11 lug 2015

Un ampezzano poco noto: Fausto Dibona, guida alpina

Classe 1913, Fausto era il secondo dei sette figli della celebre guida Angelo Dibona "Pilato”. Per “dovere di famiglia”, come il padre e i fratelli Ignazio e Dino, si avvicinò anch'egli alla montagna, molto giovane: era il 3 settembre 1927, quando papà Angelo legò a sé per la prima volta Fausto, quattordicenne, e Ignazio, non ancora sedicenne, sulla classica Via Dimai-Verzi, la "paré" della Punta Fiames, banco di prova per generazioni di ampezzani. 
Nel 1937 Fausto ottenne dal Cai il permesso di svolgere la professione di guida, che portò avanti per una quindicina d'anni: già nel 1953, infatti, il suo nome manca nella lista delle guide pubblicata da F. Terschak nella sua "Guida di Cortina". 
Fausto partecipò a una sola via nuova, la "Diretta Dibona" sulla parete sud-est della Testa del Bartoldo (Pomagagnon), salita con il fratello Ignazio e la cliente Hermione Blandy il 21 settembre 1937.
La parte sommitale della parete SE
della Testa del Bartoldo (foto E.M., 2008)

Sposato con Maria Bachmann di Dobbiaco, ebbe due figli: Alfredo “Fredi” (1936-2011), pluri premiato campione di sci nordico, direttore della scuola di fondo a Fiames e, per trent'anni, gestore del Bar-ristorante Ospitale, dove passa la pista della Dobbiaco-Cortina, e Ivano. 
Scoiattolo e guida alpina, autore di tante difficili scalate sulle Dolomiti, Ivano morì nell'estate 1968 sulla Cima Grande di Lavaredo, mentre con il cliente Antonio Muratori di Genova saliva lo Spigolo Dibona, aperto dal nonno nel 1909. 
Fausto, che nella stagione 1946-1947 aveva condotto con la moglie il Rifugio Biella sotto la Croda del Béco, morì il 7 dicembre 1961; lo ricorda la seconda delle due grandi lapidi di marmo bianco che nel cimitero di Cortina onorano le guide e i portatori fin dal 1880.

9 lug 2015

Sulla montagna più bassa d'Italia

Durante le vacanze estive del 2009, siamo convinti di aver toccato la cima montuosa meno elevata d'Italia. 
Non possiamo certamente giurarlo, poiché non ci è noto se esista un catalogo esaustivo delle italiche elevazioni montane, ma i 116 metri sul livello dell'Adriatico raggiunti dal Colle dell'Eremita costituiscono di sicuro un simpatico primato. 
Verso la cima del Colle 
dell'Eremita (foto I.D.F., giugno 2009)

Non si tratta peraltro di una cima nel senso classico, con pareti rocciose o erbose, ma soltanto del punto culminante dell'isola di San Domino, la più frequentata del piccolo arcipelago delle Tremiti, proprio di fronte al promontorio del Gargano, zona in cui trascorremmo una decina di giorni beati. 
Dalle poche case del Villaggio San Domino, sede comunale realizzata nel periodo fascista per recludervi prigionieri politici, bastano tre quarti d'ora per toccare il culmine del Colle, dapprima lungo una strada lastricata che taglia la pineta e poi risalendo una sterrata che stupisce, essendo affiancata fino in vetta da una fila di lampioni che la illuminano: prototipo di spreco di risorse, all'italiana... 
L'elevazione del Colle, piatta e coperta di macchia mediterranea, alberga i muti rimasugli della presunta Cappella dell'Eremita, unico monumento presente a San Domino, ed offre un bel panorama sulle isole limitrofe e sulle più lontane coste pugliesi. 
Raggiungemmo con soddisfazione il Colle intorno a mezzogiorno, già all'indomani dell'arrivo a San Domino, dopo il bagno in una delle tante cale, tutte da esplorare: anche laggiù, come spesso abbiamo fatto, dovevamo andare a cercare qualche montagna in mezzo al mare! 
La soddisfazione di raggiungere quella che crediamo si configuri come la "montagna" più bassa dello stivale, nel silenzio di un limpido giorno di giugno, è stata per noi unica e irripetibile.

6 lug 2015

Nel silenzio dei monti: il Col Siro del Sorapis

Siro chi? Era certamente più "ladino" l'antico oronimo “Crépo de ra Ola”, suggeritomi in una lontana chiacchierata dall'ex guardacaccia oggi scomparso Alberto Śachèo, rispetto a quello attuale, che risulta dalle carte e credo sia relativamente moderno, “Col Siro”! 
Mi riferisco al nome del singolare rilievo foggiato quasi a cupola, magramente pascolivo sul versante che guarda la Punta Nera e la Zesta del Sorapis e roccioso su quello opposto. Quotato 2300 m circa, il Col Siro si eleva isolato sull'alpeggio della Monte de Faloria, un po' discosto dagli impianti di risalita, e può essere l'obiettivo di una semplice e piacevole, quanto originale escursione nota anche agli sci-alpinisti, che inizia da Forcella Faloria, poco lontano dal rifugio Capanna Tondi. 
Sul Col Siro, fine luglio 2012 
(foto Mirco Gasparetto)
Non vale forse la pena partire da Cortina (anche se chi scrive lo ha fatto quasi sempre) con il proposito di dirigersi solo sul Col Siro; fatti i conti, però, possiamo considerarlo una cima vera e propria, battuta ab antiquo dai cacciatori, e forse dai pastori che inseguivano qualche capo sfuggito sulla Monte. Se la vetta non ha pregi alpinistici, da essa si gode un panorama molto ampio, quasi a 360 gradi: Pomagagnon, Cristallo, Zesta Punta Nera, Croda Rossa, Popena, Tre Cime di Lavaredo ...
L'ultima volta che ho calcato la sommità del Col Siro, dov'era ancora intatta la piccola croce di rami di mugo che Iside e io avevamo piantato nove anni prima, era la fine di luglio 2012. Ero con l'amico Mirco, venuto a trovarmi da lontano col proposito di visitare l'angolo di Dolomiti identificato da quello strambo toponimo. Salito e disceso il colle, chiudemmo la breve gita col pranzo e un'oretta di riposo al sole - neanche fossimo reduci da una grande scalata - sulla terrazza della Capanna Tondi, raccomandabile anche per il belvedere sulla valle d'Ampezzo. 
Quel giorno avevo salito per la quarta o quinta volta una montagna irrilevante per chi cerca la roccia pura e pressoché ignota a chi non esce dalle tracce battute, distante solo un'ora e mezzo dalla stazione a monte della comoda funivia di Faloria, usufruendo della quale il dislivello in salita si riduce a poco più di duecento metri.
Nonostante la brevità e la semplicità dell'approccio, ritengo che anche il Col Siro abbia qualcosa da dire ad un camminatore curioso e attento. E' la Montagna che mi attrae in questi anni affaticati: minore, umile, fuori dalle rotte levigate da migliaia di passi e spesso alterate da gradini, ponti, scale e scalini, ma ricca di fascino e poesia.

3 lug 2015

Brutta avventura sulla Costa del Bartoldo

Posto questo racconto con un po' d'imbarazzo, perché del fatto non ho mai scritto e l'ho sempre tenuto per me. Comunque, oggi sono passati dieci anni da un fatto che, se le cose si fossero messe un po' diversamente, forse non sarei qui a raccontare.
Domenica 3 luglio 2005: porto l'amico Francesco (siciliano di Bivona, che stando a Cortina si è appassionato alla montagna) sulla via normale della Costa del Bartoldo, nel gruppo del Pomagagnon. 
Già durante la mattinata ho una specie di preavviso: per toccare la croce di vetta  - 1000 metri secchi di dislivello - fatico un po' più del solito, nonostante la giornata sia perfetta e mi senta bene. 
La salita (per me, la decima in un quindicennio) si svolge comunque senza intoppi, il grande diedro è piacevole come sempre e Francesco è contento di conoscere un luogo fuori dalle solite mete d'Ampezzo.
Dopo lo spuntino e il riposino ai piedi della nuova, lucente croce, iniziamo a scendere. L'amico si trova già avanti, alla mia sinistra: ad un certo punto, su quel maledetto ghiaino della cresta sommitale mi sbilancio, cado e rotolo supino per almeno una ventina di metri, fermandomi - io dico, per miracolo - in una conchetta al sommo della placconata che scivola verso il catino ai piedi della cima. 
Tutto avviene in pochi attimi, e ovviamente non c'è il tempo di rendersene conto. Mi ritrovo semiseduto nella conchetta, sul bordo delle placche che, seppur non verticali, sono lunghe e piuttosto inclinate. Non ho neppure un graffio e lo zaino mi ha salvato la schiena dagli urti: è andata bene!
Le ultime rocce della normale, verso la vecchia croce
(photo courtesy by vieferrate.it)
Con i sensi quasi ottusi dallo spavento mi rimetto in piedi. Francesco mi raggiunge per sincerarsi che non ci siano problemi, mi rincuora e scendiamo pian piano. Ma mi tremano le gambe, sento addosso un'immensa stanchezza e così, conoscendo il percorso, mi premuro di portarmi verso l'interno della placconata, ai piedi della fascia rocciosa soprastante, in una zona meno esposta.
Non so come, ma con una notevole forza di volontà, arrivo alla base e riesco a scendere per la Val Padeon fino a Ospitale, e poi a casa. 
Non faremo parola di quanto è successo, né fra noi né con altri, ma quella notte mi sveglierò di soprassalto a pensarci. E mi capita di pensarci ancora oggi.
Ho poi abbandonato (perché l'avevo salita a sufficienza...) la Costa del Bartoldo, cima selvaggia e molto amata, che però quel 3 luglio di dieci anni fa voleva quasi "tradirmi". 
Allora, per un bel pezzo, di rocce non volli più saperne.

22 giu 2015

La Cima NE di Marcoira, una meta curiosa

Oggi invito a scoprire una montagna che si vede bene da una strada trafficata: dai dintorni del Passo Tre Croci. Molti appassionati sono certamente passati almeno una volta ai suoi piedi, ma altrettanti non l’hanno salita: è la Cima NE di Marcoira, o Malquoira (2422 m), penultimo rilievo della diramazione  "ampezzana" del Sorapìs. 
Verso Tre Croci la Cima presenta belle pareti e spigoli, mentre a sud scivola con un grande pendio erboso nel Ciadin del Loudo, dove passa il sentiero che da Faloria porta al Lago del Sorapis. Nota in passato per le visite di famosi scalatori (Casara, Castiglioni, Del Torso) la Cima ha una via normale breve e poco difficile, piacevole per ambiente e panorama. 
Dal Passo Tre Croci, presso l'Hotel tristemente chiuso e abbandonato, infilate la stradina numero 213. Dopo un tratto in piano, salite più ripidamente nel bosco, finché la strada gira con una curva netta a sinistra. Da qui è meglio continuare sul sentiero fino ad un pianoro verde (Tardeiba), dominato dalla Cesta, o Zesta, caratteristica per le sue singolari stratificazioni rocciose. 
Ancora un tratto in salita e poi, seguendo le indicazioni, prendete a sinistra il sentiero 216, e risalite per circa 30 minuti un profondo canale roccioso, rinforzato dal Cai Cortina con travi di legno. Il canale termina sulla Forcella Marcoira, fra la Cima SO di Marcoira, gemella della nostra, più alta di 6 metri e ancor meno nota, e le due Cime Ciadin del Loudo, sconvolte di recente da una grande frana. 
In Forcella Marcoira (foto E.M.)
Dalla forcella inizia la via normale, che impegnerà per un'altra mezz'ora. Seguendo tracce sul pascolo piegate a destra, superate con un minimo di attenzione alcuni impluvi ghiaiosi che ogni anno cambiano forma e profondità e mirate a una forcella senza nome, dalla quale ha origine il canale che separa le due Cime di Marcoira. Da qui, prima in diagonale e poi diritti scegliete la linea migliore lungo il pendio erboso, molto ripido ma non difficile, e dopo circa due ore e mezzo da Tre Croci guadagnerete l'agognata Cima NE di Marcoira. 
In cima (foto E.M.)
Lassù vi attendono una rustica croce e un ometto, sotto il quale c'è il libretto per le firme, posato per la prima volta da chi scrive nell'autunno '99. Seduti sul magro verde, dove da da molti decenni non arrivano più a brucare le pecore, godetevi un bel panorama verso i Cadini, il Cristallo, Misurina, le Marmarole, il Piz Popena, il Sorapis, le Tre Cime. 
Per tornare, fate al contrario la via di salita; se a qualcuno il pendio erboso sembrasse troppo ripido, potrà tenersi sulla destra orografica (verso la Forcella), dove alcune roccette e un ghiaione possono agevolare la discesa. 
Da Forcella Marcoira tornate sui vostri passi o, avendo voglia e tempo, attraverso il Ciadin del Loudo aggirate la Cima omonima e calate al Rifugio Vandelli, dove vi potrete concedere la birra prima di scendere a Tre Croci, completando un bell'anello di circa cinque ore. 
Se nell’ultimo tratto di salita, sul quale penso che una eventuale scivolata potrebbe dare alquanto fastidio, dovesse esserci erba bagnata o neve, forse è meglio fermarsi e ammirare la cima dal Ciadin del Loudo!

19 giu 2015

Giovanni Barbaria, pioniere della montagna e del turismo

Con la scomparsa, nel 1997, di Elena Barbaria - consorte dello studioso Illuminato de Zanna - si è estinto il casato ampezzano dei Barbaria, di origine veneziana e stanziatisi nella conca dal 1441.
Fra i membri del casato si ricordano due prelati: uno di loro, Monsignor Giovanni Maria (1802-74), fu docente di matematica e fisica nel Seminario Vescovile di Udine, poi Parroco-Decano d'Ampezzo dal 1864 al 1874 e si distinse - oltre che per “talento, energia e umiltà” - per una certa verve polemica. 
Barbaria furono anche quattro guide di montagna; il capostipite, Giovanni detto "Zuchin", era nato nella "vila" di Bigontina nel 1850 e morì nel 1939. Cugino di Mansueto detto "Zuprian" (1850-1932), padre di Bortolo (1873-1953) e nonno di Giovanni (1909-82), e di Elena, più che per le difficoltà delle cime scalate, ha lasciato un segno nella storia locale per lo spirito avventuroso che lo contraddistinse. 
Falegname, a venticinque anni fu autorizzato a condurre clienti sulle cime ma, da vero “globetrotter” qual era, poco dopo emigrò per qualche tempo negli Stati Uniti, senza neppure curarsi di avvertire i familiari. 
Attivo fino agli anni Dieci del '900, “Joani Zuchin” può essere ritenuto la prima guida alpina ampezzana della seconda generazione. Contribuì alla scoperta di alcune cime (Punta Adi - Croda da Lago, con Pietro Dimai Déo e A. Schmidt, luglio 1895; Cima Tiziano - Marmarole, con Arcangelo Dibona Bonèl, Arcangelo Siorpaes de Valbòna, E. e O. Lecher, agosto 1900; Cima Scotter - Marmarole, con Dibona, Dimai, Giovanni Siorpaes Salvador, E. e O. Lecher e C. Reissing, agosto 1900; Wienertürme in Tofana - denominate nel dopoguerra Tridente Cantore - col figlio Bortolo e due viennesi, settembre 1910), ma è certamente più noto per il rifugio che costruì sulle romantiche sponde del Lago di Federa. 
Confermandosi come un pioniere della montagna e del turismo d'Ampezzo, inaugurò il rifugetto nel 1901; la sua avventura però durò solo quattro anni, poiché sfortunate vicende lo costrinsero, nel 1905, a cedere tutto alla Sezione di Reichenberg (oggi Liberec) del Club Alpino Tedesco-Austriaco, che ne rimase proprietaria fino al 1919. 
Nel celebre ritratto delle guide convocate all'Osteria Al Parco di Teofrasto Dandrea Jaibar per la rituale fotografia il 2 novembre 1901, il “Zuchin” è il secondo al tavolo, da destra.

15 giu 2015

Un rifugio, una cima: il Bonnerhutte e il Corno Fana di Dobbiaco

Perché gli escursionisti potessero apprezzare il panoramico Toblacher Pfannhorn (Corno Fana di Dobbiaco, già salito e raccomandato da Paul Grohmann) e i monti circostanti, nel 1880 la Sezione Hochpustertal  della Deutsch und Oesterreichischer Alpen Verein tracciò un sentiero da Wahlen (Val San Silvestro) alla vetta del Corno, erbosa, detritica e priva di difficoltà. 
Nel 1894 il Comune di Dobbiaco concesse alla Sezione pusterese un terreno sulle pendici della montagna, su cui il Club Alpino edificò un rifugio, donandone due anni dopo la proprietà alla Sezione di Bonn.
Nacque così la Bonnerhütte, appollaiata su un costone prativo a 2340 m di quota, inaugurata il 28 giugno 1897 e arricchita nel 1904 dalla Bonner Höhenweg, una traversata di cresta che la collegava a Sankt Jakob in Defereggental. 
Con la ferrovia, che dal 1871 unì Vienna al Nord Italia, iniziarono a giungere a Dobbiaco numerosi turisti, che raggiungevano la Bonnerhütte in portantina, coi cavalli o i muli, per percorrere la Bonner Höhenweg. Da Sankt Jakob, gli escursionisti proseguivano poi in carrozza fino a Lienz e tornavano a Dobbiaco con il treno. Nel 1907 il Rifugio registrò circa cinquecento passaggi. 
Sulla panoramica terrazza del rifugio Bonner (foto I.D.F.)
Dopo la Grande Guerra e la conseguente tracciatura del confine italo-austriaco, il Regno d’Italia espropriò la costruzione, che fino al 1971 fu destinata a scopi militari e poi abbandonata. Divenne una stalla per le pecore e così, malinconicamente, la ricordo, quando salii per la prima volta sul Corno Fana, nell'ottobre 1988. Nel 2001 le rovine sono state acquisite dal Comune di Dobbiaco, che le ha affittate ad Alfred Stoll. L'intraprendente falegname locale ha preso in mano la struttura diroccata e ne ha tratto un grazioso rifugio, inaugurato il 30 giugno 2007, adattando anche il sentiero d'accesso per portare i rifornimenti con un mezzo a motore. 
Quando abbiamo fatto conoscenza col Bonner, primo rifugio alpino costruito sui Monti di Casies, tra il Passo Stalle e il valico di Prato Drava, purtroppo - per le condizioni meteo e il forte vento - non siamo riusciti a rimettere piede sul Corno Fana, facile e rinomato belvedere della Val Pusteria. 
Come si fa visita alla Bonnerhütte? Seguendo per un paio d'ore abbondanti il sentiero 25, che inizia dai masi di Kandellen in Val San Silvestro (a 5 km da Dobbiaco); dal rifugio, con un’altra ora di ripido cammino, si raggiunge poi la vetta del Corno Fana.

8 giu 2015

Lo spigolo della Punta Fiames: breve storia di una magnifica via

Lo spigolo sud-est della Punta Fiames, una delle strutture dolomitiche più eleganti d’Ampezzo, già visibile dalle ultime case di San Vito di Cadore, fu salito il 19.8.1909 dall'intrepida Miss Käthe Bröske con la guida ventenne Francesco Jori (+1960) di Alba di Canazei. 
Dopo di allora, complice anche la sospensione di ogni attività in montagna a causa della Grande Guerra, per tredici anni sullo spigolo non si avventurò nessuno. 
Il 3.8.1922 Angelo Dibona Pilàto (ormai ultra quarantenne e che aveva ripreso l'attività di guida, dopo aver svolto il servizio militare su metà dell’arco alpino) si aggiudicò la prima ripetizione del severo itinerario. 
Con lui c'erano Enrico Gaspari Becheréto (+1948), guida dal 1921, e due dilettanti, coetanei della classe 1896: l'ingegner Giulio Apollonio Varentin, che negli anni a seguire conseguì varie benemerenze alpinistiche come progettista di bivacchi fissi, e Agostino Cancider, padre dell'amico Luciano (scomparso stamattina, e al quale dedico queste note), coautore nel 1920 di una originale traversata per corda dell'ostico Campanile Rosà, da una guglia adiacente. 
La parete S della Punta Fiames,
con lo spigolo Jori a destra
(photo courtesy on-ice.it)
Le cordate impiegarono sette ore dalla base per ripercorrere lo spigolo, che stranamente era sfuggito ai rocciatori ampezzani. La terza salita fu delle guide Antonio (+1948) e Angelo Dimai Deo (+1986), padre e figlio, che il 6.9.1926 vi portarono il Re Alberto dei Belgi e P. Noll; la quarta fu ancora di Angelo Dibona, che salì il 29 settembre dello stesso 1926 col compagno Luigi Apollonio Lòngo (+1978) e il britannico Edward de Trafford. 
La quinta salita fu anche la prima ripetizione ad opera di una donna: il 15.5.1927,  Marianna Dimai, figlia poco più che ventenne di Antonio Deo, superò brillantemente lo spigolo con due giovani guide, coetanee della classe 1903: suo fratello Giuseppe (+1946), in attività da due stagioni, e Celso Degasper Menegùto (+1984), patentato cinque anni prima. 
Dopo d’allora, nonostante lungo lo spigolo fosse stato posto anche un libro di via, fu sempre più difficile riuscire a contare le ripetizioni della Via Jori. Ancora oggi, dopo oltre cent'anni, essa passa - specialmente nell’ambiente alpinistico tedesco - come una magnifica via dolomitica.

27 mag 2015

Agostino Girardi, uomo di cultura e amico ampezzano (1929-2000)

15 anni fa, nel settembre 2000, si spegneva all’ospedale di Pieve di Cadore Agostino Girardi, un uomo che fece e lasciò molte cose alla cultura ampezzana. Nato a Pecol l’1 aprile 1929, era il primogenito di Guido de Jesuè, prozio di chi scrive per parte materna, e di Berta Pompanin de Radéschi. Dopo aver frequentato il ginnasio nel Seminario Vescovile "Vinzentinum" a Bressanone, iniziò gli studi di medicina a Padova, che però interruppe, e dal 1963 al 1973 lavorò presso la Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina.
Dalla fondazione - avvenuta mezzo secolo fa - di "Due Soldi ", mensile della banca, che diresse fino alla chiusura e in cui (grazie a ricerche capillari e alla collaborazione di buone penne) raccolse cronache, curiosità, documenti e fece conoscere fatti e persone che altrimenti rischiavano l’oblio, Girardi s'interessò di cultura locale fino alla scomparsa, analizzando alla sua maniera, lucida e profonda ma naif e spesso poco affidabile, le pieghe nascoste dell'amata Cortina, con ingegno, passione e versatilità.
Ne sono prova, oltre a contributi sparsi, gli 8 fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan", pubblicati tra il 1989 e il 1994. In essi, servendosi di una profonda cultura e una vivace memoria, Girardi raccolse e commentò una moltitudine di locuzioni idiomatiche, detti e proverbi, arricchendoli con ironia e bello stile, affinato negli anni.
Chi scrive gli fu amico, collaborò con lui a iniziative culturali e lo seguì fino alla fine. Ricordo spesso le nostre chiacchierate e le sue divagazioni sui temi più svariati; i consigli che dispensava e le critiche al piccolo mondo paesano, osservato con distacco, forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di vaglia, non solo per Cortina.
Agostino e la piccola Maria Pia Ghedina, al lavoro
sulla Mont d'Andrac,  estate 1986 (foto G. Ghedina)
15 anni dopo la sua morte, sarebbe bello almeno rivalutare i suoi 8 fascicoli, scritti lentamente e con meticolosità, a mano con la stilografica, e usciti in copia fotostatica come "quaderni" dalla copertina color tabacco. Modesti forse all'aspetto, ma invero molto ricchi, per la miniera di notizie che contenevano e l’acuto e garbato quadro dell’ampezzanità d’un tempo che seppero comporre.
Prima che tutto si disperda nel turbinare della vita, rilancio un pensiero che faccio da tempo: omaggiare in qualche maniera questo ricercatore. "Tino de Jesuè" può sicuramente accompagnarsi a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini, Giuseppe Richebuono e a tanti altri che hanno onorato Cortina, studiando e valorizzando la sua cultura col lavoro di una vita. Non è giusto che siano dimenticati.

25 mag 2015

Sul campanile più bello del mondo

Nel corso della mia piccola storia d’alpinista mi è occorso di salire, sotto la guida dell'amico Enrico, anche il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. 
La salita risale all’11 settembre 1981: partiti il giorno prima da Trieste - dove frequentavamo l’Università - muniti di pane, prosciutto e una bottiglia d’aranciata, parcheggiammo la 127 bordeaux alla fine della Val Cimoliana, poco sotto il Rifugio Pordenone. 
Le nostre finanze non ci autorizzavano a soggiornare al rifugio, e così ci limitammo a visitarlo la sera e berci qualcosa in compagnia. Non c’era quasi nessuno. In un angolo cenavano due alpinisti, che si presentarono come Vincenzo Altamura di Milano e Stanislav Gilić di Fiume, instancabili esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave, che pochi giorni prima avevano aperto una lunga via sulla Croda Cimoliana. 
Dormimmo in macchina, stretti e male, infastiditi per gran parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo l’erto sentiero che porta alla base del Campanile. 
Sulla celeberrima traversata
(foto E.L.)
La salita fu tranquilla, una lunghezza a testa e senza particolari patemi, a parte il volo della mia giacca a vento dalla seconda cordata, che al ritorno m'impose di risalire un bel pezzo in libera, per recuperarla. 
La traversata, di cui è nota l'allarmante descrizione della guida Berti, non sembrò un granché: più dura la Fessura Cozzi, levigata da ottant'anni di strusciamenti, e scomodo il Camino Glanvell, dove ricordo il mio povero zaino, che dovevo tirarmi dietro e grattava dappertutto. 
In cima, con sorpresa, trovammo un sacchetto da pane con la firma di Mauro Corona, salito poco prima - mi sembra - per l’82a volta; mancava però la celebre campana, collocata lassù da diciannove alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate era stata smontata e portata a Pordenone, per essere riparata! 
L'aerea calata sugli Strapiombi Nord ci divertì assai: nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a raccontare agli amici la nostra ascensione ad una delle vette più note e idealizzate dell’arco dolomitico.

20 mag 2015

Ricordando "Rosa de chi de Ico" (1928-2015)

Ormai da un mese tace la voce di Rosa Menardi. Di "Rosa de chi de Ico", che per una vita intera ha giocato il ruolo di paladina della cultura, dell'idioma, della storia e delle usanze d'Ampezzo, la valle nativa che ha amato con tutte le energie. 
Di Rosa, che con Emma Lacedelli Juscia (1898-2001), Rachele Padovan Mouta (1916-1999), Teresa Michielli Pelele (1922-2012) e Amelia Menardi del Belin (1930-2013) formò un quintetto di donne che hanno interpretato, ognuna nel suo campo, i più schietti e profondi valori di Cortina: dalla gastronomia all'abbigliamento e ai gioielli della tradizione, dalla prosa e poesia in vernacolo ad aneddoti, figure e storie di un universo ormai impallidito.
Rosa Menardi  con i suoi antenati
photo: courtesy lausc.it
Si è già scritto di Rosa, e ancora lo si farà perché - come è stato promesso - una parte della sua antica casa di Gilardon un domani dovrebbe alloggiare il Museo delle Tradizioni Ampezzane. A me interessa far conoscere più che altro la competente, costante e vivace opera prestata da Rosa Menardi per oltre vent'anni, facendo squadra con molti amici quasi tutti scomparsi, per la stesura dei due vocabolari che hanno codificato la parlata ampezzana, usciti nel 1986 e nel 1997. 
Ai lavori per quest'ultimo, per quasi cinque anni prese parte anche il sottoscritto, che da Rosa ebbe sempre stima e affetto. Con lei discutemmo, lavorammo, progettammo, talora ci scontrammo, ma sempre bonariamente e avendo come ultimo, volontaristico fine la coltivazione delle nostre radici. 
Fino al settembre 2014, quando sul bimestrale "Ciasa de ra Regoles" si verificò un fatto passato forse in sordina. Il titolo della rubrica d'apertura dedicata agli "aggiornamenti di vita regoliera", fissato da anni in "Inze e fora da 'l bosco", dopo una vivace discussione con Rosa e la condivisione delle sue ragioni, fu modificato in "Inze e fora par el bosco". Fino all'ultima telefonata col sottoscritto, non molto tempo prima della scomparsa, Rosa ha sempre difeso la sua opinione, a favore del nuovo titolo che per lei - oltre ad essere linguisticamente corretto - qualificava il nostro venticinquennale notiziario, di cui Rosa amava  leggere ogni pezzo. 
Forse non è gran cosa, ma a chi l'ha conosciuta può dare la dimensione e l'incisività della personalità di Rosa, che ha sempre saputo custodire l'anima della Cortina lontana dai salotti e dai clamori, della Cortina "antica" anche se via via più moderna, della Cortina fatta di normalità e quotidianità. 
Lo ha fatto con fede, entusiasmo e tenacia, e ci lascia un esempio che vogliamo ricordare con deferenza e simpatia.

17 mag 2015

Le Dolomiti appartate: la Cima Falzarego

Il 1° ottobre 2006, grazie al suggerimento del sito Vienormali.it - al quale qualche volta collaboro - toccavamo con curiosità e soddisfazione una delle vette ampezzane di difficoltà escursionistica che, stranamente, non avevo ancora mai considerato: la Cima Falzarego. 
Posta immediatamente a sud-est di Forcella Travenanzes, nel gruppo di Fanes e poco lontano dal Passo omonimo, la Cima (m 2563) ha le stesse peculiarità dei vicini Lagazuoi Piccolo e Col dei Bos: alte e ripide pareti verso la Val Costeana e dolce declinazione verso la Val Travenanzes. 
Dalla vetta si staccano verso ovest le due Torri di Falzarego, note per le solide vie di arrampicata sulle quali ha messo le mani la maggior parte degli appassionati delle Dolomiti. 
L'oronimo "Cima Falzarego" è alpinistico, e potrebbe anche precedere la prima salita della parete sud, che si protende verso la Strada delle Dolomiti, compiuta il 7 agosto 1909 da Angelo Dibona e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer. La Cima, occupata da reparti del 45° Fanteria nel luglio 1915, venne dotata di una teleferica a motore che dalla Strada delle Dolomiti saliva fino a un canalone sotto la punta.
photo courtesy
www.frontedolomitico.it
Sull'arrotondata cupola sommitale, fonte di interesse anche dal punto di vista geologico e accessibile in breve tempo e senza dover affrontare roccette da Forcella Travenanzes, la Grande Guerra ha lasciato numerosi resti di gallerie, postazioni e trincee. Negli anni '50, infine, il versante sud della Cima era stato individuato dalle truppe alpine per farvi scuola di roccia. 
Credevo che oggigiorno fosse tenuta in scarsa considerazione: invece in quella umida domenica d'autunno, sulla vetta - caratterizzata da dossi erbosi e avvallamenti bucherellati da bombe e proiettili e ornati da varie rustiche croci a ricordo - saremo stati almeno una quindicina.

11 mag 2015

Le Dolomiti nascoste: il Sasso del Pozzo-Allwartstein

Il  Serla, dalla cresta N del Sasso del Pozzo (foto E.M.)
Scrivo questo post in omaggio a Valentino, l'alpinista di Villabassa che venerdì 8 maggio mi ha fermato a Dobbiaco, complimentandosi per Ramecrodes e del fatto che riservo spesso attenzione anche ai monti "d'oltre Cortina".
Tempo addietro in Val di Braies, dove andavamo spesso, anche in vista della stesura di un contributo escursionistico per "Le Alpi Venete", scoprimmo una cima minore, mai notata prima, che salimmo con piacere per due volte in un mese e mezzo, e poi per altre due negli anni a seguire: il Sasso del Pozzo-Allwartstein, nel gruppo del Picco di Vallandro.  
Dorsale boscosa e rocciosa né imponente né tanto meno appariscente, il Sasso incombe con salti scoscesi sui Prati Camerali - Kameriodwiesen, sopra i Bagni abbandonati di Braies Vecchia - Altprags. Pur non toccando una grande altezza, la vetta (che si ferma a quota 1954 m, ed è costituita da un morbido prato), offre un bel panorama: davanti la Val di Braies e le cime che fronteggiano il Sasso, il Monte Serla - Sarlkopf e il Monte Lungo di Braies - Lungkopf, e via via i Monti di Casies - Gsieser Berge e le più lontane Alpi Aurine - Ahrntaler Berge. 
La traversata del Sasso, che in genere si svolge da S a N con difficoltà escursionistiche, ha luogo in un ambiente boschivo, non comporta un forte impegno né per dislivello né per lunghezza ed è godibile fino a stagione avanzata. Credo che la migliore delle nostre quattro visite, dopo la prima - ispirata da "Escursioni sulle cime del Sudtirolo" di Hanspaul Menara e che costituì un gradevole diversivo - è stata quella compiuta con Carlo a metà novembre, in una giornata da cartolina. 
Dai Prati Camerali per una stradina che fiancheggia  il rio e quindi per un umido vallone raggiungemmo il Passo del Capro - Buchsenriedl, stretto valico tra gli alberi che separa il Sasso del Pozzo dal Serla; da esso, previa brevissima discesa, merita una visita la silente Malga Pozzo - Putzalm. 
Dal Passo. seguendo i segnavia lungo una staccionata per il bestiame e poi per la ripida cresta, in meno di due ore dalla partenza eravamo sulla cima erbosa, poco ardita e caratteristica per la presenza di piante spezzate dai fulmini. 
In vetta, verso il Monte Lungo di Braies (foto E.M.)
Ogni volta, dopo esserci riposati in beata solitudine, scegliemmo di non rifare gli stessi passi, ma di scendere per la cresta N, che divalla tra gli alberi, traversa un prato e si abbassa per un erto pendio di bosco fitto, tagliando una stradina ai piedi delle rocce e terminando tra gli edifici dei Bagni di Braies Vecchia, vicinissimi al punto di partenza. 
Le quattro escursioni hanno svelato, a noi e a chi ha seguito con piacere i nostri passi, una sorpresa dolomitica, in un angolo comunque noto: il Sasso del Pozzo è una cima minore e di poco rilievo ma semplice, molto panoramica, ideale per chi si trova tra i monti di Braies e ha poco tempo da spendere e soprattutto quasi sconosciuta al di fuori del Sudtirolo.

6 mag 2015

Quando uscimmo dal Cason di Lerosa "a riveder le stelle"

Questo post non ha radici nella montagna, come di solito avviene nel mio diario, ma l'idea nasce un sabato in casa, dopo pranzo. 
Il caffè liscio, nero o come si desidera chiamarlo, non mi ha mai attratto, a meno che non sia il nèro che si gusta a Trieste; solo che in frigo non c'era latte, e così "macchiai" l'indispensabile tazzina che corona ogni pranzo con una sorsata di vino. 
Riassaggiando così, dopo anni che me ne mancava il gusto, il cafè da bosco, rustica bevanda usualmente gradita a boscaioli, cacciatori, cavallai, contadini, pastori di un tempo e oggi rivalutata come “specialità” in una festa paesana estiva. 
Caffè d'orzo (o, erroneamente, nero), meglio se fatto sullo sporer come quello, indimenticato, che ci offriva la buona Lucia nella sua cucina di Coiana quando si andava a farle visita tra gli anni '60 e '70, un goccio di buon rosso e un po' di zucchero.
Forse a qualche gourmet il miscuglio farà storcere il naso; a me invece piace, anche perché evoca epoche lontane, inverni nevosi, lavoro e fatica dei nostri predecessori. 
Sferzante se bevuto in giusta quantità, il cafè da bosco ci eccitò un po' troppo quel sabato in cui (era quasi novembre del 1977), con Enrico, mio fratello Federico e Fabio salimmo al Caśon de Lerosa, accogliente e ideale meta delle nostre escursioni e dei primi pernottamenti giovanili, per passare un week-end in montagna. 
Il vecchio Cason de Lerosa, ai piedi della Pala de ra Fedes
(foto G. Mendicino, archivio LDB)
I "pize” avevano nello zaino qualche buona bottiglia,  forse sprecata per la nostra mistura. Lassù ci aspettava Stefano, scomparso ancor giovane nel 1996, che era salito da solo in Lerosa da qualche giorno, per fotografare animali selvatici. Stefano mise sul fuoco una grande caffettiera, miscelammo caffè e vino, li zuccherammo e ne saltò fuori un beverone che animò a dovere la serata, piena di scherzi, risate e ... mal di testa.
Durante la notte  fummo costretti ad uscire “a riveder le stelle”; mi parve allora di vederne molte di più di quelle che realmente brillavano sulla volta celeste, sopra i magici pascoli di Lerosa.

3 mag 2015

Il Taé, la montagna dipinta

Di recente ho avuto modo di  rivedere nella Pinacoteca Rimoldi a Cortina un intrigante dipinto di Luigi de Zanna (1858-1918), pittore ampezzano che apprezzo molto. 
Premetto che de Zanna, in buona parte dei suoi lavori  dipingeva solitudini e montagne, ed è per questo che mi piace la sua arte; un'opera che prediligo è quella che l'artista realizzò il 3 novembre 1909 a Nighelònte, tra Ra Era e Fiames, poi rifatta in varie versioni e formati e dalla quale hanno preso spunto anche altri artisti. 
Al centro del dipinto, avvolta da una luce che ne sbalza in modo straordinario  la fisionomia, campeggia una montagna: il Taé, una delle sei elevazioni del sottogruppo di Bechei, appendice della Croda Rossa e cima ambivalente. 
Sul lato nord, infatti, il Taè si "sfascia" in una cupola detritica che si sale abbastanza facilmente per le Ruoibes de Inze e attraverso un'ampia distesa di blocchi, che porta in cresta. A sud, invece, una parete verticale, stratificata e multicolore, domina la Val de Fanes con strapiombi incisi da sottili cenge, evidenti soprattutto d'inverno. L’analogia della parete con un tagliere rigato dal coltello balza all'occhio, e il nome si rifà proprio a quell’utensile. 
Forse De Zanna non fu un alpinista, ma credo che conoscesse comunque i monti che ritraeva. Il Taé, peraltro, era già noto prima che l'artista gli dedicasse quel magico quadro. Il pascolo di Antruiles alle sue pendici, infatti, è popolato da secoli dagli ovini, che i pastori rincorrevano spesso lungo i pendii sovrastanti, spingendosi fin su nel Ciadin del Taé e, visto che c’erano, raggiungendo probabilmente anche la vetta. Lassù bazzicavano pure i cacciatori, poiché, solitario e silenzioso com’è, il Taè offre un ottimo albergo agli ungulati.
In vetta (foto E.M., giugno 2003)
Nel 1906, i primi a far conoscere il Taé agli alpinisti furono tre tedeschi, saliti da Progoito per il canale che lo separa dal più basso Taburlo. Solo nel 1953, Albino Michielli Strobel e Beniamino Franceschi Mescolin superarono per primi la liscia piastra del "tagliere", dove poi sono stati tracciati altri duri percorsi. 
Il Taé, protagonista di un emozionante dipinto del pittore ampezzano Luigi de Zanna, sembra quasi scontare lo stesso destino dell'artista: non troppo noto e apprezzato, infatti, resta appannaggio di pochi appassionati, anche se per “dominarlo” non servono acrobazie, basta una robusta camminata.

27 apr 2015

Gli stambecchi della Piccola Croda Rossa

Non è (almeno, fino a qualche tempo fa non era) poi tanto infrequente incontrare stambecchi sui monti di Cortina, soprattutto per chi si avventura in determinati recessi un po' fuori mano nel settore nord della valle. 
Chi scrive bazzicava spesso in molti di quei recessi, e ricorda in particolare un incontro con due stambecchi risalente a meno di vent'anni fa, che ebbe davvero del magico. 
Con l'amica scrittrice Lorenza Russo, stavamo risalendo i dossi di rocce e magro pascolo - habitat ideale di una colonia di ungulati - che dall'asfittica pozza del Lago de ra Remeda Rosses conducono al dosso omonimo, antiporta della nota Piccola Croda Rossa. 
Ero un po' davanti, sprofondato nei miei pensieri, quando sentii un fischio acuto e prolungato, a brevissima distanza. 
Alzai la testa e me lo vidi, forse ad un metro. 
Era un grande e bell'esemplare, con un palco degno di un foto servizio. Mi stava di fronte, immobile, e mi osservava con l'aria un po' sorniona e un po' beota tipica di quegli ungulati. 
photo courtesy 
commons.wikipedia.org
Lo guardai: mi guardò: ci guardammo, e per un periodo indefinito, forse uno o due minuti, rimasi quasi estraniato, a scrutare uno degli esseri viventi più alteri e misteriosi della montagna. 
Com'era comparso, poi lo stambecco se ne andò, con la sua flemma e lasciando il posto a un altro. Per fissare anche quello (avevo a disposizione soltanto gli occhi, nessuna macchina!) mi sedetti, e rimasi qualche altro lungo minuto quasi immobile, ad ammirare quel congegno naturale così possente e potente. 
Per me e Lorenza, in quel terso pomeriggio d'agosto, arrivare in vetta alla Piccola Croda Rossa fu più piacevole, sapendoci soli ma in buona compagnia.

22 apr 2015

Sulla parete sud della Punta Fiames, con mio Padre

Oggi mio Padre compirebbe 95 anni; è scomparso già da tempo, ma il suo ricordo è sempre ben presente in me, e oggi voglio dedicare alcuni pensieri a lui e alle salite che riuscì a realizzare in gioventù.
Frequentò le pareti d'Ampezzo per poco tempo e, considerati i tempi, con onesti risultati. Pur conoscendo Scoiattoli e guide dell’epoca, non ebbe però la possibilità né il tempo materiale di fare di più, poiché metà dei suoi vent’anni volò via a Napoli, in Corsica e in Sardegna con una divisa addosso.
Comunque, papà non si dispiaceva di aver fatto poche cose "in croda", e andò per i monti fino a qualche mese prima della scomparsa, amando i sentieri, le ferrate e i rifugi d’Ampezzo e dei dintorni, e comunicando a noi, dapprima bimbi incantati e poi giovani saputelli, tante sue avventure e conoscenze.
Un giorno, scoprii in casa alcune fotografie, databili agli anni a cavallo della II Guerra Mondiale: gite sciistiche ai prediletti rifugi Sennes, Fodara Vedla e Fanes, salite estive sul Cristallo e sulla Marmolada, arrampicate sulla parete S della Punta Fiames, sulla via Inglese in Tofana di Mezzo, sulla via Myriam della Torre Grande d'Averau.
Punta Fiames, via Dimai-Verzi, estate 1941
(foto archivio E.M.)

Di alcune feci subito le copie, e le conservo come affettuoso ricordo. Non ce n’erano, invece, di una via in voga all'inizio del ‘900 e poi dimenticata, che mio Padre mi raccontò di aver provato col collega di lavoro Arnaldo nel 1942: il Camino Barbaria sul Becco di Mezzodì. L’umidità e il freddo di fine autunno, la stanchezza o altro li obbligarono a desistere, e così non tornò più sul Becco, un tempo meta celebre e frequentata, oggi irrimediabilmente obsoleto. 
A metà degli anni Ottanta del '900, a me e mio fratello sarebbe piaciuto riportarlo sulla via Dimai-Verzi della Punta Fiames che – consultando il libro presente sulla via per un quarto di secolo - mio Padre aveva percorso ben quattro volte tra il 1940 e il 1947 e di cui conservo qualche fotografia. 
Però, non osammo proporgliela. Chissà come sarebbe potuta andare ... 
Oggi mi dispiace che mi manchi il ricordo di un'unica ascensione con lui, e proprio di quella parete su cui hanno messo le mani decine e decine di ampezzani, me compreso, che la frequentai per 18 volte.

17 apr 2015

Il Moròto e il suo triste destino

Si avvicinano i centocinquant'anni da quando, ai primi di luglio del 1865, nel villaggio di Chiave d'Ampezzo alle falde del Pomagagnon, nacque un uomo che avrebbe lasciato un'impronta nella storia di Cortina per il suo destino: fu, infatti, l'unica guida di montagna locale a morire nell'esercizio dell'attività. 
Era Angelo Gaspari Moròto, falegname, che divenne "Autorisierte Bergführer" poco più che trentenne, nel 1896, e come tale è registrato, con altri ventidue colleghi, nella “Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario d'Ampezzo” emanata nel 1898. 
Le guide alpine di Cortina nel 1901
(foto raccolta E.M.)
Gaspari ebbe una buona fama nel suo mestiere, e al suo nome si associa un paio di prime salite: il camino sulla parete S della Gusèla, salito nell'estate 1901 col collega Angelo Maioni Bociaštòrta (1866-1953) e le non meglio individuate sorelle Schmitt (di quello stretto, strapiombante e scivoloso camino credo sappia qualcosa mio fratello, che lo salì con scarpe del tutto inadeguate...), e una variante alla via normale sull'avancorpo sud della Torre dei Sabbioni, aperta il 26 agosto 1911 con E. Heimann. 
Due giorni dopo il povero Gaspari, terzo da sinistra in seconda fila nello storico ritratto delle guide alpine di Cortina scattato davanti all'Osteria Al Parco il 2 novembre 1901, scivolò sulla via solita del Monte Cristalloprobabilmente dall'esposto passaggio della “Lasta”, ferendosi a morte nel disperato tentativo di trattenere con la corda il cliente, che aveva perso l'appiglio. 
La vedova e il figlio settenne Giovanni, futuro famoso imprenditore nella costruzione degli sci, furono i primi a Cortina a poter usufruire della previdenza economica stabilita dalla “Cassa di sussidio per malattie e infortuni”, in breve “Cassa Schmidt” dal nome dell'alpinista tedesco Anton Schmidt, che nel 1896 ne aveva suggerito l'istituzione e in seguito sostenne generosamente. 
Un'ultima curiosità: negli anni Ottanta del secolo scorso, in vetta al Piz Popena, tra gli altri, fu recuperato un bel biglietto da visita datato 1906; era del Moròto, che in esso si qualificava curiosamente in francese “Ange Gaspari, guide du Club Alpin”.

13 apr 2015

“1° grado, terreno straordinariamente marcio, ore 3”

Il 2 agosto 1908, in piena epoca pionieristica dell'alpinismo, L. Geith e W. Thiel – due austriaci probabilmente dotati di una buona propensione per le esplorazioni in ambienti selvaggi – giungevano sulla Punta del Col Bechéi di Sopra.
L’imponente rilievo del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, comunemente noto come Col Bechéi, signoreggia dall'alto dei suoi 2794 m sul Lago di Limo, al limite fra le vallate di Marebbe e di Cortina, ed era stato raggiunto molto tempo prima da ignoti pastori e cacciatori valligiani. Gli accessi, dal Passo di Limo per i marebbani e dalla Monte de Antruiles sul lato ampezzano, non presentano, infatti, difficoltà su roccia. Anzi, costituiscono un impagabile approccio a una montagna elevata e importante, che riserva magistrali colpi d'occhio verso quelle che la circondano e anche molto più lontano. 
Col Bechéi, Croda d'Antruiles e Forzela Camin,
salendo verso Ra Stua (E.M., 27 gennaio 2013)
Gli austriaci, però, non erano partiti dagli alpeggi di Fanes o di Antruiles, come si fa oggi, ma avevano preso le mosse dalla remota, pochissimo frequentata Forzela Camin (Furcela dal Lé per i nostri vicini) e si erano inerpicati per il costone che guarda la forcella stessa, trovando difficoltà abbastanza contenute ma un fondo disastroso; “1° grado, terreno straordinariam. marcio, ore 3”, recita testualmente la relazione della guida di Antonio Berti. 
Non conosco purtroppo l’itinerario e non ho idea se sia mai stato ripetuto (forse sì, da cacciatori) né se potrebbe rivelarsi utile, ad esempio, per una traversata alta, attraverso la cima, dalle Ruoibes de Inze a quelle de Fora, ovvero dalla Val de Mèso a quella d’Antruiles. 
Ricordo però che - avevo diciassette anni, quindi ero nel periodo dei primi fermenti alpinistici - un giorno mio padre se ne uscì con l’idea, chissà quando elaborata e poi messa da parte, di provare a raggiungere il Col Bechéi, sul quale eravamo già saliti tempo prima, per la via Geith-Thiel da Forzela Camin. 
Non se ne fece niente, e forse fu un peccato. In ogni caso, il 27 giugno 1976 salimmo con lui a Forzela Camin per le Ruoibes de Inze, per poi risalire a Furcela Valun Gran sotto la Croda Camin e scendere per il Bancdalsè a Fodara Vedla. Un'escursione magnifica in un contesto grandioso, che ripetei in senso contrario con gli amici  nel giugno del 1981 e poi nell'estate del 1990.

8 apr 2015

Sulla Torre Falzarego, in ogni stagione

Fin da domenica 11 aprile 1976 - quando vi feci la quarta salita della mia vita - ho percorso svariate volte, in ogni stagione e anche in condizioni invernali, la "Direttissima Scoiattoli" sulla parete SE della Torre (Piccola di) Falzarego. 
Aperta dagli Scoiattoli Luigi Ghedina Bibi (1924-2009), Albino Michielli Strobel (1928-64) e Arturo Zardini Tamps (1931-89) il 6 giugno 1954, la via sale nel centro della parete con difficoltà classiche e nel tratto finale s'impenna con una cordata d'impegno sostenuto che, però, percorremmo una sola volta. 
C'è, infatti, anche la vigliacca possibilità di schivare la ripida parete sotto la punta, uscendo a destra verso l'incassata forcella che separa le due Torri e dà inizio al canale di discesa, oppure obliquando a sinistra per congiungersi alla consumata Via delle Guide, soluzione che scegliemmo quasi sempre. 
Torre Piccola e Torre Grande di Falzarego, versante sud
Se forse non riusciremo mai a sapere il nome del primo che si cimentò in solitaria su quella via, sempre battuta in grazia della solida dolomia, della ottima esposizione al sole, delle protezioni abbondanti e sicure e della vicinanza delle Torri a un parcheggio e un ristorante, sappiamo invece chi la percorse per primo d’inverno. 
Da una vecchia Rivista Mensile del Cai, infatti, ho rilevato che il primo ad avventurarsi nella stagione invernale sulla "Direttissima Scoiattoli" fu proprio uno di loro, Guido Lorenzi dai Pale (1929-56), con un cliente, o un compagno, ignoto. 
La salita fu realizzata in un paio d'ore a San Giuseppe del 1956, due giorni prima della fine della stagione e pochi mesi prima che lo Scoiattolo e guida Lorenzi soccombesse per i postumi di un incidente sul lavoro. 
Se il 20 aprile fosse considerato ancora inverno, un'invernale sulla "Direttissima" la portai a termine anch'io, giusto tre decenni fa, con Ivano e Roberto. Magari se la ricorderanno anche loro, non fosse altro che per le risate che ci facemmo durante la discesa lungo il canale stracolmo di neve!

28 mar 2015

Sulla Torre Inglese, "fiore dei miei vent'anni"

La "quinta" delle nobili Cinque Torri d'Averau, famosa e rinomata palestra degli Scoiattoli  - che in realtà non sono soltanto cinque, ma dieci, dopo il crollo della piccola Trephor - da oltre un secolo si denomina Torre Inglese
Come per molti altri oronimi, la cui storia spesso è abbastanza recente, anche in questo caso il nome alpinistico ha poco più di un secolo. 
La guglia, alta cinquantatré metri e individuabile già dal fondovalle (ad esempio, dalla località Pezié) per la sua forma a corno, fu scalata, infatti, per la prima volta da sud-est durante l'estate 1901. 
Il trio che raggiunse la bassa, ma slanciata sommità era formato dalle guide ampezzane Angelo Maioni Bociastòrta (1866-1953) e Sigismondo Menardi (Mondo de Jacòbe, 1869-1944), che accompagnavano il cliente James William Wyatt (1857-1939). In omaggio a Wyatt, da quel giorno d'inizio secolo lo snello pinnacolo  fu detto Torre Inglese. 
La Torre Inglese da nord,
foto E.M., 27 giugno 2009
Obiettivo di una salita breve, divertente e adatta ai neofiti (sono due lunghezze di 35 m, 3/3+), sulla solida dolomia della Torre Inglese hanno lasciato il loro nome alcuni noti alpinisti: nel 1924 il giovanissimo Severino Casara tracciò, per sbaglio, una variante alla via originaria; una dozzina d'anni dopo Gino Soldà salì da solo i 25 metri del liscio spigolo est, e nel 1960 Bepi Pellegrinon e Vittorio Fenti si attribuirono la prima salita del fotogenico spigolo ovest. 
L'Inglese fu la mia prima scalata in assoluto, legato alla corda dello Scoiattolo Luciano Da Pozzo (1974), e la quarta cima raggiunta in autonomia con la "ferraglia", dopo il Becco di Mezzodì. la Torre Lusy e la Torre Quarta Bassa. Ero con Luciano Ghezze, il 4 aprile del 1976.
Fu infine una delle rare salite che compii in solitaria, "nel fiore dei miei vent'anni".

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...