24 mag 2013

Tofana di Mezzo 1863-2013, inizio della storia alpinistica di Cortina


Quando comunicai a Francesco (soprannominato semplicemente Checco) il desiderio di salire la Tofana, fu subito d’accordo e ci demmo appuntamento per la mattina seguente. Siccome nemmeno lui era mai salito sulla vetta, prendemmo la strada che secondo il suo intuito doveva essere quella giusta, cioè la strada per Falzarego, lasciando a sinistra il Monte Crepa e proseguendo per Pocol, ecc. Dopo circa 1 ora e ¾ da Cortina arrivammo ad una spianata prativa chiamata Cian Zoppè. Qui Checco mi indicò la Tofana e potei rendermi conto con soddisfazione del genere di arrampicata che mi attendeva.
Non fu la vista delle pareti a spaventarmi, ma i ghiaioni che si stendevano alla base delle pareti. Chi ha salito ancora tali ripide e mobili colate di ghiaia può comprendere la mia … gioia! Infatti la salita fu lunga e faticosa, finché arrivammo ad un grande bastione roccioso che divideva in due il ghiaione. e qui Checco mi chiese quale delle Tofane intendevo salire, quella di Rozes, di Mezzo e di Dentro. Non ridere, caro lettore, di questa domanda. la mia intenzione era di arrivare sulla cima più alta, ma ora si prospettava la non piccola difficoltà di sapere quale era delle tre. I rilevamenti del Catasto del Tirolo erano in corso e non ne conoscevo ancora i risultati. Se dal basso non sarebbe stato possibile risolvere il problema, nel punto in cui eravamo lo era ancora meno, per cui, contento in ogni caso della decisione che stavo per prendere, indicai quella di destra: e fortunatamente scelsi giusto.
Prima attraversammo il ramo destro del ghiaione, che era il tratto più ripido e arrivati alla sommità di questo, cioè sulla cresta, ci apparve improvvisamente la visione selvaggia dei precipizi verso Travenanzes. Più avanti le rocce sembravano inaccessibili; ma Checco, con pronta decisione, aggirò in arrampicata un angolo e si presentò davanti a noi la lunga via da percorrere. Attraversammo dapprima su una stretta cengia un breve tratto di parete espostissima, dopo la quale ci trovammo sul ghiacciaio che, come ho accennato prima, si stende in versante Travenanzes fra le due cime della Tofana. Attraversato diagonalmente il ghiacciaio, tornammo in cresta e seguendola, arrivammo senza difficoltà sulla vetta ..." (tratto da "Wanderungen in den Dolomiten", 1877, in italiano "La scoperta delle Dolomiti 1862", di Paul Grohmann).
Chéco da Meleres (1796-1886)
E' la descrizione della prima salita (documentata) alla più alta cima della Tofana, compiuta da Paul Grohmann, accompagnato dall'orologiaio,  cacciatore, patriota e poi guida alpina Francesco Lacedelli "Chéco da Meleres" il 29.8.1863. L’anno seguente la stessa cordata scalerà la Tofana di Rozes, e nel 1865 Grohmann col guardaboschi, poi guida alpina, Angelo Dimai salirà anche quella di Dentro.
Paul Grohmann, nato a Vienna nel 1838, venne in Ampezzo per la prima volta nel 1862, dopo aver fondato insieme a due conterranei l’Österreichische Alpenverein. Affascinato dalle Dolomiti, montagne dalle forme fantastiche, con le sue salite e i suoi scritti contribuì a diffonderne la conoscenza in tutta Europa, attirando i primi turisti. In segno di gratitudine per l’opera svolta, nel 1873 il Comune di Cortina lo nominò  cittadino onorario.
La Tofana di Mezzo (photo: courtesy of Angelo Roilo,
archivio Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore)
Fra poco cadranno i 150 anni della prima salita della Tofana di Mezzo, e per ricordare l'evento, che ha segnato l’inizio della storia alpinistica della valle, a Cortina la sezione Cai ha programmato una giornata rievocativa e di festa in vetta alla Tofana, da quarant'anni ormai aperta anche, e soprattutto ai non alpinisti. 
Chi lo vorrà, potrà cimentarsi nella salita alla cima a piedi dal fondovalle, seguendo la via tracciata da Grohmann e Francesco Lacedelli (2020 m totali di dislivello), o salire più comodamente con la funivia, offerta ai soci Cai a prezzo agevolato. Al rifugio/bar Cima Tofana, a quota 3195 m, sarà preparato un rinfresco, per trascorrere insieme un momento conviviale, e a ricordo della giornata ci sarà per tutti un attestato di partecipazione. Info sul programma su www.caicortina.org

22 mag 2013

Chi fu il primo a salire la Croda del Béco?


Chi fu il primo salitore effettivo della Croda del Béco?
Il “Cu de ra Badessa”, colosso dolomitico che fa da confine della valle d’Ampezzo con la Pusteria (dove viene chiamato Grosser Seekofel) e con la Valle di Marebbe (dove è identificato come Gran Sass dla Porta), fu salito ufficialmente il 15 settembre 1874.
Primo in vetta fu Paul Grohmann, il pioniere austriaco al quale si devono le più importanti tappe della scoperta delle Dolomiti fra il 1863 al 1869, All’epoca trentaseienne, Grohmann era già conscio di dover chiudere la sua stagione alpinistica. Nell'occasione, lo accompagnava un oscuro valligiano, in apparenza marebbano visto il cognome: Vigil Willeit (Vileit nei documenti). 
Dopo l'"ultima" Croda del Bèco,
(photo: courtesy of idieffe, 22/7/2007)
Sembra improbabile che la Croda non fosse stata già salita in epoca  antica, dai pastori ampezzani che alpeggiavano gli ovini nei vicini pascoli di Fosses, da quelli marebbani di Sennes e Fodara o da altri, magari  cacciatori e topografi che bazzicavano quelle zone.
Nell'estate 1878 la Croda aveva già due vie di salita, entrambe d’impegno poco più che escursionistico. Finalmente, nell'agosto 1892, Viktor Wolf Von Glanvell e compagni percorrevano la parete nord, che fa da sfondo al Lago di Braies e, se fosse soltanto un po’ più verticale, potrebbe stare alla pari con pareti dolomitiche di maggior fama.
È più di un chilometro d’altezza,  non tutto roccioso, giacché ci sono anche ghiaie e mughi, e ha più di una via: si dice  comunque che ci siano ancora rocciatori appassionati che le salgono.
Certo, da qualunque lato si giunga in vetta, nonostante l'affollamento estivo il panorama che svela la Croda è uno fra i migliori delle Dolomiti.

18 mag 2013

Sul Col Rosà da nord


25457 ettari di superficie per un comune sono molti ed, infatti, quello di Cortina è uno fra i più estesi d’Italia. Il fatto poi di essere un comune montuoso, significa che le montagne che lo circondano sono molte. Essendo molte, per esplorarle tutte non basta una vita, ed è la constatazione che viene spontanea, pensando alle cime, cenge, forcelle, sentieri, valloni che caratterizzano il territorio d’Ampezzo.
Penso spesso alle esplorazioni che mi mancherebbero, accatastate in un’apposita “directory” del cervello, sperando di poterle chissà quando tirar fuori e completare. Un esempio: spesso mio padre accennava al fatto di aver percorso, non senza difficoltà, l’accesso al Col Rosà dalla Val di Fanes, sul versante nord, ben in vista dalla strada che da Pian de Loa risale la valle.
Quel percorso, appena punteggiato su vecchie carte topografiche, dovrebbe essere stato usato in guerra, giacché il Col Rosà si trovava proprio sul fronte, ma non ho mai trovato notizie su un’eventuale possibilità di transito da quel lato, che - seppure piuttosto ostico - a prima vista non sembra impossibile.
Col Rosà da nord, 23/9/2011
Fasce di roccia si alternano a mughete, ma penso che, zigzagando fra le une e le altre, in qualche modo la facciata sia percorribile. Quella possibilità mi ha sempre attratto: ne è a conoscenza un amico, appassionato come me di stranezze escursionistiche, ma intanto il tempo passa e non ci siamo mai decisi.
Ovviamente, se mai si provasse, lo si farebbe dal basso, per non scendere dall'alto e poi essere magari obbligati a risalire, perché non si passa. Il misterioso versante nord del Col Rosà, sotto l'ampio cengione barancioso dove sbocca la ferrata, calamita lo sguardo ogni volta che passo ai suoi piedi. Osservandolo da Progoito, mi sono visto in mezzo a quella “barancera”, armeggiando in uno dei tanti angoli reconditi di Cortina, dove di sicuro nemmeno in agosto nessuno ti contende il passo.

15 mag 2013

Per i 90 anni di Giuseppe Richebuono

Questo tema non è alpinistico, ma riguarda un "patrimonio" di Cortina, il professor Giuseppe Richebuono.
Conosciuto da molti  amichevolmente come “Bepe”, non ha certo bisogno di presentazione. Per almeno mezzo secolo ha studiato, con metodo e competenza, le millenarie vicende della valle d'Ampezzo,  compulsando documenti antichi, scrivendo articoli e opuscoli, tenendo conferenze e riunendo tutto nella monumentale “Storia d’Ampezzo”, pubblicata in quattro edizioni, l’ultima delle quali dalla Cooperativa di Cortina nel 2008. 
In occasione del novantesimo compleanno, caduto nei giorni scorsi, il sottoscritto (spero a nome di tanti paesani e di coloro che tramite lui hanno conosciuto ed amato la storia del paese), ritiene giusto rivolgergli un fervido augurio di “Buon 90°!” con l’auspicio, parafrasando il contenuto di un biglietto che mi ha scritto di recente, “… de podé ancora fei algo delvès par i anpezane.” ("... di poter ancora fare qualcosa di buono per gli ampezzani."). Auguri, caro Bepe!

9 mag 2013

Dov'è il Sas del Rana?

Ho notato con piacere che i post che contengono proposte di luoghi e itinerari poco noti, condite magari con briciole di storia e di toponomastica, piacciono particolarmente, per cui insisto presentando un sito ampezzano che si vede bene dalla "vasca" di Corso Italia, ma ben pochi conoscono e sicuramente nessuno frequenta: il Sas del Rana, ai piedi del Pomagagnon.
Sulle pendici meridionali della Punta Erbing, chi guarda da Cortina può notare un roccione che emerge dalla vegetazione con un dirupo giallastro, ricoperto da conifere nella parte superiore.
Quel roccione porta l'oronimo, quantomeno originale, di Sas del Rana, che non abbisogna di traduzioni. Secondo una fonte autorevole come Illuminato De Zanna - Camillo Berti, "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" (Bologna, 1983), ripresa anche da altri, l'oronimo si legherebbe al soprannome di una famiglia del sottostante villaggio di Chiave, o forse di un unico individuo, magro e scattante come l’anfibio di cui portava il nome.
Il collegamento del masso alla famiglia però non è immediato, e deriva abbastanza sicuramente da motivi silvopastorali. Alla base del Sas transita la piacevole strada boschiva che collega Fiames con Mietres e Larieto, ma la salita sul Sas - ammesso che si abbiano motivi validi per compierla, e forse quella domenica d'estate di qualche anno fa Iside e io li avevamo, ma non la completammo ugualmente - non pare di gran valore escursionistico o alpinistico.
Il Sas del Rana: in alto a sinistra Croda dei Cestelis,
a destra Punta Erbing (photo: courtesy of idieffe, 9/5/2013)
Anche la breve parete che guarda Cortina, ad un esame sommario, non attrae i patiti di roccia: l’interesse che riveste il Sas è più che altro oronomastico, magari per cercare di individuare antiche connessioni (un'idea che azzardo ...) di carattere esoterico, o chissà che altro.
Personalmente fino al 1976, pur avendolo guardato mille volte, non sapevo che quel macigno avesse un nome. Me lo disse l’anziana guida ampezzana Angelo Dimai Déo, originario di Chiave, che la zona la conosceva per averla praticata, forse per cercarvi funghi, legna o altro o forse per ripetere la via sulla Punta Erbing da sud, aperta dal padre Antonio con un cliente tedesco nel 1905.
Conservo l’informazione come un bel ricordo di un’illustre figura dell’alpinismo, con cui parlai più volte e dalla quale appresi diverse cose interessanti. Quando uscì la guida di De Zanna e Berti, ricordo che pensai con un certo sussiego “... questa storia del Rana, io la conoscevo già... ”.

7 mag 2013

Il “Trói del Jandàrmo”, tra leggenda e storia


Non so se risponda a verità o sia solo una leggenda (di quelle che facevano la gioia di scrittori come Casara, Degregorio e altri), l’origine del cosiddetto “Trói del Jandàrmo”, il “sentiero del poliziotto”.
E' quello che unisce Ciànpo de Crósc, poco oltre il Brite de Ra Štua, con Rudo de Sóte (Fodàra Védla): fino ad una ventina d’anni fa era quasi ignoto, e in seguito è stato riportato sommessamente “alla luce” dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Da quanto sono riuscito a sapere, l’apertura di quel sentiero anticipò di molto la costruzione della carrareccia militare che da Ciànpo de Crósc rimonta con ampi tornanti la pendice boscosa che scende dalle pendici delle Lavinòres, valica il confine Ampezzo - Marebbe e porta a Fodàra Védla e poi verso Sennes, o Rudo de Sóra. 
Anticamente un poliziotto, finanziere o doganiere, abitava in Marebbe ma prestava il proprio servizio a Cortina. Dovendo andare e tornare, forse con cadenza quotidiana, dal lavoro e non esistendo probabilmente all’epoca un valico agevole attraverso la Mónte de Rudo, costui studiò un percorso tra alberi e rocce, dai Órte de Ra Štua fin quasi al lago di Rudo. 
Quel tracciato consentì, a lui e poi ad altri, di superare lungo la direttrice meno lunga e complessa possibile l'accidentata e selvaggia fascia che si estende tra Ra Štua e Fodàra Védla, sveltendo la marcia da e verso casa. 
Fodara, con la carrareccia militare
che sale da Ra Stua (photo: courtesy of skiforum.it)
Oggi il sentiero è quasi come poteva essere secoli fa: mi risulta indicato soltanto dai segni di vernice che bastano a non fare confusione, individuando due strettoie rocciose attraverso le quali bisogna passare e l’inizio del tracciato presso Fodàra; lungo il percorso, gli ometti di pietre sono radi e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. 
Da alcuni anni più di qualche escursionista, locale e non, conosce il sentiero, non indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non va percorso di certo per passare più rapidamente da Ra Štua a Fodàra, ma credo - ed è quello che ho sempre fatto – soltanto per il gusto d’immergersi in un ambiente splendido di acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette in punta di piedi. 
Un paio di metri di roccia, dove la leggenda afferma che, un tempo, una scaletta di legno agevolasse il passaggio, si superano mediante una radice che fa da appiglio: ma quando la radice non ci sarà più?

2 mag 2013

Per Luca, da Ernesto e Iside


Non è facile scrivere di un amico scomparso in montagna senza incappare nei consueti luoghi comuni di cui spesso abusano le cronache: vorremmo evitarlo, chiedendo solo poche parole al nostro cuore. Luca di Udine, che la “Grande Vergine”, nelle Alpi Giulie, ha voluto tenere con sé proprio il giorno del suo 43° compleanno, è stato un amico; di un’amicizia nata per mail e consolidatasi con telefonate, lettere, incontri sia in città sia in mezzo alle crode. 
Ci siamo trovati insieme solo sulla Croda de r'Ancona e a Malga Ra Stua, nelle Dolomiti Ampezzane, ma un filo sottile ci ha legato per anni. La  notizia della disgrazia c’è giunta da Treviso, mentre viaggiavamo verso il santuario mariano più noto dell’Europa dell'Est, impedendoci di rendergli l’ultimo saluto e avere la dedica sul suo secondo libro (cui avremmo tenuto), ma dandoci l’occasione per una preghiera particolare e, ebbene sì, per una lacrima. 
Davanti agli occhi e nelle orecchie abbiamo ancora il suo sguardo un po' malinconico, la sua voce, i fervidi discorsi di montagna e libri che facemmo lungo le nostre strade, vicine ma dirette a destinazioni distinte; lui alpinista affermato e iperattivo in ogni stagione, in preda ad un furore quasi dionisiaco, noi inclini a goderci un alpinismo pacioso, paghi di un quarantennio di fortunate avventure, rivivendo le crode nella scrittura, lettura e fotografia e invitando un po' “kugyanamente” altri a ripetere le nostre scoperte o a farne di nuove. 
Alla mesta notizia della perdita forse potremmo aggiungere tante cose (o anche nessuna): non ce la sentiamo, non vogliamo inoltrarci a cercare quel “Perché?” che solo lui conosce. 
Ci stringiamo alla sua Alessia in un abbraccio; a Luca auguriamo che dal vertice di una delle mille cime di roccia, di ghiaccio, d'erba che ha calpestato in ogni stagione, sorrida oltre le nuvole a tutti noi, che oggi ci sentiamo un tantino più poveri.

22 apr 2013

G. Herold, Carneade delle Dolomiti


Punta Nera dai Tondi di Faloria
(photo: courtesy of A. Bernardi)
Nel 1912, un tale G. (l’iniziale potrebbe stare per George) Herold, che se ne andava in giro a scalare montagne da solo e tra il 1895 e il 1905 aveva già aperto una decina di itinerari in diversi angoli delle Dolomiti, passò a Cortina, forse con l’intento di cercare anche lì una via nuova.
L’8 agosto, infatti, l’anglosassone salì senza compagni la parete O della Punta Nera, cima che fino agli anni ’30 si raggiungeva da Cortina o dal Passo Tre Croci senza facilitazioni meccaniche ed anche oggi è rimasta abbastanza remota e solitaria, nonché poco seducente per gli amanti della roccia pura. 
Il fianco scelto da Herold per salire dovrebbe essere quello che affonda in Val Orita, sulla destra dell'immagine: il tracciato e la descrizione della via, la difficoltà e il tempo impiegato per portarla a termine (notizie che forse avrebbero potuto spingere qualcun altro a frequentarla) non sono note, almeno dopo aver scorso le fonti accessibili in italiano.
“Dolomiti Orientali” di Antonio Berti riporta solo la stringata citazione della salita: “Itinerario non descritto”, in calce alla quale compaiono due riferimenti bibliografici poco utili, giacché non tutti gli alpinisti sono anche topi di biblioteca e, viceversa, tanti topi di biblioteca non vanno a scalare montagne.
Chissà poi se la via di Herold, seconda in ordine cronologico dopo quella di Alessandro Lacedelli da Meleres (1876), delle tre che fino ad oggi raggiungono la Punta Nera, esisterà ancora, data la fatale tendenza a disgregarsi di questa montagna?
Forse gli aspiranti salitori oggi avrebbero qualche dubbio nel sapere dove si trova esattamente, come si svolge e se una salita sarebbe utile a esplorare una cima solitaria, posta al margine dal circuito dolomitico, che chi scrive ha salito varie volte e sempre apprezzato.

18 apr 2013

Proposte per brevi gite in un libro di Idea Montagna


"Brevi escursioni panoramiche" di Nicolò Miana (Idea Montagna Editoria e Alpinismo 2012, pp. 279, € 22): un nuovo catalogo di gite dolomitiche?
"Ce ne sono già tanti in giro ..." potrebbe dire qualcuno. Ma questo libro è un po' diverso. Prima di tutto, le escursioni descritte sono tutte abbastanza brevi, mediamente facili e molto panoramiche: specie il secondo aspetto, in un mondo sempre più spinto alla prestazione e ai record come quello di oggi, può essere un grosso pregio.
Alcune poi, al margine di vette e sentieri celebri, sono proprio originali e potranno fare da stimolo a chi “ha fatto tutto o quasi tutto”. In terzo luogo, il volume è abbellito da immagini molto belle.
Di certo Miana è un appassionato camminatore, ma anche un ottimo fotografo: non necessariamente le due cose camminano di pari passo, ed è logico che sia così.
In montagna non è facile carpire il momento giusto per fotografare, trovarsi in vetta  con le luci del tramonto o su un pascolo spolverato di neve, intravvedere il sole radente in un bosco, sorprendere un fiore alla prima gelata, immortalare una nuvola dalle forme strane o lo spettro di Brocken.
Tanti di noi amano camminare e scattare fotografie  senza fare grande attenzione alla qualità, ma solo per il piacere di immortalare certi luoghi, momenti e passaggi, conservare e riguardare le immagini, magari pubblicarle dopo accurati restyling.
L'autore invece, mentre sale sulle cime, manovra magistralmente la sua macchina fotografica: sa aspettare, scegliere la prospettiva migliore, bloccare l'attimo fuggente, dipingere panorami nuovi che poi regala in questo volume secondo della collana “Sentieri d'autore”, dell'amico editore Francesco Cappellari.
Le proposte del libro sono 50: 9 nelle Pale di San Martino, 3 intorno ai passi San Pellegrino e San Nicolò, 11 nelle Dolomiti Agordine, 9 in quelle di Zoldo e 18 in quelle Ampezzane.
Dislivelli e difficoltà sono diversi seppure omogenei, ci sono molte cime ma anche forcelle, laghi e rifugi; appaiono escursioni classiche e super frequentate ed altre semisconosciute, sorprese sicuramente piacevoli  per chi vagabonda in montagna con l'occhio attento e il cuore palpitante. 
A chi scrive, amante delle statistiche, è piaciuto scoprire che le proposte nelle “sue” Dolomiti d'Ampezzo le conosce tutte 18 (e quelle nelle Dolomiti Agordine in buona parte): per questo, nelle stagioni a venire potrebbe uscire dal guscio.

15 apr 2013

15 aprile 1973; Lino e Renè sulla N della Quarta Alta

Quarant'anni fa come oggi, il 15 aprile 1973, due grandi alpinisti di Cortina già vicini al mezzo secolo, Lino Lacedelli e Renato De Pol (caduto due settimane dopo sullo spigolo Jori della Punta Fiames), aprirono una via sulla parete N della Torre Quarta Alta, di cui poche fonti riportano la notizia.
Valutata di 6° grado, fu l'ultima apertura di Lacedelli, ad un  trentennio dalla prima sulla Cima O della Torre Grande. Breve ma impegnativa, in seguito la via Lacedelli-De Pol è stata ripetuta alcune volte e forse viene ancora salita.
La Quarta Alta emerge come un enorme dente storto dalla selva delle torri d'Averau ed era già stata salita  su tutti i fianchi: la via normale da O è una scalata le cui caratteristiche fanno sicuramente sorridere gli alpinisti di oggi, abituati a valutare le ascensioni in base a cocktail di cifre e lettere e non più coi semplici numeri che una volta marchiavano senza possibilità d’errore le difficoltà di roccia.
Un centinaio di metri di 3° grado e poco più, su roccia  verticale, solida e sicura quanto basta, in un ambiente quasi più di palestra che montano: una via che per me ha una certa importanza, per due motivi.
Il primo perché il 7 ottobre 1979 (non avevo ancora ventun anni!), per sfidare arcani timori che da qualche tempo mi accompagnavano, la salii tenendo sempre la corda nello zaino.
Il secondo, perché la normale da O della penultima delle Cinque Torri è opera nientepopodimeno che del grande Angelo Dibona Pilato, che la salì con l'albergatore Amadio Girardi de Amadìo, un giorno imprecisato di settembre del 1911.
Torre Quarta Alta e Bassa da O,
27 giugno 2009
Nel 1979 l’avevo già percorsa, e qualche altra volta lo feci anche dopo. Certo è che in quella grigia domenica d’autunno riuscii a calcare senza nessuno davanti né dietro la piatta cima, dove ricordo un malandato libro di vetta, costellato anche da qualche firma illustre. Quando mi sentii soddisfatto, venne fame: tre rapide calate a corda doppia ed eccomi sotto l’ampio tetto giallo al piede O della Torre, dove le ragazze stavano friggendo salsicce per ristorare la compagnia.

11 apr 2013

Di croci e d'altri simboli sui monti

Propongo il mio modesto parere in merito alla polemica su croci e simboli vari che deturperebbero le cime, alla quale il quotidiano "Corriere delle Alpi" di oggi riserva due pagine.
Mi auguro  che gli attivisti di MW e tutti coloro che si schierano contro le croci (che sembrano l'"autentico" problema della montagna) abbiano campionato le croci e i simboli che svettano su numerose cime: magari hanno anche preso atto che di quelli esagerati e orripilanti (ma qual è il criterio per definirli tali? La misura? Il materiale? Il disegno?) non se ne trovano molti, ed essi sono spesso iniziative private di varie associazioni, anche non montane, con motivi non sempre sacri. 
Croce, panchina, libro di vetta
(Lutterkopf, Val Casies, luglio 2010)

Praticamente ogni cima, grande e piccola, del Sudtirolo e dell'Austria ha la sua bella croce, cui spesso si affiancano panchine e tavoli; ne ho salite molte, e non ho mai avuto notizia di crociate moralizzatrici a riguardo. Così butto là due pensieri, che non hanno pretese sociologiche.
Riterrei importante che chi decide di alzare una croce o altri simboli su una montagna, consultasse, almeno per rispetto, i proprietari del terreno, Demanio o Comuni o privati; non credo che questo venga sempre fatto.
Grande croce su una piccola cima
(Golzentipp, Tirolo, luglio 2012)
 
Per parte mia, mi trovano

abbastanza consenziente le iniziative, purché siano pacate, per limitare il proliferare sulle vette di croci e simboli vari, specie se ingombranti, futuribili o fuori luogo: ma anche qui "est modus in rebus"! 
Piccola croce su una grande cima
(Taé, Cortina, agosto 2004)

Più che di croci (tenendo conto che alcune, come quelle sul Cervino, sul Grossglockner o in Dolomiti sulla Cima Grande di Lavaredo, sulla Croda del Beco, sul Picco di Vallandro, appartengono ormai alla storia!), potrebbe essere interessante che il Cai o chi per lui, come fa l'AVS in Sudtirolo, gestisse la posa e la conservazione dei "libri di vetta".
Se sono riempiti  di cose serie e utili, con essi si può ripercorrere la storia delle nostre montagne, e possono servire anche ai soccorritori in caso di bisogno.

10 apr 2013

Prime emozioni d’arrampicata dolomitica


Intorno al 1880 la scoperta delle Dolomiti si trasforma, con l’assalto alle vette minori e più impegnative del territorio.
Il 17 settembre di quell’anno Giuseppe Ghedina  di Angelo, detto "Tomaš de Sote", nato nel 1842 e guida alpina dal 1875, sale con l’inglese C. G. Wall la Torre Grande, la più alta delle guglie che formano il bizzarro gruppo, fino allora inesplorato, delle Torri d'Averau.
I due alpinisti salgono sulla cima Nord della Torre dal versante che guarda le Tofane, scoprendone l’accesso meno difficile, ancora oggi usato da qualche alpinista nostalgico. Per salire sulla guglia la cordata impiega tre ore, e due ore e quaranta per scendere: tempi che, anche considerando i mezzi e la tecnica del tempo, si possono ritenere un po' esagerati.
In più, la guida si lascia sfuggire un secco giudizio sulla scalata, che non sarà ignorato dalle cronache del tempo: “… in not one of these mountains here is the most little bit as hard as the easiest in this …”, “… su nessuna di queste montagne, il più breve passaggio è duro come il più facile di questa …”.
Con la prima salita della Grande, Giuseppe Ghedina si merita l’encomio dei sedici colleghi, rappresentati dal maturo pioniere Santo Siorpaes, ormai vicino a chiudere la sua lunga carriera e che nell'estate del 1881 sceglierà proprio Ghedina come seconda guida per le sue ultime salite. 
Le guide di Cortina sono orgogliose che uno di loro abbia vinto “… l’ultimo picco inaccesso delle Dolomiti ampezzane ...”, ed augurano al collega altre imprese e successi, che il povero Giuseppe riuscirà a portare a termine soltanto in piccola parte.
Inaugurazione Sachsendankhuette, oggi Rifugio Nuvolau,
11/8/1883 (photo: courtesy of archivio D. Colli)
L’11 agosto 1883, infatti, giorno dell’inaugurazione del primo rifugio costruito in Ampezzo, la capanna Sachsendank sul monte Nuvolau,  Ghedina precipita dal piazzale antistante il rifugio. La guida ha solo quarant’anni, lascia la sposa Antonia e i piccoli figli Erminio, Eligia e Giusto: i familiari non vorranno mai conoscere a fondo i motivi della disgrazia, che fin da subito non parve accidentale.
In ogni caso il Tomaš non sarà dimenticato, e il nome resta legato alla sua più celebre salita: la Torre Grande d’Averau, una guglia sulla quale, oggi quasi come centotrent'anni fa, si possono provare le prime emozioni dell’arrampicata dolomitica.

5 apr 2013

La "Madonna della Solitudine" su Ra Jeralbes

A nord di Cortina c’è un sacello, che credo non siano in molti a conoscere; e neppure molti sapranno da dove deriva il suo nome, promosso negli anni addirittura a toponimo: la "Madonna della Solitudine".
Il sito si trova a 2000 m circa sulle pendici occidentali di Ra Jeralbes, che racchiudono a nord-ovest la Val Montejela. Siamo nel cuore del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, suppergiù nel punto in cui il sentiero che da Ra Stua sale al dismesso Bivacco Dall'Oglio si biforca, incrociando quello aperto nel 1964 e numerato con lo 0, che giunge alla Crosc del Grisc e prosegue verso i laghi di Fosses.
Bivacco Dall'Oglio, verso le Tofane
In una nicchia naturale ai piedi di Ra Jeràlbes (anche se il toponimo significa "ghiaie bianche",le loro rocce sono grigie), il 29 settembre 1946 due ampezzani, Illuminato de Zanna e l’amico Guido Ghedina, collocarono una statuetta della Madonna. Da allora sono passati oltre sessant'anni: i due appassionati sono scomparsi da tempo e lassù la statuetta veglia ancora i viandanti, ha assegnato il nome al sito e negli anni Novanta del ‘900 è stata affiancata da una formella di ceramica "abusiva", per ricordare un'alpinista scomparsa.
A questa zona è legato un fatto curioso: qualche decennio fa nelle vicinanze della “Madonna” qualcuno cadde in un colossale equivoco, avendo trovato il toponimo "Val Ponùco" e tentato di decifrarne l’etimologia, alquanto oscura. Forse era un pesce d’aprile: risultò poi che il nome, del tutto inventato, veniva dall’appellativo di famiglia del Ghedina salito con de Zanna a collocare la statuetta, vicino alla quale dovrebbero esserci ancora le iniziali dei due ampezzani e la data dell’operazione, dipinti sulla roccia. Però, siccome non salgo alla Madonna da alcuni anni, i miei ricordi potrebbero non essere aggiornati!
Da romantico cultore delle memorie patrie, mi piacerebbe che la statuetta, una delle tante testimonianze di fede di cui è ricco il territorio di Cortina, restasse sempre al suo posto, o almeno che non andasse perduto il toponimo, a ricordo di chi la pose lassù in un momento della storia che vedeva l’Italia uscire da anni tristi e bui.

27 mar 2013

Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

Come tanti compatrioti e in più come ampezzano, appassionato di montagna e nipote di Lino Lacedelli, ho assistito un po' trepidante alla fiction “K2 Montagna degli italiani”, trasmessa da Raiuno il 18-19 marzo.
Vista quella e altri prodotti simili, mi sono fatto un convincimento: la televisione italiana, probabilmente perché deve accontentare spettatori da Courmayeur a Lipari, alpinisti e no, non è capace di raccontare la montagna in modo obiettivo e verosimile.  
Lacedelli al Campo Base del K2,
50 anni dopo (fine luglio 2004)

Dopo tutte le puntate della soap-opera sostenuta con valige di euro dall'Autonome Provinz  Bozen, in cui un Terence Hill imambolato caccia il lupo (!) dietro l'Hotel sul Lago di Braies e molte altre amenità del genere, la fiction sulla prima salita del K2, fatto sofferto e controverso della nostra storia del secondo dopoguerra, pare ne abbia seguito le orme.
Si scorrazza da dialoghi banali ("ciò, 'ndemo a mona ..." dicono un paio di volte i giovani candidati, come nei sexy movies italiani degli anni '70) a personaggi spesso falsati (la “morosa” di Lino, da una lucente cucina, di formica ben poco montanara, va in stalla con scarpe nere e tacchi a spillo; Lino indossa solo un "eskimo" per sfidare il vento dei 5000, scala l'improbabile campanile di una chiesa che non è quella di Cortina e parla come il suo omonimo Lino Toffolo; Bonatti sale in alto con la giacca a vento aperta, senza berretto né guanti, e pare Ricky Memphis; Cassin abita in una baita d’alta montagna come un selvaggio, anziché nella operosa città di Lecco …); da paesaggi incongruenti (ma ci sarà erba tra le rocce a quota 7000?) a ricostruzioni alpinistiche un po’ ridicole (scalatori impacciati anche su terreno facile; zaini stracolmi di corde ingarbugliate in modo poco professionale, Lacedelli e Compagnoni che arrivano in cima pestando ... orme già tracciate!).
Con zio Lino a Malga Federa, 9/2/2003
(photo: courtesy of idieffe)
L’unico personaggio con un po' di realismo mi è parso il professor Desio, militaresco organizzatore della spedizione. Per il resto, seppure fosse un film “di regime”, era meglio “Italia K2″ di Marcello Baldi.
Persino il Cai nazionale (vedi i quotidiani odierni) ha preso le distanze da questo lavoro con un secco comunicato stampa. Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

25 mar 2013

Prima salita scialpinistica del Picco di Vallandro


Dal lato sud, quello più in vista e usualmente praticato sia con gli scarponi sia con le pelli di foca, non offre di certo motivi che ne giustifichino il pomposo nome di Picco.
E’ un vasto, lungo, un po’ noioso pendio di pascolo e ghiaie, solcato da un sentiero “à vaches”, che solo nell’ultimo tratto si fa un po’ più interessante, perché zig-zaga fra roccette, scavalca l’anticima con un passo esposto reso sicuro da una catena metallica e porta in vetta.
Il Picco di Vallandro con il sentiero d'accesso,
dal Col Rotondo dei Canopi (foto E.M., 16/10/2011)
Il Picco di Vallandro (2839 m), in tedesco Dürrenstein, è una grande montagna, rinomata fin da epoca antica per l'ampio panorama a giro d’orizzonte, che la rende una delle mete più note e frequentate di tutto il circondario pusterese.
Grazie al semplice accesso, che richiede comunque due ore e mezzo per superare 850  m di dislivello dall'altopiano di Pratopiazza, non si sa chi e quando lo salì la prima volta.
Quanto alla storia alpinistica, che conta anche nomi illustri, ho trovato la notizia della probabile prima ascensione in sci, compiuta il 29 aprile 1934 da Federico Terschak, Silvio Manassero e Giuseppe Degregorio per la via normale, che poi quest'ultimo raccontò nel volume di racconti "Cortina e le sue montagne" (1952)  ed oggi molto frequentata.
Il Picco mi ha visto in vetta solo un paio di volte, l’ultima abbastanza di recente. Della salita, compiuta a fine giugno, mi rimane il flash dell'alta cornice di neve fra l’anticima e la cima, che dissuadeva i presenti da un approccio sicuro al punto più alto.
Fin quando un agile pusterese prese l’iniziativa e la bucò con la piccozza, aprendo la traccia che consentì agli aspiranti salitori di godere la bella visuale sulla Pusteria e le Dolomiti, che si dispiega dalla croce di vetta.

20 mar 2013

Appunti di cinema: come nacque il lungometraggio "Cavalieri della Montagna"


Un caro ricordo: la cartolina del Rif. Passo Staulanza
inviatami da Severino Casara per il Natale 1977
(archivio E.M.)
Il 13 marzo, al Circolo AUSER di Domegge di Cadore, ho tenuto una lezione su "Severino Casara e il Cadore".
Avendo conosciuto l'alpinista in gioventù, mi è parso bello ricordare ancora una volta una vita tutta votata alla montagna, estrinsecata in centinaia di ascensioni, 14 libri, conferenze, fotografie, amicizie e soprattutto in 27 corto- e lungometraggi.
Oggi, ad un mese dal 110° anniversario della nascita dell'alpinista vicentino, rievoco l'episodio della nascita del suo primo lungometraggio, "Cavalieri della Montagna", che ho rivisto qualche tempo fa ad Auronzo, in occasione di un'indovinata rassegna di cinematografia curata dalla Sezione del Cai.
Natale 1947: Casara e l'amico Walter Cavallini giungono in sci a Forcella Longeres, dove alcuni operai lavorano alla sostituzione del tetto del rifugio, volato sui pendii della Val Marzon a causa della bufera.
I due ripetono la via normale sulla Cima Ovest. Salendo, rimangono affascinati dalla particolarità di pareti, stalattiti di ghiaccio e placche vetrate, sotto l’effetto di una luce che definiscono "da Tabor".
Casara esprime un desiderio, che egli stesso però ritiene quasi un'utopia: girare d'inverno sulle Dolomiti auronzane, e in particolare sulle Tre Cime. Un'utopia soprattutto per quei tempi, in quanto girare un film in quelle condizioni avrebbe comportato costi molto elevati.
Cima Ovest di Lavaredo, dalla Croda de l'Arghena
(photo: courtesy of C.B., 25/5/2008)
Scesi al rifugio, discutono del loro sogno con alcuni operai auronzani. L’idea giunge in Comune, dove nei giorni seguenti l'avvocato viene ricevuto dal Sindaco, che plaude all’idea, offrendo subito l’appoggio logistico dell’Amministrazione.
Ma girare un film richiede una grossa somma, replica l’alpinista. Claudio Bombassei, suocero del Sindaco, offre il denaro necessario, dicendo a Casara: “ Lei è matto per le crode, io per la mia terra. Due matti insieme fanno un savio”.
L’offerta viene subito accettata, con l’impegno di restituire il denaro qualora il film dovesse rivelarsi una fonte di guadagno.
Nei mesi seguenti, quindi, fervono i preparativi per girare il primo film d'inverno sulle Dolomiti. Attori: Casara interpreta Emilio Comici, Cavallini Paul Preuss, Angelo Dibona il custode del Rifugio Longeres. In una piccola parte c'è anche la giovane guida Valerio Quinz. Protagonista: la Montagna.
Il maltempo prolunga le riprese sulla roccia e sulla neve, ma Casara non molla e dopo molto lavoro può scendere a Milano con le pizze del primo negativo interamente girato d'inverno sulle crode dolomitiche.
E' l'inizio di una fortunata carriera, che consoliderà l'amore di Casara per la montagna e ne conserverà il ricordo ancora oggi.

18 mar 2013

Lo strudel dello Jora

In arrivo al Rifugio Jora
(il luogo è sicuramente più bello della fotografia!)
Prima che questo squinternato e per noi fiacco inverno 2012-2013 portasse ancora neve (mentre scrivo fiocca per benino e al suolo ce ne saranno almeno 30 cm, che sembrano voler aumentare), a quattro giorni dall'inizio della primavera abbiamo completato la "esplorazione" dei rifugi dell'area tra San Candido e Sesto Pusteria, dove fare una passeggiata e, perché no, gustare qualcosa di buono.
Circa a metà strada tra San Candido e il Rifugio Gigante Baranci, nostra meta favorita per un paio di volte l'anno, c'è un altro esercizio, che finora mancava alla nostra raccolta. E' un ristorante d'alta quota in elegante stile tirolese, ai piedi di una sciovia che lo collega al Gigante Baranci: il Rifugio Jora, quota 1317 m., meta della camminata di ieri.
D'inverno, i pedoni vi possono salire dalla strada San Candido - Sesto, portandosi prima ai diroccati Bagni di San Candido e poi alla chiesetta di S. Salvatore. Qui un bivio a destra indica una strada forestale che scende un po', traversa un'ampia zona recintata con sorgenti idriche, piega ancora a destra nel fitto bosco e con una lunga diagonale quasi pianeggiante esce presso il rifugio.
Il panorama durante la salita purtroppo è molto ridotto, ma il camminare è piacevole e tranquillo: il rifugio si scorge già dalla Piazza del Magistrato di San Candido e d'estate vi si può arrivare direttamente dal paese per una stradina sterrata. Dopo la passeggiata facile e godibile, lunga quasi come quella del soprastante Gigante Baranci, ... una lieta sorpresa: il migliore strudel con salsa di vaniglia che, almeno fino ad oggi, abbiamo assaggiato in una pasticceria, una malga, un rifugio della zona. E non ce ne vogliano tutti gli altri, dove comunque torneremo.
Così ristorati, Iside e io, che ieri eravamo fra i pochi saliti al rifugio a piedi, abbiamo messo in "saccoccia" una nuova, gradevole e golosa meta per una bella gita. Grazie Jora!

14 mar 2013

Cu de ra Badessa, montagna "irriverente"


Parlando con alcuni amici, sono rimasto meravigliato del fatto che due o tre di loro conoscessero la cima detta Croda del Béco, ma non sapessero come mai essa veniva, e da alcuni viene ancora denominata anche “Cu de ra Badessa”.
Il motivo è più serio di quanto il toponimo possa far pensare, e così ho cercato di capire qualcosa di più di una questione che meriterebbe un bell'approfondimento storico e toponomastico.
A chi conosce il territorio ampezzano non occorre che dica dov'è la Croda del Béco, massiccia cima del gruppo della Croda Rossa che tocca i 2810 m d’altezza, domina a S con inconfondibili lastroni di calcare grigio-argento i pascoli di Fosses e a N cade verso il Lago di Braies con una parete di oltre un chilometro.
La Croda fa da confine tra Cortina, Marebbe (dove si chiama Gran Sas dla Porta) e Braies (dove si chiama Grosser Seekofel). Proviamo a guardarla anche da lontano, per esempio dal rettilineo poco prima di Fiames, venendo da Cortina: per l'analogia del doppio dosso finale (la croce si trova su quello sinistro) con due gigantesche natiche, nel Medioevo gli antenati battezzarono la Croda, forse già salita da pastori e cacciatori, “cu de ra Badessa”, “fondoschiena della Badessa”.
Croda del Béco e Rifugio Biella
(foto E.M., 22/7/2007)
Da dove viene un nome così irriverente? Il crinale della Croda del Béco fu per secoli il confine tra il territorio ampezzano e quelli amministrati dal Castello di Sonnenburg, oggi Castel Badia presso Brunico. A metà del 1400 la più nota delle badesse di Sonnenburg, l'energica e guerriera Verena von Stuben, tentò di annettere con la forza la ricca conca ampezzana ai territori amministrati dal Castello, con i quali la montagna confinava.
Dalla cima della Croda del Bèco, la Piccola Croda del Bèco
e i monti di Braies (foto E.M., 21/7/2007)
Dopo vari scontri e mediazioni, nel 1471 la badessa (tra l'altro ribellatasi più volte al potente Vescovo di Bressanone, il Cardinale filosofo Nicolò Cusano) dovette desistere e la vertenza per l'annessione finì. Ma allora gli ampezzani iniziarono a chiamare con sdegno e feroce ironia il monte dalla forma arrotondata, che ricordava loro la prosperosa e odiata religiosa, “cu de ra Badessa”.
Questa è la genesi storica del toponimo popolare, che rischia di non essere più compreso perché oggi sanguinose vertenze per i confini non se n’accendono più, le carte e le guide riportano solo il nome Croda del Béco e a chi la sale dal Rifugio Biella interessa l’ampio panorama, forse qualche stambecco che talvolta si incontra sui lastroni meridionali, e al riferimento alla storia medievale non fa proprio più caso.

9 mar 2013

La prima invernale della Croda Rossa per la via normale

Sessant’anni fa gli Scoiattoli di Cortina valorizzarono le montagne di Cortina - che esploravano assiduamente ormai da una dozzina d'anni - con tre prime invernali e due salite di VI.
Iniziarono la serie Lino Lacedelli, Guido Lorenzi e Albino Michielli, salendo il 18 gennaio in 9 ore la S della Tofana di Rozes, per la via aperta nel 1901 da Antonio Dimai, Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes con le baronesse Ilona e Rolanda von Eötvös.
Dalla scalata, compiuta dagli Scoiattoli con l'idea di affrontare lo stesso inverno un percorso ben diverso, la Solleder sulla parete NO del Civetta (salita poi nel 1963), Michielli uscì con un congelamento ai piedi.
Poco dopo, sul Cristallo, Beniamino Franceschi, Candido Bellodis e Elio Valleferro superarono in giornata la via Dallamano-Ghirardini per parete O.
Il 9 marzo, infine, fu realizzata l'invernale che oggi ricordo, sessant’anni dopo. Ne fu teatro la Croda Rossa d’Ampezzo, affrontata per la prima volta nel 1865 da Paul Grohmann con Angelo Dimai Deo e il cacciatore Angelo Dimai Pizo.
La Croda Rossa da Valfonda, 23/10/2011
Poco prima della vetta, i tre commisero un errore di giudizio che fece fallire la salita: il successo toccò poi a Whitwell con Christian Lauener e Santo Siorpaes, nel 1870.
Nel 1915-18 l’Esercito austriaco installò un posto d’osservazione in vetta, che forse doveva   funzionare tutto l’anno, ma non si sa se fu usato. Per la prima invernale della Croda Rossa si dovrà attendere il secondo dopoguerra.
Vi riuscirono, infatti, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin, Guido Lorenzi e Angelo Menardi Milar, allora Segretario del Cai di Cortina, il 9 marzo 1953.
Passata la notte al Cason dei Cazadore, i quattro si mossero prima dell’alba, in una giornata che si preannunciava splendida, e per la Val Montejela giunsero in cima alla levata del sole.
Prescindendo dalle difficoltà della salita che. peraltro, d'inverno furono certamente maggiori, la prima invernale della Croda Rossa fu una bella salita. Nel febbraio 2003, a Malga Federa, Lacedelli mi raccontava che per il quartetto, allenato com’era, fu “soltanto una gran bella gita”, compiuta per “soffiare” la primogenitura ai romani che battevano a tappeto le montagne d’Ampezzo e di Braies.
Dal 1953 la Croda Rossa, forse l’ultima grande cima dolomitica salita d'inverno, è stata raggiunta altre volte tra dicembre e marzo. La seconda ascensione, nel 1967, spettò proprio a uno dei ”romani”, Marino Dall’Oglio, ottimo conoscitore della zona, con la moglie Klara e la guida Bruno Menardi Gimmi.
Secondo Dall’Oglio la salita fu più facile di quella estiva, perché il freddo bloccava tutte le pietre mobili rendendo più sicura la roccia, nota per la sua consistenza che in qualche luogo è inquietante.
Oggi, per quanto siano cambiati i tempi e le attrezzature, la cima non è mai affollata nemmeno d'estate; ad onore della storia, mi è parso doveroso ricordare i quattro (dei quali  rimane ancora solo Pompanin come testimone), che il 9 marzo 1953 chiusero la conquista "pionieristica" dei nostri monti.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...