28 set 2016

Il Taé, una grande montagna

Giungendo a Cortina dal Cadore e volgendo lo sguardo verso nord, non passa inosservata una muraglia verticale dai riflessi rossastri: è la parete sud del Taé, cima del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, nel piccolo sottogruppo del Col Bechéi.
La sua silhouette arrotondata pare quasi reggersi in bilico sulla Val de Fanes;  la parete, che gli antichi accostarono ad un gigantesco tagliere segnato da lame di coltello, si eleva per un migliaio di metri sopra le cascate del Ru de Fanes, affluente del Boite. Caratteristico per stratificazioni a ventaglio che si allungano da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti affrontati da rocciatori solo sessant'anni fa, il Taé è una grande montagna, una delle più affascinanti e complete del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.
Originale scorcio tardo-autunnale del Taé,
dalla Val de Fanes (foto Roberto Vecellio, g.c.)
Praticato fin dall'alba dei tempi da cacciatori e pastori, fu salito per la prima volta con motivazioni alpinistiche nel 1906 da tre austriaci, Doménigg, Geith e Thiel. Oggi sono note le sue vie estreme, raggruppate sul lato che guarda Fanes, più che l'approccio normale, una robusta escursione - rinomata come scialpinistica - che inizia da Antruiles con la risalita della valle delle Ruoibes de Fora e transita per il Ciadin del Taé, scenografica conca di pascolo e rocce chiusa a ovest dal Taé stesso e ad est dai ghiaioni del Col Bechéi. 
La conca è bagnata da un ruscello, che nasce tra i massi ma presto sparisce per ricomparire a valle. Osservando la sommità da qui, ci si porta sul lato orientale del Ciadin, si risale su tracce una fascia di rocce un po' instabili e lungo la cresta, con un giro ad arco, si giunge alla minuscola croce della cima.
Da lassù, dove resistono alcuni ruderi di un posto di guardia della Grande Guerra, si spalanca un panorama a 360°: Col Bechéi, Lavinòres, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana, Pomagagnon... In vetta, non è consueto dividere lo spazio con qualcuno, e lungo la salita, massimamente dopo il Ciadin, di rado s'incontrano altri candidati alla conquista. 
Dal bivio col sentiero, segnato da una trentina d'anni, che porta sul Col Bechéi, cessano i bolli e inizia la Montagna che abbiamo sempre cercato e prediletto: non strapiombi ma sentieri e tracce spesso solitarie e aspre, che implicano impegno e attenzione, ma ripagano in abbondanza la mente e il cuore.

26 set 2016

Sulla cima delle Lavinòres, per il mio 30° compleanno

La cima delle Lavinòres (Lainòres per gli ampezzani, Sas dai Lavinùres per i marebbani, Sasso della Para per la tavoletta dell'IGM), rientra per poco nel territorio comunale di Cortina, poiché i 16,5 chilometri del confine con Marebbe rasentano proprio la cresta sommitale. 
Il nome ampezzano di questa cima detritica ed erbosa, di buon interesse escursionistico e salita con gli sci fin dagli inizi del '900, deriva dalla sottostante particella forestale e si rifà ai termini “la(v)ìna”, “slavina, valanga”, o meglio “la(v)inà”, “solco, canalone di discesa delle valanghe, plaga boschiva ingombra di piante atterrate dalle valanghe”. 
La croce di vetta, verso Cortina 
(da kronplatz-resort.com)
I marebbani, invece, presero come punto di riferimento la “para” (pala, ripido pendio) di magra vegetazione che dalla cima cala sul versante della Val de Mez, a Cortina detta Ruoibes de Inze, e si distingue agevolmente dalla Statale 51 d'Alemagna, nei pressi del tornante di Sant'Hubertus. 
In ogni modo, quale che sia l'origine del nome, le Lavinòres è una di quelle cime sulle quali è sicuramente iniziato l'alpinismo dolomitico, poiché fu raggiunta fin da antichi tempi da pastori e cacciatori di entrambe le vallate confinanti, alla ricerca di pecore e capre sbrancate o di ungulati. 
Al sottoscritto, "ra Lainòres" evocano memorie quasi d'infanzia. Ho già scritto altrove che la mia prima ascensione su quel culmine coincise con il giorno in cui gli americani sbarcarono sulla Luna: era quindi il 20 luglio 1969.
Avevo undici anni, e molto di quello che mi fu mostrato e spiegato in quell'escursione mi è rimasto impresso, ivi compresa la coppia di pernici che, disturbata dai nostri passi, prese il volo proprio davanti a noi che risalivamo la cresta. 
Negli anni successivi ho toccato la cima altre volte (ne ricordo bene quattro, ma sono state molte di più), tra le quali una in particolare, in cui lassù ricordai con alcuni amici il mio trentesimo compleanno.
Nella fresca giornata del 23 ottobre 1988, lungo la via di salita e sulla cima della Lainòres non incontrammo anima viva: e non si poteva desiderare di più.

22 set 2016

I quattro cirmoli di Sennes: leggenda o storia?

Una leggenda ladina narra che in un tempo lontano, fra i pascoli ampezzani di Cianpo de Crosc oltre Ra Stua e quelli marebbani di Sennes, il confine non era definito; fu così che la zona intermedia, rivendicata dai rispettivi pastori, divenne motivo di continui litigi. 
Un giorno in cui erano presenti lassù alcuni rappresentanti di entrambe le parti, quasi dal nulla comparve un losco figuro, che disse: “Io saprei come risolvere la questione. Vedete quell'enorme masso in mezzo al pascolo, che sembra quasi un confine provvisorio? Provate ad alzarlo e spostarlo a vostro favore; nel punto in cui lo lascerete cadere, là fisserete il confine.
La piana di Cianpo de Crosc, fra Ra Stua e Sennes
(immagine tratta da it.wikipedia.org)
Quattro forzuti marebbani si incaricarono di spostare il macigno in direzione di Ra Stua, ma non riuscirono a sollevarlo di un centimetro. Intervennero quindi quattro ampezzani; due per lato, sollevarono il masso senza difficoltà e davanti ai presenti, raggelati dallo stupore, lo spinsero verso nord. La pastora di Sennes, vedendo gli energumeni ormai vicini alla casera, gridò terrorizzata: “Jesú Maria, ai se tol döta la munt!” (“Gesù Maria, ci prendono tutto il pascolo!”) 
In quel momento il masso ricadde a terra e travolse i quattro ampezzani, che avevano fatto un patto col diavolo. Era lui, infatti, che lo aveva spinto, ma all'invocazione dei santi nomi era precipitosamente fuggito. Ai margini del pietrone, dove erano rimasti i quattro cadaveri, nacquero altrettanti cirmoli, alberi che ricrescono anche tagliandoli poiché in essi sono imprigionate le anime dei dannati. 
Giuseppe Richebuono, dopo Vittur, Heyl ed Erlacher, ha ripreso la leggenda in alcune sue pubblicazioni, e scrive che i cirmoli impersonano gli incaricati che, in base agli antichi documenti, stabilirono nel 1471 il confine definitivo fra le due comunità. I marebbani, convinti che la linea tracciata fosse per loro svantaggiosa, pensavano di avere ricevuto emissari del demonio. 
Con un po' di fantasia, nella penombra e con la nebbia, le sagome tremolanti delle conifere potrebbero evocare quattro figure che trascinano il macigno.

19 set 2016

Escursioni in Dolomiti: dov'è la Val Monticello?

Il volume I della famosa, e per certi versi insuperata, guida "Dolomiti Orientali" del medico-alpinista Antonio Berti (nota tra i fruitori come “il Berti”), è suddiviso in due tomi: il primo descrive - in 579 pagine - le crode, le forcelle e le valli che fanno capo ad Ampezzo, Badia, Braies e al Cadore Centrale fra Pieve ed Auronzo. 
La quarta e ultima edizione del volume risale a 45 anni fa, ma la pubblicazione è ancora reperibile, in veste rinnovata con una copertina plastificata che ha rivoluzionato, fra qualche mugugno dei puristi, la “Guida dei Monti d’Italia” rilegata in tela grigia. 
Purtroppo l'opera di Berti è in buona parte obsoleta, alla luce delle novità intercorse sui monti dolomitici negli ultimi decenni e le diverse forme di fruizione estiva e invernale della montagna (identificate quasi solo da termini inglesi), introdotte fra le cime descritte da Berti fin da quando apparve lo scialpinismo, nel 1908. 
Per un’eventuale (utopica, e nel remoto caso preferibilmente monografica) riedizione del “Berti” e per la cartografia che dovrebbe corredarla (in parte, comunque, già conformata), troverei rispettoso consolidare tutti i toponimi originari, non soltanto quelli sudtirolesi ma anche quelli ladini, ampezzani e cadorini. 
Si eviterebbero così etimologie sbagliate e tramandate da decenni, dovute alle carte militari, alla semplificazione "veneta" di toponimi difficili da pronunciare e alla difficoltà di instillare in "forestieri" la conoscenza e l’uso della toponomastica dialettale dei nostri paesi. 
Un esempio? A quasi novant'anni dalla prima uscita del “Berti”, si è ormai cristallizzato il qui pro quo sul significato del toponimo "Val Montejèla" nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, nota perché da lì nel 1865 mossero Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo ed Angelo Dimai Pizo, per attaccare la cima della Croda Rossa. 
La Val Montejèla, alle pendici
della Croda Rossa Piccola (da www.youtube.com)
Nella guida, e anche in altre fonti che da essa hanno preso, il nome del luogo è registrato come “Val Monticello”; ma, derivando dalla voce “monte" (ampezzano e cadorino) "munt” (badiotto), “Montejèla” viene a significare “pascolo di ridotta estensione” e non “piccola montagna, monticello” come riporta la guida. 
Il ragionamento vale anche per tre cime del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, dove il badiotto "Muntejèla", (ampezzano "Montejèla"), è diventato "Monte Sella": la nota Muntejèla de Senes e le solitarie M. de Fanes e M. d’Al Plan. 
Tradotti come Monte Sella di Sennes, di Fanes e di San Vigilio, i toponimi sono ormai entrati a far parte del patrimonio toponomastico italiano comune, e così se ne sono persi l’origine e il vero significato.

15 set 2016

Scalando il "Caregon del Padreterno", simbolo dell'alpinismo dolomitico

Le fasi cruciali della storia dell'alpinismo dolomitico non si sono svolte solo a Cortina, San Martino, Sesto, ma anche in valle del Boite, da San Vito a Borca, a Vodo e a Valle. 
La storia inizia con la salita ufficiale del Pelmo ad opera di John Ball. Figura di spicco del mondo alpinistico europeo, il dublinese (1818-1889) presiedette per primo l'Alpine Club, fondato a Londra nel 1857; nello stesso anno, nel corso di uno dei suoi svariati viaggi in Italia, volle visitare le Dolomiti, e transitando lungo la valle del Boite rimase ammaliato dal baluardo del Pelmo, che giganteggia tra il Cadore e Zoldo. 
Nella descrizione della prima salita, uscita un decennio dopo l'impresa in "A Guide to Eastern Alps", l'alpinista lo definì "...una gigantesca fortezza della più massiccia architettura, non intagliato in minareti e pinnacoli...
Il Pelmo dalla valle del Boite
(foto di Angelo Roilo)
In valle del Boite, Ball conobbe il cacciatore Giovanni Battista Giacin detto Sgrinfa, nobile figura dell’alpinismo locale, che gli propose di salire la vetta. All'epoca, i cacciatori di camosci erano i più pratici di cenge, forcelle e valloni, che risalivano sulle orme degli animali fin sulle vette, e furono i protagonisti del primo alpinismo, anche in Cadore. 
Il 19 settembre 1857 Ball affrontò quindi il Pelmo con Giacin che però, risalito il nevaio finale, cedette per chissà quali paure. Il dublinese proseguì da solo, facendosi strada fra rocce che avevano già dissuaso dalla salita altri alpinisti, e la sua via è rimasta quella normale. Al suo nome rimane intestata la cengia orizzontale ed in parte esposta, che permette di accedere alla cima senza eccessive difficoltà.
Il 6 settembre 1863 toccò a Paul Grohmann. Il viennese sapeva già dell’impresa di Ball, e dovette "accontentarsi" di salire sul Pelmo per secondo e lungo una via diversa. Con le guide ampezzane Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, trovò un nuovo accesso risalendo il canalone della Fissura, tra Pelmo e Pelmetto. Nonostante la sua via, come scrisse nel 1877, presenti “…soltanto un breve tratto esposto, ma nessun’altra difficoltà“, essa non riscosse mai il successo di quella di Ball. La prima donna a salire sul Pelmo fu anch'essa britannica: il 22 agosto 1870, infatti, Selina Matilda Fox percorse la via Ball con guide di San Vito.
Nebbie invernali verso il Pelmo
(foto di Bortolo De Vido +)
Prima di infrangere in solitaria il 3° grado di difficoltà sulla piccola Torre dei Sabbioni nell'agosto 1877, Luigi Cesaletti, storica guida di San Vito, aveva scoperto con Giovanni Battista Giacin una terza via sul Pelmo, che l'etimologia popolare ha definito Caregon del Padreterno per la somiglianza ad un "seggiolone" del circo sommitale, osservato dalla Valle del Boite.
Nel 1892 la nascita dell Rifugio Venezia, uno dei primi ricoveri sul versante "italiano" delle Dolomiti, rese di gran moda la via di Ball. Dopo la prima invernale del Pelmo (Tenente Pietro Paoletti di Venezia, guide Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco di San Vito, 18 febbraio 1882), nel 1896 il medico Francesco Spada (guide Angelo Panciera di Zoldo e Clemente Callegari di Caprile) vinse il Pelmetto, fratello minore del "Caregon".
Dopo altre importanti salite sulle sue pareti, nel 1924, gli austriaci Felix Simon e Roland Rossi riuscirono a violare la parete nord del Pelmo, che all'epoca fu valutata al limite inferiore del 6° grado. La montagna iniziò a rivelare man mano i suoi segreti: nel 1954 gli Scoiattoli di Cortina tracciarono su un torrione secondario il primo 6° grado superiore della zona, nel 1991 il ricercatore di Pescul Vittorino Cazzetta trovò impronte fossili di dinosauro sotto il Pelmetto e nel 1994 speleologi vicentini scoprirono grotte carsiche profonde oltre 300 metri, che il nevaio sommitale, oggi scomparso, aveva nascosto per millenni.
Nella storia del "Caregon" non si può dimenticare infine la disgrazia del 31 agosto 2011 in cui, travolti da una grande frana, persero la vita i sanvitesi Alberto Bonafede e Aldo Giustina, impegnati sulla parete nord in un soccorso ad alpinisti tedeschi.
Il Pelmo rimane lì, impassibile, ma i nostri due amici che lo amavano non ci sono più. E non è detto che la vicenda sia finita...

12 set 2016

La "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" e un'ultima sigaretta

A vent'anni fumavo. 
Nulla di strano, senonché col tempo capii una cosa: la montagna e il fumo non sono proprio "amici per la pelle". 
Accadde tutto una domenica d'ottobre del 1980, mentre salivamo verso il Sassongher: circa a metà della salita, che - non sapendo dell'esistenza di una seggiovia, forse comunque già chiusa - avevamo iniziato da Pescosta presso Corvara, mi sedetti su una panchina per gustare una cicca. 
Fu un'idea del tutto peregrina; mancavano almeno 500 metri di dislivello, un'ora e mezza di cammino, e nonostante i vent'anni e la gamba di allora faticai il doppio degli altri, e giunsi in cima boccheggiando come un pesce morente. 
Esattamente la sera del 12 gennaio 1982, per una serie di circostanze biochimiche che non ho mai capito, durante un breve soggiorno in ospedale smisi di botto di fumare, e i vantaggi apparvero subito evidenti, soprattutto sui monti. 
Quell'estate salii con un amico la "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" del Popena Basso presso Misurina, una via scalata in solitaria dalla nota guida di Auronzo nel 1931. 
Finita la fessura, mentre riponevo il cordame, un riflesso condizionato mi indusse, dopo tanto tempo, a ravanare nello zaino alla ricerca dell'ultima, sveviana sigaretta: che però non c'era... 
Fessura Mazzorana sul Popena Basso, 1^ lunghezza
 (3.IX.84, raccolta E.M.)
In quel momento sentii che mi mancava una vecchia usanza: godermi una cicca in vetta, memore delle parole di Casara, per il quale “... le poche, più buone sigarette sono quelle fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non ho mai più fumato, ma in quegli anni, dopo aver raggiunto qualcuna delle cime che ho salito, qualche volta mi venne ancora spontaneo rovistare nella tasca dello zaino, dove un tempo c'erano sempre le mie Marlboro ...

9 set 2016

Ferrata Bovero sul Col Rosà, quattro ragazzi e ... un micio

Negli anni mi è capitata una cosa sicuramente comune a migliaia di altri, ma che mi piace comunque ricordare: aver condiviso alcune escursioni in montagna, non solo passeggiate digestive, con animali domestici. 
Un cane, un gatto e una capra fecero da scorta a me, familiari e amici rispettivamente nella salita della "Sciara del Minighèl", la prima ferrata d'Ampezzo, sulla ferrata del Col Rosà e sulla traversata da Fodara ad Antruiles attraverso le due forcelle Valun Gran e Camin. 
Le impressioni legate a quelle escursioni in compagnia di quattro zampe le ho descritte a suo tempo su periodici. In questa sede ritorno al ricordo del micio sulle crode. 
Erano i primi anni ’70, quando esordivamo nelle nostre allegre scorribande alpestri; con mio fratello e i cugini Carlo e Sandro ripetemmo la ferrata Bovero sul Col Rosà, sulla quale mi avevano già condotto papà e mamma.
Sul la "via normale" del Col Rosà,
29.V.2005 (foto E.M.)
Nulla di eroico, certo, guardandola con occhi di un adulto; ma allora ero il più grande del quartetto e non avevo ancora 16 anni! Appena iniziata la strada forestale di Pian de ra Spines, dal campeggio di Fiames si materializzò un micio che prima ci annusò a dovere e poi, convinto, iniziò a trotterellarci di fianco. 
Su a Forcella Posporcora ce l’avevamo ancora tra i piedi, all'attacco della ferrata anche. Che fare? Carlo prese l'iniziativa e lo cacciò nello zaino, lasciando fuori la testa; il micio, per nulla spaventato, si lasciò accarezzare a lungo - anche da me, che con gli animali non ho mai avuto un grande feeling - e fu scarrozzato senza fatica lungo la parete, fino in vetta. 
Sotto la croce lo liberammo e non scappò: anzi, divise con noi qualche briciola della nostra merenda, e poi ci seguì zampettando sulle rocce sotto la cima, tra i baranci e le conifere, nei sassosi canali della "via normale", fino alla base del Col Rosà. 
Chiudendo l'anello davanti al campeggio, mosso dall’istinto, il micio cambiò strada e, così com'era apparso qualche ora prima, sparì. 
Non miagolò nulla; io gli rivolsi tra me e me un sommesso grazie per la tenera, silenziosa e discreta compagnia che quel giorno ci aveva fatto.

4 set 2016

Campanile Toro: una "orrenda" sfacchinata per un'ora di divertimento

Una salita compiuta due volte a meno di un anno di distanza, quando l'interesse e l'entusiasmo per le scalate erano vivissimi anche se i limiti delle difficoltà erano contenuti (ma i secondi e i terzi gradi ci davano comunque la giusta quantità di emozioni e soddisfazioni), fu il Campanile Toro, negli Spalti omonimi in Cadore. 
Furono due giornate suggestive, svoltesi in una cornice naturale piuttosto selvaggia e al margine di quelle Dolomiti che definisco, magari un po' ingiustamente, usurate. Il ricordo va in primo luogo alla "orrenda" sfacchinata iniziale, obbligatoria per gli aspiranti salitori che dal parcheggio del Rifugio Padova si dirigono alla base del Campanile. 
Dopo una simile sudata, l'ascensione vera e propria è breve, concentrandosi in un’ora di ginnastica su rocce abbastanza solide, con tratti aerei e mai snervanti. Ma se il gusto della salita fu confinato a pochi tiri di corda, coperti in metà del tempo richiesto dalla progressione tra gli alberi e le colate detritiche della Val Cadin, lo scenario in cui s'inscrive il pinnacolo, alcune nozioni sulla sua storia e il colpo d’occhio che si apre dalla vetta, ci rifusero in grande misura della fatica. 
La campana sulla vetta del Campanile
photo courtesy F. Gambino, 12.8.2016
Per noi (Carlo, Federico e Tommaso nella prima occasione, Orazio e Roberto nella seconda, sempre col titolare di questo blog come apripista), il Toro fu una gemma che andava colta, per penetrare un angolo del mondo certamente ancora intriso della genuinità trovata dagli austriaci Karl Berger e Ingenuin Hechenbleickner, che salirono la cima, visibile fin da Vallesella, il 22 luglio 1903. 
Sul Campanile si cimentarono fior di ripetitori, come il Re Alberto dei Belgi col figlio Leopoldo, e aprirono nuove vie scalatori illustri come Tita Piaz, Walter Stösser, Alziro Molin, i Ragni di Pieve. Oggi i pochi salitori sono confortati da alcuni spit, che mi si dice non diano comunque fastidio: chi scrive, che ricorda solo due o tre chiodi e qualche cordino in parete, ne mantiene però un ricordo quasi pionieristico. 
Il piacere di innalzarsi, toccare la vetta "non più ampia di un comune tavolo da salotto", come scrisse in modo pittoresco Antonio Berti, quasi in punta di piedi data l’apparente instabilità, e sbatacchiare la campana che echeggia fino al Rifugio Padova mille metri più in basso, fu un'esperienza di lusso, che torna a galla nei momenti di nostalgia.

2 set 2016

I misteri dell'alpinismo antico

Esisteva l'alpinismo nell'accezione moderna, prima di Paccard e Balmat, che giunsero sulla più alta vetta d'Europa l'8 agosto 1786?
Non si sa, ma sono state avanzate alcune ipotesi, confrontando commentari, resoconti di viaggio, memorie e saggi scientifici, non solo per le vette alpine ma anche per montagne più lontane.
Desiderio di elevazione spirituale e avvicinamento agli dei? Curiosità esplorativa, motivi politici, sete di dominio? Necessità di sopravvivenza, che spingevano a cercare pascoli e inseguire prede anche in luoghi ritenuti sede di entità soprannaturali e mostruose?
Potrebbero essere stati diversi, i motivi degli antichi per sfidare l'ignoto. Già Greci e Romani avevano avuto occasione di affrontare le montagne, toccarne chissà quali sommità, ma più spesso semplicemente attraversarle: di spedizioni "alpinistiche" scrissero infatti Senofonte, Sallustio, Strabone. 
Giunsero poi le celebri ascensioni medievali: Francesco Petrarca sul Monte Ventoso (1336), Bonifacio Rotario d'Asti sul Rocciamelone (1358), Antoine de Ville sul Mont Aiguille (1492), Leonardo da Vinci sul Momboso nel 1511 e avanti nei secoli.
Anche per le nostre valli, il dubbio non è di sicura soluzione, non potendo contare, prima di metà '800, su chissà quali punti di riferimento. Chi salì le cime di Cortina prima del 29 agosto 1863, giorno in cui Paul Grohmann - aristocratico giunto da Vienna - inaugurò in Tofana di Mezzo col cacciatore Francesco Lacedelli (Chéco da Melères), l'epopea dell'esplorazione delle Dolomiti? E soprattutto, perché le montagne venivano salite?
Il segno di confine con San Vito sulla Rocheta de Cianpolongo:
testimonianza di una salita alpinistica di 237 anni fa (foto E.M.)
Qualcosa si ricava dalle testimonianze storiche o si rileva sul terreno: pare, ad esempio, che il primo esploratore dolomitico sia stato l'abate e botanico austriaco Franz von Wulfen, giunto nel 1790-94 circa sul Lungkofel (Val di Braies) e anche sulla Gaisele, forse la Crodetta nel gruppo della Croda Rossa, non lontana dal Lungkofel. Nella "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XIX" Don Pietro Alverà cita un suo omonimo cacciatore, morto nel 1861, e il sacerdote Don Giuseppe Manaigo, scomparso in giovane età nel 1858, che avrebbero scalato il Cristallo già prima della salita ufficiale di Grohmann, Dimai e Siorpaes del 1865.
Ci sono poi le croci e i cippi confinari tra Ampezzo e le comunità contermini, anteriori al 1800, e la pertica trovata dal viennese e Angelo Dimai Déo poco sotto la vetta della Tofana di Dentro il 27 agosto 1865; dunque su qualche cima, prima degli alpinisti, erano saliti agrimensori, mappatori o topografi spediti dai regnanti o dagli eserciti.
Altro si può supporre, altro ancora manca: è uno stimolo per continuare a cercare.

30 ago 2016

"Baci da Cortina": la gente, le montagne, il paese nelle cartoline d'epoca

Molto attivo in ambito culturale, sia nel natio Agordino che in Ampezzo, l'archivista Loris Serafini ha allestito con Massimo Mantese la mostra Baci da Cortina. Ampezzo a fine Impero (1896-1923). Storia di una comunità attraverso la cartolina d'epoca, che presenta un'ottantina di riproduzioni di cartoline storiche di Cortina e dintorni, facenti parte dell'Archivio Marino Mantese ed esposte nella centrale Ciasa de ra Regoles dal 6 agosto scorso al prossimo 9 ottobre.
A supporto dell'esposizione, è stato curato anche un catalogo, agile compendio di storia locale vista attraverso le cartoline dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo al momento in cui, trasferita all'Italia e alla Provincia di Belluno, Ampezzo del Tirolo venne denominata Cortina d'Ampezzo.
La raccolta dell'Archivio Marino Mantese, forte di oltre settecento esemplari, si rivela molto importante, per la ricchezza, qualità e varietà dei temi e dei filoni riguardanti la conca ampezzana durante la Belle Époque. Tra la fine dell'800 e l'avvento del Fascismo, infatti, più di ottanta editori pubblicarono cartoline con costumi ed edifici tipici di Cortina, la sua gente e le sue vette, vedute panoramiche note e spesso inedite. 
Secondo la mappa delle case editrici presenti nella collezione, le cartoline venivano stampate e diffuse in prevalenza nei paesi dell'Impero Asburgico, ma ne furono realizzate anche in Norvegia, a New York ed a Toronto, godendo quindi Cortina e le Dolomiti già allora di una conoscenza quasi planetaria.
Gli esemplari esposti, riuniti per linee tematiche (Strada delle Dolomiti, mezzi di trasporto, rifugi, alpinismo e sport invernali, panoramiche del paese da tutti i versanti della conca, ospitalità e alberghi) e corredati da note esplicative sulle caratteristiche delle cartoline austro-ungariche e poi italiane, e sui timbri, francobolli e annulli postali usati negli anni, aprono uno spaccato sulla comunità ampezzana, in prevalenza agricola ma avviata fin dal 1860 a uno sviluppo che sembrava portare fiorenti prospettive, ma fu segnato dalla cesura della Grande Guerra, che incise per sempre nel divenire della valle. 
Il catalogo, curato nei testi e nella ricerca e, ovviamente, illustrato con dovizia (suggestiva, anche se "già vista", in copertina la Strada delle Dolomiti sotto il Passo Falzarego con il Sas de Stria sullo sfondo) si offre come un succinto Baedeker di storia ampezzana fra l'Ottocento e il Novecento, supportato da una bibliografia e una sitografia che risultano utili per approfondimenti e curiosità. 
Una mostra e un volume di un certo spessore, dunque, che rafforzano la cura dimostrata da Cortina, e soprattutto dalle Regole d'Ampezzo, nel presentare a ospiti e residenti briciole di storia e di cultura locale, anche al di là della stagione turistica.

25 ago 2016

Alessandro Zardini, la guida che non venne ascoltata

Delle due guide di Cortina scomparse d'inverno e in modo tragico, il primo in ordine cronologico fu Alessandro Cassiano Zardini «Nòce», nato nel villaggio di Staulìn il 24 aprile 1887. Poco meno di un secolo fa, il 13 dicembre 1916, infatti, Zardini fu sepolto - insieme ad altri trecento compagni d'arme - da una valanga di 200.000 mc caduta nella località detta Gran Poz, ai piedi della Marmolada di Rocca.
Alessandro Cassiano Zardini (1887-1916)
- Raccolta fotografica E.M. -
Promosso guida da quattro anni con il coetaneo Simone Lacedelli «da Rone» (1887-1970), il giovane Alessandro non aveva ancora maturato esperienze importanti, a parte la seconda salita, compiuta il 13 agosto 1916 col Tenente Norbert Gatti, della via di Laufenbichler e Langes sulla nord della Roda del Mulon; un lungo percorso di discreta difficoltà, che è plausibile fosse stato ripetuto per ragioni strategiche e tattiche più che per mestiere o per puro divertimento.
La guida lasciò la giovane vedova e tre figli, dei quali la minore, Stefania, è scomparsa da non molti anni; il suo nome è stato inciso sia nella cappella che poi sulla lapide voluta dal Comune in memoria dei 140 cittadini di Cortina vittime della Grande Guerra. 
Purtroppo, oltre al pezzo di carta recuperato negli anni '60 da uno dei rari salitori della Roda del Mulon, misconosciuta vetta del gruppo della Marmolada, non so se siano disponibili documenti o immagini sulla breve attività del «Nòce»; se ci fossero, sarebbero sicuramente utili per ricostruire la storia civile e militare dell'ampezzano.
Di lui, chi scrive ha riunito qualche anno fa le poche notizie reperite sulla rivista «Cortina», per gettare più luce possibile sulla parabola esistenziale di una guida alpina che stava avviandosi alla vita.
A soli 29 anni Zardini - insieme a tanti altri sventurati - pagò le assurde decisioni di un Comando, sacrificandosi a causa dell'errata installazione - da lui stesso, coscienzioso montanaro, sconsigliata - di un accampamento in una delle aree più pericolose del fronte e nell'inverno più nevoso della Grande Guerra.

19 ago 2016

La galleria, il Belvedere, il Miravalle delle sorelle Colli

Italiani e stranieri, molto spesso motociclisti, sostano volentieri in gran parte dell'anno al belvedere su Cortina che si trova presso la galleria "di Crépa" sulla Strada Regionale 48. Il tunnel, lungo soltanto venti metri, fu scavato a mano oltre cent'anni fa nella dolomia della parete soprastante, durante gli ultimi lavori per la costruzione della Strada delle Dolomiti che, attraverso i passi Costalunga, Pordoi e Falzarego, dal settembre 1909 collega Bolzano a Cortina. 
La Strada delle Dolomiti e il Belvedere,
in una vecchia cartolina (raccolta E.M.)
La galleria si trova un paio di chilometri circa prima degli alberghi di Pocol; poco più a valle di essa uno slargo sul vuoto, protetto da una ringhiera che meriterebbe un po' più di cura, offre una visione di grande effetto, soprattutto di notte o dopo una nevicata, su Cortina e le sue montagne.
Il belvedere serve a chi desideri farsi un'idea della valle dall'alto, senza faticare. Le possibilità di fruirne, però, sono spesso ridotte, quando il sito è affollato; a quel punto, è meglio lasciare i mezzi a qualche decina di metri di distanza, all'ombra di un ciclopico masso isolato che si sporge sulla strada e raggiungere il belvedere a piedi. 
Non lontano dal masso, sull'orlo del bosco, negli anni Venti del '900 qualcuno ebbe l'idea di erigere anche uno chalet. Battezzato Ristorante Miravalle, del rustico edificio in legno e muratura furono solerti custodi fino alla fine degli anni '30 le sorelle Angela Teresa (detta Anjelina, 1887-1964) e Rosa (detta Rosele, 1888-1963) Colle, o Colli Saèries, figlie di quel Giacomo - guida alpina - che fu invece l'indiscusso genius loci dello storico Ospizio Falzarego sulla strada del Passo. 
Il Miravalle, abbastanza comodo da raggiungere a piedi da Cortina e perciò sicuramente meta di visite nei giorni di festa, in un'epoca di scarso traffico veicolare, nel 1946-47 dovette essere abbattuto, perché il terreno scosceso che caratterizza la curva su cui era stato costruito minacciava di franare. 
Spariva così un caratteristico angolo della vecchia Cortina, che nessuno - tranne l'amico Luciano Cancider, scomparso un anno fa, che lo descrisse nella raccolta di ricordi Cronache dalla valle d'Ampezzo, edita dalle Regole nel 2012 - si è più preso la briga di far rivivere.

12 ago 2016

"Rifugi" di Cortina scomparsi

Prima della Grande Guerra, che cambiò radicalmente la società e l'economia della valle, oltre ai cinque rifugi del Club Alpino Tedesco-Austriaco, l'Ospizio Falzarego (comunale) e l'Albergo Cinque Torri (privato), Cortina offriva anche alcuni Cabiòte. Semplici ristori più che veri e propri rifugi, situati comunque a distanza dal paese e curiosamente gestiti in massima parte da donne, attiravano sia i turisti dell'epoca che i valligiani.
Il più famoso fu senz'altro il Cabiòto de ra Méscores, costruito vicino al ponte sulla forra del Rio Travenanzes, a due ore circa di cammino da Cortina sul sentiero per il rifugio von Glanvell. Gestito dalle sorelle Franceschi Méscores, spiccava per la cucina sopraffina. 
Sulla vecchia strada verso il Passo Tre Croci, in uno slargo di fronte all'ex Ristorante Malga Lareto, c'era invece il Cabiòto de ra Scèca. Di dimensioni ridotte, costruito tutto in legno, era gestito da Anna Verzi Scèca, che offriva servizio di osteria e rustico ristoro.
Il Cabioto de ra Scèca, prima del Passo Tre Croci,
1905 (raccolta E.M.)
Un po' prima di questo, sulle rive del piccolo specchio d'acqua detto Lago Scin (sarebbe più corretto il toponimo Laguscìn, che significa semplicemente laghetto), il Cabiòto delle sorelle Majoni Pioanèles, esponeva sopra l'ingresso la pomposa insegna "Restaurant Lago-Scin". 
Lungo la Strada delle Dolomiti, presso la galleria dalla quale si scorge Cortina, ai primi del Novecento sorse il Ristorante Miravalle, gestito dalle sorelle Angelina e Rosa Colli, figlie di Giacomo Saèrio, già conduttore dello storico Ospizio Falzarego. Nel 1929, la “Guida illustrata di Cortina” citava l'edificio, aperto fino alla metà del secolo, come "l'isolato Ristorante Miravalle, sito sull'orlo del bosco".
Un ristoro in legno e muratura, di cui però non so i gestori, sorgeva poi sopra il Miravalle, sull'orlo del bastione roccioso di Crépa. Nel luogo, detto Belvedere, giunse nel 1925 la funivia Cortina - Pocol e nel 1936 fu eretto l'Ossario dei caduti in guerra. Per salirvi, furono aperti due sentieri, oggi ancora agibili: uno che inizia sulla Strada delle Dolomiti presso la galleria, e l'altro che si dirama, presso la Crosc de Ester, dalla carrareccia che porta da Lacedel a Pocol.
La guida di Terschak citava un altro locale, poco fuori il paese: il Ristorante Al Museo, annesso al Museo Elisabettino, che "trovasi ad ovest di Cortina, sopra il villaggio di Ronco", in una "casa di legno, creduta una delle più antiche della valle. Bellissima vista. Varie antichità". 
Che cosa resta di quelle costruzioni che vivacizzarono il turismo di Cortina tra l'800 e il '900? Poco: forse qualche sasso, alcuni vaghi ricordi e sbiadite fotografie.

8 ago 2016

La Zésta: ghiaie, rocce, erbe e camosci

Guardandola dai dintorni del lago del Sorapis, quindi da zone pascolive e di caccia poi divenute turistiche, sicuramente solleticò la fantasia degli avi per la forma di enorme cesta capovolta, dalla quale ha preso il nome di Zésta (del Sorapis, perché ci sono anche altre Zéstes ai piedi della Tofana di Dentro). 
Di grossa stazza ma di poca rilevanza per l'alpinismo, la Zésta fu salita per la prima volta da nord, in tempi e da uomini ignoti; si suppone che i "conquistatori" possano essere stati cartografi, perché sulla vetta fu lasciato un segnale trigonometrico.
La cima raggiunge la rispettabile quota di 2768 m; domina i pascoli delle Crepedèles da oltre 400 m d'altezza e spunta già dalla strada tra Cortina e il Passo Tre Croci. La sua roccia - stratificata in modo bizzarro e poco solida - non la rende di certo una meta appetibile, e per questo è sempre rimasta in disparte. 
Qualcuno peraltro l'ha apprezzata e l'apprezza; negli anni Ottanta un tipo che conosco immaginò persino di trovare una via sul versante dei Tondi di Faloria, foggiato "a canne d'organo"; ma, così come arrivò, quella strampalata immagine si volatilizzò.
Sui fianchi della Zésta, oltre alla via comune da Forcella del Ciadin, ce ne sono altre due, di poco conto per chi in montagna cerca solo il grado: una da SE (di Antonio Berti, Severino Casara, Alberto Musatti e Toti Gastaldis, 6 agosto 1929) e una lì vicino, che l'austriaco Hubert Peterka aprì da solo nel luglio 1930. 
La Zesta dalla Monte de Faloria, sul sentiero Cai 213
(foto E.M.,estate 2012)
La storia della montagna non si esaurì comunque con Peterka, ma registra altre due date: la prima invernale del 7 febbraio 1942, dei triestini Giorgio Brunner, Mauro Botteri e Massimina Cernuschi; la probabile prima solitaria invernale del 5 gennaio 1995, dovuta alla guida Ario Sciolari (la notizia fu trovata nell'estate successiva sul libro di vetta).
Chi scrive ha pestato la Zesta per quattro volte, scendendo in due occasioni lungo la via Berti fino al lago, con una traversata gratificante e al confine fra escursionismo e alpinismo, di bassa difficoltà ma in un ambiente complesso, assolutamente solitario e senza tracce rassicuranti: ghiaie, rocce, erbe e camosci. 
Oggi pare che sulla Zésta, dotata negli anni Novanta anche di un libro di vetta, d'estate si spinga più di qualcuno: lo meritano certamente il sapore alpino che la cima offre e il vasto orizzonte che da lassù spazia, verso il vicino Sorapis e molte altre mete oggetto di avventure, soddisfazioni e sogni. 

4 ago 2016

Torre Inglese: 53 metri di magnifica dolomia

Da un decennio, un sofisticato sistema satellitare posto presso la cima della Torre Inglese nel gruppo delle Torri d'Averau, monitora il pinnacolo per segnalare possibili cedimenti e possibilmente prevenire una fine triste come quella della vicina Trephor, schiantatasi di colpo al suolo nei primi mesi del 2004. 
La quinta torre, visibile fin da Cortina e caratteristica per la conformazione a corno, è alta per l'esattezza cinquantatrè metri e vanta una storia, breve ma radicata. 
Fu salita per la prima volta dal lato sud-est, dal britannico G.W. Wyatt con le guide di Cortina Angelo Maioni Bociastorta (1866-1953) e Sigismondo Menardi, Mondo de Jacòbe (1869-1944). Era l’estate del 1901; dopo la Grande, l’Inglese era la seconda delle torri d'Averau ad essere conquistata. 
La Torre Inglese da ovest.
Si notano in vetta il sistema satellitare
e poco sotto un alpinista,
(foto E.M., giugno 2009)
Il 27 luglio 1924 il giovanissimo Severino Casara apportò, forse senza saperlo, una variante alla via Wyatt, superando in salita la parete usata ordinariamente per la discesa. 
Il 28 giugno 1936 il vicentino Gino Soldà, di passaggio a Cortina, salì da solo i venticinque metri del liscio spigolo est; durante la seconda guerra mondiale, il 23 settembre 1941, Mario Borgarello e Renato De Toni affrontarono anche la friabile parete ovest, già scesa a corda doppia da alcuni alpinisti bellunesi nel 1912. 
Da ultimo, toccò allo spigolo sud, scalato nell'estate 1960 dagli agordini Vittorio Fenti e Bepi Pellegrinon. Questa via però non pare attribuibile a loro, poiché esistono fotografie con persone impegnate sullo spigolo prima del 1960.
Oggi la Torre Inglese è sempre visitata, sia per la brevità e l’eleganza della salita che per la bontà della roccia. Chi scrive mise per la prima volta i piedi in vetta nell'estate 1975, alla corda dello Scoiattolo Luciano Da Pozzo; il 4 aprile di quarant'anni or sono compì da capocordata la prima di una buona serie di salite, e ne mantiene ancora vivo il ricordo.

1 ago 2016

Sul Corno d'Angolo, palestra di Innerkofler e di Comici

Da sud, ossia dal ponte che sormonta il rio Rudavoi sulla strada tra Cortina e Auronzo, il Corno d’Angolo (Eckhorn, per i tedeschi) mostra una spiccata individualità, costituendo un interessante soggetto fotografico. 
Dal Cason de Pòusa Marza, ricovero regoliero che sorge alle sue pendici in una radura fra i dirupi ed è meta di escursioni estive e invernali, invece, il colpo d'occhio è più caratteristico.
Il punto di osservazione, raggiungibile soltanto a piedi, legittima l’oronimo di Corno assegnato al monte in epoca non antichissima; parrebbe però quasi più logico definirlo “di Pòusa Marza”, visto che esso sorveglia, come un impassibile gendarme di dolomia, il sottostante pascolo dallo stesso nome, ottenuto da una radura paludosa bonificata. 

La zona fu sicuramente esplorata da valligiani fin da epoca remota e il Corno - salito per la prima volta non si sa né quando né da chi - fu palestra di caccia per Michele Innerkofler, leggendario inseguitore di camosci e pioniere dell'alpinismo sulle Dolomiti della Val Pusteria e di quella d'Ampezzo. 
Il primo a trovare una via di salita sulle sue rocce non proprio marmoree fu un alpinista illustre, Emilio Comici.  Il 20 settembre 1933, solo pochi giorni dopo aver salito il famoso "Spigolo Giallo" sulla Cima Piccola di Lavaredo, il triestino superò infatti con del Torso lo spigolo sud, riferendo nella relazione di passaggi “friabili e pericolosi, perché difficilmente i chiodi tengono”.
Chi, da ultimo, guardasse però il torrione dal lato più nascosto, dalla conca di ghiaie e macigni punteggiati d'erba che dalla sella coi ruderi di un rifugio dalla vita breve estende la Val Popena Alta fino a ridosso del Piz Popena, lo vedrà più mansueto e la cima non gli opporrà strapiombi, ma placche e scaglie inclinate. 
Sul versante nord, infatti, vaghe tracce e qualche ometto schiudono l'accesso alla vetta, angusta e un po' instabile. Dal sommo della conca di ghiaie bastano quindici-venti minuti di salita, facile ma su terreno che richiede prudenza a causa della qualità della dolomia e di un paio di passaggi esposti. 
Ernesto sul Corno (foto A.C., agosto 2004)
Il culmine, segnato da un bastone e un quaderno con rare firme, offre un panorama per nulla scontato, che si allarga dalle crode del Popena a quelle delle Marmarole, dai Cadini di Misurina alle Tre Cime e fino a Cortina.
Stupiranno il visitatore la secolare pace e il silenzio che aleggiano tra quelle vette e torri appartate, l'isolamento di quel Corno, minore e fuori dalle mode, sul quale chi ha costantemente scelto angoli abbastanza remoti cercando di schivare, se e quando possibile, monti troppo "usurati", si è sempre trovato molto bene. 

28 lug 2016

Forcella Alta, aspro angolo delle Dolomiti più note

Ad occidente della dorsale del Pomagagnon e a nord delle Pales de ra Pezories, un'insellatura consente (o consentiva?) di passare - in modo comunque alpinistico più che semplicemente escursionistico - da Fiames alla Val Granda, quindi dal versante al sole a quello all'ombra della dorsale citata. 
L'insellatura è denominata soltanto Forcella Alta (Forzèla Outa); probabilmente si tratta di un oronimo non molto antico, la cui origine è legata all'alpinismo, o forse meglio alla guerra. 
Quotata 1958 m, Forcella Alta si staglia evidente, ad esempio, dalla pista dell'ex aeroporto di Fiames ed è intagliata fra le cime delle Pezories, appendice del Pomagagnon che conta sei sommità definite, per fortuna disertate dal grande turismo. 
Pezovico, Q. 2014 e,in alto a destra Forcella Alta
(I.D.F., dal Pian de ra Spines, 14/10/2011)
In "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" (1983), Illuminato de Zanna e Camillo Berti - che le Pezories le conosceva bene e vi dedicò nel 1981 un saggio sul semestrale "Le Alpi Venete" - riportano che durante la Prima Guerra Mondiale l'insellatura ebbe una certa importanza strategica, come posizione avanzata e osservatorio italiano. 
Del suo valore rimane ancora qualche traccia: una trincea, una caverna e i resti del sentiero d'accesso che saliva dal fondovalle, diramandosi da quello che oggi porta all'attacco della via ferrata "Strobel" sulla Punta Fiames. 
Forcella Alta è un aspro angolo delle Dolomiti più note, conosciuto da pochi e frequentato da pochissimi. Di essa conservo il ricordo di tre visite, in due delle quali vi scesi dal Pezovico, risalto arrotondato all'estremità nord della cresta delle Pezories che non tocca neppure quota 2000 e guarda Fiames con due elevazioni, una delle quali ancora innominata. 
Dopo la frana che ha sconvolto il canalone sotto le pareti, scivolando fino alla SS 51 d'Alemagna presso il bivio per Pian de Loa, non mi è noto se sia ancora possibile (com'era almeno fino al 1996) salire sulla forcella per il sentiero militare che s'insinuava fra le rocce, in ambiente assai suggestivo, e poi scendere in Val Granda per la traccia agevolata da qualche attrezzatura che il Regio Esercito ha lasciato ai posteri. 
Per saperlo, attendo volentieri conferme da eventuali battitori della zona che, pur visibile dalla sottostante Statale, si cela alla massa dietro una selvatichezza quasi estrema.

25 lug 2016

Sull'"urlo pietrificato di un dannato", ovvero sul "campanile più bello del mondo"

Grazie ad Enrico, nella mia piccola storia è entrato anche l'"urlo pietrificato di un dannato", ovvero il “campanile più bello del mondo”: quello di Val Montanaia. 
Era il 10 settembre di trentacinque anni fa: eravamo partiti direttamente da Trieste, dove studiavamo, con pane, prosciutto e una bottiglia d'aranciata, e verso sera fermammo la 127 bordeaux al termine della strada, al tempo sterrata e sconnessa, della Val Cimoliana. 
Il portafoglio non ci permetteva di spendere e così ci accontentammo di fare un salto al vicino Rifugio Pordenone, per una birra propiziatoria. Il rifugio era semivuoto: in un angolo, in silenzio, cenavano due signori che si qualificarono come Altamura di Milano e Gilić di Fiume, noti esploratori dei monti dell’Oltrepiave che, tre giorni prima, avevano concluso un'altra via nuova sulla incombente Croda Cimoliana. 
Sul Campanile senza campana 
(foto E.L.)
Dormimmo in macchina, poco e malamente, perché infastiditi per gran parte della notte da decine di rane e rospi che gracidavano in una pozza vicina: così, semidistrutti, alle cinque del mattino eravamo già in cammino sull’erta che sale al Campanile. 
Superammo la via Glanvell-Saar regolarmente; un tiro a testa, senza noie, a parte quella della mia storica giacca a vento "Ghizzo", che alla seconda sosta mi sfuggì di mano e s'impigliò sulle rocce un bel pezzo sopra l'attacco. Al ritorno fu giocoforza risalire quel pezzo in libera, per riprenderla... 
Non dimentico i tre punti topici del Campanile: la traversata (che Berti, nella sua guida delle Dolomiti d'Oltrepiave, dipingeva con toni quasi apocalittici) più impressionante che difficile; la fessura, faticosa perché già lisciata - allora - da 80 anni di passaggi; lo scomodo camino, in cui tirai faticosamente lo zaino dietro di me. 
Sotto un sasso in vetta, trovammo con sorpresa un sacchetto del pane con la firma di Mauro Corona, salito qualche giorno prima, mi pare per l’82^ volta; non c'era invece la campana issata da 19 alpinisti veneti nel 1926, che ogni “audace” giunto lassù deve far risuonare per tradizione. Sapemmo dopo che, proprio quell’estate, era stata portata a Pordenone, per essere riparata! 
La discesa Piaz lungo la parete nord fu una delizia: giunti a valle, saltammo la tappa al rifugio, cosicché nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a incuriosire la compagnia con la relazione della salita a una delle cime più ardite, famose e sognate delle Dolomiti.

18 lug 2016

Sul Bèco d'Aiàl

Slanciata piramide di dolomia scura e compatta, guarda Cortina con una parete alta duecento metri, scalata per la prima volta dagli Scoiattoli Albino "Strobel" e Arturo "Tamps" nel luglio 1962; è circondata da alcune guglie davvero bizzarre e spunta dal bosco sul lato destro orografico della Val Costeàna, a nord della Monte, il pascolo, di Formìn. 
Dalla sommità del Bèco, una delle cime più basse d'Ampezzo poiché raggiunge "soltanto" i 1845 m d'altezza, il panorama su Cortina si apre quasi a 360 gradi. Lassù, in vista della Grande Guerra, l'Esercito Italiano fece erigere una batteria antiaerea, attrezzando anche un sentierino che è quello usato anche oggi. 
Dell'apprestamento rimangono alcune fotografie, i grossi muri di riparo e, a pochi metri dalla cima, una capace galleria, che con ogni probabilità servì come deposito di munizioni e alloggio per i soldati. 
Il Bèco d'Aiàl in guerra
(raccolta E.M.)
Chi frequenta le crode ampezzane e ne apprezza la mia divulgazione ormai pluriennale, avrà capito che mi riferisco a uno dei tanti luoghi che hanno colpito la mia immaginazione e al quale ,mi sono affezionato: il Bèco d'Aiàl. Lo salii per la prima volta nel settembre del 1983 e in seguito vi sono tornato in molte occasioni, anche da solo. Nella più recente, in un caldo giovedì di fine luglio, volevo condividere la vetta con un'amica, che però non si sentì di raggiungerla. 
Sul punto sommitale del Bèco, a parte nelle notti della vigilia di Ferragosto 1986 e 1987, in cui - sotto la regia dell'amico "Lux", troppo presto scomparso - accendemmo il tradizionale (dubito molto ecologico ...) "fó de ra Madòna", non ho mai condiviso lo spazio con altri gitanti. 
Il colpo d'occhio che si apre dalla punta di quel dente, al di là della conoscenza del luogo e dell'interesse che può risvegliare nei curiosi, infatti, non è esattamente per tutti. 
Il breve accesso alla cima, il quale si distacca dal sentiero Cai 431 che dal Lago d'Aiàl porta a quello di Fedèra, fu sistemato una decina d'anni fa da alcuni soci del Cai, dopo la disgrazia che coinvolse una turista. Il sentierino è rimasto comunque delicato, dovendo il salitore superare obbligatoriamente, in salita e in discesa, una cengia di una quindicina di metri, stretta, un po' esposta e piena di ghiaino. 
Di recente, su proposta dell'attuale Marigo della Regola di Ambrizola, si è ventilata l'idea di un'eventuale rimessa in sicurezza dell'accesso, da far eseguire, nel caso, al Cai o alle guide alpine. 
Non sono proprio contrario all'idea, ma vorrei che la "rimessa in sicurezza" non significasse l'ennesima (in questo caso molto breve) via attrezzata con chiodi, corde, ponti o scalette, e magari dedicata a un alpinista non locale perché finanziata con denari esterni! 
La delicata cengetta del Bèco, unicvo elemento che difende la vetta dall'assalto di massa, non mi ha mai dissuaso dallo scegliere come obiettivo di una gradevole gita di mezza giornata (e nel 1996 vi portai anche i miei genitori, che non la conoscevano), una vetta minore e di cui pochi libri parlano, ma non per ciò meno suggestiva

15 lug 2016

Divagazioni sulla Croda Rotta, cima non "facile" né "erbosa"

La Croda Rotta è lo sperone con il quale la diramazione ovest della Punta Nera cade sulla testata dell'invaso detritico che scende verso le Crepedèles, percorso in destra orografica dal sentiero di accesso alla stessa Punta Nera. 
Quotata 2670 m, non ha grandi pregi estetici né alpinistici, e non ha una sua storia, poiché è ignoto quando e da chi sia stata salita per la prima volta. 
Fu liquidata sbrigativamente nella celebre guida delle "Dolomiti Orientali" come raggiungibile con “facile salita per terreno in gran parte erboso”, ma in base a diverse testimonianze scritte e orali, posso riferire che, per salirla, ci si trova invece davanti a una placca piuttosto inclinata e scivolosa a causa del ghiaino e la salita, per quanto breve, si attesta su difficoltà di secondo grado e forse più. 
La Croda Rotta, dai pressi di Forcella Faloria
(foto E.M., luglio 2012)
Assodato che, neppure oggi che in Dolomiti terreno vergine da esplorare ce n'è sempre meno, si troveranno tante persone smaniose di scalare la Croda Rotta, anche riguardo a essa la relazione inserita in un testo come il Berti, che è stato un caposaldo per l'alpinismo dolomitico, è imprecisa. 
Forse l'ascensione non fu verificata sul terreno; la relazione fu mal tradotta da una lingua straniera; forse ancora, nei decenni, la cima ha subito consistenti cambiamenti (un esempio simile è la Bujèla de Padeon sul Pomagagnon: la relazione di Berti del 1971, che riprende una citazione del 1900 (!), cita un “recente franamento”, che però era lo stesso nella relazione del 1928...). Fatto sta che, a chi ha provato a salirla, la cima della Croda Rotta non è apparsa certamente né "facile" né "erbosa".
E forse sarà sempre più delicata, visto che di recente una buona porzione della cresta affacciata sulla SS 51 è crollata, lasciando una lunga ferita rossastra visibile da Dogana Vecchia e colmando di detriti dello stesso colore il canale ai piedi delle rocce. 
Lo scrivente, che da giovane ebbe una certa inclinazione a corteggiare marciumi, non è mai salito sulla Croda: si è accontentato di guardarla e fotografarla dai Tondi di Faloria come dalla Val Orita, dalla Punta Nera come dal ripiano ghiaioso alla base della Sella di Punta Nera, donde la salita appare evidente. 
Più di così non ho dato a una cima che, per sventura o per fortuna, non è proprio allettante, ma in questo modo se ne rimane solitaria e indisturbata, in un silenzio rotto solo da qualche camoscio che salta sulle sue pendici.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...