12 ago 2015

Punta Erbing, luogo di grandi silenzi

Antonio Dimai, famosa guida alpina di Cortina, amava il Pomagagnon e dal 1899 al 1905 vi aprì cinque vie. Nell’ultima, salì la parete sud del culmine più a oriente del gruppo; erano con lui il collega e amico Agostino Verzi e il cliente G. Erbing, il cui cognome identifica oggi la cima. 
Dimai si era lasciato “sfuggire” la parete della vicina Croda dei Zestelis, sulla quale Zaccaria Pompanin e Angelo Zangiacomi avevano guidato Robert Grauer; due estati dopo, però, la guida si rifece battezzando una vetta fino ad allora senza nome.
73 anni fa come oggi, alla via Dimai se ne aggiunse un'altra - un po' più difficile - di Iji e Toni, ragazzi di Cortina, salita per la prima volta d'inverno da alcuni alpinisti di Venezia nel 1953. Oggi di quelle vie non parla e non scrive più nessuno.
La Erbing è comunque un'ottima opportunità per una bella escursione. La si può salire concatenandola col sentiero attrezzato III Cengia del Pomagagnon (consigliato a persone preparate e attrezzate), o per la via di rientro da esso, che inizia a Forcella Zumeles, è segnalata fino in cresta, è mediamente impegnativa e ha un buon sapore d’antico.
Per toccare la Punta, meta senza dubbio un po' inusuale nelle Dolomiti Ampezzane, va prima raggiunta, secondo le diverse soluzioni previste da guide e cartine, la citata Forcella Zumeles. Si traversa poi piacevolmente l'alberato versante nord dei Crepe de Zumeles, finché la traccia inizia a salire sotto la parete. Ad un'erta e franosa rampa seguono due movimenti su roccette, che adducono al selvaggio lato nord della Erbing, Quassù non è improbabile incontrare qualche camoscio solitario.
Ometto e croce di vetta, 
com'erano nel 2009 (foto E.M.)

Il sentiero, sempre segnalato, continua a zig-zag su detriti fino a un intaglio della cresta che si affaccia sulla conca d'Ampezzo, dove finisce la III Cengia. In una decina di minuti, con un minimo di cautela, si tocca l'ormai visibile puntina, belvedere sulla sottostante Cortina.
Chi scrive ha salito la Erbing almeno sei volte con gli amici, con la moglie, da solo, e da entrambi i versanti. Mi piaceva condividere la fascia boscosa dei Crepe dei Zumeles, la ripida rampa fra i baranci, che ogni anno scivola un po' più a valle; le roccette della faticosa dorsale che guarda il Cristallo; la crestina finale. 
Ma l'emozione la trovavo nel fazzoletto di detriti della cima, dove un ometto e una croce di rami informano che si è su un culmine poco noto, un balcone panoramico di notevole bellezza, ma soprattutto un luogo di grandi silenzi.

10 ago 2015

Il Camino Barbaria, una via dimenticata

Pur se ha dimensioni contenute e la roccia non è ovunque solidissima, sul Becco di Mezzodì (detto anticamente Sasso di Mezzodì, "ra Zieta"), che fu la meridiana dei valligiani antichi, in pratica sono stati scalati ogni camino, diedro, fessura, parete o spigolo. 
Dal 1872, quando Santo Siorpaes Salvadór scoprì la chiave per la cima accompagnandovi il cliente W.E. Utterson Kelso, fino al 2009, quando Carlo Alverà e Federico Svaluto hanno superato il grande tetto che sporge sul lato NO, sono almeno una ventina le vie e le varianti tracciate sulla vetta, che fa da confine fra Cortina e il Cadore, un tempo era una meta "à la page" e oggi non patisce certo di eccessiva congestione. 
Una delle sue vie, però, ha avuto una certa notorietà ai primi del Novecento: il Camino Barbaria. Fino al 1908, infatti, l’offerta del Becco si limitava soltanto alla via originaria; il 19 agosto di quell'anno raddoppiò, con la salita del camino nord-ovest. Il camino, di difficoltà piuttosto sostenute per l’epoca, fu percorso dalle guide Bortolo Barbaria Zuchin (che amava salire i camini delle Dolomiti, e ha lasciato il suo nome almeno a tre) e Giuseppe Menardi Berto, uno degli oltre centotrenta ampezzani deceduti in tempo di guerra, con i clienti veneziani Francesco Berti e Lodovico Miari. 
Becco di Mezzodì. Il Camino Barbaria sale
fra il sole e l'ombra (foto I.D.F., 2014)

Correggendo un errore ripetuto per decenni, che posizionava la prima salita al 2 settembre 1908, ho scoperto sul libro di vetta che quel giorno invece sul Becco i primi salitori del camino non c'erano, essendo passati due settimane prima. La seconda salita del Barbaria si deve alle guide Antonio Dimai Deo e Agostino Verzi Sceco con le sorelle Ilona e Rolanda von Eötvös, il 31 luglio 1909; il 7 agosto 1910, infine, il ventenne Federico Terschak e A. Mayer compirono la prima salita senza guide, e due settimane dopo la giovane guida fassana Francesco Jori effettuò la prima ascensione solitaria.
Il camino, che fino al settembre 1914 contava circa venticinque ripetizioni, manca in tutte le raccolte di scalate dolomitiche di livello classico. Chi sale oggi sul Becco, credo lo faccia quasi soltanto per l'antica via di Siorpaes e Kelso, che riassume in sè e chiude la storia ultra centenaria di una montagna bella e dimenticata.

6 ago 2015

La "Crosc del Pomagagnon" ha 65 anni

Le cime delle nostre montagne sono costellate di croci, grandi e piccole, umili o monumentali. Tutte sono un segno della fede che animava chi è venuto prima di noi e che c'è da sperare sia ancora presente in tanta gente di oggi. Del resto capita ancora che, specialmente gli amanti della montagna, passando davanti a una cappelletta o a un crocifisso, non manchino di rivolgere un pensiero riconoscente al Creatore di ogni cosa. 
Per le considerazioni svolte, io dico di sì alle croci sulle vette, purché non siano fatte di cemento, abbiano un'altezza congrua e una fattura tradizionale, come molte, anche sulle Dolomiti. 
Le prese di posizione, che ogni tanto animano un sonnacchioso tran tran stagionale, sull'opportunità di erigere croci sulle montagne, a me sembrano sempre un po' pretestuose.
Aldilà del credo di ognuno, la croce sulla vetta è una meta sicura per gli alpinisti; concede una pausa  di meditazione e ringraziamento per la cima raggiunta; s'integra con la dolomia ed è spesso accolta nella toponomastica. 
Una testimonianza significativa in questo senso è data dalla “Crósc del Pomagagnon” sulla Costa del Bartoldo, la vetta più nota, anche se non la più alta della catena che va da Ospitale al Passo Tre Croci. 
Ritorno sul tema, che ho trattato più volte, perché in questi giorni Valerio (classe 1939, uno dei "ragazzi del '50") mi ha ricordato che la “Crósc” ha compiuto sessantacinque anni. 
Era, infatti, l'Anno Santo 1950 quando, il 6 luglio, quaranta ragazzi guidati dai cappellani Don Giuseppe Richebuono e Don Alberto Palla innalzarono una croce di legno e lamiera sulla Costa, dando così alla cima (fino ad allora nota agli scalatori per alcune vie, tra cui la "Dimai-Phillimore") un motivo in più per la visita. 
Rovinata da una bufera, nel luglio 2000 - a mezzo secolo dalla prima posa - la croce fu sostituita a cura del  Cai locale e benedetta con una cerimonia in Val Padeon, cui erano presenti molti ragazzi del 1950 e anche l'ex cappellano Giuseppe Richebuono. Nuovamente danneggiata dalle grandi nevicate del 2013-2014, è stata rimessa a posto giusto un anno fa da quattro volontari del Cai, del Parco d'Ampezzo e del Cnsas di Cortina. 
La Crosc del Pomagagnon, 
appena risistemata, 6.8.14 (foto Cai Cortina)
La “Crósc del Pomagagnon” “è” la Costa del Bartoldo; obiettivo ambito di una escursione non banale, che la luce favorevole consente di scorgere fin da Cortina. Parecchi dei ragazzi di 65 anni fa sono "andati avanti", ma in quelli rimasti, non è svanita la memoria degli entusiasmi, delle fatiche, delle paure, delle gioie provate nell'alzare lassù un simbolo della propria fede. 
Dal libretto di vetta (collocato da chi scrive nel 1996 e rinnovato nel 2014), pare che le visite alla croce siano costanti, quasi tutte di escursionisti che salgono da N, seguendo l'itinerario disceso per la prima volta da Von Glanvell e compagni nel luglio 1900, ma forse già praticato da cacciatori.
La frequentazione e la storia riducono comunque ogni polemica sul senso e l'opportunità di una croce discreta, vissuta e amata da tante persone, non solo in Ampezzo.

4 ago 2015

La Guglia Edmondo De Amicis, officina del diabolico Piaz

Oggi non penso che soffra di eccessivo affollamento, anche perché l'approccio alla base è più lungo della salita in sé; ma di certo nella prima metà del '900 fu un obiettivo famoso, non semplice e ambito da alpinisti d'ogni dove. 
E' la Guglia Edmondo De Amicis, torrione che si alza dal bosco ai piedi delle Pale di Misurina e al cospetto del lago omonimo, dal quale è però malamente distinguibile. 
Alta come un condominio di una quindicina di piani, la De Amicis evoca nella forma il fungo dei nostri boschi che si chiama spugnola, e vanta una storia lunga e movimentata.
La conquistarono, infatti, nel luglio 1906 la vulcanica guida fassana Tita Piaz e l'amico Ugo De Amicis, figlio dell’autore del libro “Cuore”, che volle dedicarla al padre. 
Giudicandola un osso piccolo ma duro, per toccare la vetta la guida studiò un trucco degno della sua fama di "Diavolo delle Dolomiti": una lunghissima corda fissata a una palla di piombo, lanciata dalla cima del modesto rilievo che la fronteggia (detto Campanile Misurina) e arrotolata sui mughi della cima con un gomitolo di cordini
Scivolando per diciotto metri sulla corda tesa a sessanta metri dalla base, gli attori della funambolica impresa giunsero in vetta dopo varie ore di lavoro. La salita fece un po' di scalpore, ma - al pari di altre  simili nei Cadini di Misurina e sugli Spalti di Toro - non fu reputata alpinismo autentico.
L'ascensione diretta della Guglia attese altri sette anni: nell'agosto 1913 Hans Dűlfer, von Bernuth, la guida Zelger e Frau Kasnakoff riuscirono a salire dal basso, incontrando  difficoltà piuttosto alte per l'epoca, poi facilitate da qualche chiodo. 
Classica cartolina della Guglia De Amicis da N
Nel corso del '900 la traversata lungo la corda e la via Dűlfer  divennero celebri e molto ripetute, spesso come set fotografico; nel '52 la Guglia fu anche protagonista di un film di Severino Casara.
La De Amicis è poi stata salita praticamente da ogni lato: nel '40 lo spigolo a destra della via originaria fu percorso da Mazzorana, Pagani e Falconi; sul versante est, dove si scende in doppia, si arrampicarono nel '61 Menegus, Bonafede e Nessi; nel '67, infine, Molin e Pandolfo in oltre sei ore piantarono 30 chiodi sullo spigolo a destra della Mazzorana. E non è detto che la vicenda finisca qui!
La punta della guglia è così stretta da riuscire a ospitare solo un ciuffo di mughi e gli spit di sosta; niente campane, croci, libri di vetta. Il 13 maggio del '79, una fresca domenica di primavera, anche chi scrive ebbe la grande fortuna di arrivare lassù con Enrico, il Lace e Spidi; per quell'unica salita, la Guglia Edmondo De Amicis è entrata di diritto nell'album dei ricordi più intensi.

1 ago 2015

20 volte sullo spigolo del Sas de Stria

Da modesto dilettante, penso di essere stato un "habitué" del
Sas de Stria da Falzarego: a sinistra,
il profilo dello spigolo SE (foto E.M., 07.2012)
 Sas de Stria, o meglio dell'itinerario che sale per lo spigolo SE della cima incombente sul Passo Falzarego, snella ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, che unisce Cortina all'Agordino. 
Aperta il 1° agosto 1939, anno povero di novità alpinistiche, da Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza, la via segue fedelmente lo spigolo meridionale della rocca, e in alto evita un grande strapiombo biancastro piegando a destra e infilandosi in una singolare galleria, che conduce ad una cengia poco sotto la sommità. 
Lo spigolo Colbertaldo, salito in prima invernale da Marino Dall'Oglio e amici nel marzo 1953, è apprezzato - oltreché da chi ama ancora l'alpinismo gradato di III-IV - da guide e scuole di roccia per aprire o chiudere la stagione. La via può occupare mezza giornata, poiché inizia a trenta minuti dalla strada tra i passi Falzarego e Valparola e la discesa - un sentiero storico che s'insinua in varie trincee di guerra - termina a poca distanza dalla strada.
Dal 23 ottobre 1977, quando salii la Colbertaldo con Enrico, facendomi un regalo per i miei 19 anni (ma forse ero già salito l'anno prima) fino alla primavera 1993, penso di aver percorso tra i 3 e i 4 km di spigolo (cioè, di averlo salito una ventina di volte), tornandovi spesso perché è un tracciato vario e divertente, mai scontato e inquadrato in una cornice dolomitica di alto rango.
Nell'ultima salita, ricordo ancora lo sdegno dell'amico avvocato, il quale in cima mugugnava che, per lui, aver dovuto arrampicare su una croda “facile”, dove arrivano anche i bambini, c'è sempre qualcuno che starnazza facendo merenda e spesso lascia solo cartacce, lo aveva soddisfatto ben poco.
Chiudo con un flash di una giornata storica, il 7 luglio 1982. La ricordo perché tornavo in montagna dopo sei mesi esatti dall’incidente in cui mi si era strappato un legamento della gamba destra; fui operato e dovetti girare col gesso per 78 giorni. 
"Tirava" Federico, e io salii quasi issandomi di braccia, perché la gamba era ancora fiacca e il ginocchio non piegava bene; ma la soddisfazione di toccare ancora la cima dopo quell'incidente fu smisurata, e ne ebbi la prova incontrovertibile che a vent’anni potevo ancora fare quello ed altro.

26 lug 2015

Pala Perosego, cima sconosciuta, sottile ed aerea

Una volta compravo molti libri di montagna. Un giorno di novembre di una ventina d'anni fa trovai quello che conservo con riguardo, perché è una piacevole lettura e una preziosa fonte di informazioni e suggerimenti: “Gruppo del Cristallo” di Luca Visentini, edito da Athesia. 
Grazie a quella lettura, scoprii che la Pala Perosego, cima dolomitica quasi sconosciuta anche se - oltre alla breve via normale - ne ospita altre quattro di difficoltà fino al 6°+ (due sono opera degli Scoiattoli di Cortina), si poteva salire abbastanza facilmente.
Il rilievo, con l'accorpato e misterioso Campanile omonimo, sporge di poco dalla cresta delle Pale di Zumeles, che dalla sella di Sonforcia avvia la dorsale del Pomagagnon, ma soltanto verso Cortina mostra una certa autonomia di linee. 
Alla fine di settembre del 2000, partii da solo con meta la Pala, che leggendo la relazione mi pareva adatta a una gita solitaria. Messi i piedi (o meglio, le ginocchia) sulla sottile ed esposta cresta terminale, sotto l'ometto lasciai una scatola di plastica e un quaderno per le eventuali firme di altri salitori, e verso la metà di giugno dell'anno seguente tornai su a darvi un'occhiata.
Prima della pioggia, sulla cresta terminale 
(foto Ernesto Majoni, 22 maggio 2005)
Qualche tempo dopo, un amico agordino mi informò che un fulmine doveva aver distrutto la scatola e uno spostamento d'aria aveva scaraventato il quaderno giù dalla cima. 
Così, il 22 maggio 2005 risalii lassù con Iside, portandomi appresso una scatola più robusta e un altro quaderno; su quest'ultimo, alla nostra quarta visita del 20 maggio 2007, scoprii con piacere un certo numero di firme. 
Passò altro tempo; mi venne detto che anche la seconda scatola e il quaderno che conteneva erano spariti, forse distrutti dal maltempo o da qualche simpatico "amico" della montagna. Se così è stato, spero per opera naturale e non umana, mi auguro che qualcuno si sia preso la briga di riportare su quella cima sconosciuta, sottile ed aerea un piccolo "diario di bordo".
Sulla Pala non sono più tornato, ma ho saputo che il 28 agosto 2010 vi salì anche l'amico Luca Beltrame, caduto sulle Alpi Giulie due anni fa, il giorno del suo 43° compleanno. Chissà se Luca ha potuto lasciare in vetta la firma come segno del suo amore per la Montagna?*
La Pala Perosego non ha significato per i collezionisti di grandi Dolomiti ma lo può avere per chi sfugge alle folle incolonnate e non si fa fermare dall'assenza di tabelle, funi metalliche e bolli di vernice. 
Lassù, a un'ora di distanza dagli impianti e rifugi del Cristallo, c'è solo un grande silenzio.

*Se per caso qualcuno dei miei lettori è salito dopo il 2010 ed ha trovato in vetta un nuovo libretto e la firma di Luca Beltrame, mi piacerebbe saperlo.

24 lug 2015

Gli ultimi veri “tesori” d’Ampezzo.

Una via che non ho mai salito, e mi sarebbe piaciuta? 
Solo per stare a Cortina, ce ne sono diverse; non ne ho mai stilato un elenco, che oggi sarebbe inutile, dato che quell'alpinismo resta tra i ricordi di tanti anni fa. 
Una montagna che non ho mai raggiunto, e mi sarebbe piaciuta? Anche in questo caso ce ne sono diverse; una in particolare, fra quelle più vicine, su cui non ho mai avuto occasione o voglia di mettere il naso, è il Colfiedo, nel gruppo della Croda Rossa. 
Quotata 2804 m, è la sommità che spunta subito a sud della Forcella Colfreddo, alto valico battuto più d'inverno che d'estate, che la separa dalla cima principale della Croda Rossa. 
Colfiedo, Forcella Colfreddo e Croda Rossa,
dalla Valfonda (foto E.M., ottobre 2011
)
Dalla forcella originano due robuste diramazioni: una a O, che va a rinchiudere il vasto Graon de inpó Castel, che scende fin quasi alle porte dell'alpeggio di Lerosa. L’altra, detta Ra Sciares, si abbassa come una grande scalinata verso la Val de Gotres e la sella di Cimabanche. 
Questo benedetto Colfiedo, dove lo scomparso amico Claudio Cima, conoscitore e cultore di tanti misteri dolomitici, ipotizzava fosse ancora possibile la ricerca di qualcosa di nuovo e mi pare che oggi abbia persino il libretto di vetta, sovrasta di soli 83 m la Forcella omonima, dalla quale si raggiunge.
Non è certo il colle barancioso posto in vicinanza dell’intricata Costa del Pin, 500 m circa più in alto di Cimabanche e quindi sui 2000 m di quota. Su quest’ultimo colle, un appassionato mi raccontava di essere salito, faticosamente e avventurosamente, qualche tempo fa con un amico, scoprendo un angolo fra i meno contaminati del nostro territorio. 
Entrambe queste elevazioni, il Colfiedo e l'altro colle, restano senza dubbio due degli ultimi veri “tesori” d’Ampezzo. Non costruiamoci sentieri segnalati, vie attrezzate o quant'altro.

21 lug 2015

Lo spigolo del Col dei Bos, una bella salita

La presenza nello stimolante archivio storico del Cai Cortina di un libretto, collocato lungo la via Alverà-Menardi sullo spigolo SE del Col dei Bòs (che qualche fonte denomina ancora oggi, impropriamente, Cima Bois) e rovinato anzitempo dalle intemperie, mi ha fatto retrocedere di qualche decennio, alle mie esperienze dell'itinerario in oggetto. 
Superai la via (300  m, 5° grado, ore 6, secondo la relazione della guida Berti 1971, che ai miei tempi si usava ancora con profitto) per tre volte, annotandone sempre date e compagni: maggio '79, con Enrico; agosto '80, con Stefano e Marco; giugno '87, con Mauro. Oggi, nonostante la presenza di qualche protezione in più e l’affermazione di qualcuno che ormai lo spigolo sarebbe "una via facile”, noto che una guida di scalate scelte classifica la strapiombante fessura a metà via, dove era facile vedere i sorci verdi, come un robusto 5° grado sup. 
Via Alverà-Menardi, 1a cordata
(foto: www.summitpost.org)
Salito per la prima volta dagli Scoiattoli Silvio Alverà “Boricio” (1921-86) e Luigi Menardi “Igi” (1925-79) il 13 luglio 1947, lo spigolo del Col dei Bòs è sempre stato amato e frequentato, non solo dai locali. Di esso, a onor del vero, va rilevata una certa discontinuità nelle cordate, in cui si alternano tratti di difficoltà classica ad altri abbastanza ostici. 
Oltre alla roccia buona e alla favorevole esposizione, che permette di salire anche nelle mezze stagioni, la via è degna di nota per il breve accesso (mezz'oretta dalla SR48 delle Dolomiti), Notevole è anche l’uscita in vetta, non aguzza dolomite ma morbida sommità prativa, che invita a stendersi per godere la “conquista”. 
Il libretto dice che i salitori della via sono perlopiù veneti, tedeschi ed est-europei, e qualche ascensione è ancora appannaggio delle guide di Cortina. La cosa fa piacere; è auspicabile che lo spigolo del Col dei Bòs che, quando nascevo (1958) all'ipotetico cliente di una guida costava 14.000 lire e non è ancora diventato una salita "plaisir", interessi sempre ad alpinisti da ogni dove, magari più dotati del sottoscritto.
Nelle mie salite, mi pare di avere amaramente capito che i più angusti passaggi dello spigolo non erano proprio adatti a me.

18 lug 2015

Chi salirà ancora il "Camino Pompanin"?

In base all'anagrafe, la guida ampezzana che ad oggi è giunta all'età più avanzata è stato Zaccaria Pompanin detto "Śacar de Radeschi", nato nel villaggio di Zuel nel 1861 e scomparso il 22 marzo 1955, sulla soglia del 94° compleanno. 
Pompanin fu uno dei più ricercati e attivi esploratori, nel momento aureo dell’andar per monti in Dolomiti: promosso guida trentenne, rimase in esercizio senza interruzioni per ben sette lustri, ritirandosi nel 1926. 
1913: Pompanin è il II da sinistra
in terza fila dall'alto (foto tratta  da Fini-Gandini,
Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Pare che la longevità sia stata quasi un "vizio di famiglia", poiché tre dei numerosi figli della guida oltrepassarono i novant'anni: Maria, si spense a 96; Oliva toccò i 95; Zita è morta a centotré. 
L’impresa più nota del "Radeschi", che tra il 1892 e il 1912 (anno in cui lo troviamo impegnato in una campagna alpinistica sulle Alpi Apuane) ebbe all'attivo una quindicina di prime salite, alcune delle quali di indubbio valore, fu certamente quella sulla parete N della Croda da Lago. 
L'itinerario, aperto il 28 agosto 1895 con il musicista e alpinista torinese Leone Sinigaglia e Angelo Zangiacomi "Picenin Śacheo" come seconda guida, offriva ai salitori il "Camino Pompanin".
Lungo settanta metri, il camino richiedeva una tecnica raffinata per essere superato, e fu abbastanza "à la page" nel periodo antecedente la Grande Guerra quando, ad una guida, fruttava il buon guadagno di sessanta Corone. 
E' probabile che oggi non si sappia neppure dove sta di casa il camino del "Radeschi", che dagli ultimi anni del XIX secolo portò turisti da tutta Europa sulla Croda da Lago e nel rifugio che Giovanni Barbaria "Zuchin" aveva costruito sulle rive del placido lago di Federa. 
Delle vie del “Śacar”, che pare salisse nei camini "lesto come un gatto", poche riceveranno ancora qualche visita nel corso delle stagioni: è l'amaro destino dell’alpinismo antico, che ai nostri giorni richiede troppa fatica, sacrificio e rischio per poter essere ancora gustato.

13 lug 2015

40 anni fa, la mia prima via sulle Dolomiti

Quest'estate Cortina ricorderà due centocinquantesimi anniversari, legati alla montagna: le prime salite, entrambe dovute a Paul Grohmann con guide locali, della Tofana III e del Monte Cristallo. Qui invece rievoco altri due anniversari più modesti e, più che alla storia paesana, appartenenti alla mia vicenda personale.
Il primo. Sono passati quarant'anni da quando, studente di prima liceo classico, posi per la prima volta mani e piedi su una parete di roccia vera, di quelle in cui per avventurarsi non basta soltanto l’entusiasmo.
Era il 14 luglio 1975. Dopo varie prove, con gli amici non vedevamo l’ora di "buttarci" e salire. Dove? Ma sul Becco di Mezzodì! Per chi ne mastica un po’, tecnicamente la via normale non è gran cosa, è breve e adatta agli alpinisti esordienti: ma il Becco non è comunque un masso da boulder!
Saliti in bicicletta al ponte di Rocurto, coprimmo a tempo di record la distanza che lo separa da Forcella Ambrizzola e dalla base delle rocce. Scalammo veloci la normale, con l'antiquata relazione del Berti in mente; in vetta firmammo entusiasti su un sacchetto del pane trovato sotto l'ometto  e ci apprestammo a scendere. 
La corda nuova, regalataci da un conoscente, rimase in uno zaino, perché non sapevamo esattamente come usarla: pensando alle acrobazie lungo quei camini, soprattutto in discesa, fu straordinario cavarsela senza problemi!
Il secondo. Trent'anni dopo decisi di risalire su quel torrione fra Ampezzo e Cadore che segna da sempre il mezzogiorno, sul quale mi spellai per la prima volta le dita e dove iniziai ad amare l'alpinismo.
Settembre 2014, il Becco 
alle 7.13 del mattino (foto I.D.F.)
Era il 14 luglio 2005. Con sei lustri e qualche chilo in più addosso, in compagnia di due amici con cui avevo diviso tante avventure giovanili, eccomi di nuovo sotto il Becco, di fronte al Pelmo. Strusciai le ginocchia nei camini saliti da Santo Siorpaes già nel 1872 con scarpe "da broces" e senza chiodi, rifeci la sottile, friabile e panoramica cresta terminale, e in vetta mi commossi ad ammirare Cortina stesa 1400 metri sotto i nostri piedi.
Dopo tre decenni, sul Becco di Mezzodì - la prima croda dove arrampicai, dove poi salii diverse altre volte e della quale conservo un vivo ricordo - provai un’emozione enorme e difficile da descrivere. 
Ringrazio i compagni con i quali ho condiviso la prima e l'ultima avventura sulle rocce del Becco, che mi restano impresse vividamente negli occhi e nel cuore.

11 lug 2015

Un ampezzano poco noto: Fausto Dibona, guida alpina

Classe 1913, Fausto era il secondo dei sette figli della celebre guida Angelo Dibona "Pilato”. Per “dovere di famiglia”, come il padre e i fratelli Ignazio e Dino, si avvicinò anch'egli alla montagna, molto giovane: era il 3 settembre 1927, quando papà Angelo legò a sé per la prima volta Fausto, quattordicenne, e Ignazio, non ancora sedicenne, sulla classica Via Dimai-Verzi, la "paré" della Punta Fiames, banco di prova per generazioni di ampezzani. 
Nel 1937 Fausto ottenne dal Cai il permesso di svolgere la professione di guida, che portò avanti per una quindicina d'anni: già nel 1953, infatti, il suo nome manca nella lista delle guide pubblicata da F. Terschak nella sua "Guida di Cortina". 
Fausto partecipò a una sola via nuova, la "Diretta Dibona" sulla parete sud-est della Testa del Bartoldo (Pomagagnon), salita con il fratello Ignazio e la cliente Hermione Blandy il 21 settembre 1937.
La parte sommitale della parete SE
della Testa del Bartoldo (foto E.M., 2008)

Sposato con Maria Bachmann di Dobbiaco, ebbe due figli: Alfredo “Fredi” (1936-2011), pluri premiato campione di sci nordico, direttore della scuola di fondo a Fiames e, per trent'anni, gestore del Bar-ristorante Ospitale, dove passa la pista della Dobbiaco-Cortina, e Ivano. 
Scoiattolo e guida alpina, autore di tante difficili scalate sulle Dolomiti, Ivano morì nell'estate 1968 sulla Cima Grande di Lavaredo, mentre con il cliente Antonio Muratori di Genova saliva lo Spigolo Dibona, aperto dal nonno nel 1909. 
Fausto, che nella stagione 1946-1947 aveva condotto con la moglie il Rifugio Biella sotto la Croda del Béco, morì il 7 dicembre 1961; lo ricorda la seconda delle due grandi lapidi di marmo bianco che nel cimitero di Cortina onorano le guide e i portatori fin dal 1880.

9 lug 2015

Sulla montagna più bassa d'Italia

Durante le vacanze estive del 2009, siamo convinti di aver toccato la cima montuosa meno elevata d'Italia. 
Non possiamo certamente giurarlo, poiché non ci è noto se esista un catalogo esaustivo delle italiche elevazioni montane, ma i 116 metri sul livello dell'Adriatico raggiunti dal Colle dell'Eremita costituiscono di sicuro un simpatico primato. 
Verso la cima del Colle 
dell'Eremita (foto I.D.F., giugno 2009)

Non si tratta peraltro di una cima nel senso classico, con pareti rocciose o erbose, ma soltanto del punto culminante dell'isola di San Domino, la più frequentata del piccolo arcipelago delle Tremiti, proprio di fronte al promontorio del Gargano, zona in cui trascorremmo una decina di giorni beati. 
Dalle poche case del Villaggio San Domino, sede comunale realizzata nel periodo fascista per recludervi prigionieri politici, bastano tre quarti d'ora per toccare il culmine del Colle, dapprima lungo una strada lastricata che taglia la pineta e poi risalendo una sterrata che stupisce, essendo affiancata fino in vetta da una fila di lampioni che la illuminano: prototipo di spreco di risorse, all'italiana... 
L'elevazione del Colle, piatta e coperta di macchia mediterranea, alberga i muti rimasugli della presunta Cappella dell'Eremita, unico monumento presente a San Domino, ed offre un bel panorama sulle isole limitrofe e sulle più lontane coste pugliesi. 
Raggiungemmo con soddisfazione il Colle intorno a mezzogiorno, già all'indomani dell'arrivo a San Domino, dopo il bagno in una delle tante cale, tutte da esplorare: anche laggiù, come spesso abbiamo fatto, dovevamo andare a cercare qualche montagna in mezzo al mare! 
La soddisfazione di raggiungere quella che crediamo si configuri come la "montagna" più bassa dello stivale, nel silenzio di un limpido giorno di giugno, è stata per noi unica e irripetibile.

6 lug 2015

Nel silenzio dei monti: il Col Siro del Sorapis

Siro chi? Era certamente più "ladino" l'antico oronimo “Crépo de ra Ola”, suggeritomi in una lontana chiacchierata dall'ex guardacaccia oggi scomparso Alberto Śachèo, rispetto a quello attuale, che risulta dalle carte e credo sia relativamente moderno, “Col Siro”! 
Mi riferisco al nome del singolare rilievo foggiato quasi a cupola, magramente pascolivo sul versante che guarda la Punta Nera e la Zesta del Sorapis e roccioso su quello opposto. Quotato 2300 m circa, il Col Siro si eleva isolato sull'alpeggio della Monte de Faloria, un po' discosto dagli impianti di risalita, e può essere l'obiettivo di una semplice e piacevole, quanto originale escursione nota anche agli sci-alpinisti, che inizia da Forcella Faloria, poco lontano dal rifugio Capanna Tondi. 
Sul Col Siro, fine luglio 2012 
(foto Mirco Gasparetto)
Non vale forse la pena partire da Cortina (anche se chi scrive lo ha fatto quasi sempre) con il proposito di dirigersi solo sul Col Siro; fatti i conti, però, possiamo considerarlo una cima vera e propria, battuta ab antiquo dai cacciatori, e forse dai pastori che inseguivano qualche capo sfuggito sulla Monte. Se la vetta non ha pregi alpinistici, da essa si gode un panorama molto ampio, quasi a 360 gradi: Pomagagnon, Cristallo, Zesta Punta Nera, Croda Rossa, Popena, Tre Cime di Lavaredo ...
L'ultima volta che ho calcato la sommità del Col Siro, dov'era ancora intatta la piccola croce di rami di mugo che Iside e io avevamo piantato nove anni prima, era la fine di luglio 2012. Ero con l'amico Mirco, venuto a trovarmi da lontano col proposito di visitare l'angolo di Dolomiti identificato da quello strambo toponimo. Salito e disceso il colle, chiudemmo la breve gita col pranzo e un'oretta di riposo al sole - neanche fossimo reduci da una grande scalata - sulla terrazza della Capanna Tondi, raccomandabile anche per il belvedere sulla valle d'Ampezzo. 
Quel giorno avevo salito per la quarta o quinta volta una montagna irrilevante per chi cerca la roccia pura e pressoché ignota a chi non esce dalle tracce battute, distante solo un'ora e mezzo dalla stazione a monte della comoda funivia di Faloria, usufruendo della quale il dislivello in salita si riduce a poco più di duecento metri.
Nonostante la brevità e la semplicità dell'approccio, ritengo che anche il Col Siro abbia qualcosa da dire ad un camminatore curioso e attento. E' la Montagna che mi attrae in questi anni affaticati: minore, umile, fuori dalle rotte levigate da migliaia di passi e spesso alterate da gradini, ponti, scale e scalini, ma ricca di fascino e poesia.

3 lug 2015

Brutta avventura sulla Costa del Bartoldo

Posto questo racconto con un po' d'imbarazzo, perché del fatto non ho mai scritto e l'ho sempre tenuto per me. Comunque, oggi sono passati dieci anni da un fatto che, se le cose si fossero messe un po' diversamente, forse non sarei qui a raccontare.
Domenica 3 luglio 2005: porto l'amico Francesco (siciliano di Bivona, che stando a Cortina si è appassionato alla montagna) sulla via normale della Costa del Bartoldo, nel gruppo del Pomagagnon. 
Già durante la mattinata ho una specie di preavviso: per toccare la croce di vetta  - 1000 metri secchi di dislivello - fatico un po' più del solito, nonostante la giornata sia perfetta e mi senta bene. 
La salita (per me, la decima in un quindicennio) si svolge comunque senza intoppi, il grande diedro è piacevole come sempre e Francesco è contento di conoscere un luogo fuori dalle solite mete d'Ampezzo.
Dopo lo spuntino e il riposino ai piedi della nuova, lucente croce, iniziamo a scendere. L'amico si trova già avanti, alla mia sinistra: ad un certo punto, su quel maledetto ghiaino della cresta sommitale mi sbilancio, cado e rotolo supino per almeno una ventina di metri, fermandomi - io dico, per miracolo - in una conchetta al sommo della placconata che scivola verso il catino ai piedi della cima. 
Tutto avviene in pochi attimi, e ovviamente non c'è il tempo di rendersene conto. Mi ritrovo semiseduto nella conchetta, sul bordo delle placche che, seppur non verticali, sono lunghe e piuttosto inclinate. Non ho neppure un graffio e lo zaino mi ha salvato la schiena dagli urti: è andata bene!
Le ultime rocce della normale, verso la vecchia croce
(photo courtesy by vieferrate.it)
Con i sensi quasi ottusi dallo spavento mi rimetto in piedi. Francesco mi raggiunge per sincerarsi che non ci siano problemi, mi rincuora e scendiamo pian piano. Ma mi tremano le gambe, sento addosso un'immensa stanchezza e così, conoscendo il percorso, mi premuro di portarmi verso l'interno della placconata, ai piedi della fascia rocciosa soprastante, in una zona meno esposta.
Non so come, ma con una notevole forza di volontà, arrivo alla base e riesco a scendere per la Val Padeon fino a Ospitale, e poi a casa. 
Non faremo parola di quanto è successo, né fra noi né con altri, ma quella notte mi sveglierò di soprassalto a pensarci. E mi capita di pensarci ancora oggi.
Ho poi abbandonato (perché l'avevo salita a sufficienza...) la Costa del Bartoldo, cima selvaggia e molto amata, che però quel 3 luglio di dieci anni fa voleva quasi "tradirmi". 
Allora, per un bel pezzo, di rocce non volli più saperne.

22 giu 2015

La Cima NE di Marcoira, una meta curiosa

Oggi invito a scoprire una montagna che si vede bene da una strada trafficata: dai dintorni del Passo Tre Croci. Molti appassionati sono certamente passati almeno una volta ai suoi piedi, ma altrettanti non l’hanno salita: è la Cima NE di Marcoira, o Malquoira (2422 m), penultimo rilievo della diramazione  "ampezzana" del Sorapìs. 
Verso Tre Croci la Cima presenta belle pareti e spigoli, mentre a sud scivola con un grande pendio erboso nel Ciadin del Loudo, dove passa il sentiero che da Faloria porta al Lago del Sorapis. Nota in passato per le visite di famosi scalatori (Casara, Castiglioni, Del Torso) la Cima ha una via normale breve e poco difficile, piacevole per ambiente e panorama. 
Dal Passo Tre Croci, presso l'Hotel tristemente chiuso e abbandonato, infilate la stradina numero 213. Dopo un tratto in piano, salite più ripidamente nel bosco, finché la strada gira con una curva netta a sinistra. Da qui è meglio continuare sul sentiero fino ad un pianoro verde (Tardeiba), dominato dalla Cesta, o Zesta, caratteristica per le sue singolari stratificazioni rocciose. 
Ancora un tratto in salita e poi, seguendo le indicazioni, prendete a sinistra il sentiero 216, e risalite per circa 30 minuti un profondo canale roccioso, rinforzato dal Cai Cortina con travi di legno. Il canale termina sulla Forcella Marcoira, fra la Cima SO di Marcoira, gemella della nostra, più alta di 6 metri e ancor meno nota, e le due Cime Ciadin del Loudo, sconvolte di recente da una grande frana. 
In Forcella Marcoira (foto E.M.)
Dalla forcella inizia la via normale, che impegnerà per un'altra mezz'ora. Seguendo tracce sul pascolo piegate a destra, superate con un minimo di attenzione alcuni impluvi ghiaiosi che ogni anno cambiano forma e profondità e mirate a una forcella senza nome, dalla quale ha origine il canale che separa le due Cime di Marcoira. Da qui, prima in diagonale e poi diritti scegliete la linea migliore lungo il pendio erboso, molto ripido ma non difficile, e dopo circa due ore e mezzo da Tre Croci guadagnerete l'agognata Cima NE di Marcoira. 
In cima (foto E.M.)
Lassù vi attendono una rustica croce e un ometto, sotto il quale c'è il libretto per le firme, posato per la prima volta da chi scrive nell'autunno '99. Seduti sul magro verde, dove da da molti decenni non arrivano più a brucare le pecore, godetevi un bel panorama verso i Cadini, il Cristallo, Misurina, le Marmarole, il Piz Popena, il Sorapis, le Tre Cime. 
Per tornare, fate al contrario la via di salita; se a qualcuno il pendio erboso sembrasse troppo ripido, potrà tenersi sulla destra orografica (verso la Forcella), dove alcune roccette e un ghiaione possono agevolare la discesa. 
Da Forcella Marcoira tornate sui vostri passi o, avendo voglia e tempo, attraverso il Ciadin del Loudo aggirate la Cima omonima e calate al Rifugio Vandelli, dove vi potrete concedere la birra prima di scendere a Tre Croci, completando un bell'anello di circa cinque ore. 
Se nell’ultimo tratto di salita, sul quale penso che una eventuale scivolata potrebbe dare alquanto fastidio, dovesse esserci erba bagnata o neve, forse è meglio fermarsi e ammirare la cima dal Ciadin del Loudo!

19 giu 2015

Giovanni Barbaria, pioniere della montagna e del turismo

Con la scomparsa, nel 1997, di Elena Barbaria - consorte dello studioso Illuminato de Zanna - si è estinto il casato ampezzano dei Barbaria, di origine veneziana e stanziatisi nella conca dal 1441.
Fra i membri del casato si ricordano due prelati: uno di loro, Monsignor Giovanni Maria (1802-74), fu docente di matematica e fisica nel Seminario Vescovile di Udine, poi Parroco-Decano d'Ampezzo dal 1864 al 1874 e si distinse - oltre che per “talento, energia e umiltà” - per una certa verve polemica. 
Barbaria furono anche quattro guide di montagna; il capostipite, Giovanni detto "Zuchin", era nato nella "vila" di Bigontina nel 1850 e morì nel 1939. Cugino di Mansueto detto "Zuprian" (1850-1932), padre di Bortolo (1873-1953) e nonno di Giovanni (1909-82), e di Elena, più che per le difficoltà delle cime scalate, ha lasciato un segno nella storia locale per lo spirito avventuroso che lo contraddistinse. 
Falegname, a venticinque anni fu autorizzato a condurre clienti sulle cime ma, da vero “globetrotter” qual era, poco dopo emigrò per qualche tempo negli Stati Uniti, senza neppure curarsi di avvertire i familiari. 
Attivo fino agli anni Dieci del '900, “Joani Zuchin” può essere ritenuto la prima guida alpina ampezzana della seconda generazione. Contribuì alla scoperta di alcune cime (Punta Adi - Croda da Lago, con Pietro Dimai Déo e A. Schmidt, luglio 1895; Cima Tiziano - Marmarole, con Arcangelo Dibona Bonèl, Arcangelo Siorpaes de Valbòna, E. e O. Lecher, agosto 1900; Cima Scotter - Marmarole, con Dibona, Dimai, Giovanni Siorpaes Salvador, E. e O. Lecher e C. Reissing, agosto 1900; Wienertürme in Tofana - denominate nel dopoguerra Tridente Cantore - col figlio Bortolo e due viennesi, settembre 1910), ma è certamente più noto per il rifugio che costruì sulle romantiche sponde del Lago di Federa. 
Confermandosi come un pioniere della montagna e del turismo d'Ampezzo, inaugurò il rifugetto nel 1901; la sua avventura però durò solo quattro anni, poiché sfortunate vicende lo costrinsero, nel 1905, a cedere tutto alla Sezione di Reichenberg (oggi Liberec) del Club Alpino Tedesco-Austriaco, che ne rimase proprietaria fino al 1919. 
Nel celebre ritratto delle guide convocate all'Osteria Al Parco di Teofrasto Dandrea Jaibar per la rituale fotografia il 2 novembre 1901, il “Zuchin” è il secondo al tavolo, da destra.

15 giu 2015

Un rifugio, una cima: il Bonnerhutte e il Corno Fana di Dobbiaco

Perché gli escursionisti potessero apprezzare il panoramico Toblacher Pfannhorn (Corno Fana di Dobbiaco, già salito e raccomandato da Paul Grohmann) e i monti circostanti, nel 1880 la Sezione Hochpustertal  della Deutsch und Oesterreichischer Alpen Verein tracciò un sentiero da Wahlen (Val San Silvestro) alla vetta del Corno, erbosa, detritica e priva di difficoltà. 
Nel 1894 il Comune di Dobbiaco concesse alla Sezione pusterese un terreno sulle pendici della montagna, su cui il Club Alpino edificò un rifugio, donandone due anni dopo la proprietà alla Sezione di Bonn.
Nacque così la Bonnerhütte, appollaiata su un costone prativo a 2340 m di quota, inaugurata il 28 giugno 1897 e arricchita nel 1904 dalla Bonner Höhenweg, una traversata di cresta che la collegava a Sankt Jakob in Defereggental. 
Con la ferrovia, che dal 1871 unì Vienna al Nord Italia, iniziarono a giungere a Dobbiaco numerosi turisti, che raggiungevano la Bonnerhütte in portantina, coi cavalli o i muli, per percorrere la Bonner Höhenweg. Da Sankt Jakob, gli escursionisti proseguivano poi in carrozza fino a Lienz e tornavano a Dobbiaco con il treno. Nel 1907 il Rifugio registrò circa cinquecento passaggi. 
Sulla panoramica terrazza del rifugio Bonner (foto I.D.F.)
Dopo la Grande Guerra e la conseguente tracciatura del confine italo-austriaco, il Regno d’Italia espropriò la costruzione, che fino al 1971 fu destinata a scopi militari e poi abbandonata. Divenne una stalla per le pecore e così, malinconicamente, la ricordo, quando salii per la prima volta sul Corno Fana, nell'ottobre 1988. Nel 2001 le rovine sono state acquisite dal Comune di Dobbiaco, che le ha affittate ad Alfred Stoll. L'intraprendente falegname locale ha preso in mano la struttura diroccata e ne ha tratto un grazioso rifugio, inaugurato il 30 giugno 2007, adattando anche il sentiero d'accesso per portare i rifornimenti con un mezzo a motore. 
Quando abbiamo fatto conoscenza col Bonner, primo rifugio alpino costruito sui Monti di Casies, tra il Passo Stalle e il valico di Prato Drava, purtroppo - per le condizioni meteo e il forte vento - non siamo riusciti a rimettere piede sul Corno Fana, facile e rinomato belvedere della Val Pusteria. 
Come si fa visita alla Bonnerhütte? Seguendo per un paio d'ore abbondanti il sentiero 25, che inizia dai masi di Kandellen in Val San Silvestro (a 5 km da Dobbiaco); dal rifugio, con un’altra ora di ripido cammino, si raggiunge poi la vetta del Corno Fana.

8 giu 2015

Lo spigolo della Punta Fiames: breve storia di una magnifica via

Lo spigolo sud-est della Punta Fiames, una delle strutture dolomitiche più eleganti d’Ampezzo, già visibile dalle ultime case di San Vito di Cadore, fu salito il 19.8.1909 dall'intrepida Miss Käthe Bröske con la guida ventenne Francesco Jori (+1960) di Alba di Canazei. 
Dopo di allora, complice anche la sospensione di ogni attività in montagna a causa della Grande Guerra, per tredici anni sullo spigolo non si avventurò nessuno. 
Il 3.8.1922 Angelo Dibona Pilàto (ormai ultra quarantenne e che aveva ripreso l'attività di guida, dopo aver svolto il servizio militare su metà dell’arco alpino) si aggiudicò la prima ripetizione del severo itinerario. 
Con lui c'erano Enrico Gaspari Becheréto (+1948), guida dal 1921, e due dilettanti, coetanei della classe 1896: l'ingegner Giulio Apollonio Varentin, che negli anni a seguire conseguì varie benemerenze alpinistiche come progettista di bivacchi fissi, e Agostino Cancider, padre dell'amico Luciano (scomparso stamattina, e al quale dedico queste note), coautore nel 1920 di una originale traversata per corda dell'ostico Campanile Rosà, da una guglia adiacente. 
La parete S della Punta Fiames,
con lo spigolo Jori a destra
(photo courtesy on-ice.it)
Le cordate impiegarono sette ore dalla base per ripercorrere lo spigolo, che stranamente era sfuggito ai rocciatori ampezzani. La terza salita fu delle guide Antonio (+1948) e Angelo Dimai Deo (+1986), padre e figlio, che il 6.9.1926 vi portarono il Re Alberto dei Belgi e P. Noll; la quarta fu ancora di Angelo Dibona, che salì il 29 settembre dello stesso 1926 col compagno Luigi Apollonio Lòngo (+1978) e il britannico Edward de Trafford. 
La quinta salita fu anche la prima ripetizione ad opera di una donna: il 15.5.1927,  Marianna Dimai, figlia poco più che ventenne di Antonio Deo, superò brillantemente lo spigolo con due giovani guide, coetanee della classe 1903: suo fratello Giuseppe (+1946), in attività da due stagioni, e Celso Degasper Menegùto (+1984), patentato cinque anni prima. 
Dopo d’allora, nonostante lungo lo spigolo fosse stato posto anche un libro di via, fu sempre più difficile riuscire a contare le ripetizioni della Via Jori. Ancora oggi, dopo oltre cent'anni, essa passa - specialmente nell’ambiente alpinistico tedesco - come una magnifica via dolomitica.

27 mag 2015

Agostino Girardi, uomo di cultura e amico ampezzano (1929-2000)

15 anni fa, nel settembre 2000, si spegneva all’ospedale di Pieve di Cadore Agostino Girardi, un uomo che fece e lasciò molte cose alla cultura ampezzana. Nato a Pecol l’1 aprile 1929, era il primogenito di Guido de Jesuè, prozio di chi scrive per parte materna, e di Berta Pompanin de Radéschi. Dopo aver frequentato il ginnasio nel Seminario Vescovile "Vinzentinum" a Bressanone, iniziò gli studi di medicina a Padova, che però interruppe, e dal 1963 al 1973 lavorò presso la Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina.
Dalla fondazione - avvenuta mezzo secolo fa - di "Due Soldi ", mensile della banca, che diresse fino alla chiusura e in cui (grazie a ricerche capillari e alla collaborazione di buone penne) raccolse cronache, curiosità, documenti e fece conoscere fatti e persone che altrimenti rischiavano l’oblio, Girardi s'interessò di cultura locale fino alla scomparsa, analizzando alla sua maniera, lucida e profonda ma naif e spesso poco affidabile, le pieghe nascoste dell'amata Cortina, con ingegno, passione e versatilità.
Ne sono prova, oltre a contributi sparsi, gli 8 fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan", pubblicati tra il 1989 e il 1994. In essi, servendosi di una profonda cultura e una vivace memoria, Girardi raccolse e commentò una moltitudine di locuzioni idiomatiche, detti e proverbi, arricchendoli con ironia e bello stile, affinato negli anni.
Chi scrive gli fu amico, collaborò con lui a iniziative culturali e lo seguì fino alla fine. Ricordo spesso le nostre chiacchierate e le sue divagazioni sui temi più svariati; i consigli che dispensava e le critiche al piccolo mondo paesano, osservato con distacco, forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di vaglia, non solo per Cortina.
Agostino e la piccola Maria Pia Ghedina, al lavoro
sulla Mont d'Andrac,  estate 1986 (foto G. Ghedina)
15 anni dopo la sua morte, sarebbe bello almeno rivalutare i suoi 8 fascicoli, scritti lentamente e con meticolosità, a mano con la stilografica, e usciti in copia fotostatica come "quaderni" dalla copertina color tabacco. Modesti forse all'aspetto, ma invero molto ricchi, per la miniera di notizie che contenevano e l’acuto e garbato quadro dell’ampezzanità d’un tempo che seppero comporre.
Prima che tutto si disperda nel turbinare della vita, rilancio un pensiero che faccio da tempo: omaggiare in qualche maniera questo ricercatore. "Tino de Jesuè" può sicuramente accompagnarsi a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini, Giuseppe Richebuono e a tanti altri che hanno onorato Cortina, studiando e valorizzando la sua cultura col lavoro di una vita. Non è giusto che siano dimenticati.

25 mag 2015

Sul campanile più bello del mondo

Nel corso della mia piccola storia d’alpinista mi è occorso di salire, sotto la guida dell'amico Enrico, anche il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. 
La salita risale all’11 settembre 1981: partiti il giorno prima da Trieste - dove frequentavamo l’Università - muniti di pane, prosciutto e una bottiglia d’aranciata, parcheggiammo la 127 bordeaux alla fine della Val Cimoliana, poco sotto il Rifugio Pordenone. 
Le nostre finanze non ci autorizzavano a soggiornare al rifugio, e così ci limitammo a visitarlo la sera e berci qualcosa in compagnia. Non c’era quasi nessuno. In un angolo cenavano due alpinisti, che si presentarono come Vincenzo Altamura di Milano e Stanislav Gilić di Fiume, instancabili esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave, che pochi giorni prima avevano aperto una lunga via sulla Croda Cimoliana. 
Dormimmo in macchina, stretti e male, infastiditi per gran parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo l’erto sentiero che porta alla base del Campanile. 
Sulla celeberrima traversata
(foto E.L.)
La salita fu tranquilla, una lunghezza a testa e senza particolari patemi, a parte il volo della mia giacca a vento dalla seconda cordata, che al ritorno m'impose di risalire un bel pezzo in libera, per recuperarla. 
La traversata, di cui è nota l'allarmante descrizione della guida Berti, non sembrò un granché: più dura la Fessura Cozzi, levigata da ottant'anni di strusciamenti, e scomodo il Camino Glanvell, dove ricordo il mio povero zaino, che dovevo tirarmi dietro e grattava dappertutto. 
In cima, con sorpresa, trovammo un sacchetto da pane con la firma di Mauro Corona, salito poco prima - mi sembra - per l’82a volta; mancava però la celebre campana, collocata lassù da diciannove alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate era stata smontata e portata a Pordenone, per essere riparata! 
L'aerea calata sugli Strapiombi Nord ci divertì assai: nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a raccontare agli amici la nostra ascensione ad una delle vette più note e idealizzate dell’arco dolomitico.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...