11 mag 2016

Nel Camino Casara della Torre Toblin

Della vigilia di Ferragosto del 1977 conservo un ricordo particolare, ovviamente legato ai monti. Quel giorno, infatti, sull'onda di un suggerimento di Severino Casara, il cantore delle Dolomiti che avevamo conosciuto giusto un anno prima al Rifugio Lavaredo, Enrico e io pensammo di fargli un regalo. 
Andammo così a salire il camino superato dal giovane vicentino con Meneghello, Baldi e Rosenberg il 5 agosto 1923 sulla Torre Toblin. La torre si eleva nei pressi del Rifugio Locatelli-Innerkofler e in guerra fu uno strategico osservatorio, saldamente tenuto dagli austriaci; oggi è una nota meta escursionistica, che offre un grande panorama sulle Tre Cime e tante altre vette.
All'epoca avevamo solo trentasei anni in due e stavamo iniziando il nostro alpinismo. Per la fine del mese, la guida Giorgio Peretti aveva promesso di condurci sulla famosa via Myriam della Torre Grande d’Averau (che effettivamente salimmo il 26 agosto, e per entrambi fu il battesimo del fuoco), e la Torre Toblin ci sembrava un bell'"aperitivo".
Mi sono peraltro chiesto spesso, perché avevamo scelto quel camino (Dohlenkloake, cloaca di cornacchie, lo definì con feroce ironia Richard Goedeke nella guida "Sextener Dolomiten", 1983). Ricordo, ormai a tratti, un cunicolo alto, oscuro e di roccia perlopiù friabile, dove lo zaino passava a stento e ad un certo punto il gusto di arrampicare fu quasi sopraffatto dal desiderio di uscire in fretta e senza danni.
Suppongo che le cordate che l'avevano scalato oltre mezzo secolo prima, avessero ritenuto quel "verticale e nero camino" di un certo valore; forse perché si trattava di una delle prime vie nuove post-belliche in Dolomiti, o perché giungeva su una cima resa eroica dalle azioni belliche e da poco annessa ai confini del Regno.
A noi la Toblin diede sensazioni piuttosto modeste: fu divertente l’aerea discesa a corda doppia sui fittoni residuati dal conflitto, spariti due anni dopo tra le funi e le scale della ferrata che – valendosi delle memorie dei combattimenti - ha attualizzato la Torre per gli escursionisti.
Ho perso alcune fotografie che scattammo e spedimmo a Vicenza all'anziano Casara, commosso del fatto che giovani amici avessero ripercorso le sue orme. In esse rivedo due ragazzi - maglioni rossi, pantaloni alla zuava, casco e cordame - su una cima certamente più significativa in tempo di guerra che per la storia dolomitica, e atteggiati a "reduci" da chissà quale impresa.
Enrico in vette alla Torre Toblin
14/8/1977 (foto E.M.)
Tanti anni dopo, in un'epoca in cui quelle avventure sono praticamente improponibili, penso che sarebbe dura invitare qualcuno a ripetere il Camino Casara, il quale peraltro vantava anche visite illustri, come Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, probabili secondi a salirlo, il 25 giugno 1930. La via ferrata che giunge in cima alla Torre dal versante opposto, detta "Sentiero delle Scalette", anche se in alta stagione, data la vicinanza del rifugio Locatelli, non rappresenta un paradiso di solitudine e silenzio, è certamente più divertente e sicura.
Se però qualche alpinista vecchia maniera decidesse di rifare il camino, mi piacerebbe che verificasse se è ancora al suo posto il primo dei due chiodi da roccia che piantai in vita mia, per evitare di mettere a rischio i nostri vent'anni in un cunicolo buio, ghiaioso, umido e inadatto ai claustrofobici.
Per me il camino della Torre Toblin e quello della vicina Torre Comici (che salii nel settembre 1982), restano comunque due cari ricordi di Severino Casara, poeta della Montagna.

4 mag 2016

Sul Popena Basso o Monte Popena

A metà agosto, cadrà un anniversario che dubito qualcuno ricorderà, se non qualche storico o cultore di curiosità alpinistiche: i novant'anni dell'inaugurazione della "palestra di roccia " (voce oggi dismessa, a favore del più esotico "falesia") di Misurina, sul Popena Basso o Monte Popena nel gruppo del Cristallo.
Nel 1953, in "L'alpinismo a Cortina dai suoi primordi ai giorni nostri 1863-1943", l'accademico Federico Terschak registrava così la notizia: "1926. In data 19 agosto i senza-guida Casara e Granzotto salgono per primi al Monte Popena, m. 2225, per la parete est". Severino Casara, febbrile esploratore delle Dolomiti - sulle cui cime scoprì decine e decine di vie, oggi in gran parte dimenticate - e il concittadino Lorenzo Granzotto, Medaglia d'oro caduto sul fronte greco nella II guerra mondiale, inaugurarono la "palestra" salendo il camino che solca nettamente la parete sull'estrema sinistra, guardando dal basso.
La parete del Popena Basso col Camino Casara,
dal sentiero d'accesso (foto E.M., sett. 2008)
Il Popena è una cupola coperta di mughi, che sorge da grandi boschi e domina il lago. Noto ab antiquo a cacciatori, pastori, topografi, verso est presenta un'ampia parete alta fino a duecento metri. E' strano che quella parete, grigia e verticale nel settore di sinistra, più gialla e in parte strapiombante in quello di destra, sia stata scoperta solo nel 1926 dal giovane Casara, che le diede una fortuna insperata.
Dagli anni '30 del Novecento, infatti, il Popena fu frequentato per le scalate di Mazzorana, Zanutti, della squadra lecchese di Cassin, degli Scoiattoli Alverà (Albino, e cinquant'anni dopo Modesto), Apollonio, Lacedelli e Lorenzi, di Molin e alcuni altri.
Verso la fine del XX secolo, anche lassù si è affermata l'arrampicata "plaisir" di Cipriani e amici, che ha quasi ridotto a zero eventuali possibilità esplorative. Le vie classiche che godono ancora di consenso, e che ci onoriamo di avere salito più volte, dovrebbero essere due: il Diedro Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" (salito da Piero Mazzorana da solo nel 1931) e la Mazzorana-Adler, sull'estrema destra della parete, a pochi metri dal sentiero d'accesso (salita da Mazzorana con Mulli Adler nel 1936).
Il sentiero "normale" che porta sul culmine, invece, è una insolita e non lunga passeggiata su una mulattiera militare discretamente conservata e priva di tabelle e bolli, in un ambiente aspro e solitario che purtroppo, o per fortuna, non coinvolge troppa gente. E' senz'altro una gita meritevole, nella natura e nella storia.

29 apr 2016

Considerazioni di un habitué dello spigolo del Sas de Stria

Sono stato un "habitué" ed estimatore, avendolo salito anche più volte in una sola stagione, dello spigolo del Sas de Stria, corno dolomitico che caratterizza il panorama del Passo Falzarego ed emerge snello ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, scendendo verso l'Agordino. 
La via fu salita in un anno scarso di scoperte per l'alpinismo a Cortina, ma ricordato soprattutto per la fondazione del Gruppo Scoiattoli. Era il 1° agosto del 1939, e i primi salitori furono i vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti.
All'inizio, lo spigolo ricalca il profilo sud-est del torrione, e in alto devia a destra per incunearsi in un'inattesa galleria che porta su una cengia, a un tiro di corda - tra l'altro, il meno facile - dalla vetta, dove si trova la targa dedicata al Tenente Mario Fusetti, caduto in un'azione di guerra il 18.10.1915. 
Garantito da ancoraggi fissi, ma comunque non esente da cadute di pietre, lo spigolo è amato in special modo dai corsi di arrampicata e da chi lassù inizia o conclude le uscite stagionali. 
L’attacco richiede mezz'ora di erta salita dalla strada tra Falzarego e Valparola, e in discesa si segue la dorsale nord-ovest, consunta da migliaia di passi e sulla quale passano un sentiero e alcune trincee ristrutturate. In mezzo, quasi duecento metri di ottima dolomia, percorribili in un'ora abbondante.
Dal 23 ottobre 1977, come regalo per i 19 anni che compivo l'indomani (credo di averlo salito anche prima, ma mi sfugge) fino al 1993, ho ripetuto molte volte lo spigolo, cercando sempre volentieri l'originalità del tracciato e i passaggi che riserva, in una cornice ambientale tutto sommato ancora ben conservata. 
Da Falzarego, esattamente trent'anni dopo (7.7.12,
foto E.M.)
Devo ancora avere la nota delle salite dal 1978 in poi, e ho già scritto dell’ultima, del 1993. Al proposito, rivedo ancora il viso cupo dell'amico Claudio, mentre mugugnava che, per un puro come lui, una cima così ordinaria, dove anche gli alpinisti più ciabattoni possono salire con un’ora di cammino abbastanza semplice e non troppo faticoso, poi schiamazzano per la "conquista" e non disdegnano di lasciare odiosi rifiuti, aveva poco sapore. Per me, che avrò salito il Sas, anche per la normale, almeno 30 volte, non fu mai così: ci rimasi un po' male, ma non obiettai e la nostra cordata si sciolse quel giorno. 
Concludo con un ricordo di oltre trent'anni addietro. 7 luglio 1982: quel giorno tornavo in "croda" sei mesi esatti dopo l'incidente con lo slittino sulla strada del Giau, che mi aveva causato lo strappo del legamento collaterale mediale destro, 78 giorni di gesso e quello che ne conseguì. 
Quel giorno di luglio mio fratello prese la testa della cordata, e io dovetti salire tirando perlopiù di forza, dato che la gamba aveva lo spessore di un braccio e il ginocchio faticava ancora a piegarsi. 
Superai l'esame con un po' di dolore, ma ebbi la prova inconfutabile che a ventiquattro anni e nonostante lo schianto, avrei ancora potuto "andar per Dolomiti".

25 apr 2016

Sulla via Dimai della Punta Fiames col dottor Majoni

Durante la mia 16^ Dimai, 24.V.1987
(foto Mauro Casanova)
Una volta (e anche oggi, seppure in modo un po' diverso …), si trovavano molto spesso belle occasioni per festeggiare. Trent'anni fa, di questi tempi - dato che non volli organizzare la festa tradizionale - come avrei potuto solennizzare la mia laurea, se non con una salita in montagna? 
Detto fatto! Chiamai Nicola, con il quale qualche mese prima avevo salito due bellissime vie ampezzane, il Diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin e il Diedro Dall’Oglio della Cima del Lago, prima di buttarmi a capofitto negli ultimi due esami, e gli feci una proposta, classica ma per lui nuova, vista la giovane età: la via Dimai sulla Punta Fiames, la "paré", che io avevo conosciuto con Ivo fin dal maggio 1976. 
Nicola aderì di getto. Era il 20 aprile, due settimane dopo il superamento del sospirato esame di laurea; il cielo non appariva propriamente limpido e invitante, ma la temperatura era piacevole, la neve era sparita da un pezzo e di prima mattina, lasciata la macchina nel piazzale dietro il "Putti", ci dirigemmo spediti verso la Fiames, fidando nella buona sorte. 
Lungo la via non trovammo nessuno; salimmo regolari e ce la gustammo come si può gustare una salita che conoscevo quasi metro per metro e della quale padroneggiavo le difficoltà e l’impegno globale. 
Per l'amico diciannovenne, che saliva come una scheggia divertendosi un mondo, la Dimai fu una gradevole scoperta, cui tra la primavera e l'estate ne seguirono alcune altre, prima che ognuno andasse per la propria strada. Per me, il fatto di dividere con un nuovo compagno di cordata, di cui mi sentivo un po' "tutor", il piacere di una divertente giornata, fu motivo di doppio orgoglio. 
Non ricordo particolari precisi della salita, se non che quella fu la mia quindicesima "paré". Ricordo invece che, mentre scendevamo per le ghiaie di Forcella Pomagagnon, il tempo non si trattenne più e si scatenò il diluvio. Sotto l’acqua fine ma insistente di quella giornata incerta di primavera, quasi corremmo per la strada forestale fino alla macchina, e poi via a casa di Nicola, dove le angustie materne si sciolsero con una bella asciugatura e un tè bollente, che ci rimise in pace col mondo. Poi, quasi come dei piccoli Marco Polo, Luigina e Elio ci interrogarono a dovere sulla salita, che credo - a tanto tempo di distanza - anche Nicola potrebbe ancora rievocare. 
Io la ricordo soprattutto per un motivo: quella fu la prima via alpinistica del "dottor Ernesto Majoni". La citazione è assolutamente autoreferenziale, ma dentro di me quella coincidenza fu per un lungo periodo una intima soddisfazione.

22 apr 2016

La "Inglese" in Tofana, una via dimenticata

Il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi furono i primi a salire d'inverno la “via Inglese” sulla parete SO della Tofana di Mezzo. La via, una delle molte “inglesi” delle Dolomiti era stata aperta quasi sessant'anni prima, l'11 agosto 1897, da John S. Phillimore e Arthur G.S. Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli. Nel periodo aureo dell’alpinismo ampezzano fu piuttosto ricercata, e così - già prima della fine dell'800 - una difficile traversata, che introduceva a una fessura di roccia levigata e senza incrinature, fu munita di una fune metallica; era la seconda volta che in Ampezzo si "attrezzava" una via di roccia, dopo la "Muller" sulla N del Sorapìs (1892) e prima del "Camino Dimai" sul Sas de Stria (1899).
Due estati fa, alcune guide di Cortina che lavoravano sulla ferrata in Tofana di Mezzo, s'incuriosirono osservando la vetusta, ma solida fune sotto la cresta. L'ipotesi formulata da uno di loro, Franco Gaspari Moroto (cultore di storia e storie alpinistiche), è che nel 1897 la traversata e la fessura, troppo dure per l'epoca, non furono superate direttamente, e le guide si calarono dall'alto a fissare la corda con fittoni piombati, per agevolare i clienti ed aprire con loro la "nuova" via.
Nella "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" del 1904 (dove si legge che le guide degli inglesi erano Dimai e Giovanni Siorpaes de Santo, non Dimai e Colli), si trova però che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro". Da altre fonti pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi subito dopo la “prima salita“, ma non si sa come andò esattamente. Comunque, nel tariffario di quell'anno, le guide ampezzane offrivano la salita dell'"Inglese" pernottando al Tofanahutte e al prezzo di Kr. 50; 64 anni dopo, la salita era ancora in elenco, al prezzo di L. 20.000.
Penalizzata dall'accesso e dal rientro piuttosto lunghi e faticosi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta SE della Tofana e dalla funivia “Freccia nel Cielo”, la via “Inglese” venne presto dimenticata. Nel 1994 Vittorio Dapoz, che gestiva il Rifugio Giussani da vent'anni, ammise di non avere avuto fino ad allora in rifugio nessuno che la voleva salire.
Incuriosito, ho voluto contare le salite sul libro di vetta, posto sulla cima più alta d'Ampezzo nel 1938, ritirato nel 1958 e oggi conservato dalla Sezione del Cai. Scorrendo le pagine, alcune delle quali assai rovinate, si vede che in quattro lustri salirono l'"Inglese" circa 150 persone; in un giorno del 1955 passarono venti persone (13 belgi, in sette cordate e con 7 guide). Erano rare le guide con clienti, scarsi gli stranieri e un unico ampezzano (Luigi Menardi) salì da solo nel 1950; nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958 non passò nessuno.
Mentre analizzavo la questione, dall'amico Roberto ebbi la foto della pagina del libro di vetta in cui, alla data 28 luglio 1940, appariva il nome di mio padre, salito con Valentino Vecellio, padre di Roberto, e due amici. La pubblico oggi 22 aprile, giorno del suo compleanno e a molti anni dalla scomparsa, con un'ultima considerazione. 

7 salitori in media all'anno erano proprio nulla, per un itinerario di media difficoltà sulla vetta più elevata e famosa d'Ampezzo, che all'inizio del '900 era stato una classica in un ambiente grandioso. Con il graduale rifiuto di approcci e rientri troppo lunghi e faticosi, di vie su versanti scomodi, di roccia friabile e protezioni scarse, l'"Inglese" fu tra le prime ad essere scartata. Nel periodo esaminato, essa non è stata certamente mai affollata e la sua roccia non si è di sicuro consumata. Forse oggi, in un'epoca in cui pare che qualcuno cerchi timidamente di rivivere l'Alpinismo di un tempo, sull'"Inglese" si vedrà di nuovo qualche cordata coraggiosa.

17 apr 2016

Sulla fessura Mazzorana della Torre Wundt

Giorni or sono, davanti a una pizza, parlavo con l'amico Enrico di una via alpinistica che ho ripetuto spesso e apprezzato: la fessura sud-est della torre dei Cadini di Misurina dedicata al Barone von Wundt, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro del Torso il 7.IX.1938.
Enrico non era a conoscenza della notizia, minima per la storia ma curiosa per me, della seconda salita della via, famosa grazie all'anche troppo comoda vicinanza al Rifugio Fonda Savio, per il quale la Wundt rappresenta un lucroso “Hüttenberg”. 
La prima ripetizione della fessura, la cui scoperta si dovette all'intuito della giovane guida auronzana, autore di ben 60 vie nuove solo nei Cadini, e di un ottimo alpinista di Udine all'epoca già ultracinquantenne, risalirebbe al 14.VIII.1942. 
La compirono due ventenni mantovani, che si chiamavano Cesare Carreri e Mario Pavesi e stavano trascorrendo tra i monti di Auronzo una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. 
Ho trovato il riferimento in un bel libriccino, pubblicato qualche anno fa da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, per le edizioni "Mare Verticale": "Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”. 
Tra l’altro, i mantovani avrebbero ripetuto la via Mazzorana con una breve variante, che però non si sa dove si svolga e non ho trovato in altre fonti. 
Secondo il loro racconto, nel 1938 la guida di Auronzo aveva piazzato sulla via un unico chiodo: forse era quello usato da tutti i salitori fino a trent'anni fa, quando la fessura fu attrezzata - alle soste e in discesa - con anelli cementati, che accrebbero la sicurezza, ma tolsero quel po' d'avventura che dopo mezzo secolo era ancora in grado di dare ai visitatori. 
Sulla fessura Mazzorana-del Torso, III  cordata
(archivio Ernesto Majoni)
Il "Mazzorana" era un chiodo ad anello che ricordo ancora bene, infisso sulla sosta ai piedi della parete nera che dà accesso al camino superiore, e si vede sulla destra nell'immagine qui di fianco, scattata il 27.VIII.1984 e facente fede della mia limitata carriera. 
Mentre parlavo di montagne con l'amico Enrico, volavo ancora una volta con la fantasia sulle guglie dei Cadini, nella verticale fessura che spesso non vede il sole. Ad essa, luogo eletto per quasi venti belle avventure, so che di recente un cedimento della roccia nella prima cordata, purtroppo ha lasciato una ferita.

13 apr 2016

Ma dove sarà la via Herold sulla Punta Nera?

Prima della Grande Guerra, un tale G. Herold (forse l’iniziale sta per George, ma non è semplice appurarlo), che scorrazzava volentieri tra i monti da solo e nel decennio 1895 - 1905 aprì una decina di itinerari in diversi gruppi dolomitici, passò anche a Cortina con l’idea di cercare qualcosa di nuovo. 
L’8/VIII/1912 l’anglosassone raggiunse infine lo scopo: senza dir niente a nessuno, salì dal versante ovest sulla Punta Nera, una cima che sino alla fine degli anni Trenta del '900, ovvero alla messa in funzione della funivia dedicata al Principe di Piemonte, era abbastanza lontana e isolata (oggi lo è un po' meno), e risultava poco attraente per i rocciatori (oggi non è cambiata). 
Che la via Herold passasse da queste parti?
(foto E.M., 20.VII.2008)
Suppongo che il versante scelto per l'esplorazione solitaria sia quello che scende verso la Val Orita: la relazione della via, le difficoltà incontrate e il tempo speso da Herold per portarla a termine - elementi che forse, in tempi di maggiore propensione alle novità esplorative, avrebbero potuto spingere qualcuno a ricalcare le sue orme - non sono però note, almeno scorrendo le poche fonti disponibili. 
Nel 1928, in “Dolomiti Orientali”, a proposito della Herold Berti riportò la laconica citazione “Itinerario non descritto”, corredata da due riferimenti bibliografici certamente poco utili: pare che di rado gli scalatori siano anche topi di biblioteca e, al contrario, che buona parte dei topi di biblioteca non vada per le crode. 
Delle tre vie che salgono sulla Punta Nera, la Herold fu la seconda in ordine temporale, tra la via originaria del cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres (1876) e quella di Federico Terschak e Isidoro Siorpaes Pear per cresta sud (10/VIII/1919). Ma chissà se il tracciato esiste ancora, data la tendenza alla disgregazione tipica del Sorapis e dei suoi satelliti! 
Gli appassionati eventualmente attratti da una visita al versante, avranno forse qualche problema nell'individuare con precisione dov'è e come si svolge la Herold, e a capire se la sua rivalutazione potrebbe arricchire la conoscenza di una montagna meno considerata che suggestiva.

10 apr 2016

Luigi Picolruaz, guida alpina "esclusa due volte"

Tra le guide e i portatori che animarono l'epoca d'oro dell'alpinismo ampezzano, uno solo era "foresto”, quindi escluso dal Catasto dei Regolieri, pur avendo fatto casa nella valle ed essendosi tanto integrato nella comunità da acquisire lo schietto soprannome di "Nìchelo". 
Si trattava di Luigi Picolruaz o Piccolruaz, nato nella vicina Val Badia nel 1862. Di professione fu anzitutto uno stimato guardacaccia nella tenuta delle nobildonne Emily Howard-Bury e Anna Power-Potts, che negli ultimi anni del secolo avevano fatto erigere su un colle alberato sopra il Tornichè - tra Fiames e la chiesa di Ospitale - la Villa Sant’Hubertus, casa di caccia che fu rasa al suolo durante la Grande Guerra.
Servendosi della sua profonda conoscenza del territorio, il "Nìchelo" aveva ottenuto già a ventidue anni la licenza di guida alpina, e la rinnovò sino al 1909. L'unica notizia su di lui che ho trovato in un documento, riguarda la seconda ascensione della Torre Grande d'Averau (prima: C. G. Wall con la guida G. Ghedina, 17/9/1880), che compì con tre paesani il 5/6/1883. Il suo volto compare, invece, in molte fotografie di battute venatorie, accanto ai nobili stranieri che amavano venire in Ampezzo per inseguire la fauna selvatica. 
Dopo una battuta di caccia sul Col Bechei.
 Il 1°a destra seduto è Luigi Picolruaz:
da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983
La famiglia Picolruaz diede un notevole contributo alla guerra. Allo scoppio del conflitto due figli di Luigi, Anselmo (classe 1889) e Angelo (1890), partirono sul fronte russo col 3° Rgt. Bersaglieri e col 1° Rgt. Cacciatori. Nel maggio 1915 anche il capofamiglia, che aveva comunque superato l'età per l'arruolamento, fu inquadrato nel 4° Rgt. Cacciatori con i figli gemelli Luigi junior ed Emilio, sedicenni. La moglie Caterina aveva scongiurato il marito di lasciare a casa i più giovani, ma i Picolruaz si trovarono ugualmente in guerra in cinque, e per di più il capofamiglia fu anche gravemente ferito a Landro.
Al termine del conflitto tornarono tutti a casa a La Vera, lungo la strada di Alemagna; Emilio però non sopportò i disagi patiti al fronte. Rincasato nel novembre 1918 perché ammalato di tubercolosi, il 29 giugno dell'anno seguente si spense, a vent'anni.
Nello stesso periodo il "Nichelo" ebbe anche un'altra amarezza: dovette rispondere alla Sezione Ampezzo del DŐeAV (dal 1920, Sezione di Cortina d'Ampezzo del CAI), dell'accusa di avere guidato senza licenza un cliente sul Monte Cristallo.
La famiglia di Picolruaz, che morì a sessantadue anni, si è estinta in linea diretta con l'ultimogenito Maurizio, anche lui guardacaccia e tenace custode delle memorie avite (1904-81).
Oggi Luigi, la prima guida alpina "foresta" d'Ampezzo, resta ancora escluso dalle lapidi che, nel cimitero di Cortina, ricordano le guide e i portatori scomparsi. 
Questo potrebbe essere un invito a rimediare.

29 mar 2016

Un po' di wilderness in Ampezzo? Il Busc de r'Ancona

Ci si può arrivare dall'alto, affidandosi alla breve, rustica e mai collaudata “via ferrata”, che il tenace Giulio attrezzò per ammansire i salti che degradano dalla sommità della Croda de r'Ancona; o altrimenti salire dal basso, superando la costa di mughi e detriti sulla quale si scorgono ancora tracce di un accesso bellico, parcamente segnate in rosso. In entrambi i casi, il Busc de r'Ancona (Bus dell'Ancona, Bus d'Ancona nelle vecchie guide e nella cartografia) è un luogo che non può non indurre una certa suggestione.
Il pertugio naturale, alto almeno venti metri e modellato da millenni di gelo e disgelo nella dolomia grigio-rossastra della displuviale che sale verso la Croda che gli ha dato il nome, risalta evidente dalla sottostante Statale 51 d'Alemagna, poco oltre il cosiddetto "Tornichè" di Sant'Hubertus; il luogo riveste una certa rilevanza per la toponomastica come per l'escursionismo, per le leggende come per la storia militare.
Il Busc de r'Ancona si trova, infatti, al centro di una leggenda, riportata da Karl Felix Wolff per Ampezzo ma comune anche ad altri "fori" dolomitici e non; secondo Wolff sarebbe stato sfondato a colpi di corna dal diavolo inviperito, quando fu messo definitivamente in fuga dal pievano della valle ampezzana, che aveva invano tentato di allontanare dal Cristianesimo. 
Photo by panoramio.com
Il luogo importa anche allo storico militare: durante la Prima Guerra Mondiale, ebbe una certa rinomanza strategica, poiché già nel 1915 sulla dorsale Ciadénes - Croda de r'Ancona fallirono, con un pesante costo di vite umane, gli assalti sferrati dall'esercito italiano al baluardo di Son Pouses.
Il Busc è, poi, una meta curiosa per una ristretta fascia di escursionisti, trovandosi lungo un collegamento per cresta, poco usurato e che si sviluppa fuori da tracce e carte, da Ospitale alla Croda de r'Ancona.
Last but not least, lassù si è registrata una delle prime imprese di sci ripido d'Ampezzo. Nell'inverno 1984, infatti, Nina Ford valicò il foro da sola, scendendo per prima sugli sci lungo l'invaso detritico che, dopo circa seicento metri di dislivello, va a morire presso la Statale d'Alemagna.
Rilevante che sia per l'uno o l'altro motivo, il suggestivo foro piace comunque a molti, e noi cultori della wilderness ampezzana vi siamo tornati e lo pensiamo, sempre volentieri.

20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo l'occasione per ricordare un amico di croda e rilevare quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la propria firma sui libri di vetta che costellano le montagne. 
Il 1° settembre 1985 salimmo lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che per l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi sembrò eccessivamente impegnativa; un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia di parte italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente Emil Stübler, nell'agosto 1909; secondo quella di parte tedesca, invece, Dibona fu il primo ripetitore dell'itinerario scoperto l'anno prima in solitaria da Rudl Eller, guida di Lienz (1882-1977). 
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva passato i cinquant'anni, uno in meno di noi due giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro, temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Renzo sulla Rocheta de Cianpolongo, primi anni 2000
(foto raccolta Roberta Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo. 
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Da Alziro Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico posso svelarne il nome: Renzo Alverà Pazifico (1933-2010), di Acquabona d'Ampezzo.

16 mar 2016

Taburlo, la meta perfetta

Una solida paretina alta almeno 7-8 metri, sulla quale - durante la Prima Guerra Mondiale - era sicuramente ancorata una scaletta, consente di accedere ad una cima ampezzana un po' particolare, della quale non si parla mai: il Taburlo, o Falè. 
Quotato 2268 m, schiacciato fra il soprastante, imponente Taé e il dirimpettaio Col Rosà (una cima nota e frequentata per la via ferrata "Bovero" ma piuttosto scialba se vista da nord), il Taburlo dal nome misterioso sorveglia i boschi di Pian de Loa con una parete rossa e verticale, superata nel 1963 da Ivano Dibona e Marcello Bonafede, che l’avevano provata senza successo nell’autunno dell’anno prima. 
Il libro di vetta, che nei primi anni '90 avevano portato lassù alcuni amici di Cortina - due dei quali, Claudio e Alfonso, non sono più tra noi da lungo tempo - documenta la poca frequentazione di una croda scorbutica, non ricercata e fuori dai grandi circuiti. 
Raggiunto per la prima volta da Domenigg e Rausch nel 1906, utilizzato poi come posto d'osservazione austriaco durante la guerra, il Taburlo è una cima "vecchio stampo", scomoda ma generoso con chi l'apprezza, e risveglia la voglia di natura di pochi scaltriti, impazienti di uscire dal box degli obiettivi noti, addomesticati e recensiti da decine di forum, libri, riviste, siti web. 
Il Taburlo, salendo verso il Ponte dei Cadorìs
(E.M., 30 maggio 2010)
La salita, nel complesso, presenta passi disagevoli e richiede quel po' di impegno fisico e mentale che in montagna insaporisce i traguardi; avendola effettuata cinque volte, in una delle quali - tra l’altro - ero solo, affermo che ogni volta mi sono sentito veramente a posto con me stesso e con la natura nel guadagnare una cupola inaspettatamente ampia e comoda. La cupola, striata da ghiaie e mughi, è difesa su ogni lato da dirupi e tracce ormai labili, rocce mai elementari e spesso esposte. 
Mi sembra ancora di riprovare la sensazione che ebbi in quel settembre di vent'anni fa, quando – facendo impaziente la fila – attendevo che gli altri del gruppo superassero l’ultimo ostacolo, secondo me un bel secondo grado inferiore. 
Per un momento mi sorpresi a pensare che la cima che aspiravo a salire, disturbata negli ultimi 90 anni da presenze umane certamente non esagerate, un po' aspra ma anche un po' dolce, era la meta alpinistica perfetta. 
Oggi, se posso ardire, vi indirizzerei solo coloro che aspirano a conoscere un angolo dolomitico alternativo, una zona solitaria, una via normale non famosa né certamente alla moda, un po' più impegnativa del solito, ma ricca di quel fascino che non tramonta.
Prima che crolli tutto quanto...

7 mar 2016

Torre Quarta (o Torre Andrea): pareti di gioventù

Quarta Alta a sinistra,
Bassa a destra (E.M., giugno '09)
Oh, com'era bello "andare in Cinque Torri!" Ma non sulle vie di 6°, né tanto meno su quelle moderne, che comunque a quei tempi erano ancora poche e circondate da un'aura di "fanta-alpinismo". 
La scuola dei vent'anni furono le classiche, salite e risalite qualche volta con fatica (il Diedro della Romana...) ma sempre con soddisfazione e orgoglio: normale, Nuvolau, via delle Guide sulla Grande; Lusy, Barancio per la via Dibona, il citato Diedro della Romana, le due normali della Latina, la Quarta e l'Inglese.
Le percorrevamo ogni anno, talvolta anche d'inverno, alternandole ogni tanto con qualcosa di difficile, nella speranza di crescere. Ecco allora che ci riuscirono la Olga, l'Armida, la Dibona da N, la Miriam, la Diretta e la Fessura Dimai sulla Grande, e tre salite della Trephor, la torre che da una dozzina d'anni non esiste più. 
Le ricordo tutte nitidamente e di tutte credo di avere scritto almeno una volta: in questo momento mi è sovvenuto in particolare della Quarta (per l'esattezza, Quarta Alta), quel caratteristico parallelepipedo all'apparenza inclinato. 
Salita per la prima volta nel settembre 1911 dalla guida Angelo Dibona con Amedeo Girardi, di primo acchito pareva quasi più difficile di quanto poi non fosse. L'ascensione ha uno sviluppo originale: bisogna salire, infatti, fino a metà dell’adiacente Quarta Bassa (piccola torre molto frequentata come meta a sé stante), quindi traversare al punto d’unione tra le due guglie, un terrazzino sul quale si sta a stento in piedi, e proseguire su roccia scura e quasi verticale, oltrepassando un terrazzino erboso, fino in cima. 
La vetta è piatta e - a differenza di altre torri - invita ad un placido riposo: ricordo che, sotto l’ometto, in quegli anni c’era ancora un umido quaderno con qualche firma interessante. 
Un tempo (quando? Lo scriveva Antonio Berti già nel 1928, ma sicuramente la denominazione è precedente), la Quarta Alta veniva detta anche Torre Andrea: questo antroponimo potrebbe essere oggetto di una piccola ricerca e un articolo, che mi riprometto di scrivere. Oggi che passo di rado da quelle parti, rivedo con piacere la Quarta Alta, la Quarta Bassa e tutte le altre torri nei ricordi e nelle fotografie.

3 mar 2016

1882-2010: le scalate del campanile di Cortina

Poiché le ripide scale di legno all'interno della torre campanaria non sono conformi alle più recenti norme di sicurezza, sul ballatoio del campanile di Cortina (eretto nel 1853-1858 fino all'inusuale altezza di 70,17 m, escluse la croce e la sfera dorata sommitale) di solito non è possibile salire. Dal punto di vista del turismo è un peccato, poiché il campanile costituirebbe di sicuro un'ulteriore e interessante offerta per gli ospiti della conca ampezzana.
La visuale a 360° che si gode dall'alto, infatti, è integrata da una cinquantina di targhe metalliche, infisse lungo la balaustra a segnare i nomi delle numerose montagne che si ammirano da lassù.
Ma chi sale oggi sul campanile? Per tradizione, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, alcuni suonatori della Banda d'Ampezzo con gli strumenti in spalla, che poi dal ballatoio solennizzano in musica la Mezzanotte Santa.
Chi ha visitato il campanile quando era possibile (seppure anche allora saltuariamente), conserverà certo il ricordo della salita: soprattutto durante quella nevicata in cui alcuni ragazzi delle medie, sfruttando la coltre bianca, ebbero la folle idea di lanciare palle di neve da qualche dozzina di metri d'altezza, centrando gli ombrelli di alcuni passanti...!
Fino ad alcuni decenni fa, in occasione di ricorrenze importanti, qualche alpinista scalava il campanile fino in vetta e vi faceva sventolare bandiere e stendardi. Già nel 1882 il pioniere tedesco Emil Zsigmondy sfidò la forza di gravità, percorrendo tutta la balaustra in piedi. Nel 1925 e 1927, in occasione delle visite a Cortina del Principe Umberto di Savoia, la guida Enrico Gaspari (Rico Becheréto) raggiunse la croce e vi fissò la bandiera del Regno d'Italia. Intorno alla metà del '900, gli Scoiattoli Armando Apollonio Bòcia e Luigi Ghedina Bibi tornarono lassù per posizionare stendardi: fu memorabile la salita del 1954, per festeggiare Lino Lacedelli de Mente, tornato dal K2. Nella primavera 1945, infine, anche la guida Marino Bianchi Fouzigora aveva scalato la croce, collocando una provocante bandiera in occasione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. 
La guida Marco Da Pozzo (1966-2010)
photo by www.planetmountain.com)
Non tutte le salite sul campanile, però, sono state momenti lieti. Il 26 aprile 2010, la guida Marco Da Pozzo, che col collega Luca Dapoz stava lavorando sul culmine, scivolò disgraziatamente sulla lamiera; tentando di afferrare il parafulmine senza successo, Da Pozzo sbatté con violenza sul tetto e morì sul colpo. L'episodio provocò grande impressione e dolore ed ha fugato, forse per qualche tempo, la prospettiva di ulteriori scalate sul campanile.

26 feb 2016

Una valanga di cento anni fa

Salendo per la strada che si stacca dal "Tornichè" di Podestagno (l'ampio tornante sulla Statale 51 d'Alemagna), e raggiunge l'alpeggio e il Rifugio Ra Stua, nel punto identificato dalla toponomastica ampezzana con un nome dall'origine oscura, “Luó de Vilagranda”, s'incontra una lapide. Una lapide di pietra rossastra di 52 cm x 43, fissata alla roccia sul lato destro della strada, che ricorda a chi passa una disgrazia accaduta giusto cent'anni fa, nel pieno della follia bellica.
Sul Luò de Vilagranda, quasi 93 anni dopo
(foto E:M., 6/1/2009)
Le parole incise sulla pietra oggi si leggono un po' a fatica. Esse testimoniano che in quel luogo, il 27 febbraio del 1916, sette militari del 168° Infanterie Bataillon austro-ungarico furono travolti da una grossa valanga, che in anni non lontani si è staccata di nuovo dai dirupi soprastanti, ai piedi dell'altopiano di Son Pòuses. 
I militari i cui nomi furono scolpiti sulla lapide (polacchi e boemi, secondo le notizie dell'amico Antonio) erano Stanislaw Szewczyk, Adalbert Tworek, Andreas Smolski, Wasil Jvaski, Fedor Jvasky, Luc Golicz, Karl Weinl: risultando arruolati con l'ultima coscrizione, si è supposto che i sette non fossero più giovanissimi.
Nel 2001, ai piedi della lapide, una di quelle che nella conca ampezzana ricordano i fatti della Grande Guerra, il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo collocò una tabella di legno con alcune note storiche sugli sventurati fanti sorpresi dalla valanga in quel luogo. Soprattutto d'inverno, salendo a Ra Stua a piedi o con gli sci, lungo una strada frequentatissima, ma non del tutto esente dal rischio di valanghe, il "Luó de Vilagranda" merita una fermata e una riflessione.

21 feb 2016

Venanzio Zardini "della morte", guida alpina d'Ampezzo

Nella lunga serie di guide e portatori che esercitarono la professione a Cortina durante l'epoca aurea della scoperta delle Dolomiti, appare anche un tale Venanzio Zardini, curiosamente soprannominato “de ra morte”. 
Nato nel 1842 e scomparso giusto un secolo fa, di  mestiere faceva "el caligàro" (il calzolaio). Il suo nome non si trova collegato a grandi salite, prime o invernali, e supponiamo che l'unica immagine che lo ritrae “sul campo” sia quella - già pubblicata - del 1889 o 1891, in cui compare con quattro barbuti colleghi (presumiamo sia il primo a sinistra), mentre accompagna su una portantina una cliente invalida verso la Sachsendankhütte, il rifugio edificato alcuni anni prima sulla sommità del Nuvolau. 
Guide alpine di Cortina verso il Nuvolau, 1889 o 1891
(archivio E.M.)
Di quest'uomo, dunque, non ci sarebbero informazioni interessanti per la storia dell'alpinismo. Dovrebbe essere stato un portatore, cioè avere operato sui monti in appoggio a guide più "blasonate"; forse non s’impegnò mai in salite di spessore, limitandosi a gite meno impegnative, ma non per ciò meno remunerative, oppure a valicare con clienti i passi e forcelle scavalcati oggi da comode strade. 
Di Zardini e alcuni altri - l'ho già scritto - è un peccato avere poco materiale, dato che anche le guide meno "appariscenti" come lui hanno fornito un prezioso contributo alla storia turistica di Cortina. 
In questo caso, poi, è abbastanza misterioso anche l'inquietante soprannome della guida, abbandonato dagli eredi in favore del meno aspro "(de chi) de Venanzio". 
Ho sempre nel cassetto vari spunti per una storia delle guide ampezzane otto e novecentesche che, non avendo inciso il loro nome su vette o in salite di grido, sono state dimenticate. 
Prendo atto comunque che anche Venanzio Zardini, probabilmente nell'ultimo ventennio dell'800 (nell'elenco delle guide autorizzate, diffuso dalla Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V. il 18/1/1890, figura anche lui), lavorò per divulgare la conoscenza della valle d'Ampezzo e quindi per lo sviluppo del movimento turistico, che in quegli anni andava rivelando la conca al mondo.

12 feb 2016

Graa, Graon o Canalon del pesc, un luogo singolare

In queste note intendo soffermarmi su uno "zoonimo" che identifica un luogo sicuramente familiare soltanto a pochi, curiosi e smaliziati: la Graa, Graon, Canalon del pesc (il ghiaione, canalone del pesce). 
Si tratta di un lungo colatoio detritico piuttosto scosceso, che si apre sulla dorsale di Zumèles nella catena del Pomagagnon e si nota già dal centro di Cortina. Il canalone ha origine sui Crépe de Zumèles (una dorsale che, per quanto relativamente ristretta, conta oltre venti toponimi, legati perlopiù all'attività di fienagione che vi fu esercitata per secoli), fra la Pala Magra e Spiolto. 
Dalla testata del Canalon del Pesc,
verso Cortina (foto E.M., 20/8/09)
L'identificazione non è forse immediata, ma non è certo difficile capire perché il toponimo tiri in ballo un pesce. La forma del canalone, infatti, evoca proprio un pesce, o anche una grande clessidra, con una marcata strozzatura nel mezzo. 
Il colatoio, percorso da labili tracce e non segnalato né riportato in alcuna delle fonti di cui ho conoscenza, unisce il versante nord a quello sud dei Crépe de  Zumèles, ed è percorso solo da una minima parte di chi scende dal sentiero attrezzato della Terza Cengia del Pomagagnon o dalla via normale della Punta Erbing e, senza traversare alla più logica e veloce Forcella Zumèles, decide di calare a valle un po' prima. Inerpicarsi per il canalone in salita, oltre che escursionisticamente inutile, dal punto di vista atletico sarebbe una discreta follia. 
Poiché è inciso in un terreno erto e instabile (caratteristico dell'intera zona di Zumèles), il canalone non consente comunque una discesa veloce come in luoghi simili, poiché i detriti e i blocchi che lo riempiono sono grossi e solidi, e per scendere ci vuole un minimo di attenzione; ma l'angolo selvaggio in cui si trova penso giustifichi senz'altro una breve avventura.
Sento il toponimo esattamente dal 18 settembre 1976, giorno in cui - giunti a Col Tondo dopo aver percorso con mio padre e mio fratello la Terza Cengia - me lo nominò il gestore del rifugio di allora, "Bèpe Leon". Se non sbaglio, sono sceso per il canalone tre volte: in due tornavo dal sentiero attrezzato e in una dalla Punta Erbing con mia moglie, che si ricorda della discesa, soprattutto per il ... mal di piedi patito.

8 feb 2016

Sepp Innerkofler, alpinista, pioniere del turismo ed eroe


Per il centocinquantesimo della nascita (28 ottobre 1865) e il centenario della morte sul Paterno (4 luglio 1915), è apparsa "Sepp Innerkofler. Bergsteiger Tourismuspionier Held", agile biografia di Sepp Innerkofler, alpinista e guida alpina, pioniere del turismo ed eroe della Prima Guerra Mondiale, che - rispetto al pubblico di lingua italiana che vi fosse interessato - sconta purtroppo il fatto di essere stata pubblicata, per ora, solo in tedesco.
Il volume (126 pagine, numerose immagini a colori e in bianco e nero, edizioni Folio Verlag, Vienna-Bolzano - 2015) si apre con un saggio di Hans Heiss, già direttore del Südtiroler Landesarchiv, sull'importanza di Innerkofler pr la storia del turismo in Alta Pusteria; ad esso segue un ampio studio di Rudolf Holzer, insegnante e profondo conoscitore delle vicende turistiche e alpinistiche della valle di Sesto, nonché autore di altri studi sulle guide locali. 
In tre capitoli intitolati “Sepp Innerkofler, una vita per la patria e per i monti”, Holzer illustra la figura dell'arrampicatore, scopritore - con la prima salita della parete nord della Cima Piccola di Lavaredo, il 28 luglio 1890, che scalò per quarantadue volte - del 4° grado di difficoltà sulle crode dolomitiche, pioniere dello sviluppo turistico di Sesto, gestore di rifugi e soprattutto eroe di guerra, caduto nella famosa azione sul Monte Paterno.
Si leggono poi la trascrizione di un'intervista radiofonica del 1975 sul contestato episodio della morte di Sepp; gli elenchi delle nuove vie della guida, dei riconoscimenti militari, dei segni sul territorio che ricordano il pusterese; l'albero genealogico degli Innerkofler, che hanno dato a Sesto numerose guide e albergatori, il tutto corredato da molte foto d'epoca, cui però il formato quasi tascabile del libro e l'uso del bianco e nero rendono sicuramente poca giustizia.
Questo studio ripercorre la storia di un uomo delle Dolomiti che non rimase confinato nella sua valle, ma fu amico e collaboratore di guide ampezzane (Pietro Dimai de Jenzio, Giovanni Siorpaes de Santo, Angelo Zangiacomi Zacheo), auronzane, fassane e svizzere; aprì vie anche sulle montagne di Cortina, in Zoldo e in Austria e accompagnò alpinisti di rilievo, come Hanns Helversen, Jeanne Immink, Leon Treptow, Adolf Witzenmann. 
Nell'elenco delle prime ascensioni di Sepp, che sono una trentina, emergono alcuni spunti di ricerca, che meriterebbero un approfondimento anche nella storiografia di lingua italiana. 
Secondo la storia sudtirolese, Innerkofler è stato l'eroe “per eccellenza” della Prima Guerra Mondiale, e la sua morte sul Paterno è stata spesso strumentalizzata: sulla questione Rudolf Holzer fornisce il proprio giudizio e le proprie risposte.
Fermo restando il limite della lingua, il lavoro di Heiss e Holzer va letto perché informa in modo esauriente su un protagonista della storia delle Dolomiti, che secondo Reinhold Messner fu “uno dei migliori scalatori del suo tempo, custode di rifugio, guida alpina e da ultimo Standschütze. Ma soprattutto fu una degna persona.".

4 feb 2016

Lo Spalto di Col Bechei, una cima/non cima

Lo Spalto (meglio gli Spalti, i Špalte) del Col Bechéi, noto per le molte vie di scalata tracciate negli ultimi trent'anni, prima della Seconda Guerra Mondiale in pratica “non esisteva”. 
L'avancorpo roccioso conosciuto dai geologi come Monte Paréi, con il quale il Col Bechéi - nel gruppo della Croda Rossa, tra Cortina e Marebbe - cade sul versante sinistro orografico della Val de Fanes, fu salito, infatti, per la prima volta da alpinisti il 31 maggio 1944. 
Il primo itinerario, la "Via Sinistra", tracciato dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Claudio Apollonio (difficoltà 4°-5°), richiese quattro ore di salita e non si sa se sia mai stato ripreso. Costantini tornò sullo Spalto il 9 settembre 1945 col giovanissimo Ugo Samaja, aprendo in due ore la “Via Destra” (3°-4°). Il 29 giugno 1955, infine, Guido Lorenzi, Albino Michielli e Arturo Zardini intuirono sulle pareti un terzo, più breve percorso (5°).
Gli Spalti, in una prospettiva insolita
(photo by plus.google.com)
 
Dopo un periodo di silenzio, l'esplorazione dello Spalto è stata avviata in modo sistematico nei primi anni '80 del Novecento, per terminare - in via ufficiosa, poiché esistono di certo altre possibilità - nel 2012 con la via “Spina de Mul” di Kehrer e Gargitter. 
Non essendo in grado di salire le vie dello Spalto (se non forse la "Destra"), un giorno d'estate in cui non sapevamo di preciso che cosa fare, ci mettemmo in mente di raggiungere dalla Val de Fanes le cenge alla sommità dello Spalto stesso: poteva essere una gita inedita, in un ambiente interessante. 
L'approccio allo Spalto, pur erto e accidentato, non ci diede grandi problemi: a un certo punto, però, mentre traversavamo sotto le rocce ci bloccammo davanti a un impluvio di vegetazione e detriti instabili. Presi dal dubbio di star facendo una fatica inutile e in mancanza di ausili per continuare in sicurezza, non ci pensammo due volte a gettare la spugna. 
Rinunciare però non fu doloroso: personalmente, mi sentii appagato per avere messo il naso sullo Spalto del Col Bechei, una cima/non cima, un angolo di Dolomiti riservato ai climbers e che pochissimi escursionisti conoscono.

1 feb 2016

Il (Piccolo) Cervino in invernale

Al tempo dell'Università si andava spesso in Val Rosandra o sulla Napoleonica, due affascinanti ambienti a pochi chilometri da Trieste, dove si passeggiava e, quando possibile, si mettevano le mani sul ruvido calcare di guglie e paretine della zona.
Il 1° febbraio 1981, in una mattina dolce come sanno esserlo alcune mattine invernali carsoline (quasi come in questo strambo periodo sulle Alpi...), Enrico e io salimmo il Piccolo Cervino, una slanciata guglia  della Val Rosandra, che per la sua forma appuntita richiama "il più nobile scoglio d'Europa", il sogno di migliaia di alpinisti sul quale purtroppo non sono mai arrivato.
Di quella piccola invernale prealpina, non facile ma così breve da non essere niente di tale, ho un ricordo lontano, riaffacciatosi comunque alla mente questa mattina, ricorrendone l'anniversario.
Quel primo di febbraio, dunque, calcammo la vetta del Piccolo Cervino d'inverno; pago dell'"impresa" compiuta, il giorno dopo mi misi con rinnovato entusiasmo sul libro di Diritto delle Comunità Europee, superando con profitto l'esame di lì a due settimane.
Studiare, leggere, uscire in allegra compagnia con amiche e amici, spellarsi le dita sulle rocce: anni spensierati, che "volarono via corti come giorni"...

29 gen 2016

220 anni fa nasceva Chéco da Melères, la prima guida alpina d'Ampezzo

Francesco Lacedelli detto "Chéco", unica guida alpina d'Ampezzo (e delle Dolomiti?) nata nel 18° secolo. vide la luce in una casa di contadini del villaggio di Melères 220 anni fa, il 29 gennaio 1796. Appena tredicenne, si schierò contro i soldati francesi durante il periodo della Quinta coalizione delle guerre napoleoniche, e ripeté l'impresa nel 1814, nel periodo della Sesta coalizione. Abilissimo cacciatore di camosci, nel 1848 entrò negli Standschűtzen, la milizia territoriale ampezzana, da cui si congedò, lasciando gli obblighi militari, nel 1859. 
Dopo di allora si dedicò al mestiere di orologiaio, come lo zio Marco e il nipote Alessandro, onorando una famiglia che "… per quella incombenza, operava in Ampezzo incontrastata. I loro orologi da torre e da muro venivano esportati in tutta la Pusteria fino a Brunico e oltre; nonché all'estero, cioè nei paesi del Cadore, dove qualche orologio da parete risulta essere ancora in funzione. ..."  
Della sua vita, in verità, si sa poco; l'attività alpinistica ne occupò solo un biennio, tutto legato a Paul Grohmann. Tra il 29 agosto 1863 e il 16 settembre 1864 infatti, Lacedelli guidò per primo il cliente austriaco su tre grandi cime: la Tofana di Mezzo, quella di Rozes e il Sorapis. Si aggiudicò inoltre la seconda salita del Pelmo e dell'Antelao e il 2 settembre 1864, durante una ricognizione solitaria verso il Sorapis, giunse per primo sulla poco più bassa Croda Marcòra. 
La Tofana di Mezzo segnò l'inizio dell'alpinismo ufficiale a Cortina. Pianificando l'esplorazione sistematica delle Dolomiti, Grohmann volle iniziare con la vetta più alta tra quelle che circondano Cortina. Preparazione, testardaggine e disponibilità di tempo e denaro, fin dalla prima campagna alpinistica furono gli elementi fondamentali delle sue conquiste. Lo dimostra questo episodio: salendo verso la Tofana di Mezzo, giunti in alto nel Valón de Tofana, “Chéco” chiese al cliente quale cima voleva salire, delle due che li sovrastavano e parevano quasi allo stesso livello. Senza esitare, il viennese rispose: “Non importa quale, purché sia la più alta!”; c’è tutto l’alpinismo dell’800 in questa richiesta! L’esperienza e il fiuto del cacciatore furono decisivi e la prima ascensione di una cima d'Ampezzo riuscì con successo.
Facciamo un passo indietro. "Chéco", ormai ultrasessantenne, era stato contattato nel 1862 da Grohmann, Segretario generale del neocostituito Club Alpino Austriaco, che aveva già salito la Marmolada di Rocca tentando di traversare per la cresta alla Marmolada di Penia, ancora inviolata. 
Tra i cacciatori ampezzani ("... gente onesta, guide fidate e generalmente ottimi arrampicatori ...) l’austriaco cercava qualcuno per esplorare i monti della conca, rivelata da poco al nascente turismo. Come prima guida, volle proprio il vecchio Lacedelli, e non ebbe mai da pentirsene (… la mia prima guida … la migliore che potessi trovare … e che si distingueva per forza, resistenza, moderazione ed orgoglio e per un coraggio che non lo faceva indietreggiare davanti a nessun ostacolo e gli consentiva di risolvere qualsiasi problema.”).
Come detto, l’attività di “Chéco” terminò il 16 settembre 1864. Quel giorno, con Grohmann e Angelo Dimai Déo, guardaboschi poi promosso guida, traversò in 22 ore di marcia il Sorapis, e ne toccò la vetta al secondo tentativo. Spinti dalla stanchezza, dal tempo cattivo e dal buio imminente, i tre decisero di non scendere per la via di salita, ma per il versante opposto, verso il Cadore, che ritenevano più diretto. Mentre però “Chéco” scese rapidamente, Grohmann e Dimai - attardatisi sul vasto ghiaione mediano - si trovarono davanti ad un salto roccioso che lo scaltro Lacedelli aveva evitato. 
Annodata la fune ad uno spuntone, si calarono per essa: fu la prima corda doppia delle Dolomiti Orientali. In cima al Sorapis, forse presagendo che sarebbe stata l’ultima salita del vecchio Lacedelli, Grohmann gli avrebbe consegnato il libretto numero 1 di guida alpina ampezzana, sulla cui esistenza però non vi sono certezze.
La guida, che fra l’altro collaborò nel 1856 a costruire l'orologio, oggi ancora in funzione, del campanile di Cortina, se ne andò a novant'anni, il 30 agosto 1886. Di quel giorno, Terschak scrisse: "... È giorno di lutto per le guide ampezzane… La sua vita era stata in gran parte spesa nell'esplorazione dei monti d'Ampezzo; fu il capostipite delle guide ampezzane, uomo i cui meriti per la sua valle erano stati, come al solito, riconosciuti molto di più dai suoi alpinisti, - primo tra essi il Grohmann, - che non dai propri compaesani..."
Mentre infatti Grohmann aveva ricevuto già nel 1873 una prova tangibile della gratitudine della comunità, con la concessione della cittadinanza onoraria d'Ampezzo, il valente e umile “Chéco”, che per primo - pur inconsciamente - spinse la sua gente sulla via della Montagna, fino ad oggi non ha strade né piazze né cime che lo ricordino ai posteri.

25 gen 2016

Due passi al Rifugio Vallandro

Molti appassionati conoscono e apprezzano il Rifugio Vallandro (Dürrensteinhütte), posto a 2040 m all'estremità dell'altopiano di Pratopiazza. 
Siamo in tanti anche a Cortina, dove - fino a tempo fa - per dire "vado al Vallandro" si usava anche “vado su da Maria”, impersonando il rifugio nella dinamica signora pusterese che lo condusse col consorte Ferdl d'estate e d'inverno, per tanti anni. 
Ora Maria è scesa in città, lasciando la gestione in mano ad altri, e il Vallandro è ormai un rinomato punto fermo, di stagione in  stagione, per escursionisti, bikers, fondisti. 
Il rifugio sorge in territorio di Dobbiaco, sul piazzale con il forte austriaco che durante la Grande Guerra vigilò sul fronte; vi si può giungere dai due parcheggi di Pratopiazza con una camminata quasi in piano, oppure da Ponticello in Val di Braies tagliando più volte la strada carrozzabile, o ancora dal Passo Cimabanche per la Val dei Chenope (d'estate e in autunno sicuramente la scelta migliore), o infine da Carbonin per la Val di Specie. 
Al Vallandro, ottobre 2014
(foto I.D.F.)
Quest'ultima soluzione segue la strada più volte sistemata e dal 2014 dedicata al pioniere Paul Grohmann, che rimonta per 7 km l'ampio dosso boscoso che sale da Carbonin, e se ben innevata diventa una lunga e poco ripida pista per sci e slittini. 
Percorrerla è, tutto sommato, abbastanza monotono, ma alcune scorciatoie (la più corposa è il cosiddetto “troi dei 1500”, che costituisce quasi un'escursione a sé stante) movimentano la strada, e le due ore buone che ci vogliono, passano abbastanza in fretta. 
Quante volte l'abbiamo battuta in tanti inverni, in salita e in discesa, di giorno e anche di notte! Quante volte l'aria tagliente dell'altopiano ci ha sferzato uscendo dal bosco, quando alto accanto al forte s'intravede il rifugio, ma il tratto che manca sembra non finire mai! 
Quante volte siamo giunti sudati in quella casa, lasciando fuori la neve e bramando soltanto di rifugiarci al caldo della grande stufa! 
Il Rifugio Vallandro appartiene ai nostri ricordi e le visite che gli abbiamo fatto ormai sono storia. La prima volta che giunsi lassù, infatti, ero in 2^ media: fu un'idea della scuola e del naturalista Rinaldo Zardini, che ci portò a cercare fossili sull'Alpe di Specie. Quarantasei anni fa.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...