12 feb 2016

Graa, Graon o Canalon del pesc, un luogo singolare

In queste note intendo soffermarmi su uno "zoonimo" che identifica un luogo sicuramente familiare soltanto a pochi, curiosi e smaliziati: la Graa, Graon, Canalon del pesc (il ghiaione, canalone del pesce). 
Si tratta di un lungo colatoio detritico piuttosto scosceso, che si apre sulla dorsale di Zumèles nella catena del Pomagagnon e si nota già dal centro di Cortina. Il canalone ha origine sui Crépe de Zumèles (una dorsale che, per quanto relativamente ristretta, conta oltre venti toponimi, legati perlopiù all'attività di fienagione che vi fu esercitata per secoli), fra la Pala Magra e Spiolto. 
Dalla testata del Canalon del Pesc,
verso Cortina (foto E.M., 20/8/09)
L'identificazione non è forse immediata, ma non è certo difficile capire perché il toponimo tiri in ballo un pesce. La forma del canalone, infatti, evoca proprio un pesce, o anche una grande clessidra, con una marcata strozzatura nel mezzo. 
Il colatoio, percorso da labili tracce e non segnalato né riportato in alcuna delle fonti di cui ho conoscenza, unisce il versante nord a quello sud dei Crépe de  Zumèles, ed è percorso solo da una minima parte di chi scende dal sentiero attrezzato della Terza Cengia del Pomagagnon o dalla via normale della Punta Erbing e, senza traversare alla più logica e veloce Forcella Zumèles, decide di calare a valle un po' prima. Inerpicarsi per il canalone in salita, oltre che escursionisticamente inutile, dal punto di vista atletico sarebbe una discreta follia. 
Poiché è inciso in un terreno erto e instabile (caratteristico dell'intera zona di Zumèles), il canalone non consente comunque una discesa veloce come in luoghi simili, poiché i detriti e i blocchi che lo riempiono sono grossi e solidi, e per scendere ci vuole un minimo di attenzione; ma l'angolo selvaggio in cui si trova penso giustifichi senz'altro una breve avventura.
Sento il toponimo esattamente dal 18 settembre 1976, giorno in cui - giunti a Col Tondo dopo aver percorso con mio padre e mio fratello la Terza Cengia - me lo nominò il gestore del rifugio di allora, "Bèpe Leon". Se non sbaglio, sono sceso per il canalone tre volte: in due tornavo dal sentiero attrezzato e in una dalla Punta Erbing con mia moglie, che si ricorda della discesa, soprattutto per il ... mal di piedi patito.

2 commenti:

  1. Un altro ricordo, ancora più antico. Terzo anno di Università. Un nutrito gruppo di compagni di corso, in vacanza a Selva di Val Gardena, mi raggiunge a Cortina e mi chiede di portarli a "fare qualcosa di emozionante". Erano gli anni in cui, in assoluta buona fede, ritenevo che chiunque fosse in grado di ripetere gli itinerari che io percorrevo. Senza conoscerne bene le capacità, ma sapendo che tutti erano amanti della montagna, decido, con un pizzico di incoscienza, per la Terza Cengia. La compagnia dimostrò più che buone capacità di adattamento e sopportazione per cui, una volta terminata la salita e constatata la soddisfazione e l'ottimo umore di tutti, decisi che anche la discesa doveva essere almeno un po' emozionante e optai per il Pesc. La velocità di discesa non fu certo esaltante (confesso che non conservo alcun ricordo sulla consistenza delle ghiaie), ma soprattutto un paio di ragazze mi sorpresero per l'inaspettata abilità come discesiste, tanto che poi proseguimmo nel bosco più o meno a caso e ci trovammo in cima alla Graa di Tamarin. Qui ci fu l'unico crollo psicologico: tutti scesero allegramente per il morbido terreno della frana, salvo Alberto (non Albert), l'unico di cui ricordo il nome, che si rifiutò di proseguire, anche quando gli proposi di aggirare lo scoscendimento per il bosco. Fui costretto a tirar fuori dallo zaino uno spezzone di corda e a fargli una sorta di "assicurazione psicologica" per la discesa.
    Ebbene sì, il Pesc non manca alla collezione dei miei ricordi.

    Saverio
    P.S. Devo chiederti una cosa sugli Spalti di Col Bechei. Anch'io ho osservato più di una volta quelle pareti dalla Val di Fanes e in una occasione, in compagnia di Albert (quello vero, questa volta), ci sembrò di intuire una possibile via di salita che mi è parso di identificare in quella specie di faglia che si osserva all'estrema sinistra della foto che accompagna il tuo post. Eravate saliti per di là? Anche questa foto, di cui ho cercato una versione più grande su Internet, si è accompagnata ad un ricordo, questa volta tristissimo. L'autore se non erro è Simon Kehrer, l'unico ancora vivo tra i componenti della tragica salita della parete Rakhiot sul Nanga Parbat, in cui perse la vita Karl Unterkircher. Vidi di sfuggita Kehrer e Nones proprio ai funerali di Karl e non mi ricordo di essere mai scoppiato in un pianto così disperato e irrefrenabile come in quella occasione.

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    Risposte
    1. Telegraficamente.
      1) "Ebbene sì, il Pesc non manca alla collezione dei miei ricordi": ma io non avevo dubbi!
      2) "Quella specie di faglia che si osserva all'estrema sinistra della foto": a dire il vero, non ricordo i particolari, ma presumo che fosse proprio lì; la salita ci parve agevole per un lungo tratto, ma poi ci scoraggiò.
      La via del 2012 è proprio di Simon Kehrer.
      Ciao.

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