30 ago 2016

"Baci da Cortina": la gente, le montagne, il paese nelle cartoline d'epoca

Molto attivo in ambito culturale, sia nel natio Agordino che in Ampezzo, l'archivista Loris Serafini ha allestito con Massimo Mantese la mostra Baci da Cortina. Ampezzo a fine Impero (1896-1923). Storia di una comunità attraverso la cartolina d'epoca, che presenta un'ottantina di riproduzioni di cartoline storiche di Cortina e dintorni, facenti parte dell'Archivio Marino Mantese ed esposte nella centrale Ciasa de ra Regoles dal 6 agosto scorso al prossimo 9 ottobre.
A supporto dell'esposizione, è stato curato anche un catalogo, agile compendio di storia locale vista attraverso le cartoline dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo al momento in cui, trasferita all'Italia e alla Provincia di Belluno, Ampezzo del Tirolo venne denominata Cortina d'Ampezzo.
La raccolta dell'Archivio Marino Mantese, forte di oltre settecento esemplari, si rivela molto importante, per la ricchezza, qualità e varietà dei temi e dei filoni riguardanti la conca ampezzana durante la Belle Époque. Tra la fine dell'800 e l'avvento del Fascismo, infatti, più di ottanta editori pubblicarono cartoline con costumi ed edifici tipici di Cortina, la sua gente e le sue vette, vedute panoramiche note e spesso inedite. 
Secondo la mappa delle case editrici presenti nella collezione, le cartoline venivano stampate e diffuse in prevalenza nei paesi dell'Impero Asburgico, ma ne furono realizzate anche in Norvegia, a New York ed a Toronto, godendo quindi Cortina e le Dolomiti già allora di una conoscenza quasi planetaria.
Gli esemplari esposti, riuniti per linee tematiche (Strada delle Dolomiti, mezzi di trasporto, rifugi, alpinismo e sport invernali, panoramiche del paese da tutti i versanti della conca, ospitalità e alberghi) e corredati da note esplicative sulle caratteristiche delle cartoline austro-ungariche e poi italiane, e sui timbri, francobolli e annulli postali usati negli anni, aprono uno spaccato sulla comunità ampezzana, in prevalenza agricola ma avviata fin dal 1860 a uno sviluppo che sembrava portare fiorenti prospettive, ma fu segnato dalla cesura della Grande Guerra, che incise per sempre nel divenire della valle. 
Il catalogo, curato nei testi e nella ricerca e, ovviamente, illustrato con dovizia (suggestiva, anche se "già vista", in copertina la Strada delle Dolomiti sotto il Passo Falzarego con il Sas de Stria sullo sfondo) si offre come un succinto Baedeker di storia ampezzana fra l'Ottocento e il Novecento, supportato da una bibliografia e una sitografia che risultano utili per approfondimenti e curiosità. 
Una mostra e un volume di un certo spessore, dunque, che rafforzano la cura dimostrata da Cortina, e soprattutto dalle Regole d'Ampezzo, nel presentare a ospiti e residenti briciole di storia e di cultura locale, anche al di là della stagione turistica.

25 ago 2016

Alessandro Zardini, la guida che non venne ascoltata

Delle due guide di Cortina scomparse d'inverno e in modo tragico, il primo in ordine cronologico fu Alessandro Cassiano Zardini «Nòce», nato nel villaggio di Staulìn il 24 aprile 1887. Poco meno di un secolo fa, il 13 dicembre 1916, infatti, Zardini fu sepolto - insieme ad altri trecento compagni d'arme - da una valanga di 200.000 mc caduta nella località detta Gran Poz, ai piedi della Marmolada di Rocca.
Alessandro Cassiano Zardini (1887-1916)
- Raccolta fotografica E.M. -
Promosso guida da quattro anni con il coetaneo Simone Lacedelli «da Rone» (1887-1970), il giovane Alessandro non aveva ancora maturato esperienze importanti, a parte la seconda salita, compiuta il 13 agosto 1916 col Tenente Norbert Gatti, della via di Laufenbichler e Langes sulla nord della Roda del Mulon; un lungo percorso di discreta difficoltà, che è plausibile fosse stato ripetuto per ragioni strategiche e tattiche più che per mestiere o per puro divertimento.
La guida lasciò la giovane vedova e tre figli, dei quali la minore, Stefania, è scomparsa da non molti anni; il suo nome è stato inciso sia nella cappella che poi sulla lapide voluta dal Comune in memoria dei 140 cittadini di Cortina vittime della Grande Guerra. 
Purtroppo, oltre al pezzo di carta recuperato negli anni '60 da uno dei rari salitori della Roda del Mulon, misconosciuta vetta del gruppo della Marmolada, non so se siano disponibili documenti o immagini sulla breve attività del «Nòce»; se ci fossero, sarebbero sicuramente utili per ricostruire la storia civile e militare dell'ampezzano.
Di lui, chi scrive ha riunito qualche anno fa le poche notizie reperite sulla rivista «Cortina», per gettare più luce possibile sulla parabola esistenziale di una guida alpina che stava avviandosi alla vita.
A soli 29 anni Zardini - insieme a tanti altri sventurati - pagò le assurde decisioni di un Comando, sacrificandosi a causa dell'errata installazione - da lui stesso, coscienzioso montanaro, sconsigliata - di un accampamento in una delle aree più pericolose del fronte e nell'inverno più nevoso della Grande Guerra.

19 ago 2016

La galleria, il Belvedere, il Miravalle delle sorelle Colli

Italiani e stranieri, molto spesso motociclisti, sostano volentieri in gran parte dell'anno al belvedere su Cortina che si trova presso la galleria "di Crépa" sulla Strada Regionale 48. Il tunnel, lungo soltanto venti metri, fu scavato a mano oltre cent'anni fa nella dolomia della parete soprastante, durante gli ultimi lavori per la costruzione della Strada delle Dolomiti che, attraverso i passi Costalunga, Pordoi e Falzarego, dal settembre 1909 collega Bolzano a Cortina. 
La Strada delle Dolomiti e il Belvedere,
in una vecchia cartolina (raccolta E.M.)
La galleria si trova un paio di chilometri circa prima degli alberghi di Pocol; poco più a valle di essa uno slargo sul vuoto, protetto da una ringhiera che meriterebbe un po' più di cura, offre una visione di grande effetto, soprattutto di notte o dopo una nevicata, su Cortina e le sue montagne.
Il belvedere serve a chi desideri farsi un'idea della valle dall'alto, senza faticare. Le possibilità di fruirne, però, sono spesso ridotte, quando il sito è affollato; a quel punto, è meglio lasciare i mezzi a qualche decina di metri di distanza, all'ombra di un ciclopico masso isolato che si sporge sulla strada e raggiungere il belvedere a piedi. 
Non lontano dal masso, sull'orlo del bosco, negli anni Venti del '900 qualcuno ebbe l'idea di erigere anche uno chalet. Battezzato Ristorante Miravalle, del rustico edificio in legno e muratura furono solerti custodi fino alla fine degli anni '30 le sorelle Angela Teresa (detta Anjelina, 1887-1964) e Rosa (detta Rosele, 1888-1963) Colle, o Colli Saèries, figlie di quel Giacomo - guida alpina - che fu invece l'indiscusso genius loci dello storico Ospizio Falzarego sulla strada del Passo. 
Il Miravalle, abbastanza comodo da raggiungere a piedi da Cortina e perciò sicuramente meta di visite nei giorni di festa, in un'epoca di scarso traffico veicolare, nel 1946-47 dovette essere abbattuto, perché il terreno scosceso che caratterizza la curva su cui era stato costruito minacciava di franare. 
Spariva così un caratteristico angolo della vecchia Cortina, che nessuno - tranne l'amico Luciano Cancider, scomparso un anno fa, che lo descrisse nella raccolta di ricordi Cronache dalla valle d'Ampezzo, edita dalle Regole nel 2012 - si è più preso la briga di far rivivere.

12 ago 2016

"Rifugi" di Cortina scomparsi

Prima della Grande Guerra, che cambiò radicalmente la società e l'economia della valle, oltre ai cinque rifugi del Club Alpino Tedesco-Austriaco, l'Ospizio Falzarego (comunale) e l'Albergo Cinque Torri (privato), Cortina offriva anche alcuni Cabiòte. Semplici ristori più che veri e propri rifugi, situati comunque a distanza dal paese e curiosamente gestiti in massima parte da donne, attiravano sia i turisti dell'epoca che i valligiani.
Il più famoso fu senz'altro il Cabiòto de ra Méscores, costruito vicino al ponte sulla forra del Rio Travenanzes, a due ore circa di cammino da Cortina sul sentiero per il rifugio von Glanvell. Gestito dalle sorelle Franceschi Méscores, spiccava per la cucina sopraffina. 
Sulla vecchia strada verso il Passo Tre Croci, in uno slargo di fronte all'ex Ristorante Malga Lareto, c'era invece il Cabiòto de ra Scèca. Di dimensioni ridotte, costruito tutto in legno, era gestito da Anna Verzi Scèca, che offriva servizio di osteria e rustico ristoro.
Il Cabioto de ra Scèca, prima del Passo Tre Croci,
1905 (raccolta E.M.)
Un po' prima di questo, sulle rive del piccolo specchio d'acqua detto Lago Scin (sarebbe più corretto il toponimo Laguscìn, che significa semplicemente laghetto), il Cabiòto delle sorelle Majoni Pioanèles, esponeva sopra l'ingresso la pomposa insegna "Restaurant Lago-Scin". 
Lungo la Strada delle Dolomiti, presso la galleria dalla quale si scorge Cortina, ai primi del Novecento sorse il Ristorante Miravalle, gestito dalle sorelle Angelina e Rosa Colli, figlie di Giacomo Saèrio, già conduttore dello storico Ospizio Falzarego. Nel 1929, la “Guida illustrata di Cortina” citava l'edificio, aperto fino alla metà del secolo, come "l'isolato Ristorante Miravalle, sito sull'orlo del bosco".
Un ristoro in legno e muratura, di cui però non so i gestori, sorgeva poi sopra il Miravalle, sull'orlo del bastione roccioso di Crépa. Nel luogo, detto Belvedere, giunse nel 1925 la funivia Cortina - Pocol e nel 1936 fu eretto l'Ossario dei caduti in guerra. Per salirvi, furono aperti due sentieri, oggi ancora agibili: uno che inizia sulla Strada delle Dolomiti presso la galleria, e l'altro che si dirama, presso la Crosc de Ester, dalla carrareccia che porta da Lacedel a Pocol.
La guida di Terschak citava un altro locale, poco fuori il paese: il Ristorante Al Museo, annesso al Museo Elisabettino, che "trovasi ad ovest di Cortina, sopra il villaggio di Ronco", in una "casa di legno, creduta una delle più antiche della valle. Bellissima vista. Varie antichità". 
Che cosa resta di quelle costruzioni che vivacizzarono il turismo di Cortina tra l'800 e il '900? Poco: forse qualche sasso, alcuni vaghi ricordi e sbiadite fotografie.

8 ago 2016

La Zésta: ghiaie, rocce, erbe e camosci

Guardandola dai dintorni del lago del Sorapis, quindi da zone pascolive e di caccia poi divenute turistiche, sicuramente solleticò la fantasia degli avi per la forma di enorme cesta capovolta, dalla quale ha preso il nome di Zésta (del Sorapis, perché ci sono anche altre Zéstes ai piedi della Tofana di Dentro). 
Di grossa stazza ma di poca rilevanza per l'alpinismo, la Zésta fu salita per la prima volta da nord, in tempi e da uomini ignoti; si suppone che i "conquistatori" possano essere stati cartografi, perché sulla vetta fu lasciato un segnale trigonometrico.
La cima raggiunge la rispettabile quota di 2768 m; domina i pascoli delle Crepedèles da oltre 400 m d'altezza e spunta già dalla strada tra Cortina e il Passo Tre Croci. La sua roccia - stratificata in modo bizzarro e poco solida - non la rende di certo una meta appetibile, e per questo è sempre rimasta in disparte. 
Qualcuno peraltro l'ha apprezzata e l'apprezza; negli anni Ottanta un tipo che conosco immaginò persino di trovare una via sul versante dei Tondi di Faloria, foggiato "a canne d'organo"; ma, così come arrivò, quella strampalata immagine si volatilizzò.
Sui fianchi della Zésta, oltre alla via comune da Forcella del Ciadin, ce ne sono altre due, di poco conto per chi in montagna cerca solo il grado: una da SE (di Antonio Berti, Severino Casara, Alberto Musatti e Toti Gastaldis, 6 agosto 1929) e una lì vicino, che l'austriaco Hubert Peterka aprì da solo nel luglio 1930. 
La Zesta dalla Monte de Faloria, sul sentiero Cai 213
(foto E.M.,estate 2012)
La storia della montagna non si esaurì comunque con Peterka, ma registra altre due date: la prima invernale del 7 febbraio 1942, dei triestini Giorgio Brunner, Mauro Botteri e Massimina Cernuschi; la probabile prima solitaria invernale del 5 gennaio 1995, dovuta alla guida Ario Sciolari (la notizia fu trovata nell'estate successiva sul libro di vetta).
Chi scrive ha pestato la Zesta per quattro volte, scendendo in due occasioni lungo la via Berti fino al lago, con una traversata gratificante e al confine fra escursionismo e alpinismo, di bassa difficoltà ma in un ambiente complesso, assolutamente solitario e senza tracce rassicuranti: ghiaie, rocce, erbe e camosci. 
Oggi pare che sulla Zésta, dotata negli anni Novanta anche di un libro di vetta, d'estate si spinga più di qualcuno: lo meritano certamente il sapore alpino che la cima offre e il vasto orizzonte che da lassù spazia, verso il vicino Sorapis e molte altre mete oggetto di avventure, soddisfazioni e sogni. 

4 ago 2016

Torre Inglese: 53 metri di magnifica dolomia

Da un decennio, un sofisticato sistema satellitare posto presso la cima della Torre Inglese nel gruppo delle Torri d'Averau, monitora il pinnacolo per segnalare possibili cedimenti e possibilmente prevenire una fine triste come quella della vicina Trephor, schiantatasi di colpo al suolo nei primi mesi del 2004. 
La quinta torre, visibile fin da Cortina e caratteristica per la conformazione a corno, è alta per l'esattezza cinquantatrè metri e vanta una storia, breve ma radicata. 
Fu salita per la prima volta dal lato sud-est, dal britannico G.W. Wyatt con le guide di Cortina Angelo Maioni Bociastorta (1866-1953) e Sigismondo Menardi, Mondo de Jacòbe (1869-1944). Era l’estate del 1901; dopo la Grande, l’Inglese era la seconda delle torri d'Averau ad essere conquistata. 
La Torre Inglese da ovest.
Si notano in vetta il sistema satellitare
e poco sotto un alpinista,
(foto E.M., giugno 2009)
Il 27 luglio 1924 il giovanissimo Severino Casara apportò, forse senza saperlo, una variante alla via Wyatt, superando in salita la parete usata ordinariamente per la discesa. 
Il 28 giugno 1936 il vicentino Gino Soldà, di passaggio a Cortina, salì da solo i venticinque metri del liscio spigolo est; durante la seconda guerra mondiale, il 23 settembre 1941, Mario Borgarello e Renato De Toni affrontarono anche la friabile parete ovest, già scesa a corda doppia da alcuni alpinisti bellunesi nel 1912. 
Da ultimo, toccò allo spigolo sud, scalato nell'estate 1960 dagli agordini Vittorio Fenti e Bepi Pellegrinon. Questa via però non pare attribuibile a loro, poiché esistono fotografie con persone impegnate sullo spigolo prima del 1960.
Oggi la Torre Inglese è sempre visitata, sia per la brevità e l’eleganza della salita che per la bontà della roccia. Chi scrive mise per la prima volta i piedi in vetta nell'estate 1975, alla corda dello Scoiattolo Luciano Da Pozzo; il 4 aprile di quarant'anni or sono compì da capocordata la prima di una buona serie di salite, e ne mantiene ancora vivo il ricordo.

1 ago 2016

Sul Corno d'Angolo, palestra di Innerkofler e di Comici

Da sud, ossia dal ponte che sormonta il rio Rudavoi sulla strada tra Cortina e Auronzo, il Corno d’Angolo (Eckhorn, per i tedeschi) mostra una spiccata individualità, costituendo un interessante soggetto fotografico. 
Dal Cason de Pòusa Marza, ricovero regoliero che sorge alle sue pendici in una radura fra i dirupi ed è meta di escursioni estive e invernali, invece, il colpo d'occhio è più caratteristico.
Il punto di osservazione, raggiungibile soltanto a piedi, legittima l’oronimo di Corno assegnato al monte in epoca non antichissima; parrebbe però quasi più logico definirlo “di Pòusa Marza”, visto che esso sorveglia, come un impassibile gendarme di dolomia, il sottostante pascolo dallo stesso nome, ottenuto da una radura paludosa bonificata. 

La zona fu sicuramente esplorata da valligiani fin da epoca remota e il Corno - salito per la prima volta non si sa né quando né da chi - fu palestra di caccia per Michele Innerkofler, leggendario inseguitore di camosci e pioniere dell'alpinismo sulle Dolomiti della Val Pusteria e di quella d'Ampezzo. 
Il primo a trovare una via di salita sulle sue rocce non proprio marmoree fu un alpinista illustre, Emilio Comici.  Il 20 settembre 1933, solo pochi giorni dopo aver salito il famoso "Spigolo Giallo" sulla Cima Piccola di Lavaredo, il triestino superò infatti con del Torso lo spigolo sud, riferendo nella relazione di passaggi “friabili e pericolosi, perché difficilmente i chiodi tengono”.
Chi, da ultimo, guardasse però il torrione dal lato più nascosto, dalla conca di ghiaie e macigni punteggiati d'erba che dalla sella coi ruderi di un rifugio dalla vita breve estende la Val Popena Alta fino a ridosso del Piz Popena, lo vedrà più mansueto e la cima non gli opporrà strapiombi, ma placche e scaglie inclinate. 
Sul versante nord, infatti, vaghe tracce e qualche ometto schiudono l'accesso alla vetta, angusta e un po' instabile. Dal sommo della conca di ghiaie bastano quindici-venti minuti di salita, facile ma su terreno che richiede prudenza a causa della qualità della dolomia e di un paio di passaggi esposti. 
Ernesto sul Corno (foto A.C., agosto 2004)
Il culmine, segnato da un bastone e un quaderno con rare firme, offre un panorama per nulla scontato, che si allarga dalle crode del Popena a quelle delle Marmarole, dai Cadini di Misurina alle Tre Cime e fino a Cortina.
Stupiranno il visitatore la secolare pace e il silenzio che aleggiano tra quelle vette e torri appartate, l'isolamento di quel Corno, minore e fuori dalle mode, sul quale chi ha costantemente scelto angoli abbastanza remoti cercando di schivare, se e quando possibile, monti troppo "usurati", si è sempre trovato molto bene. 

28 lug 2016

Forcella Alta, aspro angolo delle Dolomiti più note

Ad occidente della dorsale del Pomagagnon e a nord delle Pales de ra Pezories, un'insellatura consente (o consentiva?) di passare - in modo comunque alpinistico più che semplicemente escursionistico - da Fiames alla Val Granda, quindi dal versante al sole a quello all'ombra della dorsale citata. 
L'insellatura è denominata soltanto Forcella Alta (Forzèla Outa); probabilmente si tratta di un oronimo non molto antico, la cui origine è legata all'alpinismo, o forse meglio alla guerra. 
Quotata 1958 m, Forcella Alta si staglia evidente, ad esempio, dalla pista dell'ex aeroporto di Fiames ed è intagliata fra le cime delle Pezories, appendice del Pomagagnon che conta sei sommità definite, per fortuna disertate dal grande turismo. 
Pezovico, Q. 2014 e,in alto a destra Forcella Alta
(I.D.F., dal Pian de ra Spines, 14/10/2011)
In "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" (1983), Illuminato de Zanna e Camillo Berti - che le Pezories le conosceva bene e vi dedicò nel 1981 un saggio sul semestrale "Le Alpi Venete" - riportano che durante la Prima Guerra Mondiale l'insellatura ebbe una certa importanza strategica, come posizione avanzata e osservatorio italiano. 
Del suo valore rimane ancora qualche traccia: una trincea, una caverna e i resti del sentiero d'accesso che saliva dal fondovalle, diramandosi da quello che oggi porta all'attacco della via ferrata "Strobel" sulla Punta Fiames. 
Forcella Alta è un aspro angolo delle Dolomiti più note, conosciuto da pochi e frequentato da pochissimi. Di essa conservo il ricordo di tre visite, in due delle quali vi scesi dal Pezovico, risalto arrotondato all'estremità nord della cresta delle Pezories che non tocca neppure quota 2000 e guarda Fiames con due elevazioni, una delle quali ancora innominata. 
Dopo la frana che ha sconvolto il canalone sotto le pareti, scivolando fino alla SS 51 d'Alemagna presso il bivio per Pian de Loa, non mi è noto se sia ancora possibile (com'era almeno fino al 1996) salire sulla forcella per il sentiero militare che s'insinuava fra le rocce, in ambiente assai suggestivo, e poi scendere in Val Granda per la traccia agevolata da qualche attrezzatura che il Regio Esercito ha lasciato ai posteri. 
Per saperlo, attendo volentieri conferme da eventuali battitori della zona che, pur visibile dalla sottostante Statale, si cela alla massa dietro una selvatichezza quasi estrema.

25 lug 2016

Sull'"urlo pietrificato di un dannato", ovvero sul "campanile più bello del mondo"

Grazie ad Enrico, nella mia piccola storia è entrato anche l'"urlo pietrificato di un dannato", ovvero il “campanile più bello del mondo”: quello di Val Montanaia. 
Era il 10 settembre di trentacinque anni fa: eravamo partiti direttamente da Trieste, dove studiavamo, con pane, prosciutto e una bottiglia d'aranciata, e verso sera fermammo la 127 bordeaux al termine della strada, al tempo sterrata e sconnessa, della Val Cimoliana. 
Il portafoglio non ci permetteva di spendere e così ci accontentammo di fare un salto al vicino Rifugio Pordenone, per una birra propiziatoria. Il rifugio era semivuoto: in un angolo, in silenzio, cenavano due signori che si qualificarono come Altamura di Milano e Gilić di Fiume, noti esploratori dei monti dell’Oltrepiave che, tre giorni prima, avevano concluso un'altra via nuova sulla incombente Croda Cimoliana. 
Sul Campanile senza campana 
(foto E.L.)
Dormimmo in macchina, poco e malamente, perché infastiditi per gran parte della notte da decine di rane e rospi che gracidavano in una pozza vicina: così, semidistrutti, alle cinque del mattino eravamo già in cammino sull’erta che sale al Campanile. 
Superammo la via Glanvell-Saar regolarmente; un tiro a testa, senza noie, a parte quella della mia storica giacca a vento "Ghizzo", che alla seconda sosta mi sfuggì di mano e s'impigliò sulle rocce un bel pezzo sopra l'attacco. Al ritorno fu giocoforza risalire quel pezzo in libera, per riprenderla... 
Non dimentico i tre punti topici del Campanile: la traversata (che Berti, nella sua guida delle Dolomiti d'Oltrepiave, dipingeva con toni quasi apocalittici) più impressionante che difficile; la fessura, faticosa perché già lisciata - allora - da 80 anni di passaggi; lo scomodo camino, in cui tirai faticosamente lo zaino dietro di me. 
Sotto un sasso in vetta, trovammo con sorpresa un sacchetto del pane con la firma di Mauro Corona, salito qualche giorno prima, mi pare per l’82^ volta; non c'era invece la campana issata da 19 alpinisti veneti nel 1926, che ogni “audace” giunto lassù deve far risuonare per tradizione. Sapemmo dopo che, proprio quell’estate, era stata portata a Pordenone, per essere riparata! 
La discesa Piaz lungo la parete nord fu una delizia: giunti a valle, saltammo la tappa al rifugio, cosicché nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a incuriosire la compagnia con la relazione della salita a una delle cime più ardite, famose e sognate delle Dolomiti.

18 lug 2016

Sul Bèco d'Aiàl

Slanciata piramide di dolomia scura e compatta, guarda Cortina con una parete alta duecento metri, scalata per la prima volta dagli Scoiattoli Albino "Strobel" e Arturo "Tamps" nel luglio 1962; è circondata da alcune guglie davvero bizzarre e spunta dal bosco sul lato destro orografico della Val Costeàna, a nord della Monte, il pascolo, di Formìn. 
Dalla sommità del Bèco, una delle cime più basse d'Ampezzo poiché raggiunge "soltanto" i 1845 m d'altezza, il panorama su Cortina si apre quasi a 360 gradi. Lassù, in vista della Grande Guerra, l'Esercito Italiano fece erigere una batteria antiaerea, attrezzando anche un sentierino che è quello usato anche oggi. 
Dell'apprestamento rimangono alcune fotografie, i grossi muri di riparo e, a pochi metri dalla cima, una capace galleria, che con ogni probabilità servì come deposito di munizioni e alloggio per i soldati. 
Il Bèco d'Aiàl in guerra
(raccolta E.M.)
Chi frequenta le crode ampezzane e ne apprezza la mia divulgazione ormai pluriennale, avrà capito che mi riferisco a uno dei tanti luoghi che hanno colpito la mia immaginazione e al quale ,mi sono affezionato: il Bèco d'Aiàl. Lo salii per la prima volta nel settembre del 1983 e in seguito vi sono tornato in molte occasioni, anche da solo. Nella più recente, in un caldo giovedì di fine luglio, volevo condividere la vetta con un'amica, che però non si sentì di raggiungerla. 
Sul punto sommitale del Bèco, a parte nelle notti della vigilia di Ferragosto 1986 e 1987, in cui - sotto la regia dell'amico "Lux", troppo presto scomparso - accendemmo il tradizionale (dubito molto ecologico ...) "fó de ra Madòna", non ho mai condiviso lo spazio con altri gitanti. 
Il colpo d'occhio che si apre dalla punta di quel dente, al di là della conoscenza del luogo e dell'interesse che può risvegliare nei curiosi, infatti, non è esattamente per tutti. 
Il breve accesso alla cima, il quale si distacca dal sentiero Cai 431 che dal Lago d'Aiàl porta a quello di Fedèra, fu sistemato una decina d'anni fa da alcuni soci del Cai, dopo la disgrazia che coinvolse una turista. Il sentierino è rimasto comunque delicato, dovendo il salitore superare obbligatoriamente, in salita e in discesa, una cengia di una quindicina di metri, stretta, un po' esposta e piena di ghiaino. 
Di recente, su proposta dell'attuale Marigo della Regola di Ambrizola, si è ventilata l'idea di un'eventuale rimessa in sicurezza dell'accesso, da far eseguire, nel caso, al Cai o alle guide alpine. 
Non sono proprio contrario all'idea, ma vorrei che la "rimessa in sicurezza" non significasse l'ennesima (in questo caso molto breve) via attrezzata con chiodi, corde, ponti o scalette, e magari dedicata a un alpinista non locale perché finanziata con denari esterni! 
La delicata cengetta del Bèco, unicvo elemento che difende la vetta dall'assalto di massa, non mi ha mai dissuaso dallo scegliere come obiettivo di una gradevole gita di mezza giornata (e nel 1996 vi portai anche i miei genitori, che non la conoscevano), una vetta minore e di cui pochi libri parlano, ma non per ciò meno suggestiva

15 lug 2016

Divagazioni sulla Croda Rotta, cima non "facile" né "erbosa"

La Croda Rotta è lo sperone con il quale la diramazione ovest della Punta Nera cade sulla testata dell'invaso detritico che scende verso le Crepedèles, percorso in destra orografica dal sentiero di accesso alla stessa Punta Nera. 
Quotata 2670 m, non ha grandi pregi estetici né alpinistici, e non ha una sua storia, poiché è ignoto quando e da chi sia stata salita per la prima volta. 
Fu liquidata sbrigativamente nella celebre guida delle "Dolomiti Orientali" come raggiungibile con “facile salita per terreno in gran parte erboso”, ma in base a diverse testimonianze scritte e orali, posso riferire che, per salirla, ci si trova invece davanti a una placca piuttosto inclinata e scivolosa a causa del ghiaino e la salita, per quanto breve, si attesta su difficoltà di secondo grado e forse più. 
La Croda Rotta, dai pressi di Forcella Faloria
(foto E.M., luglio 2012)
Assodato che, neppure oggi che in Dolomiti terreno vergine da esplorare ce n'è sempre meno, si troveranno tante persone smaniose di scalare la Croda Rotta, anche riguardo a essa la relazione inserita in un testo come il Berti, che è stato un caposaldo per l'alpinismo dolomitico, è imprecisa. 
Forse l'ascensione non fu verificata sul terreno; la relazione fu mal tradotta da una lingua straniera; forse ancora, nei decenni, la cima ha subito consistenti cambiamenti (un esempio simile è la Bujèla de Padeon sul Pomagagnon: la relazione di Berti del 1971, che riprende una citazione del 1900 (!), cita un “recente franamento”, che però era lo stesso nella relazione del 1928...). Fatto sta che, a chi ha provato a salirla, la cima della Croda Rotta non è apparsa certamente né "facile" né "erbosa".
E forse sarà sempre più delicata, visto che di recente una buona porzione della cresta affacciata sulla SS 51 è crollata, lasciando una lunga ferita rossastra visibile da Dogana Vecchia e colmando di detriti dello stesso colore il canale ai piedi delle rocce. 
Lo scrivente, che da giovane ebbe una certa inclinazione a corteggiare marciumi, non è mai salito sulla Croda: si è accontentato di guardarla e fotografarla dai Tondi di Faloria come dalla Val Orita, dalla Punta Nera come dal ripiano ghiaioso alla base della Sella di Punta Nera, donde la salita appare evidente. 
Più di così non ho dato a una cima che, per sventura o per fortuna, non è proprio allettante, ma in questo modo se ne rimane solitaria e indisturbata, in un silenzio rotto solo da qualche camoscio che salta sulle sue pendici.

12 lug 2016

Fuori traccia, sul Col Siro o Crépo de ra Ola

Di certo è più suggestivo l'oronimo indigeno Crépo de ra Óla (Rupe del canalone, o della cavità), riferitomi tanto tempo fa dallo scomparso Alberto Zangiacomi Śachèo, ex guardacaccia e grande conoscitore del territorio ampezzano, in confronto a quello corrente di Col Siro, che sa tanto di dedica a qualche personaggio per chissà quali meriti e motivi! 
Il Col Siro, dal sentiero Cai 213 (foto E.M.)
Il Col Siro è una cimetta foggiata a cupola e quotata 2300 m. Rientra nel gruppo del Sorapis, ed è coperto di magro pascolo sul versante affacciato verso la Punta Nera e la Zesta; dall'altro lato scendono invece brevi e modesti dirupi rocciosi. 
La cima spunta isolata dalla Monte de Faloria, al margine del comprensorio sciistico omonimo, e la sua salita si risolve in una semplice, non lunga digressione, fuori traccia, dal sentiero Cai 213. Normalmente l'approccio -fattibile anche con gli sci- inizia da Forcella Faloria, che si raggiunge comodamente dalla Capanna Tondi, famosa per il panorama, le piste e, non ultima, la "grappoteca". 
Non vale la pena, a meno che non si abbia solo voglia di vagabondare in quota, prendere la funivia da Cortina o, "eroicamente", salire a piedi dal Passo Tre Croci per Forcella del Ciadin, avendo come unico obiettivo il Col Siro. Fatti i conti, si tratta comunque di un luogo meritevole, che possiede una sua individualità e sicuramente fu frequentato ab antiquo da cacciatori, pastori e topografi; fino ad oggi, però, riferimenti storici o segni sul terreno non ne ho trovati. 
In cima, verso il Cristallo e il Popena (foto M.G.)
L'ultima volta vi salii alcune estati fa con l'amico Mirco, venuto apposta da Treviso perché curioso di quella meta. Nella penultima occasione, invece, in cui ritrovammo dopo alcune stagioni la rustica croce di rami di mughi che avevamo posato nella prima salita insieme (2003), Iside e io eravamo in compagnia di amici, stimolati anche loro da una cima più volte osservata, ma forse mai degnata di uno sguardo. 
Quella volta, eravamo scesi a Fraina per la ripida Val Orita; ma prima, mentre riprendevamo il sentiero 213, avevamo adocchiato alcuni gitanti (dal modo di parlare, immaginai che fossero padre, madre e due bambini catalani) che ci osservavano. 
Dopo di noi, anche loro si presero la briga di rimontare la crestina erbosa, non sapendo certamente dove portavano, e si godettero la visuale che la cima schiude sulla conca di Cortina. 
Così, in un solo giorno di luglio, il "Crépo de ra Ola" ricevette la visita di ben venti piedi: un primato, per un risalto accantonato a favore di ben altre eccellenze, ma che agli amanti della solitudine e del silenzio di sicuro ha qualcosa da dire.

6 lug 2016

"Ma mi faccia il piacere..." Malga Ra Stua e il Rifugio Biella non sono in Pusteria!

Cercavo nel sito http://www.altapusteria.info/it/san-candido/san-candido/shopping-gusto/rifugi-ristori.html la conferma dell'apertura di una delle tante malghe e rifugi pusteresi dove pranzare la domenica, quando ho scoperto una curiosità da "ridere, per non piangere". 
Nella serie di baite, Gasthöfe, malghe, rifugi e ristorantini in quota dell'Alta Pusteria (Comuni di Sesto, San Candido, Dobbiaco, Villabassa e Braies, per capirci), pare che siano state inserite alcune strutture "forestiere". 
Guarda caso, due di esse non sono proprio Malga (o Rifugio) Ra Stua, attribuita prima al Comune di Toblach-Dobbiaco e poi, all'interno del sito, alla Provincia di Belluno, e il Rifugio Biella, assegnato tout court al Comune di Prags-Braies? (La terza è il Rifugio - auronzano - Bosi al Monte Piana, attribuito anch'esso al Comune di Dobbiaco).
Forse qualcuno lo liquiderà come l'eterno "disguido" cui siamo  assuefatti quando si discute di pubblicità delle Dolomiti bellunesi, spesso scambiate per sudtirolesi (la questione "Tre Cime" tra Sesto e Auronzo, esplosa in questi giorni, insegna), trentine o addirittura anche friulane...
A me pare  un ulteriore, per quanto incruento, scippo ai danni della Provincia di Belluno, che verso nord finisce anche con Cortina e ospita circa il 70% delle Dolomiti dichiarate nel 2009 "Patrimonio dell'umanità Unesco". Nel caso di specie, il "disguido" danneggia le Regole e il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, che delle citate strutture sono le proprietarie, gestrici, curatrici e valorizzatrici.
Tre Cime di Lavaredo: cadorine per i cadorini,
pusteresi per i pusteresi? (raccolta E.M.)
La tedeschizzazione di Ra Stua e del Biella, magari, a quei rifugi farà ancora più pubblicità, ma non è il top del galateo istituzionale, nel marketing dolomitico di cui spesso si discute. Per esempio, pur avendo tre toponimi (tedesco, italiano, ladino) ed essendo molto amata dagli abitanti di Cortina, non mi sogno certo di sostenere che la Knappenfusstal - Valle dei Canòpi - Val dei Chenòpe, che da Sorabànces - Passo Cimabanche - Im Gemärk (Cortina) sale a Plätzwiese - Pratopiazza - Plèz (Dobbiaco), sia ampezzana, come la "Cortina Alta", nome con il quale anni fa si tentò di contrabbandare il nuovo Residence Ploner a Schluderbach-Carbonin di Dobbiaco.
Sia pure per pochi metri la Valle è in Pusteria, e riconosciamo la titolarità del luogo, anche se il confine con Cortina passa a filo e in zona è riconosciuto il diritto di legnatico a favore delle Regole d'Ampezzo, confermato con atto del 1980 intavolato al Comune catastale di Dobbiaco. Signori sudtirolesi, per favore, lasciamo a Cesare quel che è di Cesare!

4 lug 2016

Montagne sparite: la Saetta del Sorapis

La Saetta, dalla cresta O della Punta di Sorapis
(foto del 1973 di M. Crespan, raccolta E.M.)
In occasione del movimento tellurico che quarant'anni fa devastò in gran parte  la regione del Friuli, l’onda sismica si sentì abbastanza nettamente anche nella conca ampezzana (lo scrivente, al tempo liceale, la ricorda piuttosto bene), e interessò pure le nostre montagne. 
In quell'estate del 1976, infatti, scomparve la maggior parte della Saetta, un poderoso pinnacolo che si alzava per circa quattrocento metri sopra il Ghiacciaio Occidentale del Sorapis, in parte addossato alla parete nord-ovest della cima più elevata del massiccio. 
Il torrione, che si notava in tutta la sua originalità - ad esempio - dalla Sella di Punta Nera (dalla quale oggi è abbastanza evidente il moncone rimasto), era stato salito per la prima volta sette anni prima, il 18 settembre 1969, da tre ampezzani, Franz e Armando Dallago e Paolo Michielli. 
Per scalare la Saetta, i giovani impiegarono dodici ore e dovettero bivaccare su una spalla a cinquanta metri dalla cima prima di affrontare la lunga via di discesa: le difficoltà riscontrate raggiunsero il massimo grado previsto allora nell'arrampicata, e richiesero l’uso di oltre cinquanta chiodi. 
I tre furono i primi ed anche gli unici salitori della guglia. Pare, infatti, che nel poco tempo seguito alla complicata avventura, nessun altro si fosse più spinto su di essa, finché le scosse del 6 maggio e dell'11 settembre di quattro decenni fa la rasero quasi al suolo. 
Oltre ad altri fatti luttuosi, per la geomorfologia della conca ampezzana quella fu una conseguenza pesante di uno dei sismi più distruttivi della nostra storia recente. 
Franz, Armando (che mi ha parlato più volte della Saetta) e Paolo, ottimi esploratori delle montagne di Cortina, iscrissero quindi nel loro "palmarès" una vetta e una via di cui furono gli unici visitatori: oggi la Saetta rimane un documento storico, il ricordo di una salita forse fra le più suggestive e dure della loro carriera. 
Incredibilmente poi, quasi un trentennio dopo, per Michielli la storia si è rinnovata: nella primavera del 2004, infatti, per ragioni del tutto naturali è crollata la Trephor, la più piccola ma senza dubbio la più severa delle Torri d'Averau. 
Su quel campaniletto alto cinquanta metri proprio Paolo, con A. Zanier, alla fine d'agosto del 1967 aveva tracciato, in cinque ore e chiodando molto, una via di sesto grado superiore che oggi non c’è più.

1 lug 2016

Frammenti di storia del turismo ampezzano: i Bagni di Campo

Già molto tempo prima che le Dolomiti vedessero l'affermarsi della pratica dell'alpinismo, i viaggiatori stranieri che visitavano i Monti Pallidi erano attirati nelle principali località della Val Pusteria (San Candido, Villabassa, Monguelfo, Braies) anche dalla possibilità di usufruire di stabilimenti termali, di dimensioni e con offerte diversificate. 
Già agli inizi dell'800, anche a Cortina, nel piccolo villaggio di Campo di Sotto e sulle sponde del torrente Costeàna, che ha origine presso il laghetto di Ciou de ra Maza alle pendici dei Lastoi del Formin, era stata individuata una sorgente d'acqua leggermente solforosa. 
I Bagni di Campo in un'incisione del 1831
(da Richebuono, Storia d'Ampezzo, Mursia 1974)
Qualche accorto valligiano intuì un possibile business e portò ad Innsbruck alcuni campioni del liquido, per farli analizzare dall'esperto chimico Öllacher. Avuta la garanzia che, per qualità e combinazione chimica delle sostanze minerali presenti, l'acqua ampezzana non era certamente da meno di quelle della Val Pusteria e avrebbe potuto rappresentare un ottimo rimedio soprattutto per alleviare le malattie reumatiche, intorno al 1820 Gaetano Ghedina “Tano de chi de Tomàsc”, albergatore dell'Hotel Aquila Nera e sagace promotore del turismo ampezzano, fece costruire a Campo un piccolo stabilimento di bagni minerali, ampliato a partire dal 1831 fino ad offrire 12 vasche da bagno in legno di cirmolo. 
Il calcolo delle presenze dei bagnanti (1869: 122; 1870: 98; 1880: 25) e i risultati economici dell'impresa, però, nel corso degli anni apparvero sempre meno rispondenti alle attese. 
Così, quando l'alluvione del 1882, che tanti danni causò anche in Ampezzo (la celebre “agajon de l Otantadoi”, efficacemente descritta in un'interessante cronaca manoscritta dal giovane Gianantonio Gillarduzzi "de Jobe"), allagò senza rimedio l'edificio dei Bagni di Campo e le sue pertinenze, nessuno pensò più a ricostruirlo. 
Presso lo stabilimento diroccato, del quale oggi non si trovano più tracce, alla fine del secolo XIX la guida alpina Angelo Maioni “Bociastòrta” (1866-1953, primo salitore nel 1901 dell'ardita Torre Inglese d'Averau) edificò invece un piccolo ristorante, ampliato nel 1928 in Hotel e denominato "Tiziano".

26 giu 2016

Sorabànces, il regno del grande Santo

Tra i luoghi turisticamente e alpinisticamente più rinomati di Cortina, merita interesse il Passo (o Sella) di Cimabanche. Cimabanche è l’inesatta traduzione italiana del ladino Sorabànces, in tedesco Im Gemärk. Il nome si lega all’area circostante la sella, in vari punti della quale affiorano lastre inclinate (bànces), che si devono superare per passare dalla valle d’Ampezzo alla Pusteria, e identifica il valico che fa da spartiacque fra la Rienza e il Boite, attraversato dalla SS51 d'Alemagna ed equidistante sia da Cortina che da Dobbiaco.
Del valico si trova cenno fin dal Medioevo: proprio lì, infatti, il 7 maggio 1347 Federico Savorgnano coi patriarchi d’Aquileia e i cadorini sconfisse le milizie dell’imperatore Lodovico, condotte dal Brandenburghese, e in un documento del 7 agosto 1448 esso viene citato con il toponimo Summobanchi e Summebanche.
Fino al 1918 Sorabànces  il confine fra la comunità ampezzana (tirolese italofona) e quella di Dobbiaco (tirolese germanofona). Dal primo dopoguerra è il limite politico-linguistico fra il territorio veneto e quello sudtirolese, fra la Provincia di Belluno e quella Autonoma di Bolzano: due mondi contigui, ma molto diversi.
Vicina al Passo si estende una spianata di proprietà della Regola Alta di Larieto, denominata Pian de Sorabànces. In essa confluiscono due torrenti: il Knappenfussbach-Rio dei Canopi-Ru dei Chenòpe, che scende dall’altopiano di Pratopiazza attraverso l'omonima valle e si getta nella Rienza, e il Ru Pra del Vecia, che ha origine a Forcella Verde nel gruppo del Cristallo e scende nel Felizon e poi nel Boite.
Oggi a Sorabànces dimorano tutto l'anno soltanto due persone, e il luogo fa spesso notizia, poiché è uno dei più gelidi dell’arco alpino orientale: in qualche inverno, vi sono stati misurati anche 25 gradi sotto zero.
Cimabanche prima del 1850 (disegno
di Osvaldo Monti, raccolta E.M.)
Oltre un secolo fa, nella cantoniera presso il valico – a due ore e un quarto di carrozza da Cortina - imperava un uomo leggendario per la storia dell'alpinismo dolomitico: Santo Severino Siorpaes, della casata ampezzana Salvador, ma più noto come Santo da Sorabànces.
Nato il 2 maggio 1832 nel villaggio di Staulin e spentosi nella sua casa di Majon per “angina pettorale” il 12 dicembre 1900, Santo fu guardia forestale, I.R. Maestro Stradale, cacciatore, ma soprattutto una grande guida.
Appartenne alla schiera delle guide dei pionieri e, fra le prime, fu di certo la più dotata tecnicamente. Accanito inseguitore di camosci (come il più giovane Michl Innerkofler, guida di Sesto Pusteria con il quale rivaleggiò sulle cime e nei racconti venatori), acquisì una vasta esperienza delle crode ampezzane e bellunesi, estesa anche in Austria e in Svizzera, fino al Cervino.
Di lui parlarono e scrissero Paul Grohmann, Whitwell, Kelso, Tuckett, Merzbacher. Tutti gli alpinisti che lo ingaggiarono per compiere salite nelle Dolomiti, ne lodarono sempre le capacità di scalatore, la spiccata umanità e il carattere gioviale ed allegro. 
L’inizio della sua carriera si fa risalire al 29 agosto 1864 quando, con Francesco Lacedelli ( detto Checo da Melères) e Angelo Dimai Déo, Santo accompagnò Grohmann sulla Tofana de Ròzes. 
Nel ventennio seguente, realizzò una trentina di prime ascensioni in Ampezzo, sulle Pale di San Martino, in Marmolada e in vari altri gruppi montuosi: tra esse spiccano il Cristallo, il Piz Popena, la Croda Rossa e il Cimon della Pala, il Becco di Mezzodì e il Cimon del Froppa, il Duranno, la Pala di San Martino.
Giunto a cinquant'anni cessò la professione, ma ancora nel 1895, richiesto da clienti, salì il Piz Popéna per la via aperta un quarto di secolo prima, insegnando il tracciato al nipote Arcangelo, guida autorizzata da poco.
Dei suoi figli, due seguirono con eccellenti risultati le orme paterne. Il maggiore Pietro (Piero de Santo, 1868-1953), abile armaiolo, fu guida dal 1887 al 1903 e in seguito guardacaccia al servizio delle nobili Anna Powers-Potts ed Emily Howard-Bury, proprietarie della Villa Sant’Hubertus a Podestagno.
Il secondo, Giovanni Cesare (Jan de Santo, 1869-1909), fu guida dal 1890, cantoniere come il padre e albergatore. A lui è attribuita una ventina di prime, compiute soprattutto coi colleghi Antonio Dimai Déo, Agostino Verzi Sceco e Sepp Innerkofler di Sesto.
Giovanni condusse alla scoperta delle Dolomiti il Barone Lorànd von Eőtvős, le figlie Rolanda e Ilona, Adolf Witzenmann, i britannici Phillimore e Raynor. Con loro scalò la nord del Civetta, la Torre SO di Popena, la Croda dei Toni, la Tofana de Rozes da sud, la Cima Undici e molte altre vette. 
Il Campanile e la Cima Antonio Giovanni nei Cadini di Misurina, scalate il 1° settembre 1900 con le Baronesse von Eőtvős, lo ricordano insieme ad Antonio Dimai Déo.
Merita un cenno la prematura morte di Giovanni, succeduto a fine '800 al padre nell’incarico di I.R. Maestro stradale; in un certo senso, essa equivalse anche al graduale declino di Sorabànces come punto di riferimento alpinistico.
Utilizzando i risparmi accantonati col mestiere di guida e un prestito di 40.000 corone, "Jan" era riuscito a costruire un Hotel a Cimabanche, lungo la Strada d’Alemagna ed al cospetto dell’imponente Croda Rossa d'Ampezzo. 
Per merito del lavoro della guida e di sua moglie Giuditta, l’esercizio acquisì in breve una certa rinomanza come base per soggiorni e salite nella zona.
L'Hotel Im Gemark a Cimabanche, nel 1913 (raccolta E.M.)
Nell’autunno 1908, mentre Siorpaes conduceva un carro a due cavalli sulla strada antistante il suo albergo, i quadrupedi, impauriti alla vista di una delle rare autovetture circolanti in Ampezzo, s’imbizzarrirono.
La guida fu trascinata per la strada dai quadrupedi impazziti: soccorsa e curata, parve guarire. I postumi dell’incidente però non tardarono a manifestarsi: Giovanni si ammalò di broncopolmonite e il 6 aprile 1909, nemmeno quarantenne, morì lasciando la vedova e tre figli piccoli.
Nei primi giorni della Grande Guerra, poche e ben assestate cannonate italiane rasero al suolo l'Hotel, che non è stato più ricostruito. La vedova del valente e sfortunato Siorpaes, risarcita per i danni di guerra, assunse la gestione dell’albergo Venezia a Cortina, mantenuta coraggiosamente per molti anni. La dinastia delle guide Siorpaes e la loro epopea, però, erano definitivamente tramontate.
Con queste note mi auguro si capisca che Sorabànces, spesso degnato solo di uno sguardo passando in automobile, non è solo il limite fra due Comuni, due Province, due Regioni, due lingue e due culture, ma è un luogo ricco di ricordi storici, alpinistici e turistici che non meritano di essere dimenticati.

15 giu 2016

Lo Strudelkopf, ideale ,per i "pigri"

Il "culinario" Strudelkopf (M. Specie, 2307 m), sorge sopra l'altopiano pusterese di Pratopiazza, sulla dorsale del Picco di Vallandro, e  costituisce una meta ideale per i "pigri". 
La cima, ornata dalla Heimkehrerkreuz, grande croce dedicata ai reduci di tutte le guerre, si raggiunge dal Rifugio Vallandro, a sua volta distante 30' di cammino pianeggiante dai grandi parcheggi di Pratopiazza, seguendo per 45' circa una carrareccia militare, accessibile anche in mountain-bike, sci o ciaspe d'inverno. 
Oltre che per il panorama a 360° sulle Dolomiti, favorito da un belvedere con i nomi delle cime visibili, lo Strudelkopf – meta di buon pregio escursionistico – attira proprio perché da Pratopiazza è una gita breve e di scarso impegno. C'è comunque anche un modo “alpinistico” per salire: rimontare la Val Chiara - Helltal lungo l’accesso militare austriaco. 
Il sentiero inizia presso il Ristorante Tre Cime a Landro. Risale la costa boscosa che sovrasta la SS 51 d'Alemagna, a un certo punto cambia versante e s'interna nella valle, che sembra sospesa sulla strada. Dopo una scalinata di legno, una galleria ed un'esposta cengia attrezzata con fune metallica, il sentiero prosegue alto sulla sinistra orografica della valle fino a un'ampia sella del crinale, dove sorgono i ruderi di una casermetta. 
Con due gracchi sotto la Heimkehrerkreuz,
( 6/11/2010, foto  I.D.F.)
Incrociata la stradina che sale dal Vallandro, in un quarto d'ora si è sul plateau sommitale, dove purtroppo d'inverno scorrazzano spesso le motoslitte. Il dislivello da Landro, 900 m, è importante: esso richiede circa due ore e mezza, un po’ faticose specialmente in giornate calde, ma suggestive per l'ambiente e le testimonianze belliche che lo caratterizzano. Parte dell’Alta Via delle Dolomiti n. 3, il sentiero della Val Chiara si usa anche in discesa per traversare la cima. 
Ho salito la "Cima Strudel" una mezza dozzina di volte, da ambedue i lati, sfruttando al ritorno una semisconosciuta variante: un vecchio e poco segnato sentiero di cacciatori, che devia da quello usuale presso i resti di una teleferica, e si abbassa tra la vegetazione presso un ruscello. 
Dove questo sprofonda in una cascata, il sentiero volge a sinistra e scende erto fra i mughi, rientrando poi nel bosco e sboccando sulla SS 51 all'altezza del curvone col crocifisso, 2 km circa prima di Landro. 
Buona salita dunque, su una cima dal nome quasi umoristico, ma attraente e godibile senza troppa fatica! 

13 giu 2016

Boni, Gimmi, Franz e la Nord del Barancio

Sullo sfondo, a sinistra la Nord del Barancio,
a destra il Diedro della Romana (E.M., 27.6.09)
Ormai da più di quarant'anni ho un debole per le pubblicazioni (meglio se storiche) che riguardano le Dolomiti e gli uomini che le hanno scalate. 
Già da adolescente bazzicavo spesso fra le pagine del “Berti”, il viatico di generazioni di appassionati, che contiene un'enorme quantità di informazioni - anche se molte oggi sono irrimediabilmente datate - su tutti i gruppi dolomitici tra Ampezzo, Badia, Cadore, Comelico, Pusteria.
Pare una sorta di riflesso condizionato: quando osservo da vicino o passo ai piedi di qualche montagna, ripesco all'istante i dati accumulati nella memoria per localizzare un diedro, una parete, uno spigolo, famosi o sconosciuti che siano. Mi sono così allenato a prendere coscienza sul campo del grande patrimonio storico e culturale che deriva dal vagabondare per le crode. 
Non ricordo bene quando, mi trovavo con alcuni compagni tra le Cinque Torri. Erano i tempi delle prime scalate, della presa di confidenza con l'attrezzatura da roccia, della conoscenza delle pareti ampezzane. Dal sentiero, vedemmo una cordata attaccare e salire veloce una parete grigia e e verticale (che allora non conoscevo): in testa c'era lo Scoiattolo e guida Boni (Albino Alverà), che aveva più di cinquant'anni, e lo seguiva il collega Gimmi (Bruno Menardi), molto più giovane, che scomparve prematuramente nel 1997. 
In un attimo visualizzai nel mio “computer” la relativa pagina del Berti, e con aria dottorale informai i compagni: “Via Giovanna, 1945, Ettore Costantini Vecio e Luigi Menardi Igi, sesto”. 
Per coincidenza, stava sopraggiungendo Franz Dallago (Naza), altro Scoiattolo e guida allora in piena attività, che aggiunse lapidario: “Eh no, la Giovanna è dall'altra parte: quella è la Dibona-Apollonio-Stefani, 1934, quarto superiore!”. 
Rimasi basito: avevo ricevuto una bella lezioncina, che non dimenticai. Poco tempo dopo, anch’io potei mettere le mani su quella parete grigia e verticale, la nord della Torre del Barancio, una delle salite più note e belle del gruppo.
Mi resi conto così, che recitare il “Berti” a menadito non voleva poi dire conoscere ogni cima, parete e via delle Dolomiti.

7 giu 2016

Il Sas da Pèra, la falesia perduta di Angelo Dibona

Una fotografia di Angelo Dibona, databile intorno al primo dopoguerra, ritrae la guida che recupera la corda sul Sas da Pèra, roccione nel bosco alle falde del Pomagagnon, che pare fosse la sua falesia preferita. 
Oltre a confermarmi che anche il fuoriclasse si allenava su piccole montagne, spesso prossime al fondovalle (il "Pilato" abitò per anni nel villaggio di Chiave, a poca distanza dal Sas da Pèra), l'esistenza della falesia mi aveva incuriosito molti anni prima di vedere la fotografia.
Angelo Dibona in palestra
(da www.gustav-jahn.at)
Una volta ci ero anche passato, non ricordo più con chi, ma anni dopo mi venne voglia di sapere qualche cosa di più. Così, un sabato pomeriggio di settembre tornai da quelle parti con Iside, passando per Grava e risalendo la traccia del vecchio impianto di risalita fin sul culmine di Pierosà (alle pendici del quale merita una sosta il bar di Paolo, quasi un rifugetto raggiungibile in un quarto d'ora dal centro, dove ci si ristora con bevande e ottimi dolci, se si portano bimbi li si può lasciare a giocare nel parco antistante, e soprattutto si gode un panorama quasi circolare sulle montagne d'Ampezzo). 
Quel pomeriggio, da Pierosà - il "Pichéto" degli sciatori degli anni Cinquanta-Settanta - passammo alti sopra Staulin facendoci strada tra i fitti alberi, transitammo intorno al Sas e chiudemmo la camminata a Col Tondo e poi a Grava. 
Solo che il Sas da Pèra di Angelo Dibona non c'era più! 
Nel libro di De Zanna-Berti sui monti, boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali avevo letto che (pur disponendo Cortina di tonnellate di pietre da poter sfruttare, anni fa per ristrutturare un albergo del centro, si andò a cavar sassi proprio da quel macigno. Così, la porzione rimasta è quasi sommersa da cespugli, erba e piante e la falesia della grande guida è sparita.
La zona che circonda il Sas, tra Alverà, Grava e Chiave, resta comunque curiosa, perché il “Pichéto”, sul quale imparai a sciare anch'io, dopo decenni è  tornato silenzioso. Il cemento e il ferro dello skilift sono stati asportati, e la natura si è ripresa quanto aveva prestato all'uomo, inclusa la possibilità di capire come fosse il luogo in cui Angelo Dibona saliva a sgranchirsi o a rifinire la preparazione in vista di nuove campagne. 
Assodato che del Sas da Pèra resta praticamente il ricordo, concludo con una modesta proposta: porre sul cocuzzolo di Pierosà una piccola croce di vetta, magari dedicata a Dibona. La panoramica sommità (quota 1413) si sale con una facile passeggiata - da Grava sarà un centinaio di metri di dislivello - e potrebbe diventare  l'"Hüttenberg" di Paolo; ormai quasi ogni rifugio, specialmente in Alto Adige e in Austria, si vanta di avere il proprio!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...