19 lug 2013

Becco di Mezzodì, briciole di storia


Il 5/7/1872 Santo Siorpaes Salvador, guida di Cortina quarantenne e dinamica, portò William Emerson Utterson Kelso, militare scozzese quarantatreenne interessato alle Dolomiti, su una vetta di dimensioni ridotte, ma pur sempre grintosa: il Becco di Mezzodì, antichissima “meridiana” dei valligiani ampezzani.
Prima dell'ascensione, Santo aveva sicuramente circuito il Becco, il cui unico versante accessibile con difficoltà ridotte non è quello verso Cortina, ma quello opposto, quindi all'epoca di Santo verso l'Italia.
La breve salita non fu facile: i due dovettero superare con le scarpe chiodate, un aspro camino alto quasi venti metri, le cui difficoltà sono valutate ancora oggi di terzo grado inferiore.
Nel camino centrale, 14/7/2005
Secondo turista a giungere sul Becco fu Gottfried Merzbacher, nell’estate 1878. Lo accompagnava ancora Siorpaes, colui che aveva trovato la chiave d'accesso alla cima. La storia afferma che il germanico si trovò un po' a mal partito nel superare il camino centrale, dove oggi un chiodo non è proprio del tutto superfluo.
Prima a violare il Becco d’inverno fu l'olandese Jeanne Immink con la guida Antonio Dimai, nel dicembre 1891. Primo a salire invece la cima d'inverno e da solo fu Giuseppe “Bepi” Degregorio, che il 13/1/1925 festeggiò lassù il suo trentaseiesimo compleanno. Centotrè anni e nove giorni dopo Santo Siorpaes e Utterson Kelso, un giovanissimo Majoni poneva a sua volta piede sulla cima, che ha ospitato il suo esordio e, per ora, il suo "canto del cigno" nell'arrampicata dolomitica.

17 lug 2013

La “Croš de Šiora Ester”, rinata per merito di alcuni ampezzani

Oreste Lacedelli, uno dei cittadini di Cortina autori del recente rifacimento del sacello della Madonna sulla SP638, che da Pocol sale al Passo Giau, informa con il giusto orgoglio di avere sistemato anche un altro dei segni devozionali che qualificano il territorio ampezzano e possono essere meta di brevi escursioni tra natura e storia: la cosiddetta “Croš de Ester” (o “de Šiora Ester”, secondo Oreste ed altri). 
Il Pomagagnon, salendo da Lacedel a Pocol
(photo: courtesy of panoramio.com)

Il recupero del manufatto è stato eseguito qualche tempo fa, e la notizia è uscita solo su un paio di periodici locali, con tanto di fotografie.
Oreste, il figlio Michele e i vicini Ilario e Andrea Zardini Lacedelli, dopo aver radunato alcune note storiche ed aver recuperato dalla sig.ra Paola Majoni il "santino" cartaceo che ricorda la defunta, hanno deciso di ridare nuova vita alla croce, prima che il tempo la cancellasse.
Posta sulla strada bianca che sale a Pocol da Lacedel, a pochi minuti dalle case di questì'ultima frazione, la croce ricorda Ester Victoria Sprood, consorte inglese di Antonio Constantini calzolaio, che in quel luogo si accasciò all'improvviso (colpita da un fulmine o da un infarto, non si sa bene) l'8 agosto del 1889, a settantatré anni.
A lungo trascurata, la croce è stata ricostruita, protetta con un piccolo tetto di lamiera verniciata e vi è stata aggiunta una targa in ricordo della “Šiora” arrivata da Bristol fin sotto la Tofana e morta all'ombra dei massi di Crepa, a pochi passi da casa. 
Con l'operazione si è ridato vita ad una pubblica testimonianza della riverenza verso i segni della storia che Cortina ancora possiede: è importante constatare che dopo 124 anni la Croš de (Šiora) Ester continua a vivere in quel luogo tranquillo alla periferia di Cortina, dando lustro ad una piccola memoria paesana che altrimenti correva il rischio di scomparire.

4 lug 2013

Forcella Zumeles, balcone privilegiato


Forcella Zumeles, incisa nella dorsale dei Crepe omonimi nel gruppo del Pomagagnon, consente di passare da Cortina alla Val Padeon ed è un prezioso balcone sulla conca ampezzana.
Vi giunge dalla sella di Sonforcia, alla testata della valle, la carrareccia ex militare n. 205 che sottende quasi senza dislivelli, in un bosco silenzioso e magico, i Crepe de Zumeles.
Dal lato di Cortina vi sale invece il sentiero 204, rimasto per anni in cattive condizioni e rimesso a nuovo nel 1998 dalla Sezione del Cai locale con notevole dispendio finanziario.
Il sentiero si dirama dalla strada forestale che da Larieto porta a Mietres, e rimonta i ripidi pendii prativi, ricchi di toponimi e un tempo tutti falciati, delle Pale di Perosego.

Dopo il maltempo dell’autunno 1997, che diede il colpo di grazia ad un tracciato già penalizzato dalla natura del terreno su cui scorre, il sentiero venne rinforzato con traversine e passerelle e oggi offre un percorso abbastanza comodo, ma non banale soprattutto se affrontato in discesa e con pioggia o neve.
Vicino alla Forcella, accessibili dal sentiero 204 per un’angusta galleria, sempre più bassa perché va riempiendosi di ghiaia, si trovano i miseri resti di una postazione della 1a Guerra Mondiale affacciata su Cortina, dove anni fa, la sera del 14 agosto, brillava uno dei tanti falò in onore della Madonna.
Dalla Forcella, per una buona traccia segnata, si può raggiungere la Punta Erbing, ultimo rilievo del Pomagagnon, oppure scendere al Brite de Padeon, nel cuore della valle omonima.
Meta delle nostre gite fin da piccoli, quando si aveva poco tempo a disposizione, il valico merita anche solo una visita a sè, magari in autunno, quando le conifere che ammantano il versante N dei Crepe de Perosego si tingono di tonalità magnifiche.
Ricordo che tempo fa si vociferava di un impianto seggioviario che avrebbe dovuto sormontare la forcella partendo da Mietres, per allacciare questa zona al comprensorio del Cristallo.
Non mi competono giudizi di carattere tecnico od economico; penso soltanto che, naturalisticamente parlando, sarebbe una follia seppellire sotto ferro e cemento il lembo di natura selvaggia che attornia Zumeles e Perosego!

30 giu 2013

Due passi al Rifugio Fondovalle

Per arrivarci basta poco, 35 minuti di strada pianeggiante e 90 m di dislivello ai piedi del pilastro della Cima Una dalla quale il 12/10/2007 si staccarono 60.000 mc. di roccia, che rovinarono a valle coprendo boschi, prati, case di cinque cm di polvere, senza causare danni a persone; ma vale sempre la pena di fare un salto alla Talschlusshütte - Rifugio Fondovalle, graziosa capanna di legno posta a 1548 m in Comune di Sesto Pusteria.
Vale la pena non solo per la posizione del rifugio: nel soleggiato piano che chiude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si può godere di un bel panorama. Intorno al rifugio si ergono vette sulle quali sono state scritte grandi pagine di storia dolomitica: dalla Croda Rossa di Sesto alla Cima Una, dalla Croda dei Toni all'imponente e turrita Punta dei Tre Scarperi.

Il rifugio è una meta piacevole per grandi e piccoli: c'è un parco giochi, d'estate e d'inverno lo si suò raggiungere con una slitta a cavalli, con la neve si scia lungo la pista di fondo che parte da Moso e sale in uno scenario ammantato di bianco.
La capanna è accogliente ed offre una grande Stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi: a pranzo propone i piatti più golosi della cucina locale, fra i quali possiamo consigliare la minestra d'orzo, quella di gulasch, lo strudel, la Linzertorte. 
In poche parole, alla Talschlusshütte, rinomata e sempre affollata, si può trovare tutto ciò che rende l’ambiente della montagna piacevole e allettante, proposto in un modo unico.
Nonostante l'accesso richieda un'ora buona di automobile da Cortina e spesso il Piano Fiscalino sia affollato come un parcheggio di una grande città, se non si ha tempo né voglia di camminare l'escursione merita proprio un pensiero, che oggi abbiamo rifatto.
In Val Fiscalina non ci sarà di certo la sempre vagheggiata solitudine alpina, ma dieci minuti oltre la capanna iniziano comunque i sentieri per i rifugi Zsigmondy-Comici, Locatelli-Innerkofler, Prati di Croda Rossa e quelli che salgono più in alto, verso le crode ...

27 giu 2013

Tentativo fallito a Punta Mosca


Galvanizzato dai suggerimenti dati da Luca Visentini nel suo libro "Gruppo del Cristallo", nell'estate del '96 con l'amico Prini mi recavo in Val Popena Alta per tentare di salire la Punta Mosca (2701 m), massiccio quanto arcano satellite del Cristallino di Misurina.
Visentini ci prometteva un'ascensione di difficoltà contenute, per quanto di grande lunghezza e buon dislivello dal fondovalle. Non so dire dove ci confondemmo, ma so che arrivammo  molto in alto, su un'esposta cresta ghiaiosa dove stava infisso un misterioso bastone, e lì ci fermammo , per l’ora tarda e la delusione di non essere riusciti a interpretare la via.
Le Tre Cime di Lavaredo da S
(photo: courtesy of M. Tonello)
Credo che non tornerò più a curiosare sulle punte del Cristallino (Clementina, Elfie, Mosca e Ilde),  che come soldatini sorvegliano sull'orizzonte i passanti fin dal Lago di Dobbiaco. Mi è rimasta però la curiosità, alla quale presto l'amico Mirco risponderà con una delle sue magistrali ricerche storiche, di sapere qualcosa di più sulla guida di Auronzo il cui nome rimane scolpito su quella cima dolomitica: Giovanni Frigo Mosca.
Leggendo nella bacheca delle guide nel centro auronzano, qualche anno fa appresi che Frigo era nato nel 1856, fu guida dalla fine dell’800 e visse a lungo a Casera Mosca in Val Popena Bassa, a  quattro passi dal confine col Tirolo. Aprì una  via - che mi è stato detto non semplice - sulla parete S della Cima Grande di Lavaredo (“Camino Mosca”, con E. Stűbler, 1903), scalò da solo la Punta in questione, forse nel 1913, e durante la guerra fu internato in Sicilia perché - abitando sul confine - era stato sospettato di chissà quali connivenze con gli Austriaci.
Laggiù, tra i limoni e i fichi d’India, splendidi ma troppo diversi dalle creste e dalle guglie del Cristallino che conosceva a menadito, il povero Giovanni uscì di senno; tornato in patria visse male gli ultimi anni, morendo nel 1924. Una dozzina di anni fa, le guide auronzane più anziane ebbero la felice idea di ricordare con un cippo nel prato davanti a Casera Mosca il suo solitario abitante, un italiano che lavorava perlopiù in Tirolo ma veniva osteggiato da ambo le parti.
Se fossi riuscito a giungere in vetta alla Punta Mosca, oggi avrei nel carnet una montagna molto interessante e forse avrei fatto qualche ricerca in più sul suo conquistatore: adesso aspetto quella di Mirco!

24 giu 2013

Erbing 1905-2013


Tone Déo (Antonio Dimai), celebre e rinomata guida d’Ampezzo, conosceva bene la dorsale del Pomagagnon, dove aprì cinque vie nuove: due nel 1899, una nel 1901 e due nel 1905.
L’ultima fu la parete S della cima più orientale della dorsale, con il collega Tino Scèco (Agostino Verzi) e un tale G. Erbing, forse tedesco, il cui nome appare come una meteora nella storia dolomitica, ma da oltre un secolo identifica la punta.
In cima con Giorgio e Giacomo, 20/8/2009
Nel 1903, Tone aveva lasciato la vergine parete S della prospiciente Croda Zestelis ai colleghi più anziani Zacar de Radeschi (Zaccaria Pompanin) e Pizenin Zacheo, (Angelo Zangiacomi), che salirono col cliente Robert Grauer, ma due stagioni più tardi, in un giorno imprecisato d'estate di 108 anni fa, si rifece, battezzando una punta non ancora considerata da alcuno.
Nel 1942 Luigi Menardi e Toni Zanettin aggiunsero alla via del Dèo un altro percorso più difficile, ripetuto d'inverno da quattro veneti nel 1953: da molti anni però, entrambe le ascensioni sono disertate.
La Punta si accosta abbastanza tranquillamente a piedi, sia deviando dal sentiero attrezzato della III Cengia del Pomagagnon, sia seguendo a ritroso l’itinerario di rientro da quella, che fa capo a Forcella Zumeles, è segnalato, poco difficile ed ha un certo, buon sapore d’antico.
Sono salito diverse volte sulla Erbing, in compagnia e da solo; mi ha sempre dato soddisfazione inerpicarmi sulla rampa terrosa che frana ogni anno di più, superare le successive roccette, seguire l’esposta cresta finale fino ai due rami incrociati che segnalano il vertice di una montagna magari di scarsa importanza, ma pregevole per il panorama e la pace che vi si godono.

3 giu 2013

Renzo e lo spigolo

Sabato scorso parlavo di questa avventura con una delle figlie del co-protagonista, e ho pensato di riportarla anche sul blog, ricordando che - salvo errori - oggi l'amico Renzo avrebbe 80 anni. 
Ne parlo per sottolineare, in barba a chi non tollera le croci sulle crode, quanto invece conti per qualcuno raggiungere, vedere, toccare quei simboli che caratterizzano i nostri monti. 
Il 1° settembre di qualche anno fa, con Sandro a capo della cordata, salimmo lo Spigolo Dibona della Cima Grande di Lavaredo. Una via famosa, che ricordo lunga ma non estremamente impegnativa, magari un po' adrenalica per le scariche di sassi che può smuovere chi sale, ma storicamente importante anche per il nome che tramanda:  quello di Angelo Dibona.
Giunti sulla cengia anulare sotto la cima, il tempo cambiò, ma Renzo (che aveva passato la cinquantina e avrebbe potuto essere nostro padre) insistette per salire ai 2999 m della croce. Gli interessava sì il panorama che si gode dalla vetta, ma contava soprattutto sul fatto che forse lassù non sarebbe mai più salito e gli avrebbe fatto piacere “conquistare” la cima, che oggi tanti alpinisti giudicano superflua.
Noi obbedimmo. Giunti alla croce Sandro e io firmammo sul libro: lui non volle farlo, timoroso che qualcuno potesse riconoscere il suo nome e raccontare poi la salita alla consorte, poco propensa alle sue fughe.
Mangiammo qualcosa e, visti i nuvoloni, ci sbrigammo a scendere. Lungo la parete però ci colse un furibondo temporale, che ci bagnò fino alle ossa, trasformò le rocce in un scivoloso torrente, rese difficili le manovre di corda e ... tutto quello che ne consegue.
Cima Grande e Cima Piccola di Lavaredo
(photo Marco Colleselli,
courtesy of Istituto Ladin de la Dolomites)
Giurammo che, una volta a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e così fu. Da Molin a Misurina ci buttammo prima sul tè con rum, cui seguì il vino, poi ancora  la grappa, cosicché la discesa a Cortina fu molto più "alpinistica" della salita.
Quando incontravo Renzo, pur a distanza di anni, quasi sempre il discorso cadeva sullo spigolo, sulla croce di vetta che lui non rivide più, sul temporale, sulla "bàla" che portammo a casa tutti e tre.
Undici anni dopo tornai un'altra volta sulla Grande, non per lo Spigolo Dibona: ma per me, e specialmente per l'amico, la Cima rimane senza dubbio legata a quel ricordo.

30 mag 2013

Pala Perosego: roccia così così, ambiente super!


Il primo giorno d'autunno del 2000, da solo salii sulla Pala Perosego, l'ultimo piccolo rilievo della cresta che corre parallela alla Val Padeon e conclude la catena del Pomagagnon.
Non immaginavo certamente che il libro di vetta che avevo nello zaino, riposto in una scatola di plastica e collocato sotto i sassi dell'ometto, nelle successive cinque stagioni si sarebbe riempito con le firme di 30 visitatori!
Pensavo che quanto avevo voluto installare su quella cima sconosciuta fosse solo uno sfizio personale, per il piacere un po' autoreferenziale di rileggere un domani il mio nome e quello di pochi altri patiti di sentieri selvaggi.
Non è stato così: sulla Pala Perosego sono saliti ampezzani, italiani e stranieri, e qualcuno anche più volte: di ciò ho avuto ulteriore conferma nel maggio 2007, quando salii a sostituire la scatola e il libro, rovinati da fulmini, vento e piogge.
La cima! (maggio 2005)

Ma faccio un passo indietro: a Ferragosto 2002, scendevo con Iside dalla Punta Erbing, altra bella meta della zona. Sulla Pousa de Zumeles trovammo Paolo che tornava con una famiglia di amici ... proprio dalla Pala Perosego, salita già diverse volte senza mai farne parola, essendo amante di luoghi dove non circola anima viva.
Diamine, la mia stessa passione, anche se spesso, per sfuggire alla folla che brulica nei luoghi più noti d’Ampezzo, sceglievamo cime anche più corpose della Pala! In ogni caso, solo dal 2000 al 2005, almeno trenta persone scelsero di inerpicarsi sui quindici metri di rocce che cingono la vetta della Pala, e percorsero l'impressionante crestina erbosa che termina sulla minuscola vetta, sospesa sulle franose Pale di Zumeles.
Le rocce sommitali (maggio 2007)

Lassù il silenzio è davvero teso: “climbers”, dalle difficili e friabili vie della Pala penso non ne spuntino mai, ed escursionisti dalla mulattiera militare che da Sonforcia corre fra i larici fino a Forcella Zumeles, credevo neppure. Invece, qualcuno aveva persino sfruttato una giornata serena di un inverno avaro di neve, per guadagnare una montagna minore, umile, irrilevante per chi fa incetta di cime alla moda, dove sicuramente non occorre pagare il biglietto e fare la fila.

26 mag 2013

Quota 2014, cima senza nome


Quante saranno le cime senza nome, intorno a Cortina? Boh! Fra esse, alla fine di maggio di vent'anni fa, con Antonio e Roberto ne salii una (rifatta poi qualche anno dopo) che, pur imponendosi con evidenza da Fiames, pare possedere solo la quota altimetrica, 2014.
E' l’elevazione rocciosa coperta di mughi che insieme alla Quota 1933 – dalla quale la divide l'intaglio di Forcella Bassa, che sprofonda verso Fiames con un profondo canale - costituisce il Pezovico, fortificato dagli Italiani durante la 1^ Guerra Mondiale e conservatosi ancora come uno fra i più misteriosi luoghi d'Ampezzo.
Q. 1933, Forc. Bassa, Q. 2014 e Forc. Alta, da Fiames
(photo: courtesy of idieffe, 14/10/2011)


Quota 2014 cade con una parete rocciosa inclinata sulla incisione che la divide dalla prospiciente Quota 1933, mentre scende con un breve pendio di mughi su Forcella Alta, dalla quale la ricordo raggiungibile senza gravi ostacoli. Lassù compimmo una bella traversata, salendo sulla Quota 1933 per l'accesso "normale” da N (di cui avevo trovato notizia in un libro-guida in tedesco sul Pomagagnon-Cristallo), che inizia nei pressi del ponte dell’ex ferrovia sul Felizon e per vaghe tracce di camosci supera la dorsale visibile dall'antistante colle di Podestagno.
Dalla sommità scendemmo poi a Forcella Bassa e guadagnammo la quota 2014 per i delicati resti di un sentiero militare scavato nella parete. Doppiammo Forcella Alta e, intuendo tra le rocce i pochi segni rimasti dell’accesso di guerra italiano che saliva da Fiames, aggirammo il Torrione Scoiattoli.
Per il canalone ai piedi delle Pale delle Pezories, invaso qualche anno fa da una grande frana, ritornammo sull’ex ferrovia, poco a valle del ponte.
Nonostante il dislivello contenuto, ricordo l’esplorazione come psicologicamente impegnativa perché faticosa, non semplice né sempre evidente: si svolge in un ambiente selvaggio e riveste buon valore storico e ambientale, per le testimonianze belliche che s’incontrano.
Quota 2014 e Forcella Alta sono forse i due luoghi meno “ostici” toccati in quelle giornate: essi mi fecero apprezzare in pieno l’unicità della zona e le attrattive di queste cime deserte eppur così ben visibili dal fondovalle.

24 mag 2013

Tofana di Mezzo 1863-2013, inizio della storia alpinistica di Cortina


Quando comunicai a Francesco (soprannominato semplicemente Checco) il desiderio di salire la Tofana, fu subito d’accordo e ci demmo appuntamento per la mattina seguente. Siccome nemmeno lui era mai salito sulla vetta, prendemmo la strada che secondo il suo intuito doveva essere quella giusta, cioè la strada per Falzarego, lasciando a sinistra il Monte Crepa e proseguendo per Pocol, ecc. Dopo circa 1 ora e ¾ da Cortina arrivammo ad una spianata prativa chiamata Cian Zoppè. Qui Checco mi indicò la Tofana e potei rendermi conto con soddisfazione del genere di arrampicata che mi attendeva.
Non fu la vista delle pareti a spaventarmi, ma i ghiaioni che si stendevano alla base delle pareti. Chi ha salito ancora tali ripide e mobili colate di ghiaia può comprendere la mia … gioia! Infatti la salita fu lunga e faticosa, finché arrivammo ad un grande bastione roccioso che divideva in due il ghiaione. e qui Checco mi chiese quale delle Tofane intendevo salire, quella di Rozes, di Mezzo e di Dentro. Non ridere, caro lettore, di questa domanda. la mia intenzione era di arrivare sulla cima più alta, ma ora si prospettava la non piccola difficoltà di sapere quale era delle tre. I rilevamenti del Catasto del Tirolo erano in corso e non ne conoscevo ancora i risultati. Se dal basso non sarebbe stato possibile risolvere il problema, nel punto in cui eravamo lo era ancora meno, per cui, contento in ogni caso della decisione che stavo per prendere, indicai quella di destra: e fortunatamente scelsi giusto.
Prima attraversammo il ramo destro del ghiaione, che era il tratto più ripido e arrivati alla sommità di questo, cioè sulla cresta, ci apparve improvvisamente la visione selvaggia dei precipizi verso Travenanzes. Più avanti le rocce sembravano inaccessibili; ma Checco, con pronta decisione, aggirò in arrampicata un angolo e si presentò davanti a noi la lunga via da percorrere. Attraversammo dapprima su una stretta cengia un breve tratto di parete espostissima, dopo la quale ci trovammo sul ghiacciaio che, come ho accennato prima, si stende in versante Travenanzes fra le due cime della Tofana. Attraversato diagonalmente il ghiacciaio, tornammo in cresta e seguendola, arrivammo senza difficoltà sulla vetta ..." (tratto da "Wanderungen in den Dolomiten", 1877, in italiano "La scoperta delle Dolomiti 1862", di Paul Grohmann).
Chéco da Meleres (1796-1886)
E' la descrizione della prima salita (documentata) alla più alta cima della Tofana, compiuta da Paul Grohmann, accompagnato dall'orologiaio,  cacciatore, patriota e poi guida alpina Francesco Lacedelli "Chéco da Meleres" il 29.8.1863. L’anno seguente la stessa cordata scalerà la Tofana di Rozes, e nel 1865 Grohmann col guardaboschi, poi guida alpina, Angelo Dimai salirà anche quella di Dentro.
Paul Grohmann, nato a Vienna nel 1838, venne in Ampezzo per la prima volta nel 1862, dopo aver fondato insieme a due conterranei l’Österreichische Alpenverein. Affascinato dalle Dolomiti, montagne dalle forme fantastiche, con le sue salite e i suoi scritti contribuì a diffonderne la conoscenza in tutta Europa, attirando i primi turisti. In segno di gratitudine per l’opera svolta, nel 1873 il Comune di Cortina lo nominò  cittadino onorario.
La Tofana di Mezzo (photo: courtesy of Angelo Roilo,
archivio Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore)
Fra poco cadranno i 150 anni della prima salita della Tofana di Mezzo, e per ricordare l'evento, che ha segnato l’inizio della storia alpinistica della valle, a Cortina la sezione Cai ha programmato una giornata rievocativa e di festa in vetta alla Tofana, da quarant'anni ormai aperta anche, e soprattutto ai non alpinisti. 
Chi lo vorrà, potrà cimentarsi nella salita alla cima a piedi dal fondovalle, seguendo la via tracciata da Grohmann e Francesco Lacedelli (2020 m totali di dislivello), o salire più comodamente con la funivia, offerta ai soci Cai a prezzo agevolato. Al rifugio/bar Cima Tofana, a quota 3195 m, sarà preparato un rinfresco, per trascorrere insieme un momento conviviale, e a ricordo della giornata ci sarà per tutti un attestato di partecipazione. Info sul programma su www.caicortina.org

22 mag 2013

Chi fu il primo a salire la Croda del Béco?


Chi fu il primo salitore effettivo della Croda del Béco?
Il “Cu de ra Badessa”, colosso dolomitico che fa da confine della valle d’Ampezzo con la Pusteria (dove viene chiamato Grosser Seekofel) e con la Valle di Marebbe (dove è identificato come Gran Sass dla Porta), fu salito ufficialmente il 15 settembre 1874.
Primo in vetta fu Paul Grohmann, il pioniere austriaco al quale si devono le più importanti tappe della scoperta delle Dolomiti fra il 1863 al 1869, All’epoca trentaseienne, Grohmann era già conscio di dover chiudere la sua stagione alpinistica. Nell'occasione, lo accompagnava un oscuro valligiano, in apparenza marebbano visto il cognome: Vigil Willeit (Vileit nei documenti). 
Dopo l'"ultima" Croda del Bèco,
(photo: courtesy of idieffe, 22/7/2007)
Sembra improbabile che la Croda non fosse stata già salita in epoca  antica, dai pastori ampezzani che alpeggiavano gli ovini nei vicini pascoli di Fosses, da quelli marebbani di Sennes e Fodara o da altri, magari  cacciatori e topografi che bazzicavano quelle zone.
Nell'estate 1878 la Croda aveva già due vie di salita, entrambe d’impegno poco più che escursionistico. Finalmente, nell'agosto 1892, Viktor Wolf Von Glanvell e compagni percorrevano la parete nord, che fa da sfondo al Lago di Braies e, se fosse soltanto un po’ più verticale, potrebbe stare alla pari con pareti dolomitiche di maggior fama.
È più di un chilometro d’altezza,  non tutto roccioso, giacché ci sono anche ghiaie e mughi, e ha più di una via: si dice  comunque che ci siano ancora rocciatori appassionati che le salgono.
Certo, da qualunque lato si giunga in vetta, nonostante l'affollamento estivo il panorama che svela la Croda è uno fra i migliori delle Dolomiti.

18 mag 2013

Sul Col Rosà da nord


25457 ettari di superficie per un comune sono molti ed, infatti, quello di Cortina è uno fra i più estesi d’Italia. Il fatto poi di essere un comune montuoso, significa che le montagne che lo circondano sono molte. Essendo molte, per esplorarle tutte non basta una vita, ed è la constatazione che viene spontanea, pensando alle cime, cenge, forcelle, sentieri, valloni che caratterizzano il territorio d’Ampezzo.
Penso spesso alle esplorazioni che mi mancherebbero, accatastate in un’apposita “directory” del cervello, sperando di poterle chissà quando tirar fuori e completare. Un esempio: spesso mio padre accennava al fatto di aver percorso, non senza difficoltà, l’accesso al Col Rosà dalla Val di Fanes, sul versante nord, ben in vista dalla strada che da Pian de Loa risale la valle.
Quel percorso, appena punteggiato su vecchie carte topografiche, dovrebbe essere stato usato in guerra, giacché il Col Rosà si trovava proprio sul fronte, ma non ho mai trovato notizie su un’eventuale possibilità di transito da quel lato, che - seppure piuttosto ostico - a prima vista non sembra impossibile.
Col Rosà da nord, 23/9/2011
Fasce di roccia si alternano a mughete, ma penso che, zigzagando fra le une e le altre, in qualche modo la facciata sia percorribile. Quella possibilità mi ha sempre attratto: ne è a conoscenza un amico, appassionato come me di stranezze escursionistiche, ma intanto il tempo passa e non ci siamo mai decisi.
Ovviamente, se mai si provasse, lo si farebbe dal basso, per non scendere dall'alto e poi essere magari obbligati a risalire, perché non si passa. Il misterioso versante nord del Col Rosà, sotto l'ampio cengione barancioso dove sbocca la ferrata, calamita lo sguardo ogni volta che passo ai suoi piedi. Osservandolo da Progoito, mi sono visto in mezzo a quella “barancera”, armeggiando in uno dei tanti angoli reconditi di Cortina, dove di sicuro nemmeno in agosto nessuno ti contende il passo.

15 mag 2013

Per i 90 anni di Giuseppe Richebuono

Questo tema non è alpinistico, ma riguarda un "patrimonio" di Cortina, il professor Giuseppe Richebuono.
Conosciuto da molti  amichevolmente come “Bepe”, non ha certo bisogno di presentazione. Per almeno mezzo secolo ha studiato, con metodo e competenza, le millenarie vicende della valle d'Ampezzo,  compulsando documenti antichi, scrivendo articoli e opuscoli, tenendo conferenze e riunendo tutto nella monumentale “Storia d’Ampezzo”, pubblicata in quattro edizioni, l’ultima delle quali dalla Cooperativa di Cortina nel 2008. 
In occasione del novantesimo compleanno, caduto nei giorni scorsi, il sottoscritto (spero a nome di tanti paesani e di coloro che tramite lui hanno conosciuto ed amato la storia del paese), ritiene giusto rivolgergli un fervido augurio di “Buon 90°!” con l’auspicio, parafrasando il contenuto di un biglietto che mi ha scritto di recente, “… de podé ancora fei algo delvès par i anpezane.” ("... di poter ancora fare qualcosa di buono per gli ampezzani."). Auguri, caro Bepe!

9 mag 2013

Dov'è il Sas del Rana?

Ho notato con piacere che i post che contengono proposte di luoghi e itinerari poco noti, condite magari con briciole di storia e di toponomastica, piacciono particolarmente, per cui insisto presentando un sito ampezzano che si vede bene dalla "vasca" di Corso Italia, ma ben pochi conoscono e sicuramente nessuno frequenta: il Sas del Rana, ai piedi del Pomagagnon.
Sulle pendici meridionali della Punta Erbing, chi guarda da Cortina può notare un roccione che emerge dalla vegetazione con un dirupo giallastro, ricoperto da conifere nella parte superiore.
Quel roccione porta l'oronimo, quantomeno originale, di Sas del Rana, che non abbisogna di traduzioni. Secondo una fonte autorevole come Illuminato De Zanna - Camillo Berti, "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" (Bologna, 1983), ripresa anche da altri, l'oronimo si legherebbe al soprannome di una famiglia del sottostante villaggio di Chiave, o forse di un unico individuo, magro e scattante come l’anfibio di cui portava il nome.
Il collegamento del masso alla famiglia però non è immediato, e deriva abbastanza sicuramente da motivi silvopastorali. Alla base del Sas transita la piacevole strada boschiva che collega Fiames con Mietres e Larieto, ma la salita sul Sas - ammesso che si abbiano motivi validi per compierla, e forse quella domenica d'estate di qualche anno fa Iside e io li avevamo, ma non la completammo ugualmente - non pare di gran valore escursionistico o alpinistico.
Il Sas del Rana: in alto a sinistra Croda dei Cestelis,
a destra Punta Erbing (photo: courtesy of idieffe, 9/5/2013)
Anche la breve parete che guarda Cortina, ad un esame sommario, non attrae i patiti di roccia: l’interesse che riveste il Sas è più che altro oronomastico, magari per cercare di individuare antiche connessioni (un'idea che azzardo ...) di carattere esoterico, o chissà che altro.
Personalmente fino al 1976, pur avendolo guardato mille volte, non sapevo che quel macigno avesse un nome. Me lo disse l’anziana guida ampezzana Angelo Dimai Déo, originario di Chiave, che la zona la conosceva per averla praticata, forse per cercarvi funghi, legna o altro o forse per ripetere la via sulla Punta Erbing da sud, aperta dal padre Antonio con un cliente tedesco nel 1905.
Conservo l’informazione come un bel ricordo di un’illustre figura dell’alpinismo, con cui parlai più volte e dalla quale appresi diverse cose interessanti. Quando uscì la guida di De Zanna e Berti, ricordo che pensai con un certo sussiego “... questa storia del Rana, io la conoscevo già... ”.

7 mag 2013

Il “Trói del Jandàrmo”, tra leggenda e storia


Non so se risponda a verità o sia solo una leggenda (di quelle che facevano la gioia di scrittori come Casara, Degregorio e altri), l’origine del cosiddetto “Trói del Jandàrmo”, il “sentiero del poliziotto”.
E' quello che unisce Ciànpo de Crósc, poco oltre il Brite de Ra Štua, con Rudo de Sóte (Fodàra Védla): fino ad una ventina d’anni fa era quasi ignoto, e in seguito è stato riportato sommessamente “alla luce” dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Da quanto sono riuscito a sapere, l’apertura di quel sentiero anticipò di molto la costruzione della carrareccia militare che da Ciànpo de Crósc rimonta con ampi tornanti la pendice boscosa che scende dalle pendici delle Lavinòres, valica il confine Ampezzo - Marebbe e porta a Fodàra Védla e poi verso Sennes, o Rudo de Sóra. 
Anticamente un poliziotto, finanziere o doganiere, abitava in Marebbe ma prestava il proprio servizio a Cortina. Dovendo andare e tornare, forse con cadenza quotidiana, dal lavoro e non esistendo probabilmente all’epoca un valico agevole attraverso la Mónte de Rudo, costui studiò un percorso tra alberi e rocce, dai Órte de Ra Štua fin quasi al lago di Rudo. 
Quel tracciato consentì, a lui e poi ad altri, di superare lungo la direttrice meno lunga e complessa possibile l'accidentata e selvaggia fascia che si estende tra Ra Štua e Fodàra Védla, sveltendo la marcia da e verso casa. 
Fodara, con la carrareccia militare
che sale da Ra Stua (photo: courtesy of skiforum.it)
Oggi il sentiero è quasi come poteva essere secoli fa: mi risulta indicato soltanto dai segni di vernice che bastano a non fare confusione, individuando due strettoie rocciose attraverso le quali bisogna passare e l’inizio del tracciato presso Fodàra; lungo il percorso, gli ometti di pietre sono radi e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. 
Da alcuni anni più di qualche escursionista, locale e non, conosce il sentiero, non indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non va percorso di certo per passare più rapidamente da Ra Štua a Fodàra, ma credo - ed è quello che ho sempre fatto – soltanto per il gusto d’immergersi in un ambiente splendido di acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette in punta di piedi. 
Un paio di metri di roccia, dove la leggenda afferma che, un tempo, una scaletta di legno agevolasse il passaggio, si superano mediante una radice che fa da appiglio: ma quando la radice non ci sarà più?

2 mag 2013

Per Luca, da Ernesto e Iside


Non è facile scrivere di un amico scomparso in montagna senza incappare nei consueti luoghi comuni di cui spesso abusano le cronache: vorremmo evitarlo, chiedendo solo poche parole al nostro cuore. Luca di Udine, che la “Grande Vergine”, nelle Alpi Giulie, ha voluto tenere con sé proprio il giorno del suo 43° compleanno, è stato un amico; di un’amicizia nata per mail e consolidatasi con telefonate, lettere, incontri sia in città sia in mezzo alle crode. 
Ci siamo trovati insieme solo sulla Croda de r'Ancona e a Malga Ra Stua, nelle Dolomiti Ampezzane, ma un filo sottile ci ha legato per anni. La  notizia della disgrazia c’è giunta da Treviso, mentre viaggiavamo verso il santuario mariano più noto dell’Europa dell'Est, impedendoci di rendergli l’ultimo saluto e avere la dedica sul suo secondo libro (cui avremmo tenuto), ma dandoci l’occasione per una preghiera particolare e, ebbene sì, per una lacrima. 
Davanti agli occhi e nelle orecchie abbiamo ancora il suo sguardo un po' malinconico, la sua voce, i fervidi discorsi di montagna e libri che facemmo lungo le nostre strade, vicine ma dirette a destinazioni distinte; lui alpinista affermato e iperattivo in ogni stagione, in preda ad un furore quasi dionisiaco, noi inclini a goderci un alpinismo pacioso, paghi di un quarantennio di fortunate avventure, rivivendo le crode nella scrittura, lettura e fotografia e invitando un po' “kugyanamente” altri a ripetere le nostre scoperte o a farne di nuove. 
Alla mesta notizia della perdita forse potremmo aggiungere tante cose (o anche nessuna): non ce la sentiamo, non vogliamo inoltrarci a cercare quel “Perché?” che solo lui conosce. 
Ci stringiamo alla sua Alessia in un abbraccio; a Luca auguriamo che dal vertice di una delle mille cime di roccia, di ghiaccio, d'erba che ha calpestato in ogni stagione, sorrida oltre le nuvole a tutti noi, che oggi ci sentiamo un tantino più poveri.

22 apr 2013

G. Herold, Carneade delle Dolomiti


Punta Nera dai Tondi di Faloria
(photo: courtesy of A. Bernardi)
Nel 1912, un tale G. (l’iniziale potrebbe stare per George) Herold, che se ne andava in giro a scalare montagne da solo e tra il 1895 e il 1905 aveva già aperto una decina di itinerari in diversi angoli delle Dolomiti, passò a Cortina, forse con l’intento di cercare anche lì una via nuova.
L’8 agosto, infatti, l’anglosassone salì senza compagni la parete O della Punta Nera, cima che fino agli anni ’30 si raggiungeva da Cortina o dal Passo Tre Croci senza facilitazioni meccaniche ed anche oggi è rimasta abbastanza remota e solitaria, nonché poco seducente per gli amanti della roccia pura. 
Il fianco scelto da Herold per salire dovrebbe essere quello che affonda in Val Orita, sulla destra dell'immagine: il tracciato e la descrizione della via, la difficoltà e il tempo impiegato per portarla a termine (notizie che forse avrebbero potuto spingere qualcun altro a frequentarla) non sono note, almeno dopo aver scorso le fonti accessibili in italiano.
“Dolomiti Orientali” di Antonio Berti riporta solo la stringata citazione della salita: “Itinerario non descritto”, in calce alla quale compaiono due riferimenti bibliografici poco utili, giacché non tutti gli alpinisti sono anche topi di biblioteca e, viceversa, tanti topi di biblioteca non vanno a scalare montagne.
Chissà poi se la via di Herold, seconda in ordine cronologico dopo quella di Alessandro Lacedelli da Meleres (1876), delle tre che fino ad oggi raggiungono la Punta Nera, esisterà ancora, data la fatale tendenza a disgregarsi di questa montagna?
Forse gli aspiranti salitori oggi avrebbero qualche dubbio nel sapere dove si trova esattamente, come si svolge e se una salita sarebbe utile a esplorare una cima solitaria, posta al margine dal circuito dolomitico, che chi scrive ha salito varie volte e sempre apprezzato.

18 apr 2013

Proposte per brevi gite in un libro di Idea Montagna


"Brevi escursioni panoramiche" di Nicolò Miana (Idea Montagna Editoria e Alpinismo 2012, pp. 279, € 22): un nuovo catalogo di gite dolomitiche?
"Ce ne sono già tanti in giro ..." potrebbe dire qualcuno. Ma questo libro è un po' diverso. Prima di tutto, le escursioni descritte sono tutte abbastanza brevi, mediamente facili e molto panoramiche: specie il secondo aspetto, in un mondo sempre più spinto alla prestazione e ai record come quello di oggi, può essere un grosso pregio.
Alcune poi, al margine di vette e sentieri celebri, sono proprio originali e potranno fare da stimolo a chi “ha fatto tutto o quasi tutto”. In terzo luogo, il volume è abbellito da immagini molto belle.
Di certo Miana è un appassionato camminatore, ma anche un ottimo fotografo: non necessariamente le due cose camminano di pari passo, ed è logico che sia così.
In montagna non è facile carpire il momento giusto per fotografare, trovarsi in vetta  con le luci del tramonto o su un pascolo spolverato di neve, intravvedere il sole radente in un bosco, sorprendere un fiore alla prima gelata, immortalare una nuvola dalle forme strane o lo spettro di Brocken.
Tanti di noi amano camminare e scattare fotografie  senza fare grande attenzione alla qualità, ma solo per il piacere di immortalare certi luoghi, momenti e passaggi, conservare e riguardare le immagini, magari pubblicarle dopo accurati restyling.
L'autore invece, mentre sale sulle cime, manovra magistralmente la sua macchina fotografica: sa aspettare, scegliere la prospettiva migliore, bloccare l'attimo fuggente, dipingere panorami nuovi che poi regala in questo volume secondo della collana “Sentieri d'autore”, dell'amico editore Francesco Cappellari.
Le proposte del libro sono 50: 9 nelle Pale di San Martino, 3 intorno ai passi San Pellegrino e San Nicolò, 11 nelle Dolomiti Agordine, 9 in quelle di Zoldo e 18 in quelle Ampezzane.
Dislivelli e difficoltà sono diversi seppure omogenei, ci sono molte cime ma anche forcelle, laghi e rifugi; appaiono escursioni classiche e super frequentate ed altre semisconosciute, sorprese sicuramente piacevoli  per chi vagabonda in montagna con l'occhio attento e il cuore palpitante. 
A chi scrive, amante delle statistiche, è piaciuto scoprire che le proposte nelle “sue” Dolomiti d'Ampezzo le conosce tutte 18 (e quelle nelle Dolomiti Agordine in buona parte): per questo, nelle stagioni a venire potrebbe uscire dal guscio.

15 apr 2013

15 aprile 1973; Lino e Renè sulla N della Quarta Alta

Quarant'anni fa come oggi, il 15 aprile 1973, due grandi alpinisti di Cortina già vicini al mezzo secolo, Lino Lacedelli e Renato De Pol (caduto due settimane dopo sullo spigolo Jori della Punta Fiames), aprirono una via sulla parete N della Torre Quarta Alta, di cui poche fonti riportano la notizia.
Valutata di 6° grado, fu l'ultima apertura di Lacedelli, ad un  trentennio dalla prima sulla Cima O della Torre Grande. Breve ma impegnativa, in seguito la via Lacedelli-De Pol è stata ripetuta alcune volte e forse viene ancora salita.
La Quarta Alta emerge come un enorme dente storto dalla selva delle torri d'Averau ed era già stata salita  su tutti i fianchi: la via normale da O è una scalata le cui caratteristiche fanno sicuramente sorridere gli alpinisti di oggi, abituati a valutare le ascensioni in base a cocktail di cifre e lettere e non più coi semplici numeri che una volta marchiavano senza possibilità d’errore le difficoltà di roccia.
Un centinaio di metri di 3° grado e poco più, su roccia  verticale, solida e sicura quanto basta, in un ambiente quasi più di palestra che montano: una via che per me ha una certa importanza, per due motivi.
Il primo perché il 7 ottobre 1979 (non avevo ancora ventun anni!), per sfidare arcani timori che da qualche tempo mi accompagnavano, la salii tenendo sempre la corda nello zaino.
Il secondo, perché la normale da O della penultima delle Cinque Torri è opera nientepopodimeno che del grande Angelo Dibona Pilato, che la salì con l'albergatore Amadio Girardi de Amadìo, un giorno imprecisato di settembre del 1911.
Torre Quarta Alta e Bassa da O,
27 giugno 2009
Nel 1979 l’avevo già percorsa, e qualche altra volta lo feci anche dopo. Certo è che in quella grigia domenica d’autunno riuscii a calcare senza nessuno davanti né dietro la piatta cima, dove ricordo un malandato libro di vetta, costellato anche da qualche firma illustre. Quando mi sentii soddisfatto, venne fame: tre rapide calate a corda doppia ed eccomi sotto l’ampio tetto giallo al piede O della Torre, dove le ragazze stavano friggendo salsicce per ristorare la compagnia.

11 apr 2013

Di croci e d'altri simboli sui monti

Propongo il mio modesto parere in merito alla polemica su croci e simboli vari che deturperebbero le cime, alla quale il quotidiano "Corriere delle Alpi" di oggi riserva due pagine.
Mi auguro  che gli attivisti di MW e tutti coloro che si schierano contro le croci (che sembrano l'"autentico" problema della montagna) abbiano campionato le croci e i simboli che svettano su numerose cime: magari hanno anche preso atto che di quelli esagerati e orripilanti (ma qual è il criterio per definirli tali? La misura? Il materiale? Il disegno?) non se ne trovano molti, ed essi sono spesso iniziative private di varie associazioni, anche non montane, con motivi non sempre sacri. 
Croce, panchina, libro di vetta
(Lutterkopf, Val Casies, luglio 2010)

Praticamente ogni cima, grande e piccola, del Sudtirolo e dell'Austria ha la sua bella croce, cui spesso si affiancano panchine e tavoli; ne ho salite molte, e non ho mai avuto notizia di crociate moralizzatrici a riguardo. Così butto là due pensieri, che non hanno pretese sociologiche.
Riterrei importante che chi decide di alzare una croce o altri simboli su una montagna, consultasse, almeno per rispetto, i proprietari del terreno, Demanio o Comuni o privati; non credo che questo venga sempre fatto.
Grande croce su una piccola cima
(Golzentipp, Tirolo, luglio 2012)
 
Per parte mia, mi trovano

abbastanza consenziente le iniziative, purché siano pacate, per limitare il proliferare sulle vette di croci e simboli vari, specie se ingombranti, futuribili o fuori luogo: ma anche qui "est modus in rebus"! 
Piccola croce su una grande cima
(Taé, Cortina, agosto 2004)

Più che di croci (tenendo conto che alcune, come quelle sul Cervino, sul Grossglockner o in Dolomiti sulla Cima Grande di Lavaredo, sulla Croda del Beco, sul Picco di Vallandro, appartengono ormai alla storia!), potrebbe essere interessante che il Cai o chi per lui, come fa l'AVS in Sudtirolo, gestisse la posa e la conservazione dei "libri di vetta".
Se sono riempiti  di cose serie e utili, con essi si può ripercorrere la storia delle nostre montagne, e possono servire anche ai soccorritori in caso di bisogno.

10 apr 2013

Prime emozioni d’arrampicata dolomitica


Intorno al 1880 la scoperta delle Dolomiti si trasforma, con l’assalto alle vette minori e più impegnative del territorio.
Il 17 settembre di quell’anno Giuseppe Ghedina  di Angelo, detto "Tomaš de Sote", nato nel 1842 e guida alpina dal 1875, sale con l’inglese C. G. Wall la Torre Grande, la più alta delle guglie che formano il bizzarro gruppo, fino allora inesplorato, delle Torri d'Averau.
I due alpinisti salgono sulla cima Nord della Torre dal versante che guarda le Tofane, scoprendone l’accesso meno difficile, ancora oggi usato da qualche alpinista nostalgico. Per salire sulla guglia la cordata impiega tre ore, e due ore e quaranta per scendere: tempi che, anche considerando i mezzi e la tecnica del tempo, si possono ritenere un po' esagerati.
In più, la guida si lascia sfuggire un secco giudizio sulla scalata, che non sarà ignorato dalle cronache del tempo: “… in not one of these mountains here is the most little bit as hard as the easiest in this …”, “… su nessuna di queste montagne, il più breve passaggio è duro come il più facile di questa …”.
Con la prima salita della Grande, Giuseppe Ghedina si merita l’encomio dei sedici colleghi, rappresentati dal maturo pioniere Santo Siorpaes, ormai vicino a chiudere la sua lunga carriera e che nell'estate del 1881 sceglierà proprio Ghedina come seconda guida per le sue ultime salite. 
Le guide di Cortina sono orgogliose che uno di loro abbia vinto “… l’ultimo picco inaccesso delle Dolomiti ampezzane ...”, ed augurano al collega altre imprese e successi, che il povero Giuseppe riuscirà a portare a termine soltanto in piccola parte.
Inaugurazione Sachsendankhuette, oggi Rifugio Nuvolau,
11/8/1883 (photo: courtesy of archivio D. Colli)
L’11 agosto 1883, infatti, giorno dell’inaugurazione del primo rifugio costruito in Ampezzo, la capanna Sachsendank sul monte Nuvolau,  Ghedina precipita dal piazzale antistante il rifugio. La guida ha solo quarant’anni, lascia la sposa Antonia e i piccoli figli Erminio, Eligia e Giusto: i familiari non vorranno mai conoscere a fondo i motivi della disgrazia, che fin da subito non parve accidentale.
In ogni caso il Tomaš non sarà dimenticato, e il nome resta legato alla sua più celebre salita: la Torre Grande d’Averau, una guglia sulla quale, oggi quasi come centotrent'anni fa, si possono provare le prime emozioni dell’arrampicata dolomitica.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...