17 apr 2016

Sulla fessura Mazzorana della Torre Wundt

Giorni or sono, davanti a una pizza, parlavo con l'amico Enrico di una via alpinistica che ho ripetuto spesso e apprezzato: la fessura sud-est della torre dei Cadini di Misurina dedicata al Barone von Wundt, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro del Torso il 7.IX.1938.
Enrico non era a conoscenza della notizia, minima per la storia ma curiosa per me, della seconda salita della via, famosa grazie all'anche troppo comoda vicinanza al Rifugio Fonda Savio, per il quale la Wundt rappresenta un lucroso “Hüttenberg”. 
La prima ripetizione della fessura, la cui scoperta si dovette all'intuito della giovane guida auronzana, autore di ben 60 vie nuove solo nei Cadini, e di un ottimo alpinista di Udine all'epoca già ultracinquantenne, risalirebbe al 14.VIII.1942. 
La compirono due ventenni mantovani, che si chiamavano Cesare Carreri e Mario Pavesi e stavano trascorrendo tra i monti di Auronzo una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. 
Ho trovato il riferimento in un bel libriccino, pubblicato qualche anno fa da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, per le edizioni "Mare Verticale": "Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”. 
Tra l’altro, i mantovani avrebbero ripetuto la via Mazzorana con una breve variante, che però non si sa dove si svolga e non ho trovato in altre fonti. 
Secondo il loro racconto, nel 1938 la guida di Auronzo aveva piazzato sulla via un unico chiodo: forse era quello usato da tutti i salitori fino a trent'anni fa, quando la fessura fu attrezzata - alle soste e in discesa - con anelli cementati, che accrebbero la sicurezza, ma tolsero quel po' d'avventura che dopo mezzo secolo era ancora in grado di dare ai visitatori. 
Sulla fessura Mazzorana-del Torso, III  cordata
(archivio Ernesto Majoni)
Il "Mazzorana" era un chiodo ad anello che ricordo ancora bene, infisso sulla sosta ai piedi della parete nera che dà accesso al camino superiore, e si vede sulla destra nell'immagine qui di fianco, scattata il 27.VIII.1984 e facente fede della mia limitata carriera. 
Mentre parlavo di montagne con l'amico Enrico, volavo ancora una volta con la fantasia sulle guglie dei Cadini, nella verticale fessura che spesso non vede il sole. Ad essa, luogo eletto per quasi venti belle avventure, so che di recente un cedimento della roccia nella prima cordata, purtroppo ha lasciato una ferita.

13 apr 2016

Ma dove sarà la via Herold sulla Punta Nera?

Prima della Grande Guerra, un tale G. Herold (forse l’iniziale sta per George, ma non è semplice appurarlo), che scorrazzava volentieri tra i monti da solo e nel decennio 1895 - 1905 aprì una decina di itinerari in diversi gruppi dolomitici, passò anche a Cortina con l’idea di cercare qualcosa di nuovo. 
L’8/VIII/1912 l’anglosassone raggiunse infine lo scopo: senza dir niente a nessuno, salì dal versante ovest sulla Punta Nera, una cima che sino alla fine degli anni Trenta del '900, ovvero alla messa in funzione della funivia dedicata al Principe di Piemonte, era abbastanza lontana e isolata (oggi lo è un po' meno), e risultava poco attraente per i rocciatori (oggi non è cambiata). 
Che la via Herold passasse da queste parti?
(foto E.M., 20.VII.2008)
Suppongo che il versante scelto per l'esplorazione solitaria sia quello che scende verso la Val Orita: la relazione della via, le difficoltà incontrate e il tempo speso da Herold per portarla a termine - elementi che forse, in tempi di maggiore propensione alle novità esplorative, avrebbero potuto spingere qualcuno a ricalcare le sue orme - non sono però note, almeno scorrendo le poche fonti disponibili. 
Nel 1928, in “Dolomiti Orientali”, a proposito della Herold Berti riportò la laconica citazione “Itinerario non descritto”, corredata da due riferimenti bibliografici certamente poco utili: pare che di rado gli scalatori siano anche topi di biblioteca e, al contrario, che buona parte dei topi di biblioteca non vada per le crode. 
Delle tre vie che salgono sulla Punta Nera, la Herold fu la seconda in ordine temporale, tra la via originaria del cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres (1876) e quella di Federico Terschak e Isidoro Siorpaes Pear per cresta sud (10/VIII/1919). Ma chissà se il tracciato esiste ancora, data la tendenza alla disgregazione tipica del Sorapis e dei suoi satelliti! 
Gli appassionati eventualmente attratti da una visita al versante, avranno forse qualche problema nell'individuare con precisione dov'è e come si svolge la Herold, e a capire se la sua rivalutazione potrebbe arricchire la conoscenza di una montagna meno considerata che suggestiva.

10 apr 2016

Luigi Picolruaz, guida alpina "esclusa due volte"

Tra le guide e i portatori che animarono l'epoca d'oro dell'alpinismo ampezzano, uno solo era "foresto”, quindi escluso dal Catasto dei Regolieri, pur avendo fatto casa nella valle ed essendosi tanto integrato nella comunità da acquisire lo schietto soprannome di "Nìchelo". 
Si trattava di Luigi Picolruaz o Piccolruaz, nato nella vicina Val Badia nel 1862. Di professione fu anzitutto uno stimato guardacaccia nella tenuta delle nobildonne Emily Howard-Bury e Anna Power-Potts, che negli ultimi anni del secolo avevano fatto erigere su un colle alberato sopra il Tornichè - tra Fiames e la chiesa di Ospitale - la Villa Sant’Hubertus, casa di caccia che fu rasa al suolo durante la Grande Guerra.
Servendosi della sua profonda conoscenza del territorio, il "Nìchelo" aveva ottenuto già a ventidue anni la licenza di guida alpina, e la rinnovò sino al 1909. L'unica notizia su di lui che ho trovato in un documento, riguarda la seconda ascensione della Torre Grande d'Averau (prima: C. G. Wall con la guida G. Ghedina, 17/9/1880), che compì con tre paesani il 5/6/1883. Il suo volto compare, invece, in molte fotografie di battute venatorie, accanto ai nobili stranieri che amavano venire in Ampezzo per inseguire la fauna selvatica. 
Dopo una battuta di caccia sul Col Bechei.
 Il 1°a destra seduto è Luigi Picolruaz:
da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983
La famiglia Picolruaz diede un notevole contributo alla guerra. Allo scoppio del conflitto due figli di Luigi, Anselmo (classe 1889) e Angelo (1890), partirono sul fronte russo col 3° Rgt. Bersaglieri e col 1° Rgt. Cacciatori. Nel maggio 1915 anche il capofamiglia, che aveva comunque superato l'età per l'arruolamento, fu inquadrato nel 4° Rgt. Cacciatori con i figli gemelli Luigi junior ed Emilio, sedicenni. La moglie Caterina aveva scongiurato il marito di lasciare a casa i più giovani, ma i Picolruaz si trovarono ugualmente in guerra in cinque, e per di più il capofamiglia fu anche gravemente ferito a Landro.
Al termine del conflitto tornarono tutti a casa a La Vera, lungo la strada di Alemagna; Emilio però non sopportò i disagi patiti al fronte. Rincasato nel novembre 1918 perché ammalato di tubercolosi, il 29 giugno dell'anno seguente si spense, a vent'anni.
Nello stesso periodo il "Nichelo" ebbe anche un'altra amarezza: dovette rispondere alla Sezione Ampezzo del DŐeAV (dal 1920, Sezione di Cortina d'Ampezzo del CAI), dell'accusa di avere guidato senza licenza un cliente sul Monte Cristallo.
La famiglia di Picolruaz, che morì a sessantadue anni, si è estinta in linea diretta con l'ultimogenito Maurizio, anche lui guardacaccia e tenace custode delle memorie avite (1904-81).
Oggi Luigi, la prima guida alpina "foresta" d'Ampezzo, resta ancora escluso dalle lapidi che, nel cimitero di Cortina, ricordano le guide e i portatori scomparsi. 
Questo potrebbe essere un invito a rimediare.

29 mar 2016

Un po' di wilderness in Ampezzo? Il Busc de r'Ancona

Ci si può arrivare dall'alto, affidandosi alla breve, rustica e mai collaudata “via ferrata”, che il tenace Giulio attrezzò per ammansire i salti che degradano dalla sommità della Croda de r'Ancona; o altrimenti salire dal basso, superando la costa di mughi e detriti sulla quale si scorgono ancora tracce di un accesso bellico, parcamente segnate in rosso. In entrambi i casi, il Busc de r'Ancona (Bus dell'Ancona, Bus d'Ancona nelle vecchie guide e nella cartografia) è un luogo che non può non indurre una certa suggestione.
Il pertugio naturale, alto almeno venti metri e modellato da millenni di gelo e disgelo nella dolomia grigio-rossastra della displuviale che sale verso la Croda che gli ha dato il nome, risalta evidente dalla sottostante Statale 51 d'Alemagna, poco oltre il cosiddetto "Tornichè" di Sant'Hubertus; il luogo riveste una certa rilevanza per la toponomastica come per l'escursionismo, per le leggende come per la storia militare.
Il Busc de r'Ancona si trova, infatti, al centro di una leggenda, riportata da Karl Felix Wolff per Ampezzo ma comune anche ad altri "fori" dolomitici e non; secondo Wolff sarebbe stato sfondato a colpi di corna dal diavolo inviperito, quando fu messo definitivamente in fuga dal pievano della valle ampezzana, che aveva invano tentato di allontanare dal Cristianesimo. 
Photo by panoramio.com
Il luogo importa anche allo storico militare: durante la Prima Guerra Mondiale, ebbe una certa rinomanza strategica, poiché già nel 1915 sulla dorsale Ciadénes - Croda de r'Ancona fallirono, con un pesante costo di vite umane, gli assalti sferrati dall'esercito italiano al baluardo di Son Pouses.
Il Busc è, poi, una meta curiosa per una ristretta fascia di escursionisti, trovandosi lungo un collegamento per cresta, poco usurato e che si sviluppa fuori da tracce e carte, da Ospitale alla Croda de r'Ancona.
Last but not least, lassù si è registrata una delle prime imprese di sci ripido d'Ampezzo. Nell'inverno 1984, infatti, Nina Ford valicò il foro da sola, scendendo per prima sugli sci lungo l'invaso detritico che, dopo circa seicento metri di dislivello, va a morire presso la Statale d'Alemagna.
Rilevante che sia per l'uno o l'altro motivo, il suggestivo foro piace comunque a molti, e noi cultori della wilderness ampezzana vi siamo tornati e lo pensiamo, sempre volentieri.

20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo l'occasione per ricordare un amico di croda e rilevare quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la propria firma sui libri di vetta che costellano le montagne. 
Il 1° settembre 1985 salimmo lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che per l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi sembrò eccessivamente impegnativa; un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia di parte italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente Emil Stübler, nell'agosto 1909; secondo quella di parte tedesca, invece, Dibona fu il primo ripetitore dell'itinerario scoperto l'anno prima in solitaria da Rudl Eller, guida di Lienz (1882-1977). 
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva passato i cinquant'anni, uno in meno di noi due giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro, temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Renzo sulla Rocheta de Cianpolongo, primi anni 2000
(foto raccolta Roberta Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo. 
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Da Alziro Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico posso svelarne il nome: Renzo Alverà Pazifico (1933-2010), di Acquabona d'Ampezzo.

16 mar 2016

Taburlo, la meta perfetta

Una solida paretina alta almeno 7-8 metri, sulla quale - durante la Prima Guerra Mondiale - era sicuramente ancorata una scaletta, consente di accedere ad una cima ampezzana un po' particolare, della quale non si parla mai: il Taburlo, o Falè. 
Quotato 2268 m, schiacciato fra il soprastante, imponente Taé e il dirimpettaio Col Rosà (una cima nota e frequentata per la via ferrata "Bovero" ma piuttosto scialba se vista da nord), il Taburlo dal nome misterioso sorveglia i boschi di Pian de Loa con una parete rossa e verticale, superata nel 1963 da Ivano Dibona e Marcello Bonafede, che l’avevano provata senza successo nell’autunno dell’anno prima. 
Il libro di vetta, che nei primi anni '90 avevano portato lassù alcuni amici di Cortina - due dei quali, Claudio e Alfonso, non sono più tra noi da lungo tempo - documenta la poca frequentazione di una croda scorbutica, non ricercata e fuori dai grandi circuiti. 
Raggiunto per la prima volta da Domenigg e Rausch nel 1906, utilizzato poi come posto d'osservazione austriaco durante la guerra, il Taburlo è una cima "vecchio stampo", scomoda ma generoso con chi l'apprezza, e risveglia la voglia di natura di pochi scaltriti, impazienti di uscire dal box degli obiettivi noti, addomesticati e recensiti da decine di forum, libri, riviste, siti web. 
Il Taburlo, salendo verso il Ponte dei Cadorìs
(E.M., 30 maggio 2010)
La salita, nel complesso, presenta passi disagevoli e richiede quel po' di impegno fisico e mentale che in montagna insaporisce i traguardi; avendola effettuata cinque volte, in una delle quali - tra l’altro - ero solo, affermo che ogni volta mi sono sentito veramente a posto con me stesso e con la natura nel guadagnare una cupola inaspettatamente ampia e comoda. La cupola, striata da ghiaie e mughi, è difesa su ogni lato da dirupi e tracce ormai labili, rocce mai elementari e spesso esposte. 
Mi sembra ancora di riprovare la sensazione che ebbi in quel settembre di vent'anni fa, quando – facendo impaziente la fila – attendevo che gli altri del gruppo superassero l’ultimo ostacolo, secondo me un bel secondo grado inferiore. 
Per un momento mi sorpresi a pensare che la cima che aspiravo a salire, disturbata negli ultimi 90 anni da presenze umane certamente non esagerate, un po' aspra ma anche un po' dolce, era la meta alpinistica perfetta. 
Oggi, se posso ardire, vi indirizzerei solo coloro che aspirano a conoscere un angolo dolomitico alternativo, una zona solitaria, una via normale non famosa né certamente alla moda, un po' più impegnativa del solito, ma ricca di quel fascino che non tramonta.
Prima che crolli tutto quanto...

7 mar 2016

Torre Quarta (o Torre Andrea): pareti di gioventù

Quarta Alta a sinistra,
Bassa a destra (E.M., giugno '09)
Oh, com'era bello "andare in Cinque Torri!" Ma non sulle vie di 6°, né tanto meno su quelle moderne, che comunque a quei tempi erano ancora poche e circondate da un'aura di "fanta-alpinismo". 
La scuola dei vent'anni furono le classiche, salite e risalite qualche volta con fatica (il Diedro della Romana...) ma sempre con soddisfazione e orgoglio: normale, Nuvolau, via delle Guide sulla Grande; Lusy, Barancio per la via Dibona, il citato Diedro della Romana, le due normali della Latina, la Quarta e l'Inglese.
Le percorrevamo ogni anno, talvolta anche d'inverno, alternandole ogni tanto con qualcosa di difficile, nella speranza di crescere. Ecco allora che ci riuscirono la Olga, l'Armida, la Dibona da N, la Miriam, la Diretta e la Fessura Dimai sulla Grande, e tre salite della Trephor, la torre che da una dozzina d'anni non esiste più. 
Le ricordo tutte nitidamente e di tutte credo di avere scritto almeno una volta: in questo momento mi è sovvenuto in particolare della Quarta (per l'esattezza, Quarta Alta), quel caratteristico parallelepipedo all'apparenza inclinato. 
Salita per la prima volta nel settembre 1911 dalla guida Angelo Dibona con Amedeo Girardi, di primo acchito pareva quasi più difficile di quanto poi non fosse. L'ascensione ha uno sviluppo originale: bisogna salire, infatti, fino a metà dell’adiacente Quarta Bassa (piccola torre molto frequentata come meta a sé stante), quindi traversare al punto d’unione tra le due guglie, un terrazzino sul quale si sta a stento in piedi, e proseguire su roccia scura e quasi verticale, oltrepassando un terrazzino erboso, fino in cima. 
La vetta è piatta e - a differenza di altre torri - invita ad un placido riposo: ricordo che, sotto l’ometto, in quegli anni c’era ancora un umido quaderno con qualche firma interessante. 
Un tempo (quando? Lo scriveva Antonio Berti già nel 1928, ma sicuramente la denominazione è precedente), la Quarta Alta veniva detta anche Torre Andrea: questo antroponimo potrebbe essere oggetto di una piccola ricerca e un articolo, che mi riprometto di scrivere. Oggi che passo di rado da quelle parti, rivedo con piacere la Quarta Alta, la Quarta Bassa e tutte le altre torri nei ricordi e nelle fotografie.

3 mar 2016

1882-2010: le scalate del campanile di Cortina

Poiché le ripide scale di legno all'interno della torre campanaria non sono conformi alle più recenti norme di sicurezza, sul ballatoio del campanile di Cortina (eretto nel 1853-1858 fino all'inusuale altezza di 70,17 m, escluse la croce e la sfera dorata sommitale) di solito non è possibile salire. Dal punto di vista del turismo è un peccato, poiché il campanile costituirebbe di sicuro un'ulteriore e interessante offerta per gli ospiti della conca ampezzana.
La visuale a 360° che si gode dall'alto, infatti, è integrata da una cinquantina di targhe metalliche, infisse lungo la balaustra a segnare i nomi delle numerose montagne che si ammirano da lassù.
Ma chi sale oggi sul campanile? Per tradizione, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, alcuni suonatori della Banda d'Ampezzo con gli strumenti in spalla, che poi dal ballatoio solennizzano in musica la Mezzanotte Santa.
Chi ha visitato il campanile quando era possibile (seppure anche allora saltuariamente), conserverà certo il ricordo della salita: soprattutto durante quella nevicata in cui alcuni ragazzi delle medie, sfruttando la coltre bianca, ebbero la folle idea di lanciare palle di neve da qualche dozzina di metri d'altezza, centrando gli ombrelli di alcuni passanti...!
Fino ad alcuni decenni fa, in occasione di ricorrenze importanti, qualche alpinista scalava il campanile fino in vetta e vi faceva sventolare bandiere e stendardi. Già nel 1882 il pioniere tedesco Emil Zsigmondy sfidò la forza di gravità, percorrendo tutta la balaustra in piedi. Nel 1925 e 1927, in occasione delle visite a Cortina del Principe Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari (Rico Becheréto) raggiunse la croce e vi fissò la bandiera del Regno d'Italia. Intorno alla metà del '900, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bòcia e Luigi Ghedina Bibi tornarono lassù per posizionare stendardi: fu memorabile la salita del 1954, per festeggiare Lino Lacedelli de Mente, tornato dal K2. Nella primavera 1945, infine, anche la guida Marino Bianchi Fouzigora aveva scalato la croce, collocando una provocante bandiera in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. 
La guida Marco Da Pozzo (1966-2010)
photo by www.planetmountain.com)
Non tutte le salite sul campanile, però, sono state momenti lieti. Il 26 aprile 2010, la guida Marco Da Pozzo, che col collega Luca Dapoz stava lavorando sul culmine, scivolò disgraziatamente sulla lamiera; tentando di afferrare il parafulmine senza successo, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto e morì sul colpo. L'episodio provocò grande impressione e dolore ed ha fugato, forse per qualche tempo, la prospettiva di ulteriori scalate sul campanile.

26 feb 2016

Una valanga di cento anni fa

Salendo per la strada che si stacca dal "Tornichè" di Podestagno (l'ampio tornante sulla Statale 51 d'Alemagna), e raggiunge l'alpeggio e il Rifugio Ra Stua, nel punto identificato dalla toponomastica ampezzana con un nome dall'origine oscura, “Luó de Vilagranda”, s'incontra una lapide. Una lapide di pietra rossastra di 52 cm x 43, fissata alla roccia sul lato destro della strada, che ricorda a chi passa una disgrazia accaduta giusto cent'anni fa, nel pieno della follia bellica.
Sul Luò de Vilagranda, quasi 93 anni dopo
(foto E:M., 6/1/2009)
Le parole incise sulla pietra oggi si leggono un po' a fatica. Esse testimoniano che in quel luogo, il 27 febbraio del 1916, sette militari del 168° Infanterie Bataillon austro-ungarico furono travolti da una grossa valanga, che in anni non lontani si è staccata di nuovo dai dirupi soprastanti, ai piedi dell'altopiano di Son Pòuses. 
I militari i cui nomi furono scolpiti sulla lapide (polacchi e boemi, secondo le notizie dell'amico Antonio) erano Stanislaw Szewczyk, Adalbert Tworek, Andreas Smolski, Wasil Jvaski, Fedor Jvasky, Luc Golicz, Karl Weinl: risultando arruolati con l'ultima coscrizione, si è supposto che i sette non fossero più giovanissimi.
Nel 2001, ai piedi della lapide, una di quelle che nella conca ampezzana ricordano i fatti della Grande Guerra, il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo collocò una tabella di legno con alcune note storiche sugli sventurati fanti sorpresi dalla valanga in quel luogo. Soprattutto d'inverno, salendo a Ra Stua a piedi o con gli sci, lungo una strada frequentatissima, ma non del tutto esente dal rischio di valanghe, il "Luó de Vilagranda" merita una fermata e una riflessione.

21 feb 2016

Venanzio Zardini "della morte", guida alpina d'Ampezzo

Nella lunga serie di guide e portatori che esercitarono la professione a Cortina durante l'epoca aurea della scoperta delle Dolomiti, appare anche un tale Venanzio Zardini, curiosamente soprannominato “de ra morte”. 
Nato nel 1842 e scomparso giusto un secolo fa, di  mestiere faceva "el caligàro" (il calzolaio). Il suo nome non si trova collegato a grandi salite, prime o invernali, e supponiamo che l'unica immagine che lo ritrae “sul campo” sia quella - già pubblicata - del 1889 o 1891, in cui compare con quattro barbuti colleghi (presumiamo sia il primo a sinistra), mentre accompagna su una portantina una cliente invalida verso la Sachsendankhütte, il rifugio edificato alcuni anni prima sulla sommità del Nuvolau. 
Guide alpine di Cortina verso il Nuvolau, 1889 o 1891
(archivio E.M.)
Di quest'uomo, dunque, non ci sarebbero informazioni interessanti per la storia dell'alpinismo. Dovrebbe essere stato un portatore, cioè avere operato sui monti in appoggio a guide più "blasonate"; forse non s’impegnò mai in salite di spessore, limitandosi a gite meno impegnative, ma non per ciò meno remunerative, oppure a valicare con clienti i passi e forcelle scavalcati oggi da comode strade. 
Di Zardini e alcuni altri - l'ho già scritto - è un peccato avere poco materiale, dato che anche le guide meno "appariscenti" come lui hanno fornito un prezioso contributo alla storia turistica di Cortina. 
In questo caso, poi, è abbastanza misterioso anche l'inquietante soprannome della guida, abbandonato dagli eredi in favore del meno aspro "(de chi) de Venanzio". 
Ho sempre nel cassetto vari spunti per una storia delle guide ampezzane otto e novecentesche che, non avendo inciso il loro nome su vette o in salite di grido, sono state dimenticate. 
Prendo atto comunque che anche Venanzio Zardini, probabilmente nell'ultimo ventennio dell'800 (nell'elenco delle guide autorizzate, diffuso dalla Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V. il 18/1/1890, figura anche lui), lavorò per divulgare la conoscenza della valle d'Ampezzo e quindi per lo sviluppo del movimento turistico, che in quegli anni andava rivelando la conca al mondo.

12 feb 2016

Graa, Graon o Canalon del pesc, un luogo singolare

In queste note intendo soffermarmi su uno "zoonimo" che identifica un luogo sicuramente familiare soltanto a pochi, curiosi e smaliziati: la Graa, Graon, Canalon del pesc (il ghiaione, canalone del pesce). 
Si tratta di un lungo colatoio detritico piuttosto scosceso, che si apre sulla dorsale di Zumèles nella catena del Pomagagnon e si nota già dal centro di Cortina. Il canalone ha origine sui Crépe de Zumèles (una dorsale che, per quanto relativamente ristretta, conta oltre venti toponimi, legati perlopiù all'attività di fienagione che vi fu esercitata per secoli), fra la Pala Magra e Spiolto. 
Dalla testata del Canalon del Pesc,
verso Cortina (foto E.M., 20/8/09)
L'identificazione non è forse immediata, ma non è certo difficile capire perché il toponimo tiri in ballo un pesce. La forma del canalone, infatti, evoca proprio un pesce, o anche una grande clessidra, con una marcata strozzatura nel mezzo. 
Il colatoio, percorso da labili tracce e non segnalato né riportato in alcuna delle fonti di cui ho conoscenza, unisce il versante nord a quello sud dei Crépe de  Zumèles, ed è percorso solo da una minima parte di chi scende dal sentiero attrezzato della Terza Cengia del Pomagagnon o dalla via normale della Punta Erbing e, senza traversare alla più logica e veloce Forcella Zumèles, decide di calare a valle un po' prima. Inerpicarsi per il canalone in salita, oltre che escursionisticamente inutile, dal punto di vista atletico sarebbe una discreta follia. 
Poiché è inciso in un terreno erto e instabile (caratteristico dell'intera zona di Zumèles), il canalone non consente comunque una discesa veloce come in luoghi simili, poiché i detriti e i blocchi che lo riempiono sono grossi e solidi, e per scendere ci vuole un minimo di attenzione; ma l'angolo selvaggio in cui si trova penso giustifichi senz'altro una breve avventura.
Sento il toponimo esattamente dal 18 settembre 1976, giorno in cui - giunti a Col Tondo dopo aver percorso con mio padre e mio fratello la Terza Cengia - me lo nominò il gestore del rifugio di allora, "Bèpe Leon". Se non sbaglio, sono sceso per il canalone tre volte: in due tornavo dal sentiero attrezzato e in una dalla Punta Erbing con mia moglie, che si ricorda della discesa, soprattutto per il ... mal di piedi patito.

8 feb 2016

Sepp Innerkofler, alpinista, pioniere del turismo ed eroe


Per il centocinquantesimo della nascita (28 ottobre 1865) e il centenario della morte sul Paterno (4 luglio 1915), è apparsa "Sepp Innerkofler. Bergsteiger Tourismuspionier Held", agile biografia di Sepp Innerkofler, alpinista e guida alpina, pioniere del turismo ed eroe della Prima Guerra Mondiale, che - rispetto al pubblico di lingua italiana che vi fosse interessato - sconta purtroppo il fatto di essere stata pubblicata, per ora, solo in tedesco.
Il volume (126 pagine, numerose immagini a colori e in bianco e nero, edizioni Folio Verlag, Vienna-Bolzano - 2015) si apre con un saggio di Hans Heiss, già direttore del Südtiroler Landesarchiv, sull'importanza di Innerkofler pr la storia del turismo in Alta Pusteria; ad esso segue un ampio studio di Rudolf Holzer, insegnante e profondo conoscitore delle vicende turistiche e alpinistiche della valle di Sesto, nonché autore di altri studi sulle guide locali. 
In tre capitoli intitolati “Sepp Innerkofler, una vita per la patria e per i monti”, Holzer illustra la figura dell'arrampicatore, scopritore - con la prima salita della parete nord della Cima Piccola di Lavaredo, il 28 luglio 1890, che scalò per quarantadue volte - del 4° grado di difficoltà sulle crode dolomitiche, pioniere dello sviluppo turistico di Sesto, gestore di rifugi e soprattutto eroe di guerra, caduto nella famosa azione sul Monte Paterno.
Si leggono poi la trascrizione di un'intervista radiofonica del 1975 sul contestato episodio della morte di Sepp; gli elenchi delle nuove vie della guida, dei riconoscimenti militari, dei segni sul territorio che ricordano il pusterese; l'albero genealogico degli Innerkofler, che hanno dato a Sesto numerose guide e albergatori, il tutto corredato da molte foto d'epoca, cui però il formato quasi tascabile del libro e l'uso del bianco e nero rendono sicuramente poca giustizia.
Questo studio ripercorre la storia di un uomo delle Dolomiti che non rimase confinato nella sua valle, ma fu amico e collaboratore di guide ampezzane (Pietro Dimai de Jenzio, Giovanni Siorpaes de Santo, Angelo Zangiacomi Zacheo), auronzane, fassane e svizzere; aprì vie anche sulle montagne di Cortina, in Zoldo e in Austria e accompagnò alpinisti di rilievo, come Hanns Helversen, Jeanne Immink, Leon Treptow, Adolf Witzenmann. 
Nell'elenco delle prime ascensioni di Sepp, che sono una trentina, emergono alcuni spunti di ricerca, che meriterebbero un approfondimento anche nella storiografia di lingua italiana. 
Secondo la storia sudtirolese, Innerkofler è stato l'eroe “per eccellenza” della Prima Guerra Mondiale, e la sua morte sul Paterno è stata spesso strumentalizzata: sulla questione Rudolf Holzer fornisce il proprio giudizio e le proprie risposte.
Fermo restando il limite della lingua, il lavoro di Heiss e Holzer va letto perché informa in modo esauriente su un protagonista della storia delle Dolomiti, che secondo Reinhold Messner fu “uno dei migliori scalatori del suo tempo, custode di rifugio, guida alpina e da ultimo Standschütze. Ma soprattutto fu una degna persona.".

4 feb 2016

Lo Spalto di Col Bechei, una cima/non cima

Lo Spalto (meglio gli Spalti, i Špalte) del Col Bechéi, noto per le molte vie di scalata tracciate negli ultimi trent'anni, prima della Seconda Guerra Mondiale in pratica “non esisteva”. 
L'avancorpo roccioso conosciuto dai geologi come Monte Paréi, con il quale il Col Bechéi - nel gruppo della Croda Rossa, tra Cortina e Marebbe - cade sul versante sinistro orografico della Val de Fanes, fu salito, infatti, per la prima volta da alpinisti il 31 maggio 1944. 
Il primo itinerario, la "Via Sinistra", tracciato dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Claudio Apollonio (difficoltà 4°-5°), richiese quattro ore di salita e non si sa se sia mai stato ripreso. Costantini tornò sullo Spalto il 9 settembre 1945 col giovanissimo Ugo Samaja, aprendo in due ore la “Via Destra” (3°-4°). Il 29 giugno 1955, infine, Guido Lorenzi, Albino Michielli e Arturo Zardini intuirono sulle pareti un terzo, più breve percorso (5°).
Gli Spalti, in una prospettiva insolita
(photo by plus.google.com)
 
Dopo un periodo di silenzio, l'esplorazione dello Spalto è stata avviata in modo sistematico nei primi anni '80 del Novecento, per terminare - in via ufficiosa, poiché esistono di certo altre possibilità - nel 2012 con la via “Spina de Mul” di Kehrer e Gargitter. 
Non essendo in grado di salire le vie dello Spalto (se non forse la "Destra"), un giorno d'estate in cui non sapevamo di preciso che cosa fare, ci mettemmo in mente di raggiungere dalla Val de Fanes le cenge alla sommità dello Spalto stesso: poteva essere una gita inedita, in un ambiente interessante. 
L'approccio allo Spalto, pur erto e accidentato, non ci diede grandi problemi: a un certo punto, però, mentre traversavamo sotto le rocce ci bloccammo davanti a un impluvio di vegetazione e detriti instabili. Presi dal dubbio di star facendo una fatica inutile e in mancanza di ausili per continuare in sicurezza, non ci pensammo due volte a gettare la spugna. 
Rinunciare però non fu doloroso: personalmente, mi sentii appagato per avere messo il naso sullo Spalto del Col Bechei, una cima/non cima, un angolo di Dolomiti riservato ai climbers e che pochissimi escursionisti conoscono.

1 feb 2016

Il (Piccolo) Cervino in invernale

Al tempo dell'Università si andava spesso in Val Rosandra o sulla Napoleonica, due affascinanti ambienti a pochi chilometri da Trieste, dove si passeggiava e, quando possibile, si mettevano le mani sul ruvido calcare di guglie e paretine della zona.
Il 1° febbraio 1981, in una mattina dolce come sanno esserlo alcune mattine invernali carsoline (quasi come in questo strambo periodo sulle Alpi...), Enrico e io salimmo il Piccolo Cervino, una slanciata guglia  della Val Rosandra, che per la sua forma appuntita richiama "il più nobile scoglio d'Europa", il sogno di migliaia di alpinisti sul quale purtroppo non sono mai arrivato.
Di quella piccola invernale prealpina, non facile ma così breve da non essere niente di tale, ho un ricordo lontano, riaffacciatosi comunque alla mente questa mattina, ricorrendone l'anniversario.
Quel primo di febbraio, dunque, calcammo la vetta del Piccolo Cervino d'inverno; pago dell'"impresa" compiuta, il giorno dopo mi misi con rinnovato entusiasmo sul libro di Diritto delle Comunità Europee, superando con profitto l'esame di lì a due settimane.
Studiare, leggere, uscire in allegra compagnia con amiche e amici, spellarsi le dita sulle rocce: anni spensierati, che "volarono via corti come giorni"...

29 gen 2016

220 anni fa nasceva Chéco da Melères, la prima guida alpina d'Ampezzo

Francesco Lacedelli detto "Chéco", unica guida alpina d'Ampezzo (e delle Dolomiti?) nata nel 18° secolo. vide la luce in una casa di contadini del villaggio di Melères 220 anni fa, il 29 gennaio 1796. Appena tredicenne, si schierò contro i soldati francesi durante il periodo della Quinta coalizione delle guerre napoleoniche, e ripeté l'impresa nel 1814, nel periodo della Sesta coalizione. Abilissimo cacciatore di camosci, nel 1848 entrò negli Standschűtzen, la milizia territoriale ampezzana, da cui si congedò, lasciando gli obblighi militari, nel 1859. 
Dopo di allora si dedicò al mestiere di orologiaio, come lo zio Marco e il nipote Alessandro, onorando una famiglia che "… per quella incombenza, operava in Ampezzo incontrastata. I loro orologi da torre e da muro venivano esportati in tutta la Pusteria fino a Brunico e oltre; nonché all'estero, cioè nei paesi del Cadore, dove qualche orologio da parete risulta essere ancora in funzione. ..."  
Della sua vita, in verità, si sa poco; l'attività alpinistica ne occupò solo un biennio, tutto legato a Paul Grohmann. Tra il 29 agosto 1863 e il 16 settembre 1864 infatti, Lacedelli guidò per primo il cliente austriaco su tre grandi cime: la Tofana di Mezzo, quella di Rozes e il Sorapis. Si aggiudicò inoltre la seconda salita del Pelmo e dell'Antelao e il 2 settembre 1864, durante una ricognizione solitaria verso il Sorapis, giunse per primo sulla poco più bassa Croda Marcòra. 
La Tofana di Mezzo segnò l'inizio dell'alpinismo ufficiale a Cortina. Pianificando l'esplorazione sistematica delle Dolomiti, Grohmann volle iniziare con la vetta più alta tra quelle che circondano Cortina. Preparazione, testardaggine e disponibilità di tempo e denaro, fin dalla prima campagna alpinistica furono gli elementi fondamentali delle sue conquiste. Lo dimostra questo episodio: salendo verso la Tofana di Mezzo, giunti in alto nel Valón de Tofana, “Chéco” chiese al cliente quale cima voleva salire, delle due che li sovrastavano e parevano quasi allo stesso livello. Senza esitare, il viennese rispose: “Non importa quale, purché sia la più alta!”; c’è tutto l’alpinismo dell’800 in questa richiesta! L’esperienza e il fiuto del cacciatore furono decisivi e la prima ascensione di una cima d'Ampezzo riuscì con successo.
Facciamo un passo indietro. "Chéco", ormai ultrasessantenne, era stato contattato nel 1862 da Grohmann, Segretario generale del neocostituito Club Alpino Austriaco, che aveva già salito la Marmolada di Rocca tentando di traversare per la cresta alla Marmolada di Penia, ancora inviolata. 
Tra i cacciatori ampezzani ("... gente onesta, guide fidate e generalmente ottimi arrampicatori ...) l’austriaco cercava qualcuno per esplorare i monti della conca, rivelata da poco al nascente turismo. Come prima guida, volle proprio il vecchio Lacedelli, e non ebbe mai da pentirsene (… la mia prima guida … la migliore che potessi trovare … e che si distingueva per forza, resistenza, moderazione ed orgoglio e per un coraggio che non lo faceva indietreggiare davanti a nessun ostacolo e gli consentiva di risolvere qualsiasi problema.”).
Come detto, l’attività di “Chéco” terminò il 16 settembre 1864. Quel giorno, con Grohmann e Angelo Dimai Déo, guardaboschi poi promosso guida, traversò in 22 ore di marcia il Sorapis, e ne toccò la vetta al secondo tentativo. Spinti dalla stanchezza, dal tempo cattivo e dal buio imminente, i tre decisero di non scendere per la via di salita, ma per il versante opposto, verso il Cadore, che ritenevano più diretto. Mentre però “Chéco” scese rapidamente, Grohmann e Dimai - attardatisi sul vasto ghiaione mediano - si trovarono davanti ad un salto roccioso che lo scaltro Lacedelli aveva evitato. 
Annodata la fune ad uno spuntone, si calarono per essa: fu la prima corda doppia delle Dolomiti Orientali. In cima al Sorapis, forse presagendo che sarebbe stata l’ultima salita del vecchio Lacedelli, Grohmann gli avrebbe consegnato il libretto numero 1 di guida alpina ampezzana, sulla cui esistenza però non vi sono certezze.
La guida, che fra l’altro collaborò nel 1856 a costruire l'orologio, oggi ancora in funzione, del campanile di Cortina, se ne andò a novant'anni, il 30 agosto 1886. Di quel giorno, Terschak scrisse: "... È giorno di lutto per le guide ampezzane… La sua vita era stata in gran parte spesa nell'esplorazione dei monti d'Ampezzo; fu il capostipite delle guide ampezzane, uomo i cui meriti per la sua valle erano stati, come al solito, riconosciuti molto di più dai suoi alpinisti, - primo tra essi il Grohmann, - che non dai propri compaesani..."
Mentre infatti Grohmann aveva ricevuto già nel 1873 una prova tangibile della gratitudine della comunità, con la concessione della cittadinanza onoraria d'Ampezzo, il valente e umile “Chéco”, che per primo - pur inconsciamente - spinse la sua gente sulla via della Montagna, fino ad oggi non ha strade né piazze né cime che lo ricordino ai posteri.

25 gen 2016

Due passi al Rifugio Vallandro

Molti appassionati conoscono e apprezzano il Rifugio Vallandro (Dürrensteinhütte), posto a 2040 m all'estremità dell'altopiano di Pratopiazza. 
Siamo in tanti anche a Cortina, dove - fino a tempo fa - per dire "vado al Vallandro" si usava anche “vado su da Maria”, impersonando il rifugio nella dinamica signora pusterese che lo condusse col consorte Ferdl d'estate e d'inverno, per tanti anni. 
Ora Maria è scesa in città, lasciando la gestione in mano ad altri, e il Vallandro è ormai un rinomato punto fermo, di stagione in  stagione, per escursionisti, bikers, fondisti. 
Il rifugio sorge in territorio di Dobbiaco, sul piazzale con il forte austriaco che durante la Grande Guerra vigilò sul fronte; vi si può giungere dai due parcheggi di Pratopiazza con una camminata quasi in piano, oppure da Ponticello in Val di Braies tagliando più volte la strada carrozzabile, o ancora dal Passo Cimabanche per la Val dei Chenope (d'estate e in autunno sicuramente la scelta migliore), o infine da Carbonin per la Val di Specie. 
Al Vallandro, ottobre 2014
(foto I.D.F.)
Quest'ultima soluzione segue la strada più volte sistemata e dal 2014 dedicata al pioniere Paul Grohmann, che rimonta per 7 km l'ampio dosso boscoso che sale da Carbonin, e se ben innevata diventa una lunga e poco ripida pista per sci e slittini. 
Percorrerla è, tutto sommato, abbastanza monotono, ma alcune scorciatoie (la più corposa è il cosiddetto “troi dei 1500”, che costituisce quasi un'escursione a sé stante) movimentano la strada, e le due ore buone che ci vogliono, passano abbastanza in fretta. 
Quante volte l'abbiamo battuta in tanti inverni, in salita e in discesa, di giorno e anche di notte! Quante volte l'aria tagliente dell'altopiano ci ha sferzato uscendo dal bosco, quando alto accanto al forte s'intravede il rifugio, ma il tratto che manca sembra non finire mai! 
Quante volte siamo giunti sudati in quella casa, lasciando fuori la neve e bramando soltanto di rifugiarci al caldo della grande stufa! 
Il Rifugio Vallandro appartiene ai nostri ricordi e le visite che gli abbiamo fatto ormai sono storia. La prima volta che giunsi lassù, infatti, ero in 2^ media: fu un'idea della scuola e del naturalista Rinaldo Zardini, che ci portò a cercare fossili sull'Alpe di Specie. Quarantasei anni fa.

20 gen 2016

I Śuoghe o Ra Ciadenes, note di solitudine

Chi conosce il luogo, ma non penso che siamo in tantissimi, lo identifica correntemente come “I Śuoghe” (in ampezzano: i gioghi, i passi). In realtà, però, lo sbalzo della dorsale che dal mitico Busc de r’Ancona si estende verso est fino allo sbocco della Val de Gotres, nella toponomastica locale è denominato “Ra Ciadenes” (le catene).
Comunque si chiamino, durante la Grande Guerra i Śuoghe o Ra Ciadenes costituirono un passaggio tristemente obbligato per l'assalto allo strategico altopiano di Son Pòuses; contro la dorsale già dal giugno 1915 s’infransero, con un alto tributo di sangue, i tentativi di sfondamento da parte dell’esercito italiano. 
La quota 2053, un cocuzzolo coperto di mughi con una postazione in cemento e un segnale trigonometrico, e quella - di circa 50 m più bassa - dove un sentiero un tempo segnato e curato dal Cai, ma oggi degradato a poco più di una traccia, sopravviene dalla SS51 d'Alemagna, oltrepassa due casematte, di cui quella superiore ancora utile per un momentaneo ricovero, e si unisce al sentiero che scende verso Lerosa, costituiscono un suggestivo angolo dolomitico, in cui non è raro imbattersi in qualche ungulato, e si vagabonda tranquilli fra numerosi resti bellici. 
La zona, piuttosto calda d'estate, è raccomandata per escursioni primaverili, per saggiare i polpacci in vista degli appuntamenti dell'alta stagione, e per divagazioni autunnali, sfidando l’inverno, che lassù pare si presenti un po' più tardi che altrove.
Iside sulla casamatta superiore, nel pomeriggio tardo-estivo
del 26 novembre di qualche anno fa (foto E.M.)
Del resto, il ripido pendio che da Podestagno fiancheggia la SS51 ed è coperto da fitto bosco fino alla sommità della dorsale, è ben soleggiato, per cui ci è accaduto di percorrere i suoi aspri sentieri in marzo come in dicembre, senza trovare neve in cui sprofondare o ghiaccio sul quale scivolare.
Purtroppo, ormai da tempo - per ragioni diverse - non onoriamo quello che si era configurato come un appuntamento rituale coi Śuoghe, ma ricordiamo spesso con soddisfazione l'ultima volta in cui compimmo il "nostro" anello (i due sentieri che da Ospitale giungono in cima alla dorsale, in sinistra orografica quello per la salita e in destra quello, ancor meno battuto, per la discesa). Era, infatti, un 26 di novembre, e - oltre alla scontata tranquillità - godemmo di un'incredibile giornata tardo-estiva...
Faccio scongiuri che sui Śuoghe e Ra Ciadenes, dove ho l'impressione che il tempo sia come cristallizzato, non allunghi mai le mani qualche “valorizzatore turistico", istituzionale o no. Credo che si andrebbe a spezzare senza rimedio l’atmosfera che avvolge quei costoni dirupati, così importanti in guerra e negletti in pace. Lassù ho vagabondato moltissimo, sempre con la stessa curiosità ed entusiasmo del ragazzo che salì lassù per la prima volta coi genitori il 1° maggio 1972.

13 gen 2016

Il Sas del Orso Bianco: prove alpinistiche giovanili

Per noi ragazzi della seconda metà degli anni '70, avere tra le mani un "sasso" era un mezzo per sentirsi grandi, sicuramente più salutare dello sprecare i pomeriggi in piazza o al bar. 
Oltre le case di Mortisa, dove inizia il bosco di Volpera, avevamo scoperto un "sasso" grande e articolato, affondato come un dente canino nella vegetazione, oggi sempre più amazzonica. 
Complice un parziale, rustico adattamento eseguito in quegli anni da giovani della zona, iniziammo ad andarci anche noi, per allenare - più che le braccia - la fantasia. 
Il masso lo battezzammo “Sas del Orso Bianco”, ma non ricordo il perché; mi pare di ricordare invece che culminasse in uno spuntone principale, rastremato in cima e scalabile, anche se su roccia mediocre. 
Su un terrazzino a metà c'erano i resti di un zingaresco "bivacco" di lamiere e teli di plastica, e su cenge e paretine trovammo chiodi, filo di ferro, una scaletta di legno. 
L’unico settore che ci intimidiva era la parete sud, non molto alta ma liscia e ripida, che credo sia stata salita in quegli anni dallo Scoiattolo Carlo Michielli. 
Noi tre o quattro, per il nostro Sas nutrivamo un sacco di idee e di progetti, dall'attrezzare una ferratina che volevamo far collaudare a parenti esperti, all'inventare dirette e direttissime su ogni metro libero. Volevamo insomma vivere pienamente la passione che sbocciava, in quel mondo vegeto-minerale fuori dal tempo e dallo spazio... 
La difficoltà dei tratti in cui occorrevano le mani per salire toccava forse il 3° e la roccia - sporca di erbe e ghiaino - non era certamente il calcare della Marmolada: quel masso non sarebbe mai potuto diventare una falesia di stampo moderno...
Prove alpinistiche giovanili: Carlo (15 anni), Sandro (15), 
Ernesto (16)  in cima alla Punta Fiames, 16.4.1974
Dentro di me, il mito del Sas del Orso Bianco, però, s'infranse soltanto quando, dalla strada boschiva che collega Mortisa al Lago d’Aial, proprio di fronte al nostro regno, scorgemmo due ragazzotti forestieri impegnati su una parete senza dubbio migliore e con difficoltà apprezzabili. 
Conoscemmo così Diego Campi di Vicenza (a me sembrò già grande, ma avrà avuto la mia età), compagno di cordata del famoso Renato Casarotto che in un pomeriggio di “disperazione”, con l'amico Scattolin, o Scandolin, stava tentando di scalare una "non-vetta" in un "non-luogo", snobbando il nostro piccolo universo friabile a favore di una parete seria. 
Lungo la quale, forse, noi non saremmo riusciti a salire.

9 gen 2016

Sulla cima più bassa d'Italia

Credo, con buona approssimazione, di essere salito - tra mille altre - anche sulla cima meno elevata della penisola italiana. 
Non ne sono certo, ignorando se sia mai stata redatta una statistica di tutte le elevazioni nazionali ritenute "montane"; ma i 116 m sul livello del Mare Adriatico ai quali "svetta" il Colle dell'Eremita configurano di certo un record degno di nota. 
Logicamente, non siamo di fronte a una vetta rocciosa con falesie strapiombanti sul mare, ma soltanto al punto più alto dell'isola di San Domino, la più frequentata del fascinoso arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio del Gargano. 
Lungo la stradina
che porta al Colle dell'Eremita (foto I.D.F.)
Dal pugno di case del Villaggio San Domino, sede del Comune, bastano circa quaranta minuti per superare 75 metri di dislivello e toccare il culmine del Colle; dapprima si segue uno stradello lastricato e poco trafficato che solca la pineta, e poi una comoda sterrata, curiosamente fiancheggiata in buona parte da vezzosi lampioncini (sic!), come una strada di città.
La vetta del Colle, piatta e ricoperta di rada macchia mediterranea, ospita le solitarie macerie di quella che è nota come la Cappella dell'Eremita, unico "monumento" antico dell'isola, e dispiega un ampio panorama sulle isole circostanti e sulla più lontana costa pugliese. 
Il Colle ci è rimasto impresso, perché non ne sapevamo alcunché e lo salimmo curiosi, poche ore dopo lo sbarco a San Domino: nei nostri soggiorni sulle isole, vi abbiamo sempre cercato montagne, e ne abbiamo scoperta e salita una discreta quantità!
Aver raggiunto anche la "cima" più bassa dello stivale, dove oltre a noi, in quel tardo pomeriggio d'estate, non c'era nemmeno un alito di vento, fu un'emozione nuova e degna di ricordo.

5 gen 2016

Sulla Punta Nera d'inverno, da solo

Originale prospettiva della Punta Nera (foto E. Maioni, 
da www.guidedolomiti.com) 
Tra poco ricorrerà il 75° anniversario della prima invernale di una cima che conosco bene e scrivendo della quale rischio spesso di ripetermi, perché resta una fonte di bei ricordi e m'ispira sempre grande simpatia e desiderio di conoscenza: la Punta Nera. 
Ritengo che la prima invernale sia degna di citazione, per due ragioni: perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata realizzata il 27 febbraio 1941 dall'ingegnere Giorgio Brunner, triestino al tempo poco più che quarantenne, pratico di salite d'inverno e da solo, ma spesso anche compagno del grande Comici; poi perché, grazie alla funivia aperta nel 1939, Brunner riuscì ad effettuare l'ascensione, scendere e rientrare all'appartamento che aveva preso in affitto nel villaggio di Alverà, in sole sei ore e mezzo. 
Chi segue questo blog, saprà di certo che la Punta Nera non è la cima più alta né la più importante del gruppo del Sorapis, e offre un ambiente selvaggio, un'ampia visuale su Cortina e il Cadore e un percorso breve e accessibile all'esperto che non soffra di vertigini. La via consueta, intuita forse per caso dal cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres che braccava un camoscio, richiede una mezz'oretta dall'intaglio tra le Crepedeles e i Tonde del Sorapisc, dove transita il sentiero Cai 215, e presenta lievi difficoltà in arrampicata su dolomia friabile: servono le mani per l’equilibrio, ma non occorrono funambolismi né attrezzi.
Brunner salì sulla funivia nel centro di Cortina alle dieci del mattino e alle sedici e trenta era già in Alverà: usò gli sci fino alla forcella alla base della Punta e incontrò neve ottima, riuscendo così in un'invernale inspiegabilmente fino allora ignorata, su una vetta che colpisce l'occhio già dal centro del paese, ma tutto sommato è sempre rimasta in secondo piano. 
Nel 2008, con quattro amici, rimettemmo tra i sassi della cima un quadernetto per le firme: sul precedente, rimasto lassù per otto anni, le firme erano in media solo venti per stagione. 
Strano, perché in un paio d'ore e poco più di salita dall'affollata zona di Faloria, chi volesse trascorrere alcune belle ore di montagna troverebbe nella Nera una cima con le caratteristiche di tante altre maggiori e più rinomate: ambiente grandioso, vasto panorama, solitudine e pace invidiabili.

30 dic 2015

Montagne, luoghi e personaggi ampezzani

Non credo proprio che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta ce l'ho. 
Quanti antroponimi, cioè nomi di luogo della nostra Cortina ricordano o si collegano in qualche maniera a persone locali o forestiere che hanno caratterizzato la storia della valle? 
Da un  approfondimento personale, risulta che gli antroponimi in questione sono un gran numero, e si riferiscono a strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di caccia, fienagione e pastorizia impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche e altro. Restano fuori, per il momento, i nomi - spesso abbastanza recenti - affidati a cime, guglie, torrioni, vie alpinistiche, che sono anch'essi decine e presuppongono una catalogazione a parte.
Quale Danel diede il nome a questo prato isolato
ai piedi del Sorapis? (foto E.M., 28/9/2013)
Molti luoghi si conoscono soltanto per iscritto e non per averli identificati sul terreno (anzi, per qualcuno la cosa è diventata difficile), ma questo potrebbe anche essere l’input per andare a cercare tra i boschi e sulle cime. 
Gli antroponimi recuperati ricordano Mèto, Santo, il Mardochèo, il Curto e Andol, l’albergatore Frasto, tale Bartoia, il Capon, le sorelle cuoche Mescores. 
E ancora le ostesse Pioaneles, Saeries e Sceches, un antico Conte e il Moisar che fuggiva gli uomini; un lontano Bartoldo è ricordato due volte, c’è l'inglese Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron. 
E poi, prima che insorga il mal di testa, nei luoghi ampezzani troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un Pilato, di Mia del Gheto, Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, di Lia e di un antenato (forse anche mio) Danel, ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Ci resta ancora il ricordo di due morti senza nome, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, di Stefin e del magro Rana, del Miceli, del Ris-cia e dei tre Tònes, di un Pelèle e del Jandarmo marebbano che lavorava a Cortina, di tutti i Chenope medioevali, del Vecia, del Touta... 
Sono tanti personaggi, reali o leggendari, dispersi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi è improbabile riuscire a identificarli con certezza in carne ed ossa. 
E' certo però che tutti loro, valligiani e non, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro lasciato hanno una traccia concreta nella toponomastica d’Ampezzo, e la cosa merita un po' d'attenzione e d'interesse non solo da parte degli studiosi.

25 dic 2015

Walter, un amico del Cai Cortina (1932-2015)

Giovedì 18 dicembre è mancato a Kempten, in Germania, un amico: Walter Knischek, referente della Sektion Reichenberg del Oesterreichischer Alpenverein. Molti soci del Cai Cortina lo conoscevano dal 2001, quando il sodalizio della sua città natale - che, trovandosi nella regione dei Sudeti, fece parte fino al 1945 della Germania e fu poi annessa alla Cecoslovacchia col nome di Liberec - si gemellò con quello ampezzano, in nome dell'antica proprietà del Rifugio Croda da Lago, proprietà del Club Alpino Tedesco-Austriaco dal 1905 al primo dopoguerra.
Glorerhutte, 26/8/07: Walter con Federico Majoni,
all'epoca Presidente del Cai Cortina (foto E.M.)
Come consigliere e segretario del Cai Cortina, ho conosciuto bene Walter, con il quale ci siamo ritrovati in diverse occasioni: nel 2001, per il centenario del "nostro" Rifugio; nel 2002, in un fine settimana al loro rifugio, la Neue Reichenbergerhutte, dal quale raggiungemmo insieme la Rosenspitze; nel 2004 a Sankt Jakob in Defereggen, da cui ci portò sul Gross Leppleskofl; nel 2007 a Kals am Grossglockner, per salire al Glorerhutte; nel 2011 di nuovo nel grazioso paese di Sankt Jakob, dove i soci della Sektion Reichenberg si ritrovano annualmente in un soggiorno di una settimana (Bergsteigertreffen).
Voglio ricordare Walter Knischek come una cara persona, un vero appassionato della montagna, un amico ddella Sezione del Cai di Cortina, unita a quella di Reichenberg - che la Seconda Guerra Mondiale disperse in varie città e nazioni - dal rifugio sulle sponde del Lago di Fedèra, sul quale dal 1901 al 1918 sventolò il vessillo tirolese.
Spero che dalle montagne del cielo Walter ci guardi sempre, e gli porgo un caro "Berg Heil"!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...