16 mag 2017

Ra Zesta, la Cesta, La Cedel: tre nomi, una montagna

Massiccia appendice della ramificazione che il gruppo dolomitico del Sorapìs estende verso la valle d'Ampezzo, inferiore di 80 metri alla vicina e più nota Punta Nera, Ra Zesta o la Cesta (per gli antichi anche "La Cedel", con un'evidente assonanza con l'omonimo villaggio di Cortina e il ceppo familiare Lacedelli), non rientra di sicuro tra le mete più ricercate delle Dolomiti.
Eppure, nel 1898 compariva nell'elenco delle gite offerte dalle guide ampezzane; per salire in vetta si stimavano necessarie dodici ore da Cortina (incluso l'avvicinamento alla Pfalzgauhütte, eretta presso il lago del Sorapis dalla Sektion Pfalzgau del Club Alpino Tedesco-Austriaco e inaugurata l'8 agosto 1891), e il costo della gita era stabilito in una corona l'ora.
Nonostante il basso fascino alpinistico della cima, che si interpone tra i Tondi di Sorapìs e la Monte di Faloria dominando quest'ultima con una singolare parete "a canne d'organo", e sebbene le sue rocce non inducano in tentazione, anche la Zesta ha un suo perché.
La Zesta da sud, con il lago del Sorapis (foto M. Isotton)
Giungere in vetta, infatti, si rivela un'avventura stimolante e non scontata: il culmine offre un ampio colpo d'occhio, prima di tutto sulle dirimpettaie vette del Sorapìs, e l'ambiente è permeato da un grande senso della Montagna.
Salita da ignoti - forse cartografi - per la cresta nord da Forcella del Ciadin, prima dell'apertura della capanna Pfalzgau, il 6.8.1929 la Zesta fu visitata da due alpinisti illustri, Antonio Berti e Severino Casara, che con due compagni aprirono una via (per la verità abbastanza bruttina) sulla parete sud-est che guarda il lago. Ricordando un mastodontico cesto rovesciato, proprio quel profilo ha conferito alla cima l'oronimo col quale la conosciamo.
La storia della Zesta, anche se compressa in poche battute, in ogni caso non è anonima. Dopo una via aperta in solitaria dall'austriaco Peterka nel luglio 1930, il 7.2.1942 Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri di Trieste toccarono per primi la cima d'inverno. Già nell'edizione del 1950 la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, però, riportava la notizia in termini imprecisi, così come non è esatto il disegno della cima, in cui la via normale è scambiata con la Berti-Casara.
Intorno al 1991, fu posto sulla Zesta il primo libro di vetta, oggi ancora in loco; considerata la media delle salite annuali, è da ritenere che per completarlo occorreranno di sicuro diversi anni. 
L'ultimo capitolo della storia è datato 5.1.1995: quel giorno la guida Ario Sciolari giunse in cima da solo, compiendo verosimilmente la prima invernale solitaria. La notizia, ricavata dal libro di vetta, ha concluso per il momento le vicende di una montagna intrigante ma poco considerata.
Secondo chi scrive, salito per la normale quattro volte di cui una da solo, e sceso in due occasioni per la via Berti, anche se non è un "tempio del 6° grado", la Zesta possiede senza dubbio i requisiti per non essere relegata nell'oblio.

2 commenti:

  1. In realtà esiste anche una via normale da sud, segnata da sporadici ometti, che permette una stupenda traversata.
    Le difficoltà sono di I+ o forse II-, se si prende il canalino giusto per arrivare in cresta.
    Dario

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    1. Grazie della precisazione, ma penso che quella cui ti riferisci sia comunque la via (che definisco "abbastanza bruttina") Casara-Berti-Musatti-Gastaldi del 6.8.1929.
      Essa sale sul lato sinistro della parete visibile nell'immagine che correda questo post, e presenta l'unico passaggio un po' più impegnativo nel camino terminale, che pare sia sul II, ma si può evitare (almeno, in due traversate nel 1992 e nel 1995, non ricordo di averlo percorso).
      Ernesto

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