, avendolo salito anche più volte in una sola stagione, dello spigolo del Sas de Stria, corno dolomitico che caratterizza il panorama del Passo Falzarego ed emerge snello ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, scendendo verso l'Agordino. 
La via fu salita in un anno scarso di scoperte per l'alpinismo a Cortina, ma ricordato soprattutto per la fondazione del Gruppo Scoiattoli. Era il 1° agosto del 1939, e i primi salitori furono i vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti.
All'inizio, lo spigolo ricalca il profilo sud-est del torrione, e in alto devia a destra per incunearsi in un'inattesa galleria che porta su una cengia, a un tiro di corda - tra l'altro, il meno facile - dalla vetta, dove si trova la targa dedicata al Tenente Mario Fusetti, caduto in un'azione di guerra il 18.10.1915. 
Garantito da ancoraggi fissi, ma comunque non esente da cadute di pietre, lo spigolo è amato in special modo dai corsi di arrampicata e da chi lassù inizia o conclude le uscite stagionali. 
L’attacco richiede mezz'ora di erta salita dalla strada tra Falzarego e Valparola, e in discesa si segue la dorsale nord-ovest, consunta da migliaia di passi e sulla quale passano un sentiero e alcune trincee ristrutturate. In mezzo, quasi duecento metri di ottima dolomia, percorribili in un'ora abbondante.
Dal 23 ottobre 1977, come regalo per i 19 anni che compivo l'indomani (credo di averlo salito anche prima, ma mi sfugge) fino al 1993, ho ripetuto molte volte lo spigolo, cercando sempre volentieri l'originalità del tracciato e i passaggi che riserva, in una cornice ambientale tutto sommato ancora ben conservata. 
Da Falzarego, esattamente trent'anni dopo (7.7.12,
foto E.M.)
Devo ancora avere la nota delle salite dal 1978 in poi, e ho già scritto dell’ultima, del 1993. Al proposito, rivedo ancora il viso cupo dell'amico Claudio, mentre mugugnava che, per un puro come lui, una cima così ordinaria, dove anche gli alpinisti più ciabattoni possono salire con un’ora di cammino abbastanza semplice e non troppo faticoso, poi schiamazzano per la "conquista" e non disdegnano di lasciare odiosi rifiuti, aveva poco sapore. Per me, che avrò salito il Sas, anche per la normale, almeno 30 volte, non fu mai così: ci rimasi un po' male, ma non obiettai e la nostra cordata si sciolse quel giorno. 
Concludo con un ricordo di oltre trent'anni addietro. 7 luglio 1982: quel giorno tornavo in "croda" sei mesi esatti dopo l'incidente con lo slittino sulla strada del Giau, che mi aveva causato lo strappo del legamento collaterale mediale destro, 78 giorni di gesso e quello che ne conseguì. 
Quel giorno di luglio mio fratello prese la testa della cordata, e io dovetti salire tirando perlopiù di forza, dato che la gamba aveva lo spessore di un braccio e il ginocchio faticava ancora a piegarsi. 
Superai l'esame con un po' di dolore, ma ebbi la prova inconfutabile che a ventiquattro anni e nonostante lo schianto, avrei ancora potuto "andar per Dolomiti".

25 apr 2016

Sulla via Dimai della Punta Fiames col dottor Majoni

Durante la mia 16^ Dimai, 24.V.1987
(foto Mauro Casanova)
Una volta (e anche oggi, seppure in modo un po' diverso …), si trovavano molto spesso belle occasioni per festeggiare. Trent'anni fa, di questi tempi - dato che non volli organizzare la festa tradizionale - come avrei potuto solennizzare la mia laurea, se non con una salita in montagna? 
Detto fatto! Chiamai Nicola, con il quale qualche mese prima avevo salito due bellissime vie ampezzane, il Diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin e il Diedro Dall’Oglio della Cima del Lago, prima di buttarmi a capofitto negli ultimi due esami, e gli feci una proposta, classica ma per lui nuova, vista la giovane età: la via Dimai sulla Punta Fiames, la "paré", che io avevo conosciuto con Ivo fin dal maggio 1976. 
Nicola aderì di getto. Era il 20 aprile, due settimane dopo il superamento del sospirato esame di laurea; il cielo non appariva propriamente limpido e invitante, ma la temperatura era piacevole, la neve era sparita da un pezzo e di prima mattina, lasciata la macchina nel piazzale dietro il "Putti", ci dirigemmo spediti verso la Fiames, fidando nella buona sorte. 
Lungo la via non trovammo nessuno; salimmo regolari e ce la gustammo come si può gustare una salita che conoscevo quasi metro per metro e della quale padroneggiavo le difficoltà e l’impegno globale. 
Per l'amico diciannovenne, che saliva come una scheggia divertendosi un mondo, la Dimai fu una gradevole scoperta, cui tra la primavera e l'estate ne seguirono alcune altre, prima che ognuno andasse per la propria strada. Per me, il fatto di dividere con un nuovo compagno di cordata, di cui mi sentivo un po' "tutor", il piacere di una divertente giornata, fu motivo di doppio orgoglio. 
Non ricordo particolari precisi della salita, se non che quella fu la mia quindicesima "paré". Ricordo invece che, mentre scendevamo per le ghiaie di Forcella Pomagagnon, il tempo non si trattenne più e si scatenò il diluvio. Sotto l’acqua fine ma insistente di quella giornata incerta di primavera, quasi corremmo per la strada forestale fino alla macchina, e poi via a casa di Nicola, dove le angustie materne si sciolsero con una bella asciugatura e un tè bollente, che ci rimise in pace col mondo. Poi, quasi come dei piccoli Marco Polo, Luigina e Elio ci interrogarono a dovere sulla salita, che credo - a tanto tempo di distanza - anche Nicola potrebbe ancora rievocare. 
Io la ricordo soprattutto per un motivo: quella fu la prima via alpinistica del "dottor Ernesto Majoni". La citazione è assolutamente autoreferenziale, ma dentro di me quella coincidenza fu per un lungo periodo una intima soddisfazione.

22 apr 2016

La "Inglese" in Tofana, una via dimenticata

Il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi furono i primi a salire d'inverno la “via Inglese” sulla parete SO della Tofana di Mezzo. La via, una delle molte “inglesi” delle Dolomiti era stata aperta quasi sessant'anni prima, l'11 agosto 1897, da John S. Phillimore e Arthur G.S. Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli. Nel periodo aureo dell’alpinismo ampezzano fu piuttosto ricercata, e così - già prima della fine dell'800 - una difficile traversata, che introduceva a una fessura di roccia levigata e senza incrinature, fu munita di una fune metallica; era la seconda volta che in Ampezzo si "attrezzava" una via di roccia, dopo la "Muller" sulla N del Sorapìs (1892) e prima del "Camino Dimai" sul Sas de Stria (1899).
Due estati fa, alcune guide di Cortina che lavoravano sulla ferrata in Tofana di Mezzo, s'incuriosirono osservando la vetusta, ma solida fune sotto la cresta. L'ipotesi formulata da uno di loro, Franco Gaspari Moroto (cultore di storia e storie alpinistiche), è che nel 1897 la traversata e la fessura, troppo dure per l'epoca, non furono superate direttamente, e le guide si calarono dall'alto a fissare la corda con fittoni piombati, per agevolare i clienti ed aprire con loro la "nuova" via.
Nella "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" del 1904 (dove si legge che le guide degli inglesi erano Dimai e Giovanni Siorpaes de Santo, non Dimai e Colli), si trova però che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro". Da altre fonti pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi subito dopo la “prima salita“, ma non si sa come andò esattamente. Comunque, nel tariffario di quell'anno, le guide ampezzane offrivano la salita dell'"Inglese" pernottando al Tofanahutte e al prezzo di Kr. 50; 64 anni dopo, la salita era ancora in elenco, al prezzo di L. 20.000.
Penalizzata dall'accesso e dal rientro piuttosto lunghi e faticosi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta SE della Tofana e dalla funivia “Freccia nel Cielo”, la via “Inglese” venne presto dimenticata. Nel 1994 Vittorio Dapoz, che gestiva il Rifugio Giussani da vent'anni, ammise di non avere avuto fino ad allora in rifugio nessuno che la voleva salire.
Incuriosito, ho voluto contare le salite sul libro di vetta, posto sulla cima più alta d'Ampezzo nel 1938, ritirato nel 1958 e oggi conservato dalla Sezione del Cai. Scorrendo le pagine, alcune delle quali assai rovinate, si vede che in quattro lustri salirono l'"Inglese" circa 150 persone; in un giorno del 1955 passarono venti persone (13 belgi, in sette cordate e con 7 guide). Erano rare le guide con clienti, scarsi gli stranieri e un unico ampezzano (Luigi Menardi) salì da solo nel 1950; nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958 non passò nessuno.
Mentre analizzavo la questione, dall'amico Roberto ebbi la foto della pagina del libro di vetta in cui, alla data 28 luglio 1940, appariva il nome di mio padre, salito con Valentino Vecellio, padre di Roberto, e due amici. La pubblico oggi 22 aprile, giorno del suo compleanno e a molti anni dalla scomparsa, con un'ultima considerazione. 

7 salitori in media all'anno erano proprio nulla, per un itinerario di media difficoltà sulla vetta più elevata e famosa d'Ampezzo, che all'inizio del '900 era stato una classica in un ambiente grandioso. Con il graduale rifiuto di approcci e rientri troppo lunghi e faticosi, di vie su versanti scomodi, di roccia friabile e protezioni scarse, l'"Inglese" fu tra le prime ad essere scartata. Nel periodo esaminato, essa non è stata certamente mai affollata e la sua roccia non si è di sicuro consumata. Forse oggi, in un'epoca in cui pare che qualcuno cerchi timidamente di rivivere l'Alpinismo di un tempo, sull'"Inglese" si vedrà di nuovo qualche cordata coraggiosa.

17 apr 2016

Sulla fessura Mazzorana della Torre Wundt

Giorni or sono, davanti a una pizza, parlavo con l'amico Enrico di una via alpinistica che ho ripetuto spesso e apprezzato: la fessura sud-est della torre dei Cadini di Misurina dedicata al Barone von Wundt, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro del Torso il 7.IX.1938.
Enrico non era a conoscenza della notizia, minima per la storia ma curiosa per me, della seconda salita della via, famosa grazie all'anche troppo comoda vicinanza al Rifugio Fonda Savio, per il quale la Wundt rappresenta un lucroso “Hüttenberg”. 
La prima ripetizione della fessura, la cui scoperta si dovette all'intuito della giovane guida auronzana, autore di ben 60 vie nuove solo nei Cadini, e di un ottimo alpinista di Udine all'epoca già ultracinquantenne, risalirebbe al 14.VIII.1942. 
La compirono due ventenni mantovani, che si chiamavano Cesare Carreri e Mario Pavesi e stavano trascorrendo tra i monti di Auronzo una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. 
Ho trovato il riferimento in un bel libriccino, pubblicato qualche anno fa da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, per le edizioni "Mare Verticale": "Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”. 
Tra l’altro, i mantovani avrebbero ripetuto la via Mazzorana con una breve variante, che però non si sa dove si svolga e non ho trovato in altre fonti. 
Secondo il loro racconto, nel 1938 la guida di Auronzo aveva piazzato sulla via un unico chiodo: forse era quello usato da tutti i salitori fino a trent'anni fa, quando la fessura fu attrezzata - alle soste e in discesa - con anelli cementati, che accrebbero la sicurezza, ma tolsero quel po' d'avventura che dopo mezzo secolo era ancora in grado di dare ai visitatori. 
Sulla fessura Mazzorana-del Torso, III  cordata
(archivio Ernesto Majoni)
Il "Mazzorana" era un chiodo ad anello che ricordo ancora bene, infisso sulla sosta ai piedi della parete nera che dà accesso al camino superiore, e si vede sulla destra nell'immagine qui di fianco, scattata il 27.VIII.1984 e facente fede della mia limitata carriera. 
Mentre parlavo di montagne con l'amico Enrico, volavo ancora una volta con la fantasia sulle guglie dei Cadini, nella verticale fessura che spesso non vede il sole. Ad essa, luogo eletto per quasi venti belle avventure, so che di recente un cedimento della roccia nella prima cordata, purtroppo ha lasciato una ferita.

13 apr 2016

Ma dove sarà la via Herold sulla Punta Nera?

Prima della Grande Guerra, un tale G. Herold (forse l’iniziale sta per George, ma non è semplice appurarlo), che scorrazzava volentieri tra i monti da solo e nel decennio 1895 - 1905 aprì una decina di itinerari in diversi gruppi dolomitici, passò anche a Cortina con l’idea di cercare qualcosa di nuovo. 
L’8/VIII/1912 l’anglosassone raggiunse infine lo scopo: senza dir niente a nessuno, salì dal versante ovest sulla Punta Nera, una cima che sino alla fine degli anni Trenta del '900, ovvero alla messa in funzione della funivia dedicata al Principe di Piemonte, era abbastanza lontana e isolata (oggi lo è un po' meno), e risultava poco attraente per i rocciatori (oggi non è cambiata). 
Che la via Herold passasse da queste parti?
(foto E.M., 20.VII.2008)
Suppongo che il versante scelto per l'esplorazione solitaria sia quello che scende verso la Val Orita: la relazione della via, le difficoltà incontrate e il tempo speso da Herold per portarla a termine - elementi che forse, in tempi di maggiore propensione alle novità esplorative, avrebbero potuto spingere qualcuno a ricalcare le sue orme - non sono però note, almeno scorrendo le poche fonti disponibili. 
Nel 1928, in “Dolomiti Orientali”, a proposito della Herold Berti riportò la laconica citazione “Itinerario non descritto”, corredata da due riferimenti bibliografici certamente poco utili: pare che di rado gli scalatori siano anche topi di biblioteca e, al contrario, che buona parte dei topi di biblioteca non vada per le crode. 
Delle tre vie che salgono sulla Punta Nera, la Herold fu la seconda in ordine temporale, tra la via originaria del cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres (1876) e quella di Federico Terschak e Isidoro Siorpaes Pear per cresta sud (10/VIII/1919). Ma chissà se il tracciato esiste ancora, data la tendenza alla disgregazione tipica del Sorapis e dei suoi satelliti! 
Gli appassionati eventualmente attratti da una visita al versante, avranno forse qualche problema nell'individuare con precisione dov'è e come si svolge la Herold, e a capire se la sua rivalutazione potrebbe arricchire la conoscenza di una montagna meno considerata che suggestiva.

10 apr 2016

Luigi Picolruaz, guida alpina "esclusa due volte"

Tra le guide e i portatori che animarono l'epoca d'oro dell'alpinismo ampezzano, uno solo era "foresto”, quindi escluso dal Catasto dei Regolieri, pur avendo fatto casa nella valle ed essendosi tanto integrato nella comunità da acquisire lo schietto soprannome di "Nìchelo". 
Si trattava di Luigi Picolruaz o Piccolruaz, nato nella vicina Val Badia nel 1862. Di professione fu anzitutto uno stimato guardacaccia nella tenuta delle nobildonne Emily Howard-Bury e Anna Power-Potts, che negli ultimi anni del secolo avevano fatto erigere su un colle alberato sopra il Tornichè - tra Fiames e la chiesa di Ospitale - la Villa Sant’Hubertus, casa di caccia che fu rasa al suolo durante la Grande Guerra.
Servendosi della sua profonda conoscenza del territorio, il "Nìchelo" aveva ottenuto già a ventidue anni la licenza di guida alpina, e la rinnovò sino al 1909. L'unica notizia su di lui che ho trovato in un documento, riguarda la seconda ascensione della Torre Grande d'Averau (prima: C. G. Wall con la guida G. Ghedina, 17/9/1880), che compì con tre paesani il 5/6/1883. Il suo volto compare, invece, in molte fotografie di battute venatorie, accanto ai nobili stranieri che amavano venire in Ampezzo per inseguire la fauna selvatica. 
Dopo una battuta di caccia sul Col Bechei.
 Il 1°a destra seduto è Luigi Picolruaz:
da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983
La famiglia Picolruaz diede un notevole contributo alla guerra. Allo scoppio del conflitto due figli di Luigi, Anselmo (classe 1889) e Angelo (1890), partirono sul fronte russo col 3° Rgt. Bersaglieri e col 1° Rgt. Cacciatori. Nel maggio 1915 anche il capofamiglia, che aveva comunque superato l'età per l'arruolamento, fu inquadrato nel 4° Rgt. Cacciatori con i figli gemelli Luigi junior ed Emilio, sedicenni. La moglie Caterina aveva scongiurato il marito di lasciare a casa i più giovani, ma i Picolruaz si trovarono ugualmente in guerra in cinque, e per di più il capofamiglia fu anche gravemente ferito a Landro.
Al termine del conflitto tornarono tutti a casa a La Vera, lungo la strada di Alemagna; Emilio però non sopportò i disagi patiti al fronte. Rincasato nel novembre 1918 perché ammalato di tubercolosi, il 29 giugno dell'anno seguente si spense, a vent'anni.
Nello stesso periodo il "Nichelo" ebbe anche un'altra amarezza: dovette rispondere alla Sezione Ampezzo del DŐeAV (dal 1920, Sezione di Cortina d'Ampezzo del CAI), dell'accusa di avere guidato senza licenza un cliente sul Monte Cristallo.
La famiglia di Picolruaz, che morì a sessantadue anni, si è estinta in linea diretta con l'ultimogenito Maurizio, anche lui guardacaccia e tenace custode delle memorie avite (1904-81).
Oggi Luigi, la prima guida alpina "foresta" d'Ampezzo, resta ancora escluso dalle lapidi che, nel cimitero di Cortina, ricordano le guide e i portatori scomparsi. 
Questo potrebbe essere un invito a rimediare.

29 mar 2016

Un po' di wilderness in Ampezzo? Il Busc de r'Ancona

Ci si può arrivare dall'alto, affidandosi alla breve, rustica e mai collaudata “via ferrata”, che il tenace Giulio attrezzò per ammansire i salti che degradano dalla sommità della Croda de r'Ancona; o altrimenti salire dal basso, superando la costa di mughi e detriti sulla quale si scorgono ancora tracce di un accesso bellico, parcamente segnate in rosso. In entrambi i casi, il Busc de r'Ancona (Bus dell'Ancona, Bus d'Ancona nelle vecchie guide e nella cartografia) è un luogo che non può non indurre una certa suggestione.
Il pertugio naturale, alto almeno venti metri e modellato da millenni di gelo e disgelo nella dolomia grigio-rossastra della displuviale che sale verso la Croda che gli ha dato il nome, risalta evidente dalla sottostante Statale 51 d'Alemagna, poco oltre il cosiddetto "Tornichè" di Sant'Hubertus; il luogo riveste una certa rilevanza per la toponomastica come per l'escursionismo, per le leggende come per la storia militare.
Il Busc de r'Ancona si trova, infatti, al centro di una leggenda, riportata da Karl Felix Wolff per Ampezzo ma comune anche ad altri "fori" dolomitici e non; secondo Wolff sarebbe stato sfondato a colpi di corna dal diavolo inviperito, quando fu messo definitivamente in fuga dal pievano della valle ampezzana, che aveva invano tentato di allontanare dal Cristianesimo. 
Photo by panoramio.com
Il luogo importa anche allo storico militare: durante la Prima Guerra Mondiale, ebbe una certa rinomanza strategica, poiché già nel 1915 sulla dorsale Ciadénes - Croda de r'Ancona fallirono, con un pesante costo di vite umane, gli assalti sferrati dall'esercito italiano al baluardo di Son Pouses.
Il Busc è, poi, una meta curiosa per una ristretta fascia di escursionisti, trovandosi lungo un collegamento per cresta, poco usurato e che si sviluppa fuori da tracce e carte, da Ospitale alla Croda de r'Ancona.
Last but not least, lassù si è registrata una delle prime imprese di sci ripido d'Ampezzo. Nell'inverno 1984, infatti, Nina Ford valicò il foro da sola, scendendo per prima sugli sci lungo l'invaso detritico che, dopo circa seicento metri di dislivello, va a morire presso la Statale d'Alemagna.
Rilevante che sia per l'uno o l'altro motivo, il suggestivo foro piace comunque a molti, e noi cultori della wilderness ampezzana vi siamo tornati e lo pensiamo, sempre volentieri.

20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo l'occasione per ricordare un amico di croda e rilevare quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la propria firma sui libri di vetta che costellano le montagne. 
Il 1° settembre 1985 salimmo lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che per l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi sembrò eccessivamente impegnativa; un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia di parte italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente Emil Stübler, nell'agosto 1909; secondo quella di parte tedesca, invece, Dibona fu il primo ripetitore dell'itinerario scoperto l'anno prima in solitaria da Rudl Eller, guida di Lienz (1882-1977). 
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva passato i cinquant'anni, uno in meno di noi due giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro, temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Renzo sulla Rocheta de Cianpolongo, primi anni 2000
(foto raccolta Roberta Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo. 
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Da Alziro Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico posso svelarne il nome: Renzo Alverà Pazifico (1933-2010), di Acquabona d'Ampezzo.

16 mar 2016

Taburlo, la meta perfetta

Una solida paretina alta almeno 7-8 metri, sulla quale - durante la Prima Guerra Mondiale - era sicuramente ancorata una scaletta, consente di accedere ad una cima ampezzana un po' particolare, della quale non si parla mai: il Taburlo, o Falè. 
Quotato 2268 m, schiacciato fra il soprastante, imponente Taé e il dirimpettaio Col Rosà (una cima nota e frequentata per la via ferrata "Bovero" ma piuttosto scialba se vista da nord), il Taburlo dal nome misterioso sorveglia i boschi di Pian de Loa con una parete rossa e verticale, superata nel 1963 da Ivano Dibona e Marcello Bonafede, che l’avevano provata senza successo nell’autunno dell’anno prima. 
Il libro di vetta, che nei primi anni '90 avevano portato lassù alcuni amici di Cortina - due dei quali, Claudio e Alfonso, non sono più tra noi da lungo tempo - documenta la poca frequentazione di una croda scorbutica, non ricercata e fuori dai grandi circuiti. 
Raggiunto per la prima volta da Domenigg e Rausch nel 1906, utilizzato poi come posto d'osservazione austriaco durante la guerra, il Taburlo è una cima "vecchio stampo", scomoda ma generoso con chi l'apprezza, e risveglia la voglia di natura di pochi scaltriti, impazienti di uscire dal box degli obiettivi noti, addomesticati e recensiti da decine di forum, libri, riviste, siti web. 
Il Taburlo, salendo verso il Ponte dei Cadorìs
(E.M., 30 maggio 2010)
La salita, nel complesso, presenta passi disagevoli e richiede quel po' di impegno fisico e mentale che in montagna insaporisce i traguardi; avendola effettuata cinque volte, in una delle quali - tra l’altro - ero solo, affermo che ogni volta mi sono sentito veramente a posto con me stesso e con la natura nel guadagnare una cupola inaspettatamente ampia e comoda. La cupola, striata da ghiaie e mughi, è difesa su ogni lato da dirupi e tracce ormai labili, rocce mai elementari e spesso esposte. 
Mi sembra ancora di riprovare la sensazione che ebbi in quel settembre di vent'anni fa, quando – facendo impaziente la fila – attendevo che gli altri del gruppo superassero l’ultimo ostacolo, secondo me un bel secondo grado inferiore. 
Per un momento mi sorpresi a pensare che la cima che aspiravo a salire, disturbata negli ultimi 90 anni da presenze umane certamente non esagerate, un po' aspra ma anche un po' dolce, era la meta alpinistica perfetta. 
Oggi, se posso ardire, vi indirizzerei solo coloro che aspirano a conoscere un angolo dolomitico alternativo, una zona solitaria, una via normale non famosa né certamente alla moda, un po' più impegnativa del solito, ma ricca di quel fascino che non tramonta.
Prima che crolli tutto quanto...

7 mar 2016

Torre Quarta (o Torre Andrea): pareti di gioventù

Quarta Alta a sinistra,
Bassa a destra (E.M., giugno '09)
Oh, com'era bello "andare in Cinque Torri!" Ma non sulle vie di 6°, né tanto meno su quelle moderne, che comunque a quei tempi erano ancora poche e circondate da un'aura di "fanta-alpinismo". 
La scuola dei vent'anni furono le classiche, salite e risalite qualche volta con fatica (il Diedro della Romana...) ma sempre con soddisfazione e orgoglio: normale, Nuvolau, via delle Guide sulla Grande; Lusy, Barancio per la via Dibona, il citato Diedro della Romana, le due normali della Latina, la Quarta e l'Inglese.
Le percorrevamo ogni anno, talvolta anche d'inverno, alternandole ogni tanto con qualcosa di difficile, nella speranza di crescere. Ecco allora che ci riuscirono la Olga, l'Armida, la Dibona da N, la Miriam, la Diretta e la Fessura Dimai sulla Grande, e tre salite della Trephor, la torre che da una dozzina d'anni non esiste più. 
Le ricordo tutte nitidamente e di tutte credo di avere scritto almeno una volta: in questo momento mi è sovvenuto in particolare della Quarta (per l'esattezza, Quarta Alta), quel caratteristico parallelepipedo all'apparenza inclinato. 
Salita per la prima volta nel settembre 1911 dalla guida Angelo Dibona con Amedeo Girardi, di primo acchito pareva quasi più difficile di quanto poi non fosse. L'ascensione ha uno sviluppo originale: bisogna salire, infatti, fino a metà dell’adiacente Quarta Bassa (piccola torre molto frequentata come meta a sé stante), quindi traversare al punto d’unione tra le due guglie, un terrazzino sul quale si sta a stento in piedi, e proseguire su roccia scura e quasi verticale, oltrepassando un terrazzino erboso, fino in cima. 
La vetta è piatta e - a differenza di altre torri - invita ad un placido riposo: ricordo che, sotto l’ometto, in quegli anni c’era ancora un umido quaderno con qualche firma interessante. 
Un tempo (quando? Lo scriveva Antonio Berti già nel 1928, ma sicuramente la denominazione è precedente), la Quarta Alta veniva detta anche Torre Andrea: questo antroponimo potrebbe essere oggetto di una piccola ricerca e un articolo, che mi riprometto di scrivere. Oggi che passo di rado da quelle parti, rivedo con piacere la Quarta Alta, la Quarta Bassa e tutte le altre torri nei ricordi e nelle fotografie.

3 mar 2016

1882-2010: le scalate del campanile di Cortina

Poiché le ripide scale di legno all'interno della torre campanaria non sono conformi alle più recenti norme di sicurezza, sul ballatoio del campanile di Cortina (eretto nel 1853-1858 fino all'inusuale altezza di 70,17 m, escluse la croce e la sfera dorata sommitale) di solito non è possibile salire. Dal punto di vista del turismo è un peccato, poiché il campanile costituirebbe di sicuro un'ulteriore e interessante offerta per gli ospiti della conca ampezzana.
La visuale a 360° che si gode dall'alto, infatti, è integrata da una cinquantina di targhe metalliche, infisse lungo la balaustra a segnare i nomi delle numerose montagne che si ammirano da lassù.
Ma chi sale oggi sul campanile? Per tradizione, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, alcuni suonatori della Banda d'Ampezzo con gli strumenti in spalla, che poi dal ballatoio solennizzano in musica la Mezzanotte Santa.
Chi ha visitato il campanile quando era possibile (seppure anche allora saltuariamente), conserverà certo il ricordo della salita: soprattutto durante quella nevicata in cui alcuni ragazzi delle medie, sfruttando la coltre bianca, ebbero la folle idea di lanciare palle di neve da qualche dozzina di metri d'altezza, centrando gli ombrelli di alcuni passanti...!
Fino ad alcuni decenni fa, in occasione di ricorrenze importanti, qualche alpinista scalava il campanile fino in vetta e vi faceva sventolare bandiere e stendardi. Già nel 1882 il pioniere tedesco Emil Zsigmondy sfidò la forza di gravità, percorrendo tutta la balaustra in piedi. Nel 1925 e 1927, in occasione delle visite a Cortina del Principe Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari (Rico Becheréto) raggiunse la croce e vi fissò la bandiera del Regno d'Italia. Intorno alla metà del '900, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bòcia e Luigi Ghedina Bibi tornarono lassù per posizionare stendardi: fu memorabile la salita del 1954, per festeggiare Lino Lacedelli de Mente, tornato dal K2. Nella primavera 1945, infine, anche la guida Marino Bianchi Fouzigora aveva scalato la croce, collocando una provocante bandiera in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. 
La guida Marco Da Pozzo (1966-2010)
photo by www.planetmountain.com)
Non tutte le salite sul campanile, però, sono state momenti lieti. Il 26 aprile 2010, la guida Marco Da Pozzo, che col collega Luca Dapoz stava lavorando sul culmine, scivolò disgraziatamente sulla lamiera; tentando di afferrare il parafulmine senza successo, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto e morì sul colpo. L'episodio provocò grande impressione e dolore ed ha fugato, forse per qualche tempo, la prospettiva di ulteriori scalate sul campanile.

26 feb 2016

Una valanga di cento anni fa

Salendo per la strada che si stacca dal "Tornichè" di Podestagno (l'ampio tornante sulla Statale 51 d'Alemagna), e raggiunge l'alpeggio e il Rifugio Ra Stua, nel punto identificato dalla toponomastica ampezzana con un nome dall'origine oscura, “Luó de Vilagranda”, s'incontra una lapide. Una lapide di pietra rossastra di 52 cm x 43, fissata alla roccia sul lato destro della strada, che ricorda a chi passa una disgrazia accaduta giusto cent'anni fa, nel pieno della follia bellica.
Sul Luò de Vilagranda, quasi 93 anni dopo
(foto E:M., 6/1/2009)
Le parole incise sulla pietra oggi si leggono un po' a fatica. Esse testimoniano che in quel luogo, il 27 febbraio del 1916, sette militari del 168° Infanterie Bataillon austro-ungarico furono travolti da una grossa valanga, che in anni non lontani si è staccata di nuovo dai dirupi soprastanti, ai piedi dell'altopiano di Son Pòuses. 
I militari i cui nomi furono scolpiti sulla lapide (polacchi e boemi, secondo le notizie dell'amico Antonio) erano Stanislaw Szewczyk, Adalbert Tworek, Andreas Smolski, Wasil Jvaski, Fedor Jvasky, Luc Golicz, Karl Weinl: risultando arruolati con l'ultima coscrizione, si è supposto che i sette non fossero più giovanissimi.
Nel 2001, ai piedi della lapide, una di quelle che nella conca ampezzana ricordano i fatti della Grande Guerra, il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo collocò una tabella di legno con alcune note storiche sugli sventurati fanti sorpresi dalla valanga in quel luogo. Soprattutto d'inverno, salendo a Ra Stua a piedi o con gli sci, lungo una strada frequentatissima, ma non del tutto esente dal rischio di valanghe, il "Luó de Vilagranda" merita una fermata e una riflessione.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...