21 nov 2011

Ignazio Dibona Pilato, a 100 anni dalla nascita

Il 29/1/1942, travolto da una valanga a Campo della Scindarella in Abruzzo, perdeva la vita a trent’anni la guida alpina e maestro di sci Ignazio Dibona. Dopo aver tratto in salvo tre allievi sepolti dalla neve, si stava impegnando a soccorrere altri tre sciatori investiti prima di lui, con i quali invece scomparve.
Nato a Cortina il 21/11/1911, primogenito di Angelo “Pilato” - simbolo delle guide di Cortina -Ignazio interpretò con onore la tradizione di guide della famiglia, che dopo di lui fu portata avanti dai fratelli Fausto e Dino  e dal nipote Ivano.
Già da piccolo accompagnava il padre sotto le pareti, aspettando poi paziente il suo ritorno dalle salite. Giovanissimo iniziò a scalare pareti e cime sempre più impegnative prima con il genitore, poi con amici e colleghi.
Il 3/9/1927, non ancora sedicenne, superò con il padre e il fratello Fausto, di quattordici anni, la Via Dimai sulla Punta Fiames (4°), dando testimonianza di una salita di un buon livello. Ventenne, con Giovanni Barbaria “Zuchin” fu promosso guida alpina, coronando così il sogno della sua vita ed iniziando una professione intensa e ricca di soddisfazioni.
Durante il servizio militare, Ignazio si distinse guidando i compagni in traversate e salite su tutte le Dolomiti. Fra le sue prime, non abbondanti ma qualificate, risaltano la Via Centrale sulla Punta Fiames (17/7/1933, con Giuseppe Dimai e Celso Degasper), definita “Straordinariamente difficile, V grado superiore”; lo spigolo SE della Croda Marcora (settembre 1933, con Luigi Apollonio e Giovanni Barbaria, 5°+); lo spigolo del pilastro N del Siroka Pec (4°, 5° con un passaggio di 6°, 17/8/1935, col padre, Anna Escher e Joza Lipovec); la Diretta Dibona sulla Testa del Bartoldo (21/9/1937, col fratello Fausto ed Hermione Blandy, 5°+).

Croda Rossa d'Ampezzo, parete E
dalla Valfonda (23 ottobre 2011)

Il suo capolavoro rimane però la Direttissima per parete E della Croda Rossa d'Ampezzo (6°), tracciata il 28-29/9/1934 con Pietro Apollonio e ripetuta per la prima volta nel 1951, con la quale venne risolto un interessante problema alpinistico.
Furono innumerevoli le ripetizioni di vie di rilievo portate a termine dal “Pilato”, che divenne anche maestro di sci. Con il padre, Angelo Verzi e Emmy Mendl di Karlsbad, il 15/7/1929 compì la 10^ salita della Via Miriam sulla Torre Grande d’Averau, che in seguito ripeté in soli 17 minuti.
Con Arcangelo Dandrea e Renato Zardini portò a termine il 25/9/1932 la 4^ ascensione della Fessura Dimai sulla stessa Torre e sulla quale tornò con Alfonso Tanner anche il 3 ottobre, per la 10^ salita.
Nell’estate 1940 salì col padre due vie molto impegnative, aperte trent'anni prima da Dibona con Rizzi e i Mayer, lo spigolo N del Grosser Oedstein e la parete nord della Cima Una: né vanno tralasciati i numerosi interventi di soccorso, ai quali Dibona prestò sempre la propria opera con generosità e coraggio.
Chiamato a dirigere la scuola di sci di Campo Imperatore, col suo carattere fermo e cordiale si guadagnò subito la stima e l'affetto dei clienti.
Non appena accaduta la disgrazia, i fratelli scesero a Campo Imperatore, dove poterono “raccogliere dalle genti fasciste delle montagne d’Abruzzo in cui il loro Ignazio cadde, le espressioni dell'unanime compianto e della generale ammirazione” e portarono “ai genitori e alla sposa angosciati la solidarietà di un mondo estraneo al loro, ma che si unisce a loro, per confortarli”.
A Cortina, la notizia della morte si diffuse fulminea: sul “Notiziario di Cortina” del 30 gennaio, il Presidente del C.A.I. e alpinista accademico Bepi Degregorio scrisse un commosso necrologio, ripreso nel numero di giugno-luglio 1942 della rivista “Le Alpi”.
Degregorio, conformemente alla retorica del tempo, così chiudeva: “Ignazio Dibona tu non sei morto. La tua figura di atleta è fissa nell’azzurro in vetta alla difficile parete della vita. Tu assicuri la nostra corda nel moschettone di puro ferro e ci comandi: avanti.”
Ai funerali, celebrati con la partecipazione di tutto il paese, la salma di Dibona fu trasportata a spalle dalle guide alpine, scortata dai maestri di sci e seguita dalle maggiori autorità politiche e amministrative locali, con rappresentanze dell’A.N.A., del C.A.I. e degli scolari ampezzani.
Nell’impossibilità di farlo di persona, la famiglia rivolse pubblicamente un vivo ringraziamento alle autorità di L’Aquila, Belluno e Cortina, al Presidente del C.A.I., alle guide, ai maestri di sci e ai partecipanti al lutto, che segnò indelebilmente soprattutto il padre.
Oggi, oltre che nelle sue vie, il nome di Ignazio Dibona resta impresso sulla grande lapide nel cimitero di Cortina, che ricorda tutte le guide alpine ampezzane scomparse dal 1886.

1 commento:

  1. Il 29/1/1942, travolto da una valanga a Campo della Scindarella in Abruzzo, perdeva la vita a trent’anni la guida alpina e maestro di sci Ignazio Dibona. Dopo aver tratto in salvo tre allievi sepolti dalla neve, si stava impegnando a soccorrere altri tre sciatori investiti prima di lui, con i quali invece scomparve...per Vs informazione la realtà dei fatti nn fu questa...uno degli alpinisti che si salvarono fu mio nonno ...insieme al maestro Dibona lui e altri 5 ragazzi stavano effettuando la salita con a capo appunto il Dibona che udì un rumore sordo (il rumore della valanga che stava staccandosi) ...intimò a tutti di fermarsi ma fu tutto inutile e la valanga li travolse...mio nonno si salvò insieme ad altri 2 amici perchè un cane da valanga fiutò la sua presenza ed un "bastoncino" usato per sondare la neve urtò la sua mano rimasta in senza guanto ( e infatti riportò un principio di congelamento alla mano...)...quindi nn fu Dibona lui a salvare i 3 alpinisti...ma capisco che è bello raccontare le eroiche gesta del maestro piuttosto che parlare di un grave errore commesso dallo stesso...

    RispondiElimina

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risal...