01 ott 2013

Frane, frane, frane!

Le nostre montagne crollano ... 
Già si sa, non c'è nulla di nuovo sotto il pallido sole di primo autunno: ma ogni volta i giornali ne parlano, i fatti colpiscono e magari preoccupano anche un po'. 
L'ultimo bersaglio è stato il gruppo del Sorapìs, noto per non essere certo il regno del granito. Lunedì scorso l'instabilità geologica si è palesata sulla parete settentrionale della Cima O del Laudo (2670 m).
Da questa poco nota vetta che, con l'adiacente Cima E, domina l'omonimo Ciadin e il sentiero da Faloria al Rifugio Vandelli, si sono staccati 1000, forse 2000 mc di roccia; comunque, per misera consolazione, è una vetta che pochissimi salgono e ai rocciatori offre soltanto una brutta via di Piero Mazzorana, di cui ho scritto qui il 30 agosto scorso. 
Cima del Laudo O con la parete franata
(dalla Cima NE de Marcoira, estate 2003)
Pare che la frana non abbia sconvolto i vari sentieri della zona, se non la traccia che taglia le ghiaie sotto le Cime del Laudo, abbreviando il percorso da Forcella del Ciadin allo sperone del "Laudo" (il breve passaggio attrezzato che consente di scendere verso il Rifugio Vandelli);  tutto sommato non è sembrata una catastrofe.
Che dire? Piuttosto che sciocchezze, nulla: sono fenomeni naturali che ormai, per merito dei cambiamenti climatici, si ripetono ciclicamente;  in qualche caso (vedi l'enorme frana del 12 ottobre 2007 sulla Cima Una, che ha fatto vendere fotografie e cartoline) diventano un'attrazione turistica, in altri (vedi lo smottamento sulla parete N del Pelmo del 31 agosto 2011) portano lutto e dolore.
Fra un po', quando l'eco di queste ferite si sbiadirà, inevitabilmente si tornerà ancora sulle montagne, intuendo forse nuovi passaggi per aggirare le zone franate e instabili, e magari riscrivendo qualche fatto della storia.
Il divenire delle montagne è questo, lo dobbiamo accettare e adattarci.

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